Luigi di Ruscio e la poesia per gli ultimi

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Prima di conoscerlo di persona, ho cominciato a sentir parlare di Luigi Di Ruscio da ragazzino, quando i miei zii, Cesare e Dina, emigrati per un piccolo periodo a Oslo, in Norvegia, ne parlavano in famiglia, mostrando le fotografie di questa loro stagione scandinava della giovinezza. Anzi, fu proprio mio zio a convincere il proprietario della Spigerverk, la fabbrica di chiodi, ad assumerlo al suo posto nel momento in cui sarebbe rimpatriato. E lui lavorò per oltre 30 anni sempre nello stesso reparto infernale, alle trafilatrici, in realtà facendo una ridottissima vita sociale, isolato anche in famiglia dove nessuno leggeva o parlava l’italiano.

Luigi costitituiva una certa stranezza a Fermo, la piccola città dove vivo, che non l’ha mai amato veramente (a parte uno sparuto gruppo di sostenitori, soprattutto militanti politici e intellettuali della sinistra) per diverse questioni, la prima è che era figlio di operai, il padre faceva il manovale, la seconda per la sua appartenenza politica al Partito comunista, la terza per il fatto di essere un autodidatta, aveva fatto solo la terza elementare. Su queste tre nature profonde della sua persona Luigi ha costruito la sua biografia e la sua letteratura, che viene da una profonda condizione di classe, anche la sua lingua, volutamente sgraziata, sgrammaticata, sprocedata, è miracolosamente frutto di questo e nasce da uno svantaggio, soprattutto dovuto alla sua condizione sociale.

Il mio vero rapporto con Luigi – che comunque era un uomo difficile, molto sospettoso e privo di retropensieri, quindi molto diretto, a volte caustico – cominciò alla fine degli anni ’70, quando insieme a un gruppo di amici pubblicammo alcune sue poesie in una piccola rivista, “Alias”, ma i nostri rapporti ripresero in maniera più forte e intensa dopo il nostro incontro ad Oslo durante il mio primo viaggio di nozze. Infatti, arrivai la prima volta in via Assengata 4c, la casa dove ha abitato negli ultimi anni della sua vita, nel luglio del 1987, quarant’anni fa. Luigi era quello che avevo visto a Fermo durante i suoi fugaci rientri: camicia militare, tascapane in spalla. Allora fumava ancora tosto e rollava le sue sigarette lavorando con le dita il tabacco, che se non sbaglio era un Samson. Mi fece vedere il suo “fortino” dove in una scrivania stracolma di fogli la faceva da padrona la Olivetti lettera 44, forse era una 22 non ricordo. Si trattava di un piccolo studio senza finestre, il bunker dove progettava i suoi versi e le prose fluviali.

Periodicamente sono tornato da quelle parti diverse volte, però quando Luigi era già morto. Si tratta di un appartamento spazioso con un lungo soggiorno, piuttosto buio, dal quale si accede dall’ingresso, che da una parte dà su un cucinino e dall’altra su un grande balcone dal quale si vede la strada e il tram che sale verso il quartiere e prosegue verso la parte alta della città. Tutte le volte che ho parlato con sua moglie Mary Sandberg, dalla quale ho raccolto molte testimonianze di vita, eravamo seduti intorno al piccolo tavolino in cima alla stanza, nella penombra, e gli oggetti della casa erano da natura morta, i colori spenti, sulle scaffalature del mobile massiccio alla mia destra vedevo i libri di Luigi: “Immagini di città” di Walter Benjamin, i “Canti pisani” di Pound, “Il buon sodato SC’vèik” di Hasek, “La vita e le lettere” di Leopardi, le “Poesie” del Belli, “I fioretti” di San Francesco, in quella alle mie spalle, al centro della stanza, i volumi rilegati in cuoio dell’opera omnia di Jack London.

Sono tornato talmente tante volte a Oslo, che ormai posso considerarla la mia seconda città. L’idea è di scrivere una memoria della vita di Luigi, ma gli anni passano e di questo ipotetico libro esistono solo frammenti dispersi, a volte penso addirittura che non lo scriverò più, ma è stato bello pensarlo, e che questo è solo un modo per tenermi in contatto con il suo mondo. Ho intervistato tutti i suoi pochi amici, alcuni operai che lavoravano nella fabbrica di chiodi, i pochi superstiti di quella classe operaia della capitale scandinava sopravvissuta a un lavoro massacrante, molti morti abbastanza giovani. Con alcuni sono diventato amico, come Antonio Domenico Trivilino, che è un po’ la memoria di Luigi e della sua generazione di “spatriati”, come li definiva, con il regista Paolo Marzoni siamo riusciti anche a fare un piccolo documentario, “La neve nera”, che è stato un piccolo evento all’Istituto italiano di Cultura, il quale gli ha dedicato la biblioteca. Ho anche raccolto le centinaia di lettere scritte a molti scrittori e critici di diverse generazioni, da Calvino a Volponi, da Porta a Majorino, Vassalli, il pittore Ernesto Treccani, e i suoi più giovani estimatori Massimo Raffaeli, Andrea Cortellessa, Emanuele Zinato, Massimo Gezzi, curatore delle poesie, tra gli altri.

La cosa strana è che dalla sua vita, della sua vita quotidiana, cinquant’anni di vita, neanche sua moglie sa dire qualcosa che possa andare oltre la routine, fortuna le centinaia di lettere, un vero e proprio romanzo della vita, scritte come le sue prose fluviali, come il “Palmiro”, come “Cristi polverizzati”, senza nessuna differenza tra la prosa dei giorni e quella dei romanzi. Come se la poca vita sociale norvegese, i rari e sempre più lontani incontri con gli amici del Circolo degli italiani, le partite a briscola, quella famigliare, fosse davvero qualcosa di infinitesimo rispetto a quella ricca epistolare, dove poteva scrivere e parlare di sé ma soprattutto di letteratura, dei libri che stava scrivendo, della sua infinita pazienza e passione per la scrittura che lo teneva in vita. Che scrivere, mi disse una volta, avrebbe scritto anche in un mondo disabitato, oppure, come affermò nel corso di una intervista, “anche mentre affonda il Titanic”.

Oggi di quella scrittura sprocedata, resta un corpus poetico compatto e coerente, che presto arriverà anche negli Stati Uniti, tradotto da una importante casa editrice di Chicago, da noi raccolto da Massimo Gezzi in “Poesie scelte” (Marcos Y Marcos), e nelle prose di “Romanzi” (Feltrinelli) che curai insieme ad Andrea Cortellessa grazie ad un assist fondamentale di Alberto Rollo.

“Luigi è stato malato per un lungo periodo” mi raccontò una volta Mary, “aveva scompensi cardiaci, poi il cancro alla prostata, mentre gli stavano facendo delle prove di urologia, è svenuto” disse, “e hanno scoperto che aveva un sepsis, un avvelenamento del sangue, questo quattro o cinque anni prima di morire. Entrava e usciva dall’ospedale, e aveva molto sangue mescolato nelle urine, ma lui manteneva come una specie di maschera, cercava di apparire sempre meno malato di quello che era.” Era consapevole che gli mancava poco tempo, ricordò Mary, ma non ne parlava, “l’unica cosa che diceva, che continuava a ripetere era “io non diventerò mai vecchio”, lo ripeteva come un refrain, “io non diventerò mai vecchio”. Non si sentiva ancora così a ottant’anni, e sapeva che stava morendo. “Cercava di fare una passeggiata qui sotto, nel quartiere, oppure nei dintorni, ma si stancava subito, aveva bisogno di continue trasfusioni di sangue. Mary andava tutti i giorni all’ospedale a trovarlo, “non ha mai fatto amicizia con nessuno degli altri malati” mi raccontò quella volta, “non dava confidenza, cercava di appartarsi”. Poi a un certo punto i medici che lo avevano in cura all’ospedale di Oslo dissero che non c’era più niente da fare, “abbandonarono le cure” sostenne Mary, e lo trasferirono in un’altra clinica, una clinica per malati terminali ad Ackeb Elba, dove facevano delle cure palliative. Questo successe un martedì. Il mercoledì lei si svegliò lì in casa di soprassalto nel cuore della notte, dopo aver sognato che in una stanza dei grandi vetri si erano rotti, ma non diede troppo peso alla cosa, quell’incubo sembrava dileguato, si rigirò dalla sua parte di letto riaddormentandosi quasi subito. “La mattina dopo, verso le otto, mi hanno telefonato dicendomi che Luigi era morto. Nessuno di noi si aspettava una morte così veloce”. Disse che quando ripensava a quel segno, le tornava addosso un senso di paura.” Secondo lei la morte era stata provocata dai fumi della fabbrica, la polvere, “il calore della Spirgerverk”, disse, quel reparto infernale, dove ogni mattina andava a lavorare. “A lui non piaceva parlare della malattia, era un tipo molto chiuso, solo con Adrian, il figlio più piccolo, parlava di conservare i suoi scritti, mantenere la sua memoria. Aveva scritto per tutta la vita,” disse alla fine quasi prendendo coscienza di quella cosa che per anni aveva considerato quasi un hobby, perché nessuno a Oslo, contrariamente dalla considerazione che poteva avere in Italia, gli aveva riconosciuto lo status di scrittore. A Oslo, Luigi Di Ruscio era stato sempre l’emigrato, lo straniero arrivato dalle Marche che lavorava nella fabbrica di chiodi, come quello di una sue celebre poesia:

Ovunque lʼultimo

per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra
per la sua voce italiana
ultimo ad odiare
e lʼodio di questʼuomo vi marca tutti
schiodato e crocifisso in ogni ora
dannato per un mondo di dannati.

L’ultimo che scriveva di sé se stesso e degli ultimi, che della sua postura storica ed esistenziale diceva: “la presenza degli oppressi e stritolati è dietro le mie spalle e quando scrivo le scariche dell’Olivetti studio 46, macchina da scrivere rumorosissima è come se partissero le scariche di un ammattito “kalashnikov”.

Angelo Ferracuti

(In copertina: foto di Ennio Brilli)

 

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