Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

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Lettera aperta al sindaco di Camaiore

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Caro Sindaco,

le scrivo non come intellettuale, nemmeno come poeta e critico letterario e neanche come vincitore della XXVIII edizione del Premio Letterario Camaiore. Ma come amante appassionato della poesia. Lei ha il privilegio di essere il primo cittadino di Camaiore, che grazie al Premio fondato da Francesco Belluomini è diventata la  Città internazionale della poesia. Non stiamo qui a ricordare  la storia prestigiosa di questo  premio che ha portato in Versilia  il meglio della poesia nazionale e internazionale. In questi trenta anni, grazie alla determinazione e alla tenacia passionale di Francesco, Camaiore viene citata sempre come la ridente cittadina  che ha dato ospitalità alla poesia.

In questi anni Francesco Belluomini ha lavorato con tutte le sue forze e la sua cultura immensa per fare di questo Premio un evento la cui eco è arrivata oltre i confini nazionali,sempre nel nome e per conto della poesia.

Adesso che Francesco non c’è più, a tutti noi , ma anche alla città che lei amministra, ha lasciato in eredità questo grande Premio, tra i più importanti che si svolgono in Italia e che ha il pregio di coinvolgere  gli amanti della poesia.

Camaiore deve molto a Francesco e il suo prestigioso Premio Letterario dedicato alla poesia deve avere il suo nome. Lui ci ha insegnato che  la poesia  fa parte del nostro esistere come il pane che spezziamo ogni giorno per nutrire il corpo.
Francesco Belluomini  in questi trenta anni ha portato la poesia in alto e nel cuore di ognuno di noi. Il suo premio è diventato il premio di tutti, come di tutti è la poesia di cui non possiamo fare a meno.

Sinceramente non capisco perché ci sono resistenze nel intitolare il Premio Letterario Camaiore al suo fondatore. A me, ma non è soltanto la mia opinione, sembra un atto doveroso.

A pochi giorni dalla  serata che chiuderà  la XXIX edizione, nonostante i ripetuti appelli, su questa iniziativa da parte delle istituzioni non è stata spesa nemmeno una parola.

Sinceramente non comprendo il suo silenzio sulla faccenda. Il premio letterario internazionale Viareggio venne intitolato al suo fondatore quando egli venne a mancare. Infatti oggi si chiama Premio internazionale letterario Viareggio Rèpaci.

Premio letterario Camaiore Francesco Belluomini.  Non ci sono altre strade. Lo dobbiamo tutti a Francesco, soprattutto la città di  Camaiore, di cui lei è il primo cittadino. Sono convinto che lei  ha  a cuore le sorti e il prestigio di questo grande Premio e inoltre ritiene che la memoria di Francesco Belluomini, uomo libero, grande poeta e suo concittadino illustre, debba essere onorata.

Quindi sciolga la sua riserva e faccia sentire la sua voce, insieme a noi che amiamo la poesia: Premio Letterario Camaiore Francesco Belluomini è la sola cosa giusta da fare.

Nicola Vacca

Cioran: l’avvento del Creatore malvagio

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Il cristianesimo è una religione totalitaria, a differenza del paganesimo che nel mondo antico rappresentava una religione liberale (n’est supportable qu’une religion – ou une idéologie – superficielle). Così tuona Emil Cioran nella sua opera Il funesto demiurgo, opera annoverata fra i testi più scabrosi del Novecento. Sotto il «regime di molti dèi» – spiega il pensatore romeno – il fervore viene diviso mentre quando è rivolto a un solo dio il sentimento religioso si esaspera, stravolgendosi in aggressività. La libertà è diritto alla differenza, la pluralità postula lo sbriciolamento dell’assoluto in un pulviscolo di verità locali e provvisorie. Nelle democrazie liberali, ad esempio, vi è un politeismo soggiacente, al contrario dei regimi autoritari che nascondono un monoteismo camuffato. Non appena una divinità (o una dottrina) pretende la supremazia, la libertà è minacciata. I cristiani furono coloro che portarono all’esasperazione la cosiddetta dialettica oppressori-oppressi, vendicando con maggiore accanimento di ogni altro prima i propri martiri. Ogni tipo di monoteismo contiene in «germe ogni forma di tirannia», il dio unico «rende irrespirabile la vita».

Uno dei pochi che intuì il pericolo dell’avvento del cristianesimo, scrive Cioran, fu l’imperatore Giuliano. L’Apostata che aveva letto Omero e Platone, comprese che sarebbe stato impossibile contrapporre alla sapienza antica i Vangeli. Giuliano era consapevole di dover fare i conti con «dei fanatici», contro i quali non avrebbe potuto far nulla. Egli sapeva che era troppo tardi per fermare l’espansione del cristianesimo e per questo andò a morire contro i Parti. I filosofi greci attaccando gli dèi e distruggendoli, credevano di aver contribuito in modo capitale alla liberazione degli uomini. Essi ignoravano che una nuova «servitù più opprimente di quella vecchia» fosse ormai imminente. Se la filosofia non è la responsabile diretta dell’avvento del nuovo Dio, ad essa è comunque imputabile la colpa di aver ignorato che «nella Storia quasi sempre il male a cui ci si oppone è rimpiazzato da un male maggiore». «Il monoteismo giudaico-cristiano è lo stalinismo dell’Antichità». Il «concetto» nacque e fece crollare il monte Olimpo, pensare significò mettere termine ad ogni tipo di venerazione, almeno fino a quando la ragione fu «confiscata dai Padri della Chiesa». Paolo di Tarso – «le plus considérable agent électoral de tous les temps» – è stato colui che ha reso il cristianesimo una religione peggiore, introducendovi: intolleranza, brutalità e provincialismo. Le sue considerazioni sulla verginità, sull’astinenza e sul matrimonio hanno alimentato pregiudizi plurisecolari, paralizzando gli istinti umani. Paolo fu colui che annunciò la novella peggiore di tutte; ancora una volta l’eco nietzscheano risuona fra le righe di Cioran:

Invano i Celso, i Porfirio, i Giuliano l’Apostata si ostinano ad arrestare l’invasione di quel nebuloso sublime che trabocca dalle catacombe: gli apostoli hanno lasciato le loro stigmate nelle anime e moltiplicato le devastazioni nelle città. L’èra della grande Laidezza incomincia: un’isteria senza qualità si estende sul mondo. […] Un epilettico [San Paolo] che trionfa su cinque secoli di filosofia! La Ragione confiscata dai Padri della Chiesa! E se cerco la data più mortificante per l’orgoglio dello spirito, se scorro l’inventario delle intolleranze, non trovo niente di paragonabile a quell’anno 529 in cui, per ordine di Giustiniano, fu chiusa la Scuola di Atene. Soppresso ufficialmente il diritto alla decadenza, credere diventa un obbligo… È il momento più doloroso nella Storia del Dubbio.

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Dio – se questa parola può avere il minimo senso – è l’unico essere in grado di capire e di ascoltare i nostri dolori, è una necessità per i deboli di spirito. Tant’è vero, scrive Cioran, che se egli avesse la fede vivrebbe «avec la peur constante de la perdre». Il cristianesimo nasce dal Ressentiment, le religioni – in particolare la fede cristiana e quella buddhista – non sono «che vendetta e invidia da parte dei sofferenti». Secondo il pensatore romeno, Dio è per gli uomini nient’altro che un «tappabuchi» (utilizzando un’espressione di Bonhoeffer). Cioran ricorda un aneddoto utile a comprendere questa sua posizione: un giorno mentre si trovava seduto ad un tavolo di discussione con al centro del dibattito la teologia, molti intellettuali espressero diverse posizioni. La cameriera, una contadina analfabeta, intervenne dicendo di credere in Dio soltanto quando soffriva di qualche malanno. Cioran dopo qualche anno scriverà che l’intervento di quella cameriera era stato l’unico che valesse ancora la pena di ricordare.

Quella di Dio è una favola che si nutre di lacrime, dato che le sconfitte sono all’ordine del giorno Egli gode ancora di una certa popolarità, grazie al delirio della preghiera e al sacrilegio dell’imprecazione. Se per assurdo scomparisse l’idea di sofferenza, nell’istante successivo si disgregherebbero tutti culti religiosi ancora esistenti. Sono state le malattie, scrive Cioran, ad avvicinare il cielo e la terra, due mondi che altrimenti si sarebbero ignorati reciprocamente: «La leucemia è il giardino in cui fiorisce Dio». Il credente ha bisogno di Dio per scaricare su di esso le proprie miserie e Dio, viceversa, ha bisogno delle miserie dell’uomo per poter “sussistere” ancora. Dunque, il cristianesimo è una crisi di lacrime di cui resta soltanto un sapore amaro:

Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l’avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po’ di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell’insolubile, fuori dall’incubo della promessa. Il suo merito è, in verità, impareggiabile: ci dispensa anche dai rimpianti, poiché ha preso su di sé l’iniziativa dei nostri insuccessi.

Vincenzo Fiore

 

Vincenzo Fiore (Solofra, 1993) si è laureato e specializzato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno, prima con Franco Ferrari e successivamente con Francesco Tomatis. Ha esordito a vent’anni con il romanzo “Io non mi vendo” (Mephite). Ha pubblicato nel 2014 il racconto “Esilio metafisico” prima su “Il Mattino” e successivamente nella raccolta “Cairano. Relazioni felicitanti” (Mephite). Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Nessun titolo” (Nulla die). Nel 2017 ha pubblicato lo studio “Platone totalitario” (Historica). Fa parte del gruppo di ricerca “Progetto Cioran” sotto la direzione del Prof. Rotiroti (Università Orientale di Napoli) e del Prof. Ciprian Vălcan (Università Tibiscus di Timisoara, Romania). Giornalista presso “Il Quotidiano del sud”, collaboratore esterno presso diversi quotidiani e riviste.

 

(in copertina: Cioran visto da Angela Varani)

Letteratura e altri mondi

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Jan Kott è stato un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense, nacque a Varsavia  nel 1914 e si spense a Santa Monica, in California, nel 2001. In vita, in seguito ad una prima fase di zelante adesione, fu un forte oppositore del regime comunista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale iniziò a lavorare per  Kuźnica, ma nel 1949 le autorità socialiste assunsero il controllo totale della rivista. Kott andò a insegnare a Wrocław, concentrandosi sul teatro e abbandonando la vita politica. Nel 1951 pubblica “O teatr godny naszej epoki” (Il valore del teatro nella nostra epoca ). Secondo la storica Teresa Wilniewczyc lo zelo verso il controllo culturale del governo dell’epoca “era molto più di quello richiesto”. Comincia però a cambiare idea con la fine dello Stalinismo e nel 57 abbandona il partito. Il suo primo successo mondiale fu il saggio pubblicato nel 1956 “Szice o Szekspire” (1961; tradotto in Italia come  “Shakespeare nostro contemporaneo”). Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università, tra cui Yale e Berkley. Scrisse più di 30 libri sul teatro, oltre che ad un innumerevole quantità di articoli apparsi su prestigiose riviste come The New Republic e The New York Review of Books.

 

 Shakespeare nostro contemporaneo

Si tratta di un’ acuta lettura di Shakespeare ispirata ai principi e alle idee del teatro dell’assurdo. Da profano lettore di periferia qual sono insisto con il dire che ci sono libri che vanno letti e libri che non vanno letti. Quest’opera, ovviamente, appartiene alla prima categoria. Un must. Kot rilegge qui il teatro shakesperiano interpretandolo in chiave filosofica ed esistenzialista, applicando anche il filtro delle sue esperienze personali. Questo accento autobiografico diventa il suo segno di riconoscimento. Riesce a influenzare anche Hollywood, attraverso questo suo testo, tanto che pellicole come il Re Lear di Peter Brooks e il Macbet di Polanski, usciti entrambi nel 1971, sono influenzati dall’incubo della storia proposto da Kott in questo testo.

Ma è possibile accostarsi a Shakespeare come lo si fa ad un autore contemporaneo senza falsare quei valori storici, dai quali tuttavia non può prescindere la lettura di un testo poetico? Non solo è possibile, ma sempre secondo Kott, questo è l’unico modo che ci permette di comprendere davvero l’opera del grande drammaturgo elisabettiano. L’originalità dell’interpretazione passa attraverso questa intuizione di fondo: l’uomo, stritolato nell’ingranaggio della storia, ritrova la propria dimensione umana, la dimensione dell’intelligenza, interrogandosi sul senso della vita e del proprio destino.

“…lasciano che si muoia di fame,mentre i loro granai sono pieni, fanno editti sull’usura, che proteggono gli usurai:aboliscono ogni giorno le leggi salutari stabilite contro i ricchi: e ogni giorno mettono fuori aspri decreti per incatenare e tenere schiavo il popolo. Se le guerre non ci divorano, penseranno loro a farlo…”

Coriolano, Shakespeare

Shakespeare nostro contemporaneo

Autore Kott Jan, Traduttore Petrelli V., Editore Feltrinelli

Divorare gli Dei

Tra i volumi scritti nel paese d’adozione, il più significativo resta sicuramente “The eating of Gods”,  pubblicato negli Usa nel 1970 e tradotto nel nostro paese solo nel 1977. Possiamo dire che si tratta di un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.  Il saggista nato a Varsavia in questa sua opera ci spiega l’attualità di questi testi classici immortali, sviscerandoli, esaminandoli attraverso filtri provenienti da altri discipline umanistiche, ricorrendo all’utilizzo di chiavi sociologiche, psicologiche, antropologiche e religiose. In queste pagine si trova tutta la storia del teatro: da Prometeo a Beckett, passando da le Baccanti a Sofocle. Nulla risulta essere più attuale della tragedia, sembra suggerirci l’autore mentre scompone e ricompone meticolosamente la tragedia classica, unendo la religiosità del sacro alla finzione del teatro in una mediazione tra umano e divino perfettamente riuscita.

“La società greca è stata sopraffatta da una folle corsa sguinzagliata dalla follia della storia” ma il suo influsso è ancora enorme e attuale, non lo pensereste mai ma anche un area di studi moderna come il Marketing applica e conosce le regole degli antichi drammi ellenici.

Ma trovate tutto qui dentro e non vi resta che Divorare gli dei per capire meglio i tempi che viviamo.

Per farvi venire l’acquolina in bocca e la voglia di leggere questo libro, qui di seguito vi riporto il suo indice:

-L’asse verticale o le ambiguità di Prometeo

-Aiace tre volte ingannato o l’eroismo dell’assurdo

-Alcesti velata

-“Dov’è adesso quel famoso Eracle?”

-Divorare dio, o Le baccanti

-Appendici

-Medea a Pescara

-Oreste, Elettra, Amleto

-Luciano in Cimbelino

 

Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca

Autore: Kott Jan

Traduttore: Capriolo E.

Editore: Mondadori Bruno

 

Fabio Izzo

Un laboratorio sul racconto breve

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Pensavo che fare un laboratorio supplementare di scrittura sul racconto breve in un liceo fosse come chiedere a dei muratori, di ritorno la sera dal cantiere, perché non fate un po’ di movimento che vi fa bene alla linea? E quindi trovarmi di fronte a studentesse e studenti con espressioni del tipo: ma sta scherzando? Il tizio vuol parlare di libri e farci anche scrivere un racconto con cui partecipare a un concorso letterario tra diversi licei per il Premio Comisso? Qualcuno gli dica che siamo a maggio e praticamente sfiniti!

E invece nell’aula del liceo Marconi a Conegliano (TV) ho trovato curiosità e attenzione fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, dell’ultima storia utile. E ho imparato un bel po’ di cose dai quei 24 studenti.

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Quello che mi sono permesso di dire il primo giorno, per tranquillizzare me e loro, è che tutti quelli che scrivono, e  a tutti i livelli, hanno frequentato almeno tre scuole di scrittura: la prima è la scuola dell’obbligo, quella che dà la base comune ed essenziale (gratuita e obbligatoria) per impostare una qualsiasi attività di scrittura o lettura; la seconda scuola è la vita, la dimensione spazio-temporale in cui ci accade di vivere, incontrare persone, fare lavori, amare, odiare, andare a spasso; fare alcune esperienze personali o collettive che rimangono come un pungolo nell’animo; la terza scuola di scrittura sono i libri che abbiamo letto, amato e ci hanno dato parole, visoni, coscienza e dai quali siamo tornati ogni volta che ne avevamo bisogno e il mondo sembrava inospitale, incomprensibile, nemmeno tanto meritevole di essere attraversato.

Siccome ero al liceo e questi studenti avevano già un’ottima grammatica e un buon senso della frase, e così a occhio, anche le loro vite avevano spessore (perché secondo me, a sedici anni, sai già un bel po’ di cose, magari poi le dimentichi per il resto della vita, ma a quell’età le sai); come da manuale abbiamo lavorato sulla descrizione, il punto di vista, i personaggi, abbiamo letto, fatto esercizio di scrittura e commentato tra noi i primi testi prodotti.

Siamo andati al sodo analizzando alcuni racconti brevi. L’invito è stato grossomodo questo: andiamo a casa di alcuni scrittori, vediamo come arredano le pagine dei loro libri, osserviamo con attenzione le suppellettili, sentiamo che profumo c’è, cerchiamo di notare se manca qualcosa e perché. Per arrivare alla domanda più grande nell’epoca dell’obsolescenza supersonica: mi piace ancora oggi il loro scrivere?

Quindi abbiamo dormito una notte con il soldato ferito e i bachi da seta di Ernest Hemingway (Insonnia); abbiamo fatto la guardia agli alberi di cachi di Italo Calvino (Alba sui rami nudi); siamo stati nel fango delle Langhe con Beppe Fenoglio (Pioggia e la sposa); abbiamo visto l’umiltà e la profondità di Mario Rigoni Stern scrittore e maestro di vita (Quando scopersi Hemingway); quindi siamo stati ragazzini pistoleri con John Fante (La grande fame), e abbiamo visto crollare, per colpa nostra, un grande edificio con Dino Buzzati (Il crollo della Baliverna); poi abbiamo ragionato sulla brevità del testo e sulle idee folgoranti di Fredrick Brown (La sentinella); abbiamo visto Pasolini con gli occhi di  Goffredo Parise nei suoi Sillabari (Antipatia). Abbiamo anche spizzicato tra le Pagine di Luigi Meneghello (Libera nos a malo) e di Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve), senza dimenticare il buon vecchio Emilio Salgari (Il Corsaro Nero).

Abbiamo anche ragionato insieme come valutare un racconto, perché la giuria che premierà i racconti del concorso sarà formata dagli stessi studenti partecipanti al concorso e i vincitori saranno parte della Grande Giuria dell’edizione 2018 del Premio Comisso.

Questo bel progetto ha coinvolto, oltre al liceo Marconi di Conegliano, il liceo Giorgione di Castelfranco Veneto e il liceo Canova di Treviso; è stato pensato dall’Associazione Amici del Premio Comisso che ha voluto l’iniziativa nelle scuole trevigiane. Gli altri scrittori coinvolti, e con cui ho condiviso l’avventura, erano: Isabella Panfido (giornalista, poetessa e traduttrice) e Alessandro Cinquegrani (scrittore e docente di letteratura comparata a Ca’ Foscari Venezia che è stato l’ideatore del progetto).

Due cose importanti, che non scorderò per un bel po’ ti tempo, le ho incontrate 35 anni dopo aver lasciato i banchi di scuola: si tratta della fiducia e della giovinezza.

La fiducia è quel clima che si è instaurato in classe tra di noi e soprattutto tra gli studenti (i partecipanti al laboratorio venivano da classi e indirizzi diversi); e non era una generica fiducia nelle proprie capacità, oppure sul fatto di diventare “scrittori”, ma era una disposizione a far conoscere i propri sentimenti, le inquietudini, i pensieri leggendo i propri testi ad alta voce. E poi con loro ho rivisto la giovinezza, che accade sempre una sola volta nella vita e, quando la rivedi, ti lascia stupefatto. Era tra i banchi, nelle voci, che dall’aula con le finestre aperte, usciva verso gli alberi del viale. Era la stessa giovinezza che ben conosceva Giovanni Comisso (già cent’anni fa) e che trasuda dai suoi “Giorni di guerra”, il libro che è stato al centro dell’iniziativa per i licei trevigiani.

Antonio G. Bortoluzzi

ANTONIO G. BORTOLUZZI è nato in provincia di Belluno nel 1965 dove tutt’ora vive con la famiglia. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) terzo classificato alla tredicesima edizione del premio letterario del CAI Leggimontagna e finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il premio Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Il suo esordio risale al 2010 con il romanzo per racconti Cronache dalla valle (Ed. Biblioteca dell’Immagine). Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino nelle edizioni 2008 e 2010 è membro accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

https://www.antoniogbortoluzzi.it/

Link Premio Comisso in cui viene spiegata l’attività

http://www.premiocomisso.it/scrivere-e-un-gioco-da-ragazzi-il-progetto-per-i-licei/

 

 

 

 

 

Metti una sera a cena con Carrère

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Inutile dire che, se qualcuno mi avesse detto: «una sera mangerai cavatelli con le cozze alla salentina, in Puglia, con Emmanuel Carrère», lo avrei mandato al diavolo. Eppure la vita è bella.

Abito a Molfetta, un comune pugliese di circa 60.000 abitanti situato a Nord-Ovest di Bari.

Quando ho appreso che Emmanuel Carrère fosse in Puglia, ho avuto un fremito.

Ero a una riunione organizzativa. Una cosa noiosissima. Per distrarmi stavo scorrendo di nascosto la mia home di Facebook. Quando ad un tratto mi sono imbattuto nella notizia dell’evento: “Emmanuel Carrère a Incontri salentini”. Lo aveva diffuso il profilo del suo prestigioso editore milanese, Adelphi. Lì per lì, ho pensato: sarà uno scherzo tra colleghi in casa editrice? Un furto di password? Un post di Lercio? Cliccando sul post potevo leggere che il 18 Giugno 2017 il grande autore francese sarebbe stato ospite dello Yacht Club di Santa Maria di Leuca dove, con un intervento sul tema dei confini, avrebbe concluso il numero zero di una nuova rassegna culturale curata da Gabriella Buontempo.

Su due piedi ho infilato il cellulare in tasca e ho chiesto a tutti se con permesso potessi allontanarmi per andare in bagno. Così ho fatto. E con la porta chiusa a chiave dall’interno ho chiamato in Salento per persuadermi che non si trattasse di uno scherzo. Mi ha risposto il direttore dello Yacht Club in persona:

-Sì, Yacht Club Leuca?

-Salve, vorrei sapere se per domani è confermato l’incontro con Emmanuel Carrère.

-Ma certo. Domani sarà presente qui alle 19.30.

-La ringrazio.

Frattanto, un amico poco interessato a questi temi si era abbarbicato dietro la porta del cesso per  origliare la chiamata:

«Chi era?» mi fa, appena esco, più ficcanaso di un bambino che chieda ai propri genitori chi era lo sconosciuto con il quale si erano appena congedati.

«Niente» –vagheggio io- «ho fatto una chiamata in Salento».

«E che volevano?» insiste lui.

«Al massimo che volevo», faccio io.

«Maronn, e che è? Sembra che ti sei bevuto un yogurt scaduto, stamattina. Why? Where? When?»

«Emmanuel Carrère. A lui è stata affidata la chiusura di un festival culturale che si è tenuto a Santa Maria di Leuca. Penso di andarci. E’ domani sera.»

«Santa Maria che?»

«Il tacco dello stivale»

«No, cioè, so benissimo dove si trovi Santa Maria di Leuca. Ma sono 260 km di macchina!»

«Vòlli, e volli sempre, e fortissimaménte vòlli, diceva quello…»

Il mio collega si porta la mano alla bocca cercando di non sganasciarsi dalle risate e mi fa:

«E tu vai fino a Santa Maria di Leuca per uno scrittore?»

Lo sapevo! A questo punto, per fargli –non dico capire- almeno intuire la portata dell’evento, gli rispondo che: lo stesso autore, a Marzo, è stato sia a Roma che a Milano; quand’è venuto, per ospitarlo, gli hanno prenotato rispettivamente la grande Sala Petrassi di LibriCome e il Teatro Franco Parenti di Milano; in quei giorni i giornali facevano a gara per chi doveva rivolgergli un’intervista. Così, il mio collega, incuriosito dal mio racconto fa per googlare il suo nome sul web e un attimo dopo, alacremente, aggiunge: «scusa, non è che voglia dire. Ma come ti spieghi che l’incontro in Salento di domani sia citato solo dall’Ansa? Se il mio oculista fa il suo lavoro, qui non vedo nessun giornale che ne parli…»

Non sapendo cosa rispondergli, effettivamente, mi limito a liquidarlo dicendo che mi aspettano nell’altra stanza. Appena sono fuori, faccio una piccola ricerca di tutti i b&b nella zona e prenoto il primo posto a disposizione. Mi reco a casa, tiro giù dalla mia libreria tutti suoi libri (ce li avevo tutti: da L’Avversario a Limonov, da La settimana bianca a Il Regno, da Vite che non sono la mia a La vita come un romanzo russo, a Io sono vivo, voi siete morti, a Baffi, fino a A Calais e all’ultimo Propizio è avere ove recarsi) e mi metto in macchina.

In meno di tre ore sono a Ruggiano (539 abitanti contati), dopo 262 km e nessuna sosta. Mentre guidavo pensavo a quella scena del film Una pura formalità di Giuseppe Tornatore in cui il regista fa dire a Depardieu, nei panni dello scrittore Onoff: “Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea!”

Per mia fortuna non era il caso di Carrère, il quale non aveva nessun foruncolo e non aveva pensato le sue opere stando seduto al cesso, né tanto meno aspettando una scarica di diarrea.

L’incontro è durato un paio d’ore. Carrère si è presentato puntuale, dentro una camicia bianca e un completo grigio molto eleganti. Ogni momento era accompagnato da una passione che a stento sapeva contenersi. Al tavolo era circondato dal filosofo Mario Carparelli, dallo scrittore Andrea Kerbaker e dalla splendida traduttrice dal francese, che talvolta risultava superflua dal momento che Carrère sapeva parlare molto bene in italiano.

All’inizio ha parlato della sua passione per gli scrittori di pura finzione come Alexandre Dumas e Jules Verne, due autori essenziali per la sua formazione di scrittore. Poi è passato a disquisire di uno dei suoi romanzi più famosi, l’ultimo da lui scritto prima di scegliere un strada diversa da quella della narrativa d’invenzione, ossia La settimana bianca (1995), dove secondo Kerbaker stava già germinando una certa fascinazione per il male. L’autore ha poi dichiarato «ho scritto questo romanzo in soli tre mesi. Quando ho cominciato a scriverlo avevo soltanto un’immagine nella mente: quella di un padre che cammina nella neve.» e ha aggiunto «certe storie –La settimana bianca e Baffi sono tra queste- assomigliano a delle pallottole di lana dalle quali uno tira il filo. Certe volte questo filo si spezza; altre volte, tirando, viene fuori tutta la pallottola di lana».

Da qui Kerbaker ha mosso la sua conversazione verso il romanzo che lo ha reso famoso in tutto il mondo, ossia L’avversario (2013). La storia vera di un sedicente medico il quale, dopo 18 anni di bugie, uccide la moglie, i figli e i genitori per paura di essere scoperto. «Prima di scrivere L’Avversario  avevo sotto gli occhi il capolavoro di Truman Capote, A sangue freddo. Questo passaggio alla non finzione è andato per me contemporaneamente con il fatto di usare la prima persona. Se scrivete per esempio Madame Bovary potete semplicemente scrivere “la signora Bovary pensa che”, perché si tratta di un personaggio di finzione e sapete esattamente cosa accade nella sua testa. Invece se parlate di un personaggio reale come Jean-Claude Romand (il protagonista de L’Avversario n.d.r.), vi imbattete inevitabilmente in un problema di morale letteraria. Non potete asserire “J.C.Romand pensa che” perché non potete mettervi al suo posto restando neutrali di fronte ai suoi deliri.»

Da quel momento ha preferito parlare solo di confini: confini della realtà «una definizione del reale è che non ha limiti, invece la nostra immaginazione ce li ha e sono quelli della nostra storia, del nostro determinismo»; confini della sua biografia (segnata dalle frontiere – avendo un nonno di origine russa al quale ha consacrato parzialmente il bellissimo La vita come un romanzo russo); confini della letteratura (si pensi soltanto al limite dell’intimità con la sua ex compagna varcato grazie al suo irriverente Facciamo un gioco).

Una conversazione, che mi rimarrà nel cuore, soprattutto perché al suo cospetto non ci fu cosa più gradita e semplice e precisa a un tempo solo, in una sola parola così perfetta da includere – senza forzature di ogni sòrta – persino dei brevi sprazzi di lievità stimolati apposta da Kerbaker per mettere in risalto le sue rughe così belle.

Perché il segreto di ogni grande artista che si rispetti, ne sono sempre più persuaso, risiede nella semplicità di cui è capace.

Uno pensa: il grande Emmanuel Carrère. E trascura quel suo passeggiare circospetto nei pressi del buffet col sorriso di chi scopre per la prima volta i prodotti gastronomici pugliesi. Trascura quel suo avvicinarsi al mio posto chiedendo: «di dove sei? Raccontami: che fai nella vita?». Trascura quel suo congedarsi dicendomi: «Già vai via? Non rimani per il gelato?». Ma è proprio in queste cose che risiede la potenza della sua scrittura.

Michele de Virgilio

 

Una bella pagina di editoria

con stefano

Ho incontrato l’editore Stefano Donno a Lecce presso la storica libreria Palmieri in occasione della presentazione del mio ultimo volume di versi. Stefano ( come potete vedere dalla foto in copertina) mi consegna alcuni titoli della casa editrice che dirige e di cui voglio parlarvi soprattutto perché le edizioni I Quaderni del Bardo rappresentano un modo originale e controcorrente di fare editoria.

I Quaderni del Bardo sono soprattutto nuovo modo di pubblicare e selezionare  la poesia. Nel cuore del Salento vive e opera questa piccola e elegante casa editrice nata due anni fa e si sta imponendo sul mercato editoriale con le sue scelte autoriali di qualità.

Con le sue copertine minimal e un catalogo ragionato e selettivo questa casa editrice osa azzardare una ricerca culturale non commerciale guardando con molta attenzione a nuovi talenti nel campo della narrativa, della poesia e della saggistica.

«La linea editoriale – assicura Stefano Donno che della casa editrice è il direttore- si propone obiettivi precisi che mirano a una ricerca attenta e mai banale nel campo della narrativa, della poesia e della saggistica.

Oltre al contenuto non viene mai trascurata la forma: il fiore all’occhiello delle nostre edizioni è la realizzazione di volumi con una grafica essenziale, quasi minimal.

Tra tradizione e innovazione culturale, I Quaderni dl Bardo si avvalgono di numerose collaborazioni con studiosi provenienti da diverse latitudini culturali-

La nostra ambizione è costruire un laboratorio di idee in cui si tenga conto di un sano e consapevole pluralismo. Noi siamo convinti che senza dialogo e reciprocità non possa nascere una cultura degna di questo nome»

La collana di poesia è il biglietto da visita de I Quaderni del Bardo. È meritevole l’attenzione che la casa editrice rivolge a poeti esordienti che soprattutto considerano la poesia una cosa seria e non un modo autoreferenziale per parlarsi addosso.

Teatro, poesia, saggistica e narrativa. Ecco gli interessi letterari di questa piccola realtà editoriale nata nel Salento ma che grazie al coraggio delle scelte autoriali e alla professionalità  sta calamitando l’interesse del mondo culturale( i Quaderni del Bardo poesia  vengono periodicamente recensiti da Poesia la prestigiosa rivista diretta da Nicola Crocetti).

Se vi ritenete scrittori non banali, vi consiglio di proporre il vostro libro a I Quaderni del Bardo, un bellissima realtà di editoria libera, indipendente e di qualità.

Nicola Vacca

http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it/

pagina facebook: https://www.facebook.com/Ilbardofoglidiculture/

 

Falcone, un grande uomo lasciato solo

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Quel maledetto 23 maggio 1992 non lo dimenticherò mai. Nello stesso momento in cui a Capaci veniva trucidato  Giovanni Falcone io, laureando in Giurisprudenza, stavo consegnando la mia tesi di laurea. Ero con il mio professore quando appresi dell’attentato.

La mia prima reazione fu quella di mollare tutto. Se avevo scelto  la facoltà di Legge lo dovevo soprattutto all’eroismo in vita del giudice antimafia  Giovanni Falcone, al suo alto senso dello Stato , l’uomo di diritto senza macchia e senza paura che  ha trascorso gli anni migliori della sua vita  a fare la guerra a Cosa Nostra.

Ha ragione Marcelle Padovani, quando scrive nell’introduzione al libro Cose di cosa nostra, che Giovanni Falcone non avrebbe dovuto diventare un eroe. Perché era convinto che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine  organizzato facendo a meno  di tanti sacrifici individuali.

Falcone era un vero servitore dello Stato e con grande coraggio  ha sacrificato la sua vita. Piuttosto che vestire i panni comodi del cosiddetto «professionista dell’antimafia», il giudice  ha scelto di combattere a viso aperto la mafia  siciliana e i suoi protettori che  si annidano nel mondo degli affari, della politica, delle istituzioni più delicate dello Stato.

Ma il «Nemico numero 1 della mafia» non arretra di un millimetro  davanti alle minacce  alle intimidazioni e continua per la sua strada e blindato nell’aula bunker del Palazzo di Giustizia, insieme al suo grande amico Paolo  Borsellino, sferra colpi mortali contro Cosa Nostra.

Dobbiamo dirlo, nella sua battaglia Giovanni Falcone è stato lasciato solo dallo Stato che serviva e in cui credeva.  Indignato ha scritto nel settembre  1991:«Non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile».

Falcone era convinto che sarebbe stato assassinato prima dentro il Palazzo. «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato  non è riuscito a proteggere».

Sono queste le ultime parole di Giovanni Falcone, uomo e magistrato  fuori del comune,  lasciato solo a combattere la sua battaglia.

Nicola Vacca

La lezione di Pupi Avati

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Pupi Avati è uno dei registi e sceneggiatori italiani più prolifici ed eclettici. Da Balsamus, l’uomo di Satana del 1968 a Il fulgore di Dony, film che dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2017, il cinema di Avati ha attraversato tutti i generi, toccando con acuta leggerezza e lucido disincanto i nervi scoperti del nostro tessuto sociale e le fragilità dei rapporti umani. Opere come Una gita scolastica (1983), Impiegati (1984), Regalo di Natale (1986), Storie di ragazzi e di ragazze (1989), Il cuore altrove (2003), per citare alcune delle migliori, hanno scandagliato gli interni della vita borghese, l’ipocrisia delle convenzioni e i precipizi della meschinità. Ex dirigente di una grande azienda di surgelati, Avati ha il merito di aver sempre intuito il lato freddo del cuore dell’uomo restituendoci un cinema caldo e, sul piano tecnico, di aver gestito, con perizia da antico maestro di bottega, la macchina filmica e attoriale, doti che sempre più di rado si riscontrano nelle nuove generazioni di cineasti italiani.

La spudoratezza del sogno

Martedì 25 Aprile, nell’ambito del Bari International Film Festival 2017, in un teatro Petruzzelli gremito, il regista bolognese è stato protagonista di un’intervista a cura del critico Enrico Magrelli. Non una canonica lezione di cinema, ma una lezione di vita ed una dimostrazione di freschezza mentale, ironia e intelligenza che ha lasciato il segno nei presenti, fin dall’esordio: «oggi vorrei parlarvi soprattutto di felicità». Sì, perché per Avati il desiderio di miglioramento, la voglia di sconfessare le perplessità sollevate dal mondo intero nei nostri confronti, è un impetus che mai deve venir meno: «io preparo ogni sera il mio discorso di ringraziamento per l’Oscar, tutto in inglese, breve e coinciso. A Hollywood rimarranno tutti sbalorditi». Ma tutto parte da Bologna, negli anni Cinquanta «la città dove c’erano le donne più brutte d’Italia. Però, in compenso, ne nascevano alcune, poche, davvero magnifiche. Ragazze così belle oggi non ce ne sono più». Avati dice di non essere stato mai né bello, né ricco, né simpatico, e di essersi sentito relegato, nelle feste, a ballare con la ragazza scartata da tutti, lui, molto attratto dalla bellezza femminile. La vera molla del suo interesse giovanile per la musica jazz, «la forma d’arte più innovativa del XX secolo», è in questo bisogno di riscatto che alimenta la «spudoratezza del sogno».

Lucio Dalla

Avati entra nell’Orchestra dell’Università (formata in gran parte da medici ginecologici!) e diventa il miglior clarinettista di Bologna. «Mi innamorai del clarinetto, me lo porto ancora adesso sul set anche se da trent’anni non lo suono più». Così, un giorno, «il capo dei ginecologi mi disse di andare in via Paolo Fabbri, dove c’erano dei ragazzi molto giovani, che suonavano tutti malissimo, in particolare il clarinettista, un certo Lucio». Lucio non sa nemmeno come tenere in mano il clarinetto però è un tipo sveglio, che accetta consigli e lezioni private dallo stesso Avati, e in poco tempo viene chiamato a suonare con l’Orchestra in tournée in giro per l’Europa, solo per riempire gli intermezzi. Questo Lucio è un «finto timido falso, falsissimo timido, buono, nei suoi limiti musicali estremi». Dopo un inizio pessimo, costellato da performance disastrose, a Francoforte Lucio «improvvisò un assolo che tutti, ginecologi compresi, restarono allibiti, e da quella sera inventò assoli sempre più belli». Qui, Avati intuisce che qualcosa sta cambiando. Nonostante i suoi sforzi, l’assiduità nello studio dello strumento, l’ascolto di dischi di grandi jazzisti americani, chi migliora costantemente è Lucio, non lui. «Dio era ingiusto, perché preferiva lui a me… La cosa più bella sarebbe stato che morisse sul palco, e invece no, godeva di ottima salute. Provai invidia, è solo la competizione che ti fa progredire». Così, Lucio, che di cognome fa Dalla, diventa il nuovo clarinettista della band. Non senza aver rischiato la vita. A Barcellona, in cima alla Sagrada Familia, che «è stata costruita perché ci portassi Lucio», Avati sente l’impulso di gettare il rivale dall’alto… È un episodio quasi leggendario, raccontato dal regista di Bologna con il suo classico black humor. «Lui si sporse dalla balaustra e a un certo punto sentì dietro di sé l’ansimo dell’assassino. Voltandosi vide i miei occhi iniettati di sangue. Se ne uscì con un: “ma sei scemo?”, lanciandosi poi per le scale, in salvo». Grazie a Lucio Dalla, a 23 anni, il futuro regista scopre di non avere il talento sufficiente per fare il musicista. Sotto le braci della rivalità covano una grande amicizia ed una futura collaborazione artistica, interrotte solo dall’improvvisa morte del cantautore nel 2012.

Cronaca di un amore

«Cosa volevo fare, a questo punto? Avevo forse capito che sarei diventato un normale borghese? Vita regolare, una famiglia come le altre, vacanze a Riccione? La prospettiva mi faceva orrore». Nel 1961 Avati conosce, quasi per caso, la futura moglie, all’epoca fidanzata con il conte Gianluigi Zucchini. La prima volta, la vede che è mano nella mano con lui, giovani e molto belli, insieme, sotto i portici di Bologna. Apparentemente una coppia inossidabile. Cicci Foresti, un comune amico, suggerisce a Pupi di partecipare ad una caccia al tesoro, a cui anche lei è stata invitata e, a fine serata, lo sollecita ad accompagnarla a casa. Avati è timidissimo, «in quel viaggio in macchina non mi veniva in mente nulla, e mi dicevo: “possibile che nessuno mi aiuti dall’alto?» Accostata l’auto vicino casa, lei sta per scendere e lui, con un gesto da attore consumato in quella che definisce la più bella sequenza della sua vita, le chiede, indicando l’orologio al polso:

«Cos’è questo?»

«Un orologio.»

«Che ore sono?»

«Mezzanotte meno cinque.»

«Di che giorno?»

«Del 18 febbraio. E allora?»

«Fra cinque minuti non sarà più il mio compleanno. E nessuno oggi mi ha fatto gli auguri, né mia madre, né i miei amici del bar Margherita.»

A quel punto, lei lo bacia. È la cronaca di un amore che dura da cinquanta anni, ma che comincia con una menzogna. Sì, perché… il compleanno del regista non è il 18 febbraio, è il 3 novembre! «Mi ha fatto scoprire la bellezza che c’è dentro le storie d’amore, lei sa tutto di me, mi conosce meglio di me, è il mio hard disk». Secondo Avati è molto importante stabilire dei rapporti di lunga durata, per radicare una memoria condivisa nell’animo di due esseri umani.

La circolarità della vita

«La vita ha una sua circolarità, è un’ellisse». Secondo Avati, man mano che ci si allontana dall’infanzia si cresce, ma ritornando progressivamente su se stessi. Anche se all’inizio non è chiaro, avviene un’inversione proustiana. All’improvviso arrivano i ricordi, prima sotto forma di «nostalgia della giovinezza», poi una vera e propria curvatura del tempo fa riaffiorare i temi e le storie che ci affascinarono da bambini. Il regista rivela di avere un doppio progetto, film e serie televisiva, motivati dalla gran voglia di rappresentare sullo schermo la figura del Male, così come ce lo si immaginava nell’Italia preindustriale. «Amavo il cinema fantastico e dell’impossibile, le storie contadine, la religiosità ingenua antecedente il Concilio. Sono stato educato ad avere paura, a riconoscere il sacro, a proteggermi dalla malvagità delle cose». Un fatto storico farà da sfondo al  plot narrativo, ovvero l’alluvione del Po del 1951, quando l’acqua del fiume inondò i cimiteri e sollevò le bare dalle loro fosse, per disperderle nei paesi là attorno. E un episodio, in particolare, resta inciso nell’immaginario di Avati: «Soltanto due bare non furono mai ritrovate. Contenevano le salme di due fratelli, uno dei quali sepolto nel “campo dei suicidi”, che non era “santo” perché chi si ammazzava per la Chiesa era maledetto. Una suggestione macabra, spaventevole, che ora voglio riprendere».

La triste parabola del cinema italiano

Secondo Pupi Avati il cinema italiano sta attraversando la sua crisi definitiva. I film d’autore latitano e si producono troppe pellicole dal sapore giovanilistico, che nessuno vede (una considerazione simile a quella di Dario Argento, intervistato due giorni dopo sempre nell’ambito della stessa rassegna). «Forse, per rivitalizzare la nostra produzione, è necessario tornare ai film di genere». D’altronde Pupi Avati è un autore che ha respirato l’aria del grande cinema anche per aver partecipato, come sceneggiatore, a film epocali, in primis il controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), ultima fatica di Pier Paolo Pasolini. Ma è sul rapporto con Vittorio De Sica, «un uomo di grandissimo fascino», che il regista bolognese si sofferma maggiormente. Con il maestro del neorealismo, ormai malato, Avati avrebbe dovuto lavorare ad un film su Rodolfo Valentino, poi realizzato da Ken Russell nel 1977, con Rudolf Nureyev come protagonista. Tra i due l’incontro si consuma in un dialogo ridotto all’osso dalle sfumature surreali, che vanifica i lunghi studi preliminari di Avati sulla biografia e sullo stile registico di De Sica:

«Ma lei di dov’è?»

«Di Bologna.»

«Allora va benissimo.»

(Silenzio)

«Maestro, come fa ad ottenere tanto dagli attori che interpretano i suoi film?»

(Lunga pausa)

«Amandoli… (Pausa) Ma lei è proprio sicuro di essere di Bologna?»

«Sì.»

(Incontro finito)

L’arte della recitazione

Pupi Avati è riuscito a far recitare, e con buoni risultati, anche non attori come Katia Ricciarelli. «Recitare è prima di tutto ASCOLTO, e lei sapeva ascoltare. Dal terzo giorno di riprese non le ho dovuto dire più nulla, perché imparava da sola guardando gli altri attori». I ricordi di Avati vanno al 1970, anno in cui gira un fanta-horror dal titolo Thomas e gli indemoniati, finanziato da un misterioso magnate per la somma di 110 milioni di lire. «Il mio film precedente, sostenuto economicamente da quella stessa persona, era stato un flop commerciale e perciò eravamo molto nervosi». Per la parte femminile di Zoe, Avati attende che da Milano arrivi una giovane attrice, accuratamente selezionata per la sua somiglianza a Grace Kelly. «Giravamo in una chiesa sconsacrata, a Ferrara. Ad un certo punto, mi avvisarono che l’attrice era arrivata. Ma, entrata dal portale, più si avvicinava a me più mi sembrava diversissima da chi mi aspettavo. Non era lei! Era bruna e mi ricordava Irene Papas…» Da Milano si presenta un’amica dell’attrice originariamente scelta da Pupi Avati per quella parte. «Mi adirai molto. Le dissi di andare via alzando il tono della voce. Era una situazione mai vista!» La giovane attrice sconosciuta si siede ad un bar, fuori dalla chiesa, attendendo la fine delle riprese fino a sera inoltrata. «Stava lì, al freddo, appoggiata ad un muro… Le andai incontro dicendole: “Tu hai fatto una cosa che non si fa, lo capisci?”» Ma l’umanità di Avati prende il sopravvento sul disappunto per il tentativo di scambio. «La guardavo e pensavo che era lontanissima da ciò che volevo. Tuttavia, mi impietosii… “Siccome sono un coglione, ti affido la parte. Presentati domani mattina al trucco. Vediamo come te la cavi”». Il giorno dopo, al primo ciak, Avati avverte subito qualcosa, un’energia strana, «come se quell’attrice portasse una verità dentro il mio cinema, una verità che non avevo mai sentito». La troupe si tacita e alla fine, evento inusuale, applaude. «Io la presi per mano, affascinato: “ma come ti chiami?” E  lei: “Mi chiamo Mariangela Melato”».

Federico Fellini

Avati deve a Fellini il fatto di essere diventato regista. Un punto di riferimento ineludibile, tanto da rivolgere un’esortazione al pubblico del Petruzzelli: «Voi dovete vedere solo due film, 8½ di Federico Fellini e Il posto delle fragole di Ingmar Bergman». Il giovane regista bolognese conosce il già affermato maestro riminese a Roma, in un bar tra via del Babuino e via Margutta. «All’epoca vestivo sempre con un cappottone di pelle. Sembravo una specie di nazista, un tipo strano in confronto a lui, che caratterialmente era piuttosto codardo… Lui stava al bar, io passavo di là e lo guardavo, lo pedinavo. Il terzo giorno ebbi il coraggio di attraversare la strada per presentarmi. Lui pensò che fossi là per aggredirlo! Non mi aveva riconosciuto. “Ma come, sono Pupi Avati!”; il Maestro allora mi salutò: “Pupone!”, abbracciandomi». Nasce tra di loro un rapporto di assoluta amicizia, che si trasforma in un progetto di collaborazione, un piccolo film segreto coprodotto dai due, però mai portato a termine. «Fellini era soffocato dalla macchina della produzione, voleva girare qualcosa senza che nessuno lo sapesse». Avati ha l’onore di vedere, in “copia privata”, gli ultimi due film di Fellini. «La voce della luna non è tanto bello. Comunque fui invitato in una saletta di via Margutta con una decina di altre persone, tra cui Sergio Zavoli e Giulietta Masina, per una prima visione tra pochi intimi». Durante la proiezione, per tre volte si sente suonare un citofono.

«Piace?»

«Si, piace.»

«Hanno riso?»

«Si, hanno riso tutti.»

Con l’immagine di un Federico Fellini impaziente di sapere, dalla sua Giulietta, se il film è gradito ai presenti, a loro volta intimoriti e quasi ipnotizzati dalla malìa prodotta dal genio, Avati chiude la sua lezione. È la prova del magnetismo esercitato dalle grandi menti: «Anche se avessero proiettato due ore di pellicola totalmente nera, avremmo detto che era un capolavoro».

Alessandro Vergari

Sono apparso a Carmelo Bene

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Non capita tutti i giorni di apparire a Carmelo Bene, e non pensavo che questa esperienza sarebbe capitata proprio a me.

Sinceramente non so dirvi se io sono apparso a lui, o se lui è apparso a me. L’unica cosa certa è che Carmelo è apparso alla Madonna.

Io: Carmelo, ma che ci fai qui?

CB: Sinceramente non lo so neanche io, ma sai sono sempre stato inquieto e perfino l’eternità mi sta stretta.

Io: Di questo ne sono certo. Immagino che avrai rotto i coglioni a tutti anche lì.

CB: Ma no, sai che io non ho coscienza. Sono fuori dalla coscienza. E poi già lo sapevo che l’eternità sarebbe stata di una noia mortale. Ma vedo che qui le cose sono peggiorate e sinceramente non è cambiato nulla.

Io: Sì, hai ragione. Ma tu avevi già bastonato e disprezzato gli usi e costumi di questa italietta da melodramma e la cattiva coscienza, intellettuale e culturale di questi italioti da operetta.

CB: Vero, ma non pensavo che avreste toccando il fondo così. Cazzo, sono stato davvero profetico.

Io: Sì Carmelo, hai avuto ragione su tutti i fronti soprattutto quando scrivevi che ogni autore dovrebbe essere considerato morto nel momento che è stato autore. Questo è il grave problema. La contemporaneità, la sopravvivenza dell’autore alla propria opera crea adito al giornalismo e all’equivoco. Qui ancora continuano a prendersi sul serio e non si accorgono di essere mediocri cadaveri putrefatti che si esibiscono come scimmie ammaestrate nel delirio del loro nulla insignificante.

CB: Questo mondo è una grande discarica e oggi come ieri non mi interessa il prossimo perché è condominiale e in questo condominio non trovo e non vedo più persone. Quindi che si fottesse questa umanità marcia e il suo intellettualismo dietro cui si nasconde perché gli manca il coraggio di imbracciare il mitra e cominciare a distruggere, partendo ovviamente da se stessa.

Io: Vedo che  continui a non parlare con chi ti rompe i coglioni con l’essere  e con l’esserci .

CB: Non posso farne a meno, l’imbecillità non ha limiti. Qui è nessuno ha le palle per depensarsi. Adesso me ne vado perché mi hai rotto i coglioni anche tu.

Io: Come vai già via. Non ti fermi nemmeno per le primarie del Pd

CB: Io sono Carmelo Bene e sono apparso alla Madonna  e non posso  che provare disprezzo per tutti i cretini che appaiono solo a se stessi.

Nicola Vacca