La morte necessaria

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L’esserci in un eterno presente ha posto i suoi tabù, ossia, la morte e il suicidio. Non solo di questi argomenti è vietato parlare, ma addirittura bisogna trattarli sempre con distacco, come se non appartenessero alla quotidianità.

La nuova religione, scaturita dalla tecnocrazia, prospetta all’individuo la vita fisica eterna. L’uomo può rimanere sempre giovane, può essere sempre sanato, può sottoporsi sempre a trattamenti ringiovanenti. Anche il sistema economico guarda alle aspettative di vita; più queste aumentano, più si inventano nuove categorie merceologiche o sistemi che diano una illusione di immortalità. Dell’anima non si cura più nessuno. La società contemporanea l’ha posta in un angolo, rendendola una cosa astratta. È diventata parte di una sterile discussione dai connotati religiosi, teologici o superstiziosi.

Sembra paradossale, eppure, considerare che la morte sia l’unica cosa certa della vita, equivale a pronunciare una bestemmia. Per la scienza e per la medicina, salvo incursioni avanguardistiche, lo sviluppo di una visione che unisca corpo e anima non è solo impensabile, ma addirittura è considerata un’eresia.

Il corpo è stato posto a mille miglia dall’anima; se fosse provata la sua non esistenza, da tempo sarebbero cadute molte barriere etiche.

Se poi parliamo del suicidio, l’argomento viene relegato alla statistica, ossia, al conteggio dei morti. Numeri che poi vengono usati dai sociologi, dagli economisti, dagli psicologi e dai medici, per stilare quelle pratiche di prevenzione in favore della salvaguardia della vita fisica.

Sia ben chiaro, né difendo né elogio il suicidio. Questa riflessione scaturisce dalla lettura de Il suicidio e l’anima di James Hillman, libro scritto all’inizio degli anni sessanta, in un periodo in cui il positivismo cieco, infruttuoso ed esaltatore delle potenzialità della tecnica e delle scienze, continuava a influenzare la medicina e la psicologia.

Bandita la morte, è normale che il suicidio, atto volontario, interpretato anche come ribellione verso la società e Dio, diventa un argomento tabù e da mettere a tacere. Per Hillman, il discorso verte su un aspetto: il suicidio va compreso e guardato non dal punto di vista della società e della salute mentale, ma dell’anima e della morte.

Per quanto riguarda la morte, Hillman parte da concetti già espressi nei secoli dalla teologia, dall’alchimia e dalla filosofia: accettando la morte si accetta di vivere, perché, nel mondo fisico, in ogni cosa viva sono già presenti i segni della morte.

Ma se la vita è un pellegrinaggio verso il tramonto, cos’è la morte?

Hillman si affida di nuovo a quanto espresso in passato: l’anima dialoga con la morte e le va incontro perché la interpreta come passaggio. In poche parole, per l’anima la morte non esiste. Essa è una porta che apre ad altro, mentre per il corpo è la fine, quindi, l’inizio della decomposizione. Se guardiamo il tutto da questo punto di vista, anche il suicidio entra in questo dialogo e può essere interpretato come una richiesta di rigenerazione sussurrata dall’anima. Ciò non vuol dire che il suicidio sia qualcosa di positivo, ma che sia innescato da una serie di condizioni che trovano luogo nella sterilità e nel degrado emotivo e psichico di un determinato ambiente. Pertanto, il suicidio non va solo prevenuto o guardato con orrore, ma bisogna comprendere perché l’anima lo ricerca. Non bisogna limitarsi alla diagnosi e alla cura della patologia, ma dar vita a un dialogo empatico.

Ripartire dall’anima, quindi, non darebbe vita a un’operazione antiscientifica, ma, al contrario, restituirebbe alla scienza connotati umani. Infatti, l’anima non è un elemento astratto o indefinibile, ma rappresenta energia e vita psichica, che hanno la meglio sulle leggi del tempo e dell’entropia, e leggere Hillman non fa mai male.

Martino Ciano

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La poesia tra impegno civile e bellezza

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Lampi di verità, edito da  I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, apre la collana Zeta curata dal poeta Nicola Vacca. Il filosofo Alessandro Vergari nella sua bella prefazione pone un interrogativo:

 “Cosa fa di un uomo un poeta? Difficile è rispondere all’interrogativo che pone il filosofo. Lo scopriremo lungo il percorso che Donato traccia nella sua raccolta, possiamo intanto dire che il poeta è testimone di cultura che lascia tracce scritte sui vetri rotti della civiltà in cui si succedono fatti, aspetti del pensiero. Donato dotato di antenne sensibili traduce in poesia, in Lampi di verità che attraversano “ … L’Utopia del corpo// L’Eresia delle parole”(Lampo III°).

L’autore coglie con dolore, i conflitti disumanizzanti di soggetti trasformati in oggetti, materia da eliminare, ci mostra due esempi di mattanza, volgare e vile, nelle uccisioni di Mattei e Pasolini

  “ …….. restammo attoniti//Di fronte alla volgarità del potere// Doppio e Omertoso, vile e oscuro ……..//….. voi eravate la preda// Sacrificale al festino dei sicari//… vittime delle iene del potere.//… (Lampo I°). Dopo la denuncia, lancia un urlo, un grido di bellezza facendo un appello forte alla verità,

Che cerca briciole di futuro e di memoria// Affinché la Storia//ridiventi vita//E la vita …….. poesia (Lampo II°).

Mobilita i contrasti in cui l’individuo, dentro una rete si dibatte. Da combattente di verità, Noi saremo//Lampi di verità//Per vivere oltre le sirene catodiche (Lampo III°).

Denuncia certi mezzi di comunicazione, la dipendenza delle penne a servizio dei pagamenti. Nei chiaro scuri della sua poesia d’avanguardia, trasforma la debolezza in forza, facendo appello alla verità, alla bellezza del verso, della parola che la torce come si torce l’eros in uno stato d’amore in cui la tensione vuol diventare gioia, godimento da opporre all’irrazionale violenza che la realtà impone, che deve andare,

Oltre il mercato delle stragi//Oltre i conflitti d’interessi//Oltre gli integralismi religiosi//Oltre i monopoli camuffati.

Qui si fa avanti la critica sferzante dell’avanguardia controcorrente alla cultura delle stragi, degli interessi, degli integralismi, della mortificazione, che riduce in fango la coscienza. “In Ballata del profilo Basso”, rivolge lo sguardo alla condizione di straniero, di un uomo che ha smarrito la Via, Allagato di indifferenza//Respiro piano per non disturbare//Che la felicità mentale fa male//….. leggo drammi”.

Attacca con i suoi versi la banalità del male, “In Binario 21” dove il bimbo da macellare ad Auschwitz dal finestrino vedeva alberi piangere, il poeta con guizzo naturalistico, attribuisce quell’anima mancante di empatia dolorante del carnefice alla natura, “… Solo qualche albero solitario// Che sembrava piangere anche di notte//Vedeva solo gli occhi disperati di sua madre//Corpi accalcati in cerca di un respiro// ”.

Donato mentre tiene la penna in mano, guardando dentro l’orizzonte dell’irrazionale, mentre guarda coscienze in frantumi, fa emergere dal dolore la sua irrequietezza, la unifica in scene unitarie la integra in Lampi di verità.

Nella seconda parte del libro in un testo “Creare Valore/Creare Valori, nominando Nelson Mandela, dice che, “ Un vincitore è un sognatore che non si arrende (che non si è arreso.) ”.

Con l’amico poeta Nicola Vacca, in uno sfogo estremamente umano, dice “ Infinito è lo sguardo del poeta sul futuro// Che apre le porte// Sullo squallore del presente ”.

Per Donato i lampi sono parole saettate che diversi poeti contemporanei hanno definito “POESISMI”, sono la sintesi elettrica che scompone e ricompone frammenti di vita in poesia. La prima volta incontrai i Lampi in una raccolta edita da Acquaviva, di Giuseppe d’Ambrosio Angelillo, dove sulla bella copertina viene rappresentato con il libro in mano e con fare alchemico legge e lancia i suoi  “Lampi di Leggerezza”.

Aprendo a caso il libro dei lampi, trovo: “Alla diaspora del presente // Si deve reagire con la creazione// di bellezza e verità”.

Affronta la dimensione della menzogna offrendo una proposta umanistica come via d’uscita alla diaspora del deserto. Con autorevolezza dice si deve, non si dovrebbe, per sottolineare la gravità del fenomeno. Gli aforismi sotto il nome di “MIRAGGI” sono stati tradotti da Anna Shoenstein in lingua araba, che è come dire, due grandi fiumi di cultura s’incontrano sotto gli stessi segni per irrigare deserti. Una poesia che si confronta con la storia le contraddizioni sociali, gli aspetti fallimentari che tradiscono l’umano.

Proietta sulla carta d’inchiostro dolorante, macchie come Rorschach, in cui si trovano, rumori,  voci,  colori, armonia, temperatura di un Se personale che vuole incontrare l’altro da Se, che vuole uscire dalla clandestinità di un inconscio – prigione. Parlando con Ceronetti dice:  “Saprai riconoscerlo (il mondo) nel nulla che incombe//E traverserai la notte// Come una spada di luce”.

Crea un luogo nella sua poesia in cui si producono tagli dell’anima in catena, dove si da l’opportunità di svelare i misteri che mettono in moto la creatività, unico canale di vita che l’uomo ha. Ogni poesia è un sogno scritto la mattina dopo aver lasciato un letto disfatto dal tumulto dell’anima che si contorce la notte. Come pittura figurativa ogni mattina, espone pezzi di realtà interiore dove il soggettivo inconscio della notte diventa oggettivazione diurna, un sentire controcorrente. L’urlo strozzato prende forma di parole in cui l’artista sollecita, come succede nella fotografia, nella pittura, nella scultura, l’aspetto dell’anima che con dolore creativo, congiunge i frammenti dell’eros, prima contorti, dove i tratti sono semi di bellezza che si distendono su zolle di terra.

Su questo terreno Donato ara e col suo aratro, crea un’incontro partecipato fra osservatore e osservato. Propone un percorso interiore come succede in una galleria d’arte dove i semi dell’artisticità di chi guarda compiono l’incontro della scoperta con l’opera d’arte che Donato nomina verità e bellezza. Scrive all’amico poeta Ulisse Casartelli, in “ L’ultima Poesia che chiude il libro Lampi di verità “ costruendo un’immagine metafisica dell’essere: “Amo lasciare traccia del silenzio// La scrittura in fondo non è// Che una preghiera d’inchiostro”, …. Non si scrive per essere amati o ricordati//Si scrive per ricordare silenzi// Tra un mondo orrendo//E i nostri argini di solitudine//, qui emerge la missione di uomo solo in cui il poeta – eremita, senza paura sfida la vita.

Le poesie di Donato sono sogni scritti, quadri esposti in una galleria, allora ci troviamo di fronte a ciò che Gombrich ha chiamato “scoperta visiva dell’arte”. L’affermazione dello storico dell’arte coincide ampiamente col percorso creAttivo di Donato che ricordiamo è anche un Critico d’Arte e che è stato definito dall’Artista Sergio Dangelo “Poeta dell’Arte”, come del resto ha dimostrato nel suo precedente lavoro poetico  Ut pictura poesis ( Dot.com Edizioni, Milano 2016).

Donato propone, senza toni apocalittici, una poesia che chiamerei del “qui ed ora”, dove nel caos delle emozioni, tramite associazioni, si crea quella combustione a cielo aperto squisitamente umana che può produrre lampi di verità che squarciano il buio dell’anima in tumulto.

Crea una Gestalt, una configurazione dentro la mente, una suggestione con  le parole, dunque anche percezione, direi, una forma visiva come succede con la fotografia e nell’arte figurativa dove l’intero è più della somma delle parti e l’individuo risponde al tutto.

La poesia come immagine riflette le regole universali innate della visione in cui Donato costruisce e propone nuovi mondi visivi di bellezza. Entra in modo speciale in quello spazio di elusione della verità, in quell’area limite tra conscio e inconscio dove la coscienza si ottunde, dove la menzogna cinica si sostituisce alla verità, dove l’oggetto altera il soggetto. Non trovo tracce di Narciso che dopo essere fuggito dalle braccia aperte di Eco che lo vuole stringere al suo petto per dare amore, muore di dolore davanti all’immagine del suo volto specchiato sull’acqua della fonte, che non riesce mai ad afferrare. In questo mito Donato vede il destino dell’uomo attuale, allora il poeta come Prometeo ruba il fuoco agli dei per darlo all’umanità lanciando lampi di verità. Ecco cosa può fare un poeta.

Giuseppe Battaglia

 iquadernidelbardoed@libero.it

https://www.ibs.it/lampi-di-verita-libro-donato-di-poce/

Anna Foa: il ritorno a casa di Primo Levi

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Anna Foa, una delle maggiori studiose di cultura ebraica in Italia, già docente di Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma, il 12 novembre scorso è stata ospite, in qualità di relatrice, del ciclo Lezioni di Storia, organizzato a Bari per il secondo anno consecutivo dalla casa editrice Laterza. Argomento dell’incontro: Il ritorno. Primo Levi da Auschwitz a Torino. La lezione ha setacciato le opere di un intellettuale tra i più rilevanti del nostro dopoguerra. Dalla prima testimonianza, dedicata al tema del viaggio verso casa, La tregua, fino alla pubblicazione di un testo più maturo, Se non ora, quando?, senza dimenticare le sfumature, intime e sensibili, rintracciabili in alcune famose missive inviate ad amici e conoscenti. Quella che segue è un’esposizione ragionata e fedele, almeno nelle intenzioni, degli argomenti trattati da Anna Foa.

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa entrano nel campo di sterminio di Auschwitz e scoprono un orrore che, fino a quel momento, molti presagiscono. I cancelli vengono aperti, ma il ritorno a casa comporta tappe e lunghe soste in luoghi sconosciuti e lontani. La guerra è in corso, l’Europa è devastata e, più il conflitto si avvicina alla conclusione, più le vaste pianure orientali del continente si riempiono di torme di sbandati, esseri umani via via liberati dal giogo nazista, ridotti allo stato larvale dopo la durissima prigionia o i lavori forzati.

Il viaggio di Primo Levi verso Torino, sua città natale, è un gioioso tormento: il sapore della libertà si mischia con il sentimento di vergogna per essere sopravvissuto all’Olocausto. Un groviglio di sensazioni contrastanti accomuna gli ex deportati. Migliaia di persone sono convogliate dalle truppe di occupazione su treni diretti chissà dove. Vi è un contrasto stridente tra le immagini fotografiche che mostrano la soddisfazione sui volti dei liberatori e l’angoscia testimoniata dai sopravvissuti, soli davanti a un futuro incerto. È lecito essere felici in simili condizioni?

Un senso di provvisorietà esistenziale prossimo allo spirito picaresco caratterizza La tregua, opera del 1963, il cui primo titolo era Vento alto. “In quei giorni e in quei luoghi, poco dopo il passaggio del fronte, un vento alto spirava sulla faccia della terra: il mondo intorno a noi sembrava ritornato al Caos primigenio, e brulicava di esseri umani scaleni, difettivi, abnormi; e ciascuno di essi si agitava, in moti ciechi o deliberati, in ricerca affannosa della propria sede, della propria sfera, come poeticamente si narra delle particelle dei quattro elementi nelle cosmogonie degli antichi”.

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Tregua tra chi o tra cosa? Il romanzo di Primo Levi, ha sottolineato la professoressa, è ambiguo al riguardo. Una tregua nella storia d’Europa? Prima delle divisioni ideologiche tra Est e Ovest? Nella vita degli ex internati, tra un prima e un dopo?  La sospensione è un nulla vertiginoso che affligge gli animi. Lo scrittore dipinge un mondo ridiventato selvaggio, in cui tutto sembra possibile, nel bene e nel male. Già si profila un nuovo conflitto tra capitalismo e comunismo, quando ancora milioni di profughi, sotto la denominazione giuridica di displaced persons, vagano senza meta apparente, in una dimensione di sogno, come se l’unica autentica realtà sia rimasta là dentro, abbarbicata ai reticolati e nascosta tra le baracche dei campi.

Il viaggio di ritorno di Primo Levi inizia a fine febbraio per concludersi il 19 ottobre del 1945 con l’approdo a Torino. La prima fermata è Katowice, Polonia, dove i sopravvissuti sono smistati in un campo di transito sottratto ai nazisti e riadattato a nuova funzione. Qui, i disgraziati possono trovare un primo ristoro e ritornare a svolgere lavori utili alla vita in comune, oppure imparare nuove lingue e mestieri. Nel mese di giugno, Primo Levi scrive una lettera ad un’amica, Bianca Guidetti Serra, frequentata negli anni milanesi: “Sono vestito come uno straccione, arriverò forse a casa senza scarpe, ma in cambio ho imparato il tedesco, un po’ di russo e di polacco, e inoltre a cavarmela in molte circostanze, a non perdere coraggio e a resistere alle sofferenze morali e corporali. Porto di nuovo la barba per economia di barbiere; so fare la zuppa di cavoli e di rape, e cucinare le patate in moltissimi modi, tutti senza condimenti. So montare, accendere e pulire stufe. Ho fatto un numero incredibile di mestieri: l’aiuto muratore, lo sterratore, lo spazzino, il facchino, il beccamorti, l’interprete, il ciclista, il sarto, il ladro, l’infermiere, il ricettatore, lo spaccapietre: perfino il chimico!” Perfino il chimico. Ironicamente, lo scrittore segnala la possibilità di svolgere la sua vera professione. Il clima tra i forzati viaggiatori, però, è ancora una volta segnato da una gioia frammista a profonda angoscia. Nessuno ha la sicurezza di ritrovare, nel paese di origine, una casa ancora in piedi. Nell’immediato dopoguerra in Polonia avvengono progrom per mano della popolazione locale, sempre contro gli ebrei: sono civili che hanno approfittato delle espropriazioni naziste per impossessarsi delle abitazioni dei deportati.

Dopo Katowice, il percorso del treno è tutto fuorché “razionale”. Dalla Polonia, il convoglio si muove verso oriente, destinazione Odessa, e poi, a causa di una interruzione sulla linea, sterza per andare a Nord, nell’odierna Bielorussia. Il viaggio è preda della confusione, di errori e di casualità, sbandamenti tipici di un mondo in disgregazione, senza punti di riferimento. “Italiani-rumeni e italiani-italiani, tutti sugli stessi carri merci, tutti col cuore stretto, tutti in balia della indecifrabile burocrazia sovietica, oscura e gigantesca potenza, non malevola verso di noi, ma sospettosa, negligente, insipiente, contraddittoria, e negli effetti cieca come una forza della natura”. A Starye Doroghi, la località più settentrionale toccata da Primo Levi nel suo peregrinare, subentra nell’autore una specie di stanchezza. I lunghi mesi estivi lo rendono indolente. Il confronto con i suoi compagni di sventura, sfrontati, molto abili nell’incantare le contadine locali per avere un uovo in più da mangiare, mette in risalto la sua pasta di intellettuale innocente, i suoi modi impacciati e le  difficoltà incontrate nelle negoziazioni con la cruda realtà. Eppure, né il resoconto di viaggio né le lettere indulgono in pensieri nostalgici. Solo a settembre inoltrato viene concesso di ripartire.

Venti anni dopo, nel 1982, Primo Levi pubblica un altro romanzo-testimonianza, centrato sulle medesime vicende, dal titolo Se non ora, quando? Emerge una differenza: La tregua è un’opera che scava nel vissuto interiore dei sopravvissuti, mentre la successiva fatica letteraria riserva maggiore attenzione allo spazio esterno, all’ambiente circostante, alle questioni politiche generali. Nel 1963, anno di “disgelo” nei rapporti tra il blocco occidentale e l’Urss, prevale un’immagine positiva delle truppe sovietiche, liberatrici di Auschwitz, protagoniste dell’edificazione di un mondo nuovo. Negli anni Ottanta, invece, sono ormai ampiamente diffuse le informazioni sui massacri staliniani e sulle atrocità perpetrate nei gulag. Parallelamente, Primo Levi modifica il proprio giudizio sulle responsabilità dell’esercito russo durante l’esodo. In Se non ora, quando? l’Armata Rossa appare nella sua concreta natura di braccio militare di una superpotenza dispotica, esercito di occupazione più che di liberazione, subordinato ai precisi comandi ideologicamente orientati di Mosca e infiltrato da livore antisemita.

La professoressa Foa ha posto l’accento su una questione storica, relativa all’attivismo ebraico durante la guerra di Liberazione. La Resistenza italiana fu favorita dall’eterogeneità delle provenienze sociali, politiche e religiose (la celebre “brigata ebraica” apparteneva all’esercito britannico). All’estero, invece, agivano formazioni antinaziste di esclusiva composizione ebraica,  soprattutto in Polonia. I sovietici riservavano loro un trattamento ostile. Gli ebrei, che pure avevano combattuto contro i nazisti, venivano spesso rinchiusi in ulteriori campi, in attesa di definire, nei loro confronti, strategie di contenimento politico. Primo Levi ne La tregua omette questa verità.

Degna di nota ne La tregua è, però, un’impressione dell’autore sul movimento sionista. Dopo Monaco (metà ottobre), i vagoni del treno aumentano di una unità, da sessanta a sessantuno. “In coda al treno viaggiava con noi verso l’Italia un vagone nuovo, stipato di giovani ebrei, ragazzi e ragazze, provenienti da tutti i paesi dell’Europa orientale. Nessuno di loro dimostrava più di vent’anni, ma erano gente estremamente sicura e risoluta: erano giovani sionisti, andavano in Israele, passando dove potevano e aprendosi la strada come potevano. Una nave li attendeva a Bari; il vagone l’avevano acquistato, e per agganciarlo al nostro treno, era stata la cosa più semplice al mondo, non avevano chiesto il permesso a nessuno; l’avevano agganciato e basta. Me ne stupii, ma risero del mio stupore: – Forse che Hitler non è morto? – mi disse loro capo, dall’intenso sguardo di falco. Si sentivano immensamente liberi e forti, padroni del mondo e del loro destino”. I giovani sionisti, qui brevemente ritratti, rivendicano a se stessi il ruolo separato di combattenti anziché la comune condizione di profughi.

La diffidenza degli ebrei antifascisti italiani negli anni del Regime, come ricordato dalla professoressa Foa, è un dato storico: a causa del rigorismo settario che li spingeva verso un volontario e superbo isolamento, i sionisti erano sospettati di alimentare l’antisemitismo nella società. Primo Levi rifiutò sempre il sionismo. L’intellettuale torinese si sentì sempre un italiano di minoranza, anteponendo la militanza intellettuale e politica di sinistra all’appartenenza religiosa.

La tregua termina con il ritorno a casa. Primo Levi si reinserisce nella vita di tutti i giorni, ma la tranquillità ritrovata è un cristallo fragile. Il ricordo dell’orrore affiora a cadenze regolari: un sogno contenuto in un altro sogno, pieno di spavento, lo perseguita. “Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde; in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me”. La dimensione onirica tracima nella realtà quotidiana, fino a colonizzarla, come un parassita invincibile. “Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager”. Una parola, pronunciata in un’oscura lingua straniera, intima al prigioniero di alzarsi. Il campo è sempre là, presenza invisibile. Il destino di Primo Levi è noto: 11 aprile 1987, una caduta da una rampa di scale, una morte forse voluta. Cosa resta? Restano i libri che sfuggono al buco nero della Storia, impertinenti, scomodi, duri, a dispetto di ogni tentativo di rimozione.

Alessandro Vergari

 

Un viaggio nel passato e nel presente

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Martedì 10 ottobre Eva Cantarella ha presentato alla libreria Laterza di Bari il suo nuovo libro “Come uccidere il padre: Genitori e figli da Roma ai giorni nostri”(Feltrinelli). Stefania Santelia , professoressa all’Università di Bari Aldo Moro, ha introdotto l’incontro con la nota studiosa.

Eva Cantarella ha trattato nel suo libro “L’ambiguo malanno” la condizione femminile in Grecia, e si interroga sui problemi del passato, invece in “Non sei più mio padre. Il conflitto tra i genitori e i figli nel mondo antico”  la studiosa si chiede se esista una relazione tra crisi della famiglia e della modernità.

Il rapporto fra padri e figli fa parte del rapporto fra giovani ed adulti, ed il comportamento che si aveva a Roma era diverso in confronto all’ideale di saggezza dei vecchi rispetto all’impeto dei giovani, e di questo parla Cicerone nel De senectute ( Sulla vecchiaia).

La famiglia romana era allargata e molto particolare,  inoltre era diversa dalla nostra per la potestas, e nel libro della Cantarella si parla anche delle conseguenze della patria potestas. Questo libro è dotto, la scrittura è accattivante, perché cattura anche i lettori non specialisti, e questa è un’operazione non frequente ma necessaria. Il rapporto tra i padri e le figlie si basava invece sul senso di colpa, per cui le figlie erano punite qualora mancassero ai loro doveri, ma le donne potevano essere punite anche quando erano esenti da colpe, come nel caso di Virginia, uccisa dal padre affinché non fosse disonorata da Appio Claudio: a Roma, quindi, le donne non appartenevano a sé stesse.- Dopo Stefania Santelia, è intervenuta proprio l’autrice del libro, Eva Cantarella: I sessantenni non erano alla fine della loro vita, ma quest’età costituiva il termine delle loro funzioni da cittadini. Per la vecchiaia nell’antichità c’era rispetto ma si provava anche vergogna: la quantità dei parricidi era molto alta, segno di un rapporto teso fra padri e figli e questi ultimi non avevano capacità giuridica in materia di diritto privato. Infatti si diventava “sui iuris” solo quando non si aveva un ascendente maschio in vita. Tuttavia il diritto romano prevedeva che il padre desse al figlio una somma di denaro, detta “peculium”, mentre il matrimonio era inizialmente un atto costitutivo, poi consensuale, in cui la convivenza era accompagnata dall’ “affectio maritalis” (cioè la volontà di marito e moglie di vivere come tali) e senza essa il matrimonio cessava di esistere; inoltre il padre può interrompere il matrimonio sino al II secolo d.C.

Le fonti letterarie presentano la famiglia come luogo di affetto, ma occorre leggere anche le fonti giuridiche. Il romano benestante doveva dedicarsi all’ “otium” e quindi assegnava il “peculium” o al figlio o ad uno schiavo e poteva vendere i figli attraverso la “mancipio”, ma essi non diventavano schiavi.

Sempre il padre poteva mettere a morte il figlio senza intervento esterno se quest’ultimo avesse tradito la civitas. Per quanto riguarda l’amore esso non va visto secondo la retorica per cui questo sentimento abbia sempre lo stesso significato nel corso del tempo: una teoria aristotelica, ripresa dai Romani, parlava di amore fra “diseguali”, ed essa non è in contrasto con l’esercizio dell’autorità del padre verso i figli.

Eva Cantarella, poi, si è soffermata su temi, per noi, cronologicamente più vicini, ovvero il femminismo, che lei ha definito l’unica grande rivoluzione culturale,  e l’omicidio dei genitori da parte dei figli: Fino a qualche tempo fa esistevano il reato di adulterio ed il delitto d’onore. La condizione di uguaglianza fra uomo e donna fu un tema già affrontato nell’Illuminismo, ma dopo la caduta di Robespierre la volontà di trattare sullo stesso piano l’uomo e la donna venne meno.

Le ragioni degli omicidi familiari ai giorni nostri, invece, sono di natura economica:  però non è vero che i crimini in famiglia sono della modernità, ma erano presenti anche nel passato.  Tornando a parlare della condizione femminile a Roma, bisogna aggiungere che le donne a nella Città Eterna si emancipano già a partire dal periodo augusteo, e che gli strumenti più importanti per l’emancipazione delle donne romane, sono l’indipendenza economica e lo studio, a differenza delle donne greche. Le donne erano sepolte vive, come le Vestali, e la loro morte non poteva essere mai cruenta e simboleggiava il ritorno alla madreterra.

Leonardo Donvito

Frammenti dall’ultimo tramonto

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La terra ha preso il sole, anche oggi. Lo ha nascosto dietro un velo di rocce.

Ecco le montagne, guardiane del mare agitato del Golfo di Policastro. E poi il rosso, e poi il turchino, e poi il blu scuro, e poi il buio. Davanti a me la sera di un mercoledì di settembre; una sera bella, come se fosse l’ultima che il mondo vedrà; così profonda da inghiottire il respiro.

Questa è l’ora in cui la vita fa paura. La sera denuda, frusta, destabilizza. I passi si fanno lenti e angoscianti. Si diventa sentinelle, ci si guarda le spalle. La sera ci rende senza pietà. La luna ci salva, è il cerino che vorremmo tenere tra le mani. La luna ci osserva, è lo sguardo materno che ci fa sentire coccolati.

Eppure, da sola non basta.

Non basta a me, che ascolto la smarrita voce della sera. Non so che lingua parli, ma in essa si mischiano i ruggiti del mare, i latrati dei cani, i guati dei pneumatici che corrono sull’asfalto, il lamento degli alberi scossi dal vento. E in questo vociare, in cui ogni idioma diventa un gorgoglio, pronuncio l’unica parola che redime dal rumore: silenzio. Ma nulla tace, nulla si placa; anzi, resiste e si rafforza, diventa una voce dura… cemento.

Ho freddo. Ma questo riguarda solo me che ora tremo e sono l’ultimo frammento di quel tramonto consumatosi mezz’ora fa. Riflesso di sole, che mi ha lasciato un po’ di umanità; calore di raggi, che non hanno permesso la mia trasfigurazione notturna.

Vero uomo e vero dio?

Generato o creato?

Quale sostanza ci pervade quando veniamo risucchiati dalla notte?

Cosa ci fa temere e poi amare la notte?

Non so quale timore abbia ispirato queste parole. Mi sono lasciato catturare dal tramonto; così ho atteso che il sole sparisse dietro i monti che rendono nervoso il golfo. Poi, ho aspettato che il cielo diventasse nero, che anche l’ultimo bagliore si spegnesse. Ho ascoltato con calma il suono monotono delle campane. Ho contato i rintocchi fino a quando mi è stato possibile… mi ha punto il vento e non ho più avuto bisogno del tempo.

Stanco, eppur sorridente, ho iniziato a camminare.

Sono giunto a casa con la testa sgombra dai pensieri.

Il tramonto è l’ora crudele in cui tutti fanno i conti con un giorno che non potrà ripetersi. Nonostante il mondo giri sempre per lo stesso verso, non c’è azione o gesto che ritorni di nuovo a noi. A mani vuote ci accingiamo ad attraversare la notte, in cerca di qualcosa che sazi la nostra fame di possesso.

 Martino Ciano

(In copertina: Un tramonto dalle terrazze del Cilento ph. di Giovanna Barone)

Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

Lettera aperta al sindaco di Camaiore

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Caro Sindaco,

le scrivo non come intellettuale, nemmeno come poeta e critico letterario e neanche come vincitore della XXVIII edizione del Premio Letterario Camaiore. Ma come amante appassionato della poesia. Lei ha il privilegio di essere il primo cittadino di Camaiore, che grazie al Premio fondato da Francesco Belluomini è diventata la  Città internazionale della poesia. Non stiamo qui a ricordare  la storia prestigiosa di questo  premio che ha portato in Versilia  il meglio della poesia nazionale e internazionale. In questi trenta anni, grazie alla determinazione e alla tenacia passionale di Francesco, Camaiore viene citata sempre come la ridente cittadina  che ha dato ospitalità alla poesia.

In questi anni Francesco Belluomini ha lavorato con tutte le sue forze e la sua cultura immensa per fare di questo Premio un evento la cui eco è arrivata oltre i confini nazionali,sempre nel nome e per conto della poesia.

Adesso che Francesco non c’è più, a tutti noi , ma anche alla città che lei amministra, ha lasciato in eredità questo grande Premio, tra i più importanti che si svolgono in Italia e che ha il pregio di coinvolgere  gli amanti della poesia.

Camaiore deve molto a Francesco e il suo prestigioso Premio Letterario dedicato alla poesia deve avere il suo nome. Lui ci ha insegnato che  la poesia  fa parte del nostro esistere come il pane che spezziamo ogni giorno per nutrire il corpo.
Francesco Belluomini  in questi trenta anni ha portato la poesia in alto e nel cuore di ognuno di noi. Il suo premio è diventato il premio di tutti, come di tutti è la poesia di cui non possiamo fare a meno.

Sinceramente non capisco perché ci sono resistenze nel intitolare il Premio Letterario Camaiore al suo fondatore. A me, ma non è soltanto la mia opinione, sembra un atto doveroso.

A pochi giorni dalla  serata che chiuderà  la XXIX edizione, nonostante i ripetuti appelli, su questa iniziativa da parte delle istituzioni non è stata spesa nemmeno una parola.

Sinceramente non comprendo il suo silenzio sulla faccenda. Il premio letterario internazionale Viareggio venne intitolato al suo fondatore quando egli venne a mancare. Infatti oggi si chiama Premio internazionale letterario Viareggio Rèpaci.

Premio letterario Camaiore Francesco Belluomini.  Non ci sono altre strade. Lo dobbiamo tutti a Francesco, soprattutto la città di  Camaiore, di cui lei è il primo cittadino. Sono convinto che lei  ha  a cuore le sorti e il prestigio di questo grande Premio e inoltre ritiene che la memoria di Francesco Belluomini, uomo libero, grande poeta e suo concittadino illustre, debba essere onorata.

Quindi sciolga la sua riserva e faccia sentire la sua voce, insieme a noi che amiamo la poesia: Premio Letterario Camaiore Francesco Belluomini è la sola cosa giusta da fare.

Nicola Vacca

Cioran: l’avvento del Creatore malvagio

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Il cristianesimo è una religione totalitaria, a differenza del paganesimo che nel mondo antico rappresentava una religione liberale (n’est supportable qu’une religion – ou une idéologie – superficielle). Così tuona Emil Cioran nella sua opera Il funesto demiurgo, opera annoverata fra i testi più scabrosi del Novecento. Sotto il «regime di molti dèi» – spiega il pensatore romeno – il fervore viene diviso mentre quando è rivolto a un solo dio il sentimento religioso si esaspera, stravolgendosi in aggressività. La libertà è diritto alla differenza, la pluralità postula lo sbriciolamento dell’assoluto in un pulviscolo di verità locali e provvisorie. Nelle democrazie liberali, ad esempio, vi è un politeismo soggiacente, al contrario dei regimi autoritari che nascondono un monoteismo camuffato. Non appena una divinità (o una dottrina) pretende la supremazia, la libertà è minacciata. I cristiani furono coloro che portarono all’esasperazione la cosiddetta dialettica oppressori-oppressi, vendicando con maggiore accanimento di ogni altro prima i propri martiri. Ogni tipo di monoteismo contiene in «germe ogni forma di tirannia», il dio unico «rende irrespirabile la vita».

Uno dei pochi che intuì il pericolo dell’avvento del cristianesimo, scrive Cioran, fu l’imperatore Giuliano. L’Apostata che aveva letto Omero e Platone, comprese che sarebbe stato impossibile contrapporre alla sapienza antica i Vangeli. Giuliano era consapevole di dover fare i conti con «dei fanatici», contro i quali non avrebbe potuto far nulla. Egli sapeva che era troppo tardi per fermare l’espansione del cristianesimo e per questo andò a morire contro i Parti. I filosofi greci attaccando gli dèi e distruggendoli, credevano di aver contribuito in modo capitale alla liberazione degli uomini. Essi ignoravano che una nuova «servitù più opprimente di quella vecchia» fosse ormai imminente. Se la filosofia non è la responsabile diretta dell’avvento del nuovo Dio, ad essa è comunque imputabile la colpa di aver ignorato che «nella Storia quasi sempre il male a cui ci si oppone è rimpiazzato da un male maggiore». «Il monoteismo giudaico-cristiano è lo stalinismo dell’Antichità». Il «concetto» nacque e fece crollare il monte Olimpo, pensare significò mettere termine ad ogni tipo di venerazione, almeno fino a quando la ragione fu «confiscata dai Padri della Chiesa». Paolo di Tarso – «le plus considérable agent électoral de tous les temps» – è stato colui che ha reso il cristianesimo una religione peggiore, introducendovi: intolleranza, brutalità e provincialismo. Le sue considerazioni sulla verginità, sull’astinenza e sul matrimonio hanno alimentato pregiudizi plurisecolari, paralizzando gli istinti umani. Paolo fu colui che annunciò la novella peggiore di tutte; ancora una volta l’eco nietzscheano risuona fra le righe di Cioran:

Invano i Celso, i Porfirio, i Giuliano l’Apostata si ostinano ad arrestare l’invasione di quel nebuloso sublime che trabocca dalle catacombe: gli apostoli hanno lasciato le loro stigmate nelle anime e moltiplicato le devastazioni nelle città. L’èra della grande Laidezza incomincia: un’isteria senza qualità si estende sul mondo. […] Un epilettico [San Paolo] che trionfa su cinque secoli di filosofia! La Ragione confiscata dai Padri della Chiesa! E se cerco la data più mortificante per l’orgoglio dello spirito, se scorro l’inventario delle intolleranze, non trovo niente di paragonabile a quell’anno 529 in cui, per ordine di Giustiniano, fu chiusa la Scuola di Atene. Soppresso ufficialmente il diritto alla decadenza, credere diventa un obbligo… È il momento più doloroso nella Storia del Dubbio.

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Dio – se questa parola può avere il minimo senso – è l’unico essere in grado di capire e di ascoltare i nostri dolori, è una necessità per i deboli di spirito. Tant’è vero, scrive Cioran, che se egli avesse la fede vivrebbe «avec la peur constante de la perdre». Il cristianesimo nasce dal Ressentiment, le religioni – in particolare la fede cristiana e quella buddhista – non sono «che vendetta e invidia da parte dei sofferenti». Secondo il pensatore romeno, Dio è per gli uomini nient’altro che un «tappabuchi» (utilizzando un’espressione di Bonhoeffer). Cioran ricorda un aneddoto utile a comprendere questa sua posizione: un giorno mentre si trovava seduto ad un tavolo di discussione con al centro del dibattito la teologia, molti intellettuali espressero diverse posizioni. La cameriera, una contadina analfabeta, intervenne dicendo di credere in Dio soltanto quando soffriva di qualche malanno. Cioran dopo qualche anno scriverà che l’intervento di quella cameriera era stato l’unico che valesse ancora la pena di ricordare.

Quella di Dio è una favola che si nutre di lacrime, dato che le sconfitte sono all’ordine del giorno Egli gode ancora di una certa popolarità, grazie al delirio della preghiera e al sacrilegio dell’imprecazione. Se per assurdo scomparisse l’idea di sofferenza, nell’istante successivo si disgregherebbero tutti culti religiosi ancora esistenti. Sono state le malattie, scrive Cioran, ad avvicinare il cielo e la terra, due mondi che altrimenti si sarebbero ignorati reciprocamente: «La leucemia è il giardino in cui fiorisce Dio». Il credente ha bisogno di Dio per scaricare su di esso le proprie miserie e Dio, viceversa, ha bisogno delle miserie dell’uomo per poter “sussistere” ancora. Dunque, il cristianesimo è una crisi di lacrime di cui resta soltanto un sapore amaro:

Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l’avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po’ di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell’insolubile, fuori dall’incubo della promessa. Il suo merito è, in verità, impareggiabile: ci dispensa anche dai rimpianti, poiché ha preso su di sé l’iniziativa dei nostri insuccessi.

Vincenzo Fiore

 

Vincenzo Fiore (Solofra, 1993) si è laureato e specializzato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno, prima con Franco Ferrari e successivamente con Francesco Tomatis. Ha esordito a vent’anni con il romanzo “Io non mi vendo” (Mephite). Ha pubblicato nel 2014 il racconto “Esilio metafisico” prima su “Il Mattino” e successivamente nella raccolta “Cairano. Relazioni felicitanti” (Mephite). Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Nessun titolo” (Nulla die). Nel 2017 ha pubblicato lo studio “Platone totalitario” (Historica). Fa parte del gruppo di ricerca “Progetto Cioran” sotto la direzione del Prof. Rotiroti (Università Orientale di Napoli) e del Prof. Ciprian Vălcan (Università Tibiscus di Timisoara, Romania). Giornalista presso “Il Quotidiano del sud”, collaboratore esterno presso diversi quotidiani e riviste.

 

(in copertina: Cioran visto da Angela Varani)

Letteratura e altri mondi

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Jan Kott è stato un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense, nacque a Varsavia  nel 1914 e si spense a Santa Monica, in California, nel 2001. In vita, in seguito ad una prima fase di zelante adesione, fu un forte oppositore del regime comunista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale iniziò a lavorare per  Kuźnica, ma nel 1949 le autorità socialiste assunsero il controllo totale della rivista. Kott andò a insegnare a Wrocław, concentrandosi sul teatro e abbandonando la vita politica. Nel 1951 pubblica “O teatr godny naszej epoki” (Il valore del teatro nella nostra epoca ). Secondo la storica Teresa Wilniewczyc lo zelo verso il controllo culturale del governo dell’epoca “era molto più di quello richiesto”. Comincia però a cambiare idea con la fine dello Stalinismo e nel 57 abbandona il partito. Il suo primo successo mondiale fu il saggio pubblicato nel 1956 “Szice o Szekspire” (1961; tradotto in Italia come  “Shakespeare nostro contemporaneo”). Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università, tra cui Yale e Berkley. Scrisse più di 30 libri sul teatro, oltre che ad un innumerevole quantità di articoli apparsi su prestigiose riviste come The New Republic e The New York Review of Books.

 

 Shakespeare nostro contemporaneo

Si tratta di un’ acuta lettura di Shakespeare ispirata ai principi e alle idee del teatro dell’assurdo. Da profano lettore di periferia qual sono insisto con il dire che ci sono libri che vanno letti e libri che non vanno letti. Quest’opera, ovviamente, appartiene alla prima categoria. Un must. Kot rilegge qui il teatro shakesperiano interpretandolo in chiave filosofica ed esistenzialista, applicando anche il filtro delle sue esperienze personali. Questo accento autobiografico diventa il suo segno di riconoscimento. Riesce a influenzare anche Hollywood, attraverso questo suo testo, tanto che pellicole come il Re Lear di Peter Brooks e il Macbet di Polanski, usciti entrambi nel 1971, sono influenzati dall’incubo della storia proposto da Kott in questo testo.

Ma è possibile accostarsi a Shakespeare come lo si fa ad un autore contemporaneo senza falsare quei valori storici, dai quali tuttavia non può prescindere la lettura di un testo poetico? Non solo è possibile, ma sempre secondo Kott, questo è l’unico modo che ci permette di comprendere davvero l’opera del grande drammaturgo elisabettiano. L’originalità dell’interpretazione passa attraverso questa intuizione di fondo: l’uomo, stritolato nell’ingranaggio della storia, ritrova la propria dimensione umana, la dimensione dell’intelligenza, interrogandosi sul senso della vita e del proprio destino.

“…lasciano che si muoia di fame,mentre i loro granai sono pieni, fanno editti sull’usura, che proteggono gli usurai:aboliscono ogni giorno le leggi salutari stabilite contro i ricchi: e ogni giorno mettono fuori aspri decreti per incatenare e tenere schiavo il popolo. Se le guerre non ci divorano, penseranno loro a farlo…”

Coriolano, Shakespeare

Shakespeare nostro contemporaneo

Autore Kott Jan, Traduttore Petrelli V., Editore Feltrinelli

Divorare gli Dei

Tra i volumi scritti nel paese d’adozione, il più significativo resta sicuramente “The eating of Gods”,  pubblicato negli Usa nel 1970 e tradotto nel nostro paese solo nel 1977. Possiamo dire che si tratta di un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.  Il saggista nato a Varsavia in questa sua opera ci spiega l’attualità di questi testi classici immortali, sviscerandoli, esaminandoli attraverso filtri provenienti da altri discipline umanistiche, ricorrendo all’utilizzo di chiavi sociologiche, psicologiche, antropologiche e religiose. In queste pagine si trova tutta la storia del teatro: da Prometeo a Beckett, passando da le Baccanti a Sofocle. Nulla risulta essere più attuale della tragedia, sembra suggerirci l’autore mentre scompone e ricompone meticolosamente la tragedia classica, unendo la religiosità del sacro alla finzione del teatro in una mediazione tra umano e divino perfettamente riuscita.

“La società greca è stata sopraffatta da una folle corsa sguinzagliata dalla follia della storia” ma il suo influsso è ancora enorme e attuale, non lo pensereste mai ma anche un area di studi moderna come il Marketing applica e conosce le regole degli antichi drammi ellenici.

Ma trovate tutto qui dentro e non vi resta che Divorare gli dei per capire meglio i tempi che viviamo.

Per farvi venire l’acquolina in bocca e la voglia di leggere questo libro, qui di seguito vi riporto il suo indice:

-L’asse verticale o le ambiguità di Prometeo

-Aiace tre volte ingannato o l’eroismo dell’assurdo

-Alcesti velata

-“Dov’è adesso quel famoso Eracle?”

-Divorare dio, o Le baccanti

-Appendici

-Medea a Pescara

-Oreste, Elettra, Amleto

-Luciano in Cimbelino

 

Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca

Autore: Kott Jan

Traduttore: Capriolo E.

Editore: Mondadori Bruno

 

Fabio Izzo

Un laboratorio sul racconto breve

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Pensavo che fare un laboratorio supplementare di scrittura sul racconto breve in un liceo fosse come chiedere a dei muratori, di ritorno la sera dal cantiere, perché non fate un po’ di movimento che vi fa bene alla linea? E quindi trovarmi di fronte a studentesse e studenti con espressioni del tipo: ma sta scherzando? Il tizio vuol parlare di libri e farci anche scrivere un racconto con cui partecipare a un concorso letterario tra diversi licei per il Premio Comisso? Qualcuno gli dica che siamo a maggio e praticamente sfiniti!

E invece nell’aula del liceo Marconi a Conegliano (TV) ho trovato curiosità e attenzione fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, dell’ultima storia utile. E ho imparato un bel po’ di cose dai quei 24 studenti.

1 Liceo Marconi Conegliano TV

Quello che mi sono permesso di dire il primo giorno, per tranquillizzare me e loro, è che tutti quelli che scrivono, e  a tutti i livelli, hanno frequentato almeno tre scuole di scrittura: la prima è la scuola dell’obbligo, quella che dà la base comune ed essenziale (gratuita e obbligatoria) per impostare una qualsiasi attività di scrittura o lettura; la seconda scuola è la vita, la dimensione spazio-temporale in cui ci accade di vivere, incontrare persone, fare lavori, amare, odiare, andare a spasso; fare alcune esperienze personali o collettive che rimangono come un pungolo nell’animo; la terza scuola di scrittura sono i libri che abbiamo letto, amato e ci hanno dato parole, visoni, coscienza e dai quali siamo tornati ogni volta che ne avevamo bisogno e il mondo sembrava inospitale, incomprensibile, nemmeno tanto meritevole di essere attraversato.

Siccome ero al liceo e questi studenti avevano già un’ottima grammatica e un buon senso della frase, e così a occhio, anche le loro vite avevano spessore (perché secondo me, a sedici anni, sai già un bel po’ di cose, magari poi le dimentichi per il resto della vita, ma a quell’età le sai); come da manuale abbiamo lavorato sulla descrizione, il punto di vista, i personaggi, abbiamo letto, fatto esercizio di scrittura e commentato tra noi i primi testi prodotti.

Siamo andati al sodo analizzando alcuni racconti brevi. L’invito è stato grossomodo questo: andiamo a casa di alcuni scrittori, vediamo come arredano le pagine dei loro libri, osserviamo con attenzione le suppellettili, sentiamo che profumo c’è, cerchiamo di notare se manca qualcosa e perché. Per arrivare alla domanda più grande nell’epoca dell’obsolescenza supersonica: mi piace ancora oggi il loro scrivere?

Quindi abbiamo dormito una notte con il soldato ferito e i bachi da seta di Ernest Hemingway (Insonnia); abbiamo fatto la guardia agli alberi di cachi di Italo Calvino (Alba sui rami nudi); siamo stati nel fango delle Langhe con Beppe Fenoglio (Pioggia e la sposa); abbiamo visto l’umiltà e la profondità di Mario Rigoni Stern scrittore e maestro di vita (Quando scopersi Hemingway); quindi siamo stati ragazzini pistoleri con John Fante (La grande fame), e abbiamo visto crollare, per colpa nostra, un grande edificio con Dino Buzzati (Il crollo della Baliverna); poi abbiamo ragionato sulla brevità del testo e sulle idee folgoranti di Fredrick Brown (La sentinella); abbiamo visto Pasolini con gli occhi di  Goffredo Parise nei suoi Sillabari (Antipatia). Abbiamo anche spizzicato tra le Pagine di Luigi Meneghello (Libera nos a malo) e di Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve), senza dimenticare il buon vecchio Emilio Salgari (Il Corsaro Nero).

Abbiamo anche ragionato insieme come valutare un racconto, perché la giuria che premierà i racconti del concorso sarà formata dagli stessi studenti partecipanti al concorso e i vincitori saranno parte della Grande Giuria dell’edizione 2018 del Premio Comisso.

Questo bel progetto ha coinvolto, oltre al liceo Marconi di Conegliano, il liceo Giorgione di Castelfranco Veneto e il liceo Canova di Treviso; è stato pensato dall’Associazione Amici del Premio Comisso che ha voluto l’iniziativa nelle scuole trevigiane. Gli altri scrittori coinvolti, e con cui ho condiviso l’avventura, erano: Isabella Panfido (giornalista, poetessa e traduttrice) e Alessandro Cinquegrani (scrittore e docente di letteratura comparata a Ca’ Foscari Venezia che è stato l’ideatore del progetto).

Due cose importanti, che non scorderò per un bel po’ ti tempo, le ho incontrate 35 anni dopo aver lasciato i banchi di scuola: si tratta della fiducia e della giovinezza.

La fiducia è quel clima che si è instaurato in classe tra di noi e soprattutto tra gli studenti (i partecipanti al laboratorio venivano da classi e indirizzi diversi); e non era una generica fiducia nelle proprie capacità, oppure sul fatto di diventare “scrittori”, ma era una disposizione a far conoscere i propri sentimenti, le inquietudini, i pensieri leggendo i propri testi ad alta voce. E poi con loro ho rivisto la giovinezza, che accade sempre una sola volta nella vita e, quando la rivedi, ti lascia stupefatto. Era tra i banchi, nelle voci, che dall’aula con le finestre aperte, usciva verso gli alberi del viale. Era la stessa giovinezza che ben conosceva Giovanni Comisso (già cent’anni fa) e che trasuda dai suoi “Giorni di guerra”, il libro che è stato al centro dell’iniziativa per i licei trevigiani.

Antonio G. Bortoluzzi

ANTONIO G. BORTOLUZZI è nato in provincia di Belluno nel 1965 dove tutt’ora vive con la famiglia. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) terzo classificato alla tredicesima edizione del premio letterario del CAI Leggimontagna e finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il premio Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Il suo esordio risale al 2010 con il romanzo per racconti Cronache dalla valle (Ed. Biblioteca dell’Immagine). Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino nelle edizioni 2008 e 2010 è membro accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

https://www.antoniogbortoluzzi.it/

Link Premio Comisso in cui viene spiegata l’attività

http://www.premiocomisso.it/scrivere-e-un-gioco-da-ragazzi-il-progetto-per-i-licei/