Bartleby lo scrivano: storia di una nobile resistenza

melville

Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street si può annoverare a buon diritto tra i grandi capolavori della letteratura nordamericana del diciannovesimo secolo. Pubblicato due anni dopo Moby Dick, con una prima uscita in due parti sulla rivista Putnam’s Magazine ed un successo non certamente immediato, il racconto di Melville è precursore dell’esistenzialismo, della letteratura dell’assurdo ed è anticipatore di tematiche che ritroviamo nelle opere di Franz Kafka e Albert Camus. Il racconto si distingue subito per l’inconsueta ambientazione rispetto alle altre opere di Melville. Le distese oceaniche e i paesaggi esotici qui vengono rimpiazzati da palazzi, muri tutti uguali che coprono la vista di  Wall Street, una strada che nel suo stesso nome rappresenta già una sorta di chiusura d’orizzonte.

Molti sono gli autori suggestionati dal protagonista del racconto di Melville, a cominciare da Italo Calvino, che proprio a lui avrebbe voluto dedicare l’ultima lezione americana, purtroppo mai compiuta a causa della morte improvvisa dello scrittore. Camus e gli esistenzialisti francesi hanno riconosciuto in Bartleby un anticipatore della loro filosofia. Alcuni hanno analizzato il personaggio di Melville su un piano teologico, individuando nello scrivano addirittura una figura messianica. Ma una interessante lettura di Bartleby la offre proprio lo stesso Melville in una lettera dell’aprile 1951: Perché tutti gli uomini che dicono sì mentono, e tutti gli uomini che dicono no – perbacco, essi sono nella felice condizione di quei viaggiatori giudiziosi e senza sovraccarichi in Europa: essi attraversano le frontiere dell’Eternità, senza nulla tranne un sacco in spalla – cioè l’Ego. Laddove i signorotti del sì, costoro viaggiano con mucchi di bagagli, e vanno a dannarsi! Non passeranno mai dal posto di dogana.

La voce narrante, il titolare di uno studio legale piuttosto influente e autorevole ma dal carattere caritatevole e comprensivo, sopporta con pazienza i capricci dei suoi sottoposti, soprannominati Tacchino, Zenzero e Pince-nez e in un secondo momento assumerà perfino un quarto collaboratore, proprio il nostro Bartleby: Fu scrivano, il più stravagante di quanti abbia mai veduto, o di cui abbia avuto notizia. Laddove, di altri scrivani, potrei scrivere l’intera vita, nulla del genere è possibile nel caso di Bartleby. L’ultimo arrivato nello studio dell’eminente avvocato è un copista piuttosto taciturno ed introverso che dietro un paravento verde lavora sodo, sgranocchia biscotti allo zenzero e trascorre il suo poco tempo libero osservando il muro di mattoni rossi su cui affaccia l’unica finestra dello studio. L’avvocato si convince che la mitezza di Bartleby non potrà che giovare all’efficienza e all’immagine del suo ufficio. Ma ben presto egli sarà costretto a cambiare idea. Un giorno, infatti, improvvisamente Bartleby si rifiuta di svolgere il suo lavoro. Di fronte alle insistenti richieste del suo principale, già abituato alle sue stranezze, Bartleby risponde con quella che è diventata una delle frasi più celebri e più citate della letteratura americana: I would (prefer) not to: preferirei di no. Il protagonista del racconto semplicemente decide di negarsi. L’inspiegabile comportamento di Bartleby turba il lettore, che da questo momento in poi non potrà fare a meno di porsi alcune domande: Da dove viene questo misterioso personaggio? Che vita fa? Perché non è possibile salvarlo? Perché non vuole essere salvato? Risoluto, ma sempre educato e composto, il protagonista del racconto di Melville è l’artefice di una resistenza passiva che inizialmente sembra una sorta di capriccio. Nonostante il suo datore di lavoro si dimostri tollerante, rifiutandosi di licenziarlo spinto dal nobile desiderio di comprenderlo, il suo dipendente diventerà una presenza piuttosto scomoda nel suo studio. L’avvocato sembra paralizzato davanti a quest’uomo cupo e silenzioso che occupa il suo posto di lavoro rifiutandosi di fare il suo dovere e limitandosi a contemplare il muro oltre la finestra dell’ufficio. Alla follia di Bartleby si contrappone il buon senso del suo datore di lavoro, il quale rappresenta quella “normalità” borghese con la quale il protagonista rifiuta ogni compromesso. Ad ogni richiesta che gli viene rivolta, Bartleby si limita a pronunciare il solito ritornello: Preferirei di no. Finché l’avvocato decide che se Bartleby non dovesse andarsene, sarà lui stesso a  trasferirsi all’altro lato di Wall Street. E così farà. Ma Bartleby, nonostante l’ufficio presso cui lavorava si sia trasferito, rimane accampato sul pianerottolo del suo vecchio studio e lì resta per intere settimane, fino a quando, su segnalazione dell’amministratore del condominio, viene condotto in carcere. Qui si lascia morire di fame, e il suo ex datore di lavoro, venuto a fargli visita, lo trova esanime, disteso tra le quattro mura del cortile. Dopo la triste morte del suo ex dipendente, l’avvocato riceve un’importante informazione sulla vita che conduceva Barteby prima di iniziare a lavorare per lui: La notizia è questa: Bartleby sarebbe stato un impiegato subalterno in un ufficio di lettere smarrite, a Washington. […] Lettere smarrite, lettere morte!. Così il senso di morte, di vita incompiuta, di speranze infrante nelle lettere che non sono mai state recapitate e che forse avrebbero potuto dare un senso alla vita di chi doveva riceverle, si impadronisce di Bartleby, che a sua volta non riesce più a trovare un senso alla propria esistenza, vivendo così in balìa della più profonda apatia. Ma nell’apatia dello scrivano non c’è solo una cupa rassegnazione di fronte all’insensatezza della vita. Nella condotta di Bartleby c’è soprattutto una silenziosa e dignitosa ribellione a certe logiche sociali che egli si rifiuta di accettare.

Qualche anno fa lo scrittore Daniel Pennac ha portato il racconto di Melville a Teatro, dedicando a Bartleby uno “spettacolo-lettura”. Con queste parole l’autore francese ha presentato la sua trasposizione teatrale del racconto di Melville al pubblico del Teatro Argentina di Roma nel 2010: Non ricordo nemmeno più quando ho letto Bartleby di Melville per la prima volta. I miei più vecchi amici affermano che gliene parlo da sempre. Bartleby e il suo datore di lavoro mi appassionano. Il primo per il suo rifiuto di giocare il gioco degli uomini, il secondo per l’inutile accanimento a voler comprendere questo rifiuto, l’uno e l’altro attraverso lo sconcertante e bizzarro confronto di due solitudini. Se domandassimo a Bartleby il perché di questa lettura pubblica, risponderebbe impavido: ‘Ma non ne vedete voi stessi la ragione?’ Ed è esattamente ciò che si riproponeva Melville: vedere attraverso sé stesso, e cioè attraverso il nostro io più profondo, dove giace questa risata che accompagna, qualsiasi cosa noi facciamo, i nostri sforzi più lodevoli.  Pennac ha inserito Bartleby anche nel libro che ha dedicato al fratello Bernard, scomparso prematuramente poco tempo fa. Nel suo romanzo l’autore francese evidenzia le connessioni tra la vita e il carattere di suo fratello e quelli di Bartleby: Il loro legame ha a che fare con il desiderio. Bernard, come Bartleby, rifiutava i desideri stupidi. Bernard non dava spiegazioni del suo modo essenziale di vivere(…). Viviamo in una società in cui nulla si spiega e tutto si commenta. Mio fratello non commentava, non chiacchierava, ma era un uomo divertente, ci facevamo grandi risate insieme. Proprio il rifiuto dei desideri vacui del suo tempo: l’ambizione, la brama di ricchezza materiale, rappresenta uno degli aspetti più interessanti e attuali del personaggio di Melville. In effetti, tra le numerosissime interpretazioni che sono state date al suo racconto, alcune leggono l’atteggiamento di Bartleby come una ribellione contro il pragmatismo utilitaristico e contro l’affannoso attivismo in voga a Wall Street. In una società come quella in cui viviamo, una società ossessionata dall’arrivismo, dall’avidità, dal desiderio incondizionato di sviluppo e crescita senza limite, il comportamento di Bartleby ci sembra inconcepibile e ci lascia spiazzati. In lui non c’è alcuna aspirazione alla grandezza, solo un dignitoso e nobile atteggiamento di rinuncia e di resistenza contro la filosofia dei vincenti a tutti i costi e degli arrivisti senza scrupoli. Bartleby, emblema della divina povertà, porta su di sé il fardello delle smodate ansie di vittoria e di progresso della sua epoca, un’epoca che sotto questo aspetto somiglia tanto alla nostra.

Daniele Muscò

Un pensiero su “Bartleby lo scrivano: storia di una nobile resistenza

  1. Leggo sempre con piacere i vostri articoli e non so perché Bartleby ha qualcosa che lo accomuna a Oblomov un altro personaggio che ho sempre apprezzato che dite? C’è qualcosa che li rende vicini o sono solo io che livedo andare a braccetto

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...