La linea d’ombra tra ordine e caos

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Un passero impiccato, uno stecco appeso a una cordicella, una rana, una teiera, un muro sbreccato, tappi, frecce, mani, spilli, chiodi, labbra che si sovrappongono ad altre labbra, ossessioni. Di cosa parla Cosmo (Kosmos), romanzo del 1965 dello scrittore polacco Witold Gombrowicz? Difficile dirlo. Perché Cosmo, riproposto dalla casa editrice il Saggiatore a cura di Francesco M. Cataluccio e tradotto da Vera Verdiani, parla di tutto e di niente. Il lettore si accorge di camminare nel perimetro di un incubo filosofico. Ciò che è in gioco nel romanzo è la realtà. Una realtà presto squadernata nei suoi labirintici dettagli, sgocciolante nello stillicidio dei piccoli gesti quotidiani, reiterati, rinnovati, associati in isole di senso. Le associazioni e le analogie disegnano un mondo attraversato da una logica. O forse no. Nemmeno i protagonisti ne sono sicuri, mai… Il mondo è tutto ciò che accade, ma tutto ciò che accade, per essere mondo, ha bisogno di uno sguardo. Ma se lo sguardo fosse quello di un assassino? Di un perverso? Una soggettività malata può fondare la realtà? L’oggettività esiste o è un’illusione? In Cosmo accadono fatti terribili. Terribili perché reali. Ne risulta un “giallo metafisico”, per riprendere la definizione che ne ha dato, di recente, il critico Goffredo Fofi.

In una giornata caldissima, nel folto di una radura, Witold e Fuks, due giovani uomini in fuga da Varsavia, il primo dalla famiglia, il secondo dal suo capoufficio, si imbattono in un passero impiccato ad un albero. Chi può aver commesso una barbarie simile?  «Il passero penzolava. La terra era spoglia, a parte qualche tratto invaso da un’erba corta e rada, costellata da un vasto assortimento di cose varie, un pezzo di lamiera contorta, uno stecco, un altro stecco, un cartone strappato, uno stecchino e poi uno scarabeo, una formica e poi un’altra formica, un verme ignoto, un ciocco di legno e così via fino agli sterpi ai piedi dei cespugli…» Dettagli, atomi di realtà messi a fuoco, decontestualizzati, slegati da ogni riferimento. In Cosmo è tutto un pullulare di elementi ab-soluti, sciolti, svincolati e poi, nella nudità che li evidenzia, portati su un altro livello, cosmico appunto, dall’irrefrenabile istinto della mente, nel vano sogno di conquistare al tutto una coerenza.

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Witold e Fuks cercano una pensione. Ne trovano una. Sulla veranda li accoglie Katasia, giovane donna dal labbro sfregiato. Un particolare che diventa un tassello del vasto mosaico chiamato mondo, da riempire con altri tasselli fino a trovare incastri, coincidenze, regole... Nella casa vivono Leon, ex direttore di banca, la rubiconda moglie, Pallina o Palluccia o Piccipalli  o Máncia (Leon è un virtuoso dei giochi di parole, meglio ancora, delle storpiature di parole), la bella figlia Lena, sposata con Ludwig. Witold si invaghisce di Lena, della sua femminilità candida e sporca allo stesso tempo, delle «labbra katesche dietro la boccuccia di Lena». Witold incrocia Lena con Katasia, la bocca bella della prima con quella devastata (da un incidente) della seconda. Da chi è attratto Witold? Dall’una o dall’altra? E cosa sono i segni sui muri nelle stanze, righe e macchie che solo un occhio esperto può cogliere? Nella camera di Witold e Fuks c’è una freccia che punta al giardino. Chi l’ha tracciata? Ma è davvero una freccia? A cosa punta? I due cominciano a indagare. E quando, in fondo al giardino, trovano una nicchia con uno stecco appeso (come il passero!), ecco che il segno diventa indizio. Perché lo stecco punta alla casupola dove vive Katasia. E nella casupola ecco spuntare una lima, un pennino, un ago, un chiodo ficcato troppo in basso nel muro.

In Cosmo Witold è l’io narrante in prima persona. Con Witold ci addentriamo nella dimensione del performativo, nella dinamica dei gesti spinti fino ai limiti della comprensione, nella costruzione stessa della realtà. Dopo aver perlustrato l’abitazione di Katasia, all’improvviso i due sentono dei colpi fortissimi… è Pallina che batte con il martello contro gli alberi. Per quale motivo? Poi altri colpi, al piano di sopra, dalla camera di Lena. Witold si precipita lungo le scale, ma Lena non apre. Silenzio. Torna in giardino. Scala un albero. La finestra di Lena è accesa. Lena e il marito, Ludwig, sono alle prese con una teiera. In piena notte? Perché? C’è forse un messaggio nascosto dietro la teiera? È un simbolo erotico? Una perversione? Witold scende dall’albero e incrocia il gatto della figlia di Leon, appisolato sulla veranda. Senza alcun motivo, lo strangola e lo appende ad un gancio sul muro. Appeso come il passero, come lo stecco! Il mosaico cosmico si arricchisce di nuovi incastri. Emerge, appunto, una logica, forse assurda, forse no. Witold, ora, vi partecipa.

Come evidenzia Francesco Cataluccio nella postfazione, due sono le tematiche principali di Cosmo, strettamente congiunte: la messa in forma del mondo e le deviazioni erotiche. Per Gombrowicz non vi è uomo che non cerchi di lottare contro il caos stabilendo un ordine, per quanto provvisorio. La vita, nel suo insieme, appare un enigma poliziesco disseminato di trabocchetti e false piste. Nonostante i fraintendimenti, il soggetto si pone sempre in posizione agonistica rispetto all’oggetto, sfidandolo per coglierne il senso riposto. La visione dell’uomo è creativa e disperata, continuamente esposta a successi istantanei e successivi vacillamenti. Paradossalmente, più leviamo gli elementi empirici dal loro isolamento, più rischiamo di chiuderci nella bolla del delirio solipsistico. Esiste una Forma perfetta? Quali garanzie abbiamo di non essere pazzi, di non essere dominati dall’ordinarietà del reale o, viceversa, dall’insensatezza delle associazioni mentali? Dove passa la linea d’ombra? Secondo Gombrowicz solo l’Arte può sancire il compromesso tra la luce e le tenebre, tra il precipizio e la vetta. L’Artista gioca con la realtà senza avanzare alcuna presunzione ontologica, destrutturando la realtà e attribuendole una forma nel segno dell’inesauribile libertà umana. Essere liberi significa quindi saper bilanciare le pretese soggettive con quelle oggettive, allentando l’imperativo dell’Ordine assoluto.

Gli oggetti e i dettagli, in Cosmo, sono sovraccaricati di un’energia morbosa che deborda e li sommerge. «La mano di Lena. Come sempre sulla tovaglia, accanto al piatto e vicinissima alla forchetta, alla luce illuminante della lampada – la vedevo come poco prima avevo visto il passero, giaceva lì, sul tavolo, come lui laggiù pendeva dal ramo… lei qui, lui lì […] Ehi, ehi! La mano prende la forchetta – no, non la prende – accosta le dita, copre la forchetta con le dita… La mia mano, accanto alla mia forchetta, si avvicina, la prende – no, non la prende – ma piuttosto la copre con le dita. Assaporavo in silenzio l’estasi di quell’intesa, per quanto falsa, per quanto unilaterale, da me concertata». Le singole parti del corpo sembrano vivere di vita propria, stabilire intese, incroci, legami, accoppiamenti, con altre parti di altri corpi, per uscire dall’isolamento.

Cosmo è un pullulare di atomi vaganti, il simile col simile, «piglia chi ti somiglia» è un intercalare diffuso nel romanzo, un’epifania delle deviazioni sessuali, come la parolina magica berg. Cos’è il berg? Non vi è chiarezza a riguardo. Uno scherzo linguistico di Leon, fine a se stesso? O, piuttosto, una freccia puntata verso la perversione segreta del capofamiglia (tendenze masturbatorie o addirittura pratiche incestuose)? Scrive Francesco Cataluccio che, per Leon, “il berg è una fuga dalla realtà”, un segnale di smarrimento e di rimozione. Così risponde Leon a Witold, che lo ha appena smascherato: «Ah, ah, ah, già, ha ragione, doppio e triplo bergamento col berg con lo specificale sistema zittemburg  e discretumberg a ogni ora del giorno e della notte, di preferenza al desco prandal-familiare, sbembergasela di soppiatto sotto gli occhi di mogliucciam e figliucciam! Berg! Berg! Ha un occhio, lei, caro signore…» L’invenzione di termini linguistici assurdi e la deformazione semantica sono, freudianamente parlando, messaggi cifrati riguardo ai segreti più intimi, ai desideri e ai traumi inconsci. Noi, come lettori di Cosmo, siamo i destinatari.

L’ultima parte del romanzo è una fuga reale a simbolica dalla casa dei misfatti (il passero, lo stecco, il gatto, le bocche ecc.). Una gita in montagna organizzata da Leon, per celebrare l’anniversario del suo unico tradimento coniugale. Nuovi personaggi si uniscono alla comitiva, due coppie appena sposate, un prete, alcuni montanari che spariscono senza ragione. Ognuno con le sue stranezze. Qui, Witold prova a distaccarsi dalle proprie ossessioni, ma queste ritornano, annullano le distanze, si creano nuove nicchie di sopravvivenza. Avviene un fatto terribile, l’ennesimo, un ultimo omicidio senza colpevole. O forse un suicidio? E, ancora una volta, è l’occhio di Witold ad osservare un corpo che penzola sotto i rami di un albero. Lo sguardo assapora il cadavere. Tutto torna, tutto ri-torna, uguale e dissimile, necessario e incomprensibile. L’ordine reclama il suo carnefice.

Cosmo è un capolavoro, brutalmente interrotto da Gombowicz con una cesura netta e spiazzante. A fine lettura ci accorgiamo che molti interrogativi, paure e fibrillazioni etiche sono penetrate in noi. Non è forse questo l’obiettivo della grande letteratura? Un’ascia ci ha squarciato il petto. La ferita sanguina. Un dettaglio feroce da cui non possiamo più distogliere lo sguardo.

Alessandro Vergari

(Witold Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore 2017)

Charles Simic: il poeta e le sue immagini

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Entrare nell’ universo poetico di Charles Simic è come perdersi in un labirinto in cui le strade della conoscenza non si esauriscono mai e rimandano sempre a mondi infiniti tutti da abitare.

Lo stesso accade quando leggiamo la sua prosa ricca di suggestioni non solo letterarie.

È appena uscito per Adelphi La vita delle immagini, uno straordinario e meraviglioso zibaldone di pensieri e riflessioni in cui il poeta, nato a Belgrado e Premio Pulitzer per la poesia, mette insieme tutto il suo mondo culturale, le sue passioni letterarie e le sue esperienze di uomo che si sente cittadino del mondo.

Tra testimonianza, vissuto e letteratura, in questi scritti Simic parla di tutto quello che ha visto, letto e conosciuto e soprattutto svela al lettore la sua concezione della poesia.

«In una buona poesia, il poeta che l’ha scritta scompare, in modo che possa nascere il poeta – lettore» così scrive Simic rivendicando il ruolo di una poesia che sia sempre difesa del singolo da tutte le generalizzazioni che pretendono di rinchiudere la realtà in un unico sistema generalizzato. La poesia autentica deve essere antiutopica e soprattutto antipoetica.

La vita delle immagini è un libro davvero particolare perché non c’è nemmeno una pagina fuori posto.

Sia quando Simic parla dei suoi scrittori preferiti, che quando narra alcuni episodi della sua vita, è sempre il cuore del poeta che detta le linee guida del suo raccontare.

Pagine intense di puro pensiero poetante che indagano l’immanente enigma dell’ordinario. In questi testi Simic inventa la sua lingua contaminando versi, filosofia e immagini per consegnare al lettore una mappa dell’esistenza che non ignori mai il qui e ora.

Simic ha debole per la filosofia e ama leggerla sempre di notte. «Chiunque legga la filosofia legge di se stesso non meno che del filosofo in questione Entro in dialogo con certi avvenimenti decisivi della mia vita non meno che con le idee espresse sulla pagina. Il significato è la sostanza della mia esistenza».

Simic è un poeta che non appartiene a nessuna tribù, un uomo libero che non rinuncia all’invettiva che in alcuni momenti della vita è sacrosanta. Dovremmo sempre usarla quando sentiamo l’assoluta necessità, motivata da un profondo senso della giustizia, di denunciare pubblicamente, irridere, vituperare, inveire, recriminare con le parole più forti possibili.

Commuovono e non poco gli esercizi di ammirazione di Charles Simic per gli scrittori amati e letti.

Davvero straordinari i ritratti che il poeta dedica a Witold Gombrowicz, Emily Dickinson, Roberto Calasso, Buster Keaton e Marina Cvetaeva.

Simic chiude il suo libro con un toccante ritratto di Emil Cioran: il filosofo dell’insonnia di cui il poeta ama il pensiero che conserva un profumo di sangue e di carne.

La vita delle immagini è il libro straordinario di un uomo libero che ama scrivere le sue poesie nei posti scomodi dove latita la bellezza e trionfa il disagio.

Non mettete Charles Simic su una terrazza affacciata sul Mediterraneo mentre tramonta il sole. Mai gli salterà in mente di scrivere una poesia.

Il pensiero diventa immagine. L’immagine diventa pensiero in queste pagine meravigliose in cui Charles Simic ci parla della sua formazione di poeta in disarmonia con la propria epoca e che soprattutto scrive poesie per dare filo da torcere ai pensatori. Poesie reticenti che sono un pezzetto dell’indicibile intero.

Nicola Vacca

L’apocalisse è il futuro del presente

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Un uomo, una donna e una bambina sopravvivono all’apocalisse che ha colpito l’Europa, resta invivibile nei suoi scenari di distruzione da un terribile cambiamento climatico.

Questa è la trama  de L’ ultima bambina d’Europa (alter ego edizioni, pagine 173, euro 13), il nuovo romanzo di Francesco Aloe.

L’autore vuole rendere il proprio omaggio letterario  a La strada  di Cormac McCarthy.

L’uomo la donna e la bambina portano il fuoco sulla strada che inevitabilmente hanno scelto di percorrere per cercare la salvezza e raggiungere la terra “dove ancora vivono gli uccelli”.

Il viaggio non è facile, sulla strada  i tre protagonisti avranno a che fare con l’atrocità e l’orrore violento dei pochi sopravvissuti che incontreranno.

Mette i brividi il futuro che racconta Francesco Aloe nel suo romanzo, anche perché con tutto quello che sta accadendo nel mondo quel futuro si avvicina terribilmente al presente che stiamo vivendo, in uno spavento epocale che non ha eguali nella storia dell’uomo.

Il mondo intero è morto o sta morendo, non solo il genere umano, ma anche tutto il resto. Questo accade nel romanzo di Aloe, che necessariamente va letto come un campanello d’allarme.

Seguiamo il cammino dei tre sopravvissuti che sulla strada fanno i conti con tutta la violenza che esprime l’idea della fine.

Nel romanzo troviamo pagine che commuovono. Emozionano soprattutto i dialoghi tra l’uomo e la bambina che assiste impotente alla catastrofe che stupra la sua innocenza.

Nel mare nero della notte del tempo, la bambina (l’ultima bambina d’Europa)  che interroga il vento potrebbe essere un segnale di vita da preservare dove tutto è morto.

Francesco Aloe scrive un romanzo fra le macerie dell’umanità che ha smesso di significare e soprattutto di essere.

Pagine estreme e visionarie in cui aleggia una fine del mondo con cui ogni giorno concretamente facciamo i conti.

Tra i detriti postapocalittici l’autore dà la parola ai sopravvissuti che camminano tra le rovine di un mondo che ha smesso di respirare.

Il prezzo da pagare per la rinascita è alto e ha a che fare con l’estinzione della specie.

Nicola Vacca

 

Quando il poeta è un cecchino

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La poesia di Marco Vetrugno è una di quelle rare esperienze estreme capaci di far deflagrare la parola e tutto il resto.

Le sue parole sono un azzardo, di quelli che non si curano delle conseguenze. Marco frequenta gli scrittori incendiari, irregolari e soprattutto quelli che hanno il coraggio di scrivere in maniera di diretta quello che pensano (Cioran, Artaud, Bene,«« Ceronetti, per fare alcuni nomi).

La sua poesia si nutre della libertà di pensiero di questi maestri.

Mùtilo è il suo ultimo libro (pubblicato per i tipi di Musicaos editore)

È un monologo per il teatro in cui la poesia occupa un posto in prima fila.

Il trentaquattrenne poeta salentino scrive un testo potente in cui si rivolge direttamente ai propri demoni e ogni parola è uno squartamento del reale.

La sua scrittura procede per sottrazioni e mutilazioni.

Un scrittura che ferisce e uccide, sempre diretta e quindi autentica.

I suoi versi come proiettili colpiscono il bersaglio, affondano tutte le convenzioni, decostruiscono la realtà.

«Esasperazione del pensiero /di quello dominante spinto al parossissmo /reso predominante e dispotico / vertigine della caduta / interminabile prova generale /esperimento nevrotico  del disastro assoluto / infreno midollare e sanguigno…» Mùtilo entra in scena e inizia a parlare così, stringendo tra le mani un foglio e una penna.

Marco Vetrugno subito ci mette davanti una scrittura che scortica, che io considero una di quelle esperienze necessarie che salvano la letteratura.

Le trafitture e le pugnalate di Marco Vetrugno dilaniano la carne, sono una carica esplosiva, la detonazione è imminente.

Giorgio Baàrberi Squarotti ha scritto che« la poesia di Marco Vetrugno è rapidamente e aspramente ritmata, in ottima armonia con il suo discorso robusto e violento, drammatico e eversivo. L’accusa costante rivolta al male del mondo e alla fatica di vivere è sostenuta da una visionarietà originale e possente».

La scrittura di Marco è una collezione di negazioni. Le sue parole negano ogni cosa e distruggono soprattutto il possibile. Ma il poeta ci regala la sua negazione più bella quando afferma che scrive per non arrendersi.

Lo stesso Mùtilo ci dice che la scrittura è sintomo di lotta, è il miglior trucco per ingannare il tempo.

Al culmine della disperazione, come ci insegna Cioran, quello che conta è scrivere e pensare senza mai mentire a se stessi. Perché tutto ciò che non è diretto è nullo. E tutto ciò che è diretto è scomodo e fa molto male.

Mùtilo è soprattutto  una poesia che come una scheggia deflagra nelle mutilazioni di un corpo reciso dall’ansia dell’essere.
Sono pochi i poeti di oggi disposti senza paracadute a tuffarsi nel baratro e scrivere versi coraggiosi che si spingono oltre le parole che sulla pagina sono percepite come uno schianto.
Marco Vetrugno è uno di questi. Non ci sono vie di scampo, né uscite di sicurezza. Nei versi di Marco troviamo quella parola affilata che non vuole dimostrare nulla ma che viene detta, scritta e pronunciata come una necessità che non ha la presunzione di salvare qualcosa.
Il poeta è un cecchino, il suo bersaglio è sempre in movimento.
Parole come proiettili, perché tutto deve sanguinare per significare e per non significare.
Di implosione in implosione, sono gli squartamenti a fare la differenza.

Nicola Vacca

 

L’ultimo volo delle api

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Nel 2098 la Terra è sconvolta. Qualche decennio prima, il Collasso ne ha modificato gli equilibri ecologici. L’Europa è devastata dalla guerra per il cibo. In Cina, unica nazione a resistere con fatica al cambiamento, vive Tao, giovane donna impiegata, come tutti, in un lavoro alienante eppure necessario: l’impollinazione manuale degli alberi da frutto. L’obiettivo è sfamare la popolazione. «Come uccelli troppo cresciuti ci tenevamo in equilibrio ognuno sul proprio ramo, con un contenitore di plastica in una mano e un pennello di piume nell’altra». Gli animali sono quasi completamente estinti. La scomparsa delle api è l’evento traumatico che ha provocato il Collasso.

Tao è sposata con Kuan. Sua madre, come tutti gli anziani improduttivi, è stata eliminata. La coppia ha un figlio di tre anni, Wei-Wen. In uno dei rari giorni di pausa concessi dal Comitato, la famiglia organizza una scampagnata in cima a un poggio. Wei-Wen approfitta di una distrazione dei genitori e si allontana. Viene ritrovato in coma, in mezzo agli alberi. Qualcosa di eccezionale gli è accaduto.

La storia delle api è il primo romanzo “per adulti” di Maja Lunde, quarantaduenne scrittrice norvegese, già affermata autrice di libri per ragazzi. La storia delle api ha vinto in patria il premio dei librai ed è in corso di pubblicazione in venticinque paesi. In Italia è stato tradotto da Giovanna Paterniti per i tipi di Marsilio. È un libro che rivela uno stile di scrittura elegiaco e inquieto. Maja Lunde esplora la condizione umana nei tempi di catastrofe. Più avanziamo nella lettura, più ci accorgiamo che la distopia si insinua, contagiosa, sotto la pelle. Stiamo leggendo di un mondo futuro, ma le avvisaglie del disastro sono attorno a noi. I segni sono evidenti, a meno di essere ciechi. L’umanità si è autoinflitta una pena micidiale e, forse, irreversibile.

Il romanzo abbraccia tre vicende, tre epoche, tre drammi. La prima storia è ambientata nella campagna inglese nell’anno 1852, la seconda in Ohio, Stati Uniti, nel 2007, l’ultima è quella di Tao, nella Cina di fine XXI secolo. Tre narrazioni, intrecciate da un filo comune.

William è un commerciante di sementi frustrato e depresso o, come si diceva nell’Ottocento, afflitto da malinconia. Non riesce ad alzarsi dal letto. Le sette figlie cantano nenie natalizie sotto la finestra della sua camera. Sperano di guarirlo. Le sue ambizioni di biologo sono naufragate sotto il peso degli impegni di famiglia. Il dottor Rahm, suo mentore di un tempo, lo schernisce di continuo. Nessuno lo ha deluso quanto lui, dice. Doveva essere la sua spalla, il suo erede. Tutto quel talento sprecato a causa di tutte quelle bocche da sfamare. Una conferenza sul sistema riproduttivo delle api è un ricordo onnipresente e imbarazzante. A quella conferenza, tenuta davanti ad una platea di pia gente di campagna, William conobbe la moglie Thilda. William e Thilda hanno un unico figlio maschio, Edmund, indolente e scansafatiche. Il padre teme di avergli trasmesso la malattia dell’umore nero. Charlotte, la più amorevole delle figlie, pratica e positiva, apre uno spiraglio nella buia vita di William: l’idea di un brevetto per un nuovo modello di arnia.

George Savage è un apicoltore americano. Un self-made man che dal nulla ha creato un’attività consolidata e redditizia. Nella sua azienda impiega due uomini, Rick e Jimmy. George fabbrica da sé le sue arnie, nel garage, con la sega elettrica, perché non ama quelle prefabbricate. Il modello per le arnie è spuntato da un vecchio baule tenuto in soffitta, appartenuto a una trisavola, Charlotte, emigrata dal Vecchio Continente. George litiga con le banche locali per avere prestiti e, di recente, discute con la moglie Emma, che vorrebbe vendere tutto e trasferirsi in Florida. La vita di George, però, sono le api. George vorrebbe restare nel suo podere per poi lasciarlo al figlio Tom, studente al college. Il padre ha riposto in lui tutte le sue speranze. Per Tom, però, la scrittura e la letteratura sono più importanti dell’apicoltura. Tom è diverso, ha talento, vuole studiare ed essere altro. «Eredità. Avrei dovuto dirgli, è la tua eredità. È quello che sei, Tom. Le api, avrei dovuto dirgli, in una pausa parlata, è nelle api il tuo futuro, dagli una possibilità. Dai alle api una possibilità. Ma non una di quelle parole mi arrivò alle labbra». Padre e figlio non si capiscono, sono distanti. Che ne sarà dell’azienda di famiglia? Ma un pericolo insidioso è alle porte. Il 2007 è l’anno del Colony Collapse Disorder, l’anno della scomparsa di milioni e milioni di insetti impollinatori.

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La storia delle api è un romanzo sui sentimenti e sul desiderio di discendenza, una narrazione dolente sulla guerra quotidiana che combattiamo per strapparci al buco nero chiamato oblio. Cosa lasceremo alle generazioni che verranno? Cosa diranno dei nostri errori? Il romanzo di Maja Lunde ci interroga nel profondo. L’orizzonte è la questione ecologica, ma al centro stanno i temi del rispetto e della fiducia. Fatichiamo ad amarci e non riusciamo a comunicare agli altri i nostri bisogni. Il degrado dei rapporti umani e dell’ambiente è il riflesso di una violenza silenziosa perpetrata a noi stessi. Spesso i fatti ci sono ostili e il silenzio ci avvolge. Il destino è una mannaia sulle nostre teste. Tuttavia, William, George e Tao non demordono. Animati da passioni non sopite, cadono e si rialzano. E se sperimentano il tragico dell’esistenza, se alla fine perdono tutto, è il corso della Storia, o forse la semplice energia che scaturisce dalla tenacia umana, generazione dopo generazione, a portare avanti, astutamente, un discorso che non si interrompe.

Tao va alla ricerca di Wei-Wen, ricoverato a Pechino dopo il misterioso malore. Dov’è il figlio? Le autorità non rivelano nulla. Reduce da un disperato vagabondaggio tra ospedali fatiscenti, Tao si convince che solo lo studio può aprire un varco nel muro della menzogna. «In biblioteca avevo trovato delle interviste che erano state fatte ad apicoltori di ogni parte del mondo. La rassegnazione dominava». Sola, nell’immensa sala di lettura, consulta manuali e libri di storia. «Se avessi visto prima questi filmati non ci avrei prestato grande attenzione. Erano testimonianze di un’epoca lontana… Adesso invece prestavo attenzione a ognuno di loro singolarmente, a ogni catastrofe personale che avevano vissuto. Ognuno di loro lasciava una traccia dentro di me». Grazie a quelle pagine sbiadite, si fa strada in Tao un sospetto che diventa consapevolezza.

Maja Lunde ci avverte sui pericoli insiti nell’ingenuo ottimismo tecnologico dei nostri tempi. Le pagine su Pechino sono le più angoscianti. La capitale della Cina è ridotta a una successione di palazzi deserti e di infrastrutture decrepite. La popolazione è emigrata verso le campagne. Spietate bande giovanili si contendono le ultime briciole di cibo. L’illusione di un infinito avanzamento scientifico è collassata con la Natura. È un’umanità disumana, pre-moderna, simile a quella raccontata da Michael Haneke ne Il tempo dei lupi.

Quando Tao si imbatte nell’Apicoltore cieco, un testo scritto nel 2037 da Thomas Savage, il figlio ribelle di George, emerge la vena epica del romanzo. La scommessa sul futuro è un sapere tramandato, un fragile sogno appeso al chiodo della speranza. Le memorie della famiglia Savage sono l’ultimo lascito di una lunghissima tradizione. La fine dell’apicoltura è un disastro per l’umanità, ma tra le rovine si apre un varco sottile: la trasmissione di tutta la conoscenza accumulata, un seme gettato nell’arido deserto dei tempi a venire. «Dai alle api una possibilità». O forse saranno le api a non concedercene più una?

Alessandro Vergari

(Maja Lunde, La storia delle api, Marsilio 2017)

Vittorio Sereni, poeta del nostro tempo

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Il Saggiatore ripubblica Stella Variabile, che fu l’ultimo libro di Vittorio Sereni, uscito da Garzanti nel 1981.

Questa edizione ha una prefazione di Franco Fortini. Il poeta e critico ha ragione, riferendosi a Stella Variabile e non solo, quando scrive che « Pochi libri  di poesia italiana del secolo, come quelli di Sereni, così fermamente fondati su di un patto con la negazione».

Il poeta di Luino con le poesie di questo libro ha voluto accomodarsi nel vuoto che vive a fianco agli esseri umani e attraversarne tutti i pensieri di calamità che raccontano la catastrofe.

Stella variabile è un libro fondato sulle negazioni e il poeta racconta tutto l’orrore di un silenzio esistenziale: « Stecchita l’ironia stinto il coraggio / sfatto il coraggio offesa l’allegria».

In queste poesie si avverte tutto il disfacimento del Novecento uscito da una guerra e in cui la guerra sembra non avere mai fine.

Sereni oltraggia la vanità del suo e del nostro tempo, le sue parole sono lame che feriscono le coscienze, la sua penna come un pugnale si conficca nelle ferite della carne viva degli esseri umani che hanno smarrito da tempo gli strumenti di un’umanità morente, agonizzante, ipocrita.

«Semmai a dettare il verso – scrive Damiano Scaramella nella postfazione – è la necessità di esprimere una compresenza di impotenza e potenzialità, quella difficoltà a capire il mondo in cui viviamo e al tempo stesso l’impulso a cercarvi nuovi e nascosti significati, la coscienza di una condizione dimidiata e infelice e l’ipotesi di una vita diversa, tanto vaga e sfuggente».

Stella variabile fa di Vittorio Sereni un poeta necessario. Qui la sua poesia si veste di una ferocia sibillina che squarta il tempo, elencando tutte le cadute di cui gli uomini sono protagonisti.

Poesia di azzardi esistenziali in cui il poeta non ha paura di osare e nel pronunciare con parole forti  il sonno senza tempo, dove si sprofonda come in un baratro in cui l’esistenza non esiste, Sereni firma  quel patto con la negazione che in sé contiene tutto il grigiore della condizione umana.

Nei suoi versi il vuoto e il male di vivere ci sono sempre e grazie all’immediatezza della sua scrittura questi temi il poeta li comunica con forza e incisività.

Stella variabile lo rileggiamo come un libro per questi giorni. Adesso che quella volontà di impotenza ci stringe in un assedio opprimente, ora che dal «belvedere di non ritorno» siamo tragicamente precipitati nel tempo della Storia che ha smesso di essere maestra di vita.

La poesia di Vittorio Sereni, e in modo particolare questa di Stella variabile,  oggi sta in mezzo a noi  – con i suoi brividi che spaventano – a dirci che  nel grigiore echeggia in profondo il sonno e l’ora del tempo non è più una stagione dolce.

Nicola Vacca

Un vino e un libro (a cura di R. Saporito)

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“ho sempre desiderato essere uno scrittore famoso. Pensavo che essere uno scrittore famoso mi avrebbe aiutato a risolvere certi problemi. E poi all’improvviso ero uno scrittore famoso e i problemi non si erano risolti affatto.” (Nathan Hill “Il Nix”)

 Vino: Sauvignon, Ca’ Bolani, Aquileia, Friuli, 2016

 Libro: Nathan Hill “Il Nix”, Rizzoli

Lo scrittore nell’inferno siberiano

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Dall’ aprile al dicembre del 1890 Čechov viaggia per le terre estreme della Siberia.

Ha intenzione soprattutto di raccontare quella terribile periferia dell’impero zarista e soprattutto scrivere quello che nessun intellettuale aveva ancora visto: le condizioni di vita nella colonia penale sull’isola di Sachalin.

Egli tornò da quel viaggio con un libro che fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1895.

L’ Isola di Sachalin esce adesso per Adelphi ( a cura di Valentina Parisi)

Lo scrittore sbarcherà ai confini del mondo e sulla sua strada troverà numerosi impedimenti. Ma non si lascierà intimidire dai boicottaggi indigeni e in quei mesi porta a termine la sua impresa e scrive pagine dettagliate e precise in cui racconta l’inferno siberiano che si è trovato davanti.

Racconta della terra che si gela e delle strade coperte di fango. Annota ogni cosa della sua avventura siberiana, con precisione descrive le condizioni di vita dei deportati, gli incontri con le anime morte del posto e il tessuto economico e sociale del territorio.

L’Isola di Sachalin è un lavoro meticoloso che il suo autore aveva da tempo intenzione di scrivere. Valentina Paraisi nella postfazione scrive che Sachalin aveva fatto la sua comparsa nell’opera di Čechov un paio di anni prima, esattamente nel 1888 nel racconto Fuochi.

Con questo libro il grande scrittore russo riuscirà in maniera convincente a penetrare con una denuncia efficacia nell’orrore concetrazionario del regime zarista, a raccontare la crudeltà dell’uomo che infligge umiliazione e violenza agli altri uomini ponendo soprattutto l’accento sul fallimento di un sistema interessato soprattutto dalla corruzione.

Il resoconto di Anton Čechov è spietato nel raccontare l’inferno nei suoi dettagli più amari. Lui è consapevole di affrontare un’esperienza unica e devastante. Immagina cosa troverà in Siberia e la sua penna è pronta a fare il suo dovere.

«Ho come l’impressione di andare in guerra» aveva confidato una settimana prima di partire a Suvorin.

L’Isola di Sachalin occupa un posto a parte nella produzione letteraria di Anton Čechov.

L’avventura siberiana lo segnerà. E lui è riuscito in queste pagine a dare conto di tutto l’inferno che ha dentro di sé l’essere umano.

Queste sue memorie arrivano, come fu per Dostoevskij, da una casa di morti  in cui il giovane Čechov abiterà per otto mesi. Lo scrittore confesserà che dall’inferno di quella casa di morti tornerà annichilito e provato. Tra le mani  il racconto e la testimonianza di tutto l’orrore che aveva visto e la consapevolezza di non avere una soluzione da offrire al lettore.

Nicola Vacca

La poesia tra carne e pensiero

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La poesia, forse, contiene tutte le possibilità dei pensieri ed è proprio per questo che lancia una sfida all’impossibile che tende sempre un agguato sia al nostro ragionare che al nostro sentire.

Marta Vigneri nel suo Sideralgìa ( la raccolta con cui si affaccia alla poesia pubblicata per i tipi de  i Quaderni del Bardo di Stefano Donno) scrive  versi in cui un’ alta speculazione filosofica si specchia nell’ immanenza di una vita quotidiana e dei suoi esseri che sprecano tutte le possibilità per renderla migliore.

Marta parte da fondati presupposti filosofici per scrivere la sua poesia che guarda con consapevolezza alle lesioni e alle ferite del divenire.

In ogni verso vengono nominate le ferite e le lesioni. La speculazione filosofica per fortuna non è fine a se stessa.  La poetessa pensa e allo stesso tempo dà concretezza alle parole che lacerano la pagina come graffi che vogliono intenzionalmente incidere segni sui corpi stanchi degli uomini che lentamente stanno navigando ( o naufragando) verso una grande deriva.

È carnale la parola filosofica di  Marta Vegneri e la sua poesia ha una fisicità corporea che il lettore tocca quando la legge.

«Tutta la storia della metafisica / è la storia del volto». Hanno una corporeità disarmante questi due versi che invitano a tornare ai volti in un mondo in cui dominala dittatura della maschera.

La poesia di Marta Vigneri è un labirinto filosofico che va oltre le congetture. Nei suoi versi la poesia di pensiero si fa azione per scandagliare negli abissi della gioia, del dolore, dei sentimenti.

In questa poesia ci sono attraversamenti che devono essere solcati. La sua poesia filosofica – come scrive nella postfazione Marcello Buttazzo – va in fondo all’essere, scava intimamente nelle scaturigini dell’esistente, rivelando e mostrando sempre tracce consistenti di vita vissuta.

«Ma io voglio occhi di carne e presa sul braccio. / Voglio vedere». Questa è la dichiarazione di poetica di Marta Vigneri. Tutto il resto è chiacchiericcio accademico  per presunti  filosofi  e  sedicenti poeti che pontificano dell’essere, del tempo e dell’ esistenza con il culo al caldo sulle loro cattedre.

Nicola Vacca

( Infolink: http//catalogoiqdbedizioni.blogspot.it

 

Lettera di Artaud a Picasso

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Antonin Artaud a Pablo Picasso

Venerdì 3 gennaio 1947

Pablo Picasso,

Io non sono un debuttante alla ricerca delle illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti.

Ho già cacato e sudato la mia vita in scritti che valgono quasi solo i tormenti da cui sono usciti, ma che bastano a se stessi, e non hanno bisogno del patrocinio o dell’accompagnamento di chicchessia per fare la loro breve strada.

Da tutte le opere che ho scritto dopo la mia uscita dal manicomio di Rodez, ho estratto cinque poesie che hanno attratto un editore, il quale ha desiderato che le poesie fossero illustrate da sei acqueforti eseguite da lei,

poiché, per quanto mi riguarda, non ci avrei mai pensato.

Sono capace anch’io di fare il mio ritratto e di illustrare i miei testi con figure che cessino di essere dei disegni per diventare dei corpi animati (3).

E proprio perché a Rodez ho continuato a fabbricare corpi animati, l’amministrazione poliziesca dei manicomi francesi non ha smesso di torturarmi.

Ho cinquant’anni.

Abito ad Ivry. Sono passato attraverso nove anni d’internamento, di sottoalimentazione e di fame, complicati da tre anni di segregazione, con sequestro, molestie, cella, camicia di forza, e cinque mesi di avvelenamento sistematico con l’acido prussico e il cianuro di potassio, ai quali, a Rodez, sono venuti ad aggiungersi due anni di elettroshock, punteggiati da cinquanta coma, ho sulla schiena le cicatrici di due coltellate, e le tremende conseguenze del colpo di sbarra di ferro che nel settembre 1937, a Dublino, mi ha diviso in due la colonna vertebrale, con ciò voglio dirle che in queste condizioni faccio fatica a trascinare il mio corpo, e che non è stato molto gentile avermi costretto a trasportarlo già per cinque volte da Ivry alla rue des Grands Augustins (4), e in pura perdita.

Può darsi che le mie poesie non la interessino e che secondo lei io non valga la pena di fare uno sforzo ma sarebbe stato quanto meno necessario dirmelo e concedermi l’onore di una risposta, quale che sia.

Il momento è grave, Pablo Picasso.

I libri, gli scritti, le tele, l’arte non sono nulla; un uomo lo si giudica in base alla vita e non all’opera, e cos’è quest’ultima se non il grido della sua vita?

La mia opera è quella di un uomo sofferente ma casto, io vivo da solo,e credo che, più di tutto, quel che le ha impedito di rispondermi sia il Demone che, nonostante l’età che lei ha raggiunto, la tiene ancora assoggettato a non so quale preoccupazione o ossessione, non so quale asservimento alla sessualità.

La coscienza odiosa che dirige tutto, dispone di parecchi mezzi per trattenere gli uomini che talora hanno creduto di volersi impegnare a far saltare in aria la bestialità: e fra quei mezzi, c’è la grazia di un erotismo che concede più di quanto promette (5).

dio è nato da un ritorno dell’io sulla clavicola sagomata del sesso ed è per questo che si è proclamato spirito e non corpo

e non spetta ai pochi e rari uomini che hanno pensato di essere nemici nati della malvagità fare, con la loro adesione alle astuzie [innominate?(6)] del sesso, il gioco del fascismo eterno di dio.

Antonin Artaud

(3) Infatti Artaud le Mômo sarà pubblicato nel 1947 (dall’editore parigino Bordas) accompagnato da otto disegni eseguiti dallo stesso Artaud.

(4) Ossia al domicilio di Picasso.

(5) La lettera è dattiloscritta, ma le righe che seguono sono state aggiunte a mano da Artaud.

(6) Parola quasi illeggibile nel manoscritto.

Questa lettera è conservata, insieme ad altre di Artaud a Picasso, negli archivi del Musée Picasso di Parigi. Le singolarità grafiche (ad esempio gli «a capo» nel corso della frase o la punteggiatura lacunosa) sono naturalmente presenti nel testo originale.

 

 

Commento di Donato Di Poce alla terza lettera di Artaud a Picasso (Appunti):

Quando Artaud scrive questa terza lettera (non avendo avuto risposta alle 2 precedenti), a Picasso aveva 50 anni, nel pieno del suo dolore/delirio e della sua coscienza onirico-critica.

Evidente e palese il fastidio di essere snobbato, dichiara esplicitamente di essersi rivolto a lui su richiesta dell’editore(che evidentemente con spirito commerciale voleva illustrazioni al libro di Picasso e no di Artaud stesso misconosciuto e “pazzo”).

Espone la sua situazione esistenziale e spara a zero su Picasso uomo povero di solidarietà, morale e attento alla sua immagine.

La lettera ha svelamenti e risvolti letterari e umani che affondano nella ferita esistenziale di ognuno di noi, ma colpisce come Artaud, nonostante quanto abbia subito, rimane lucido e cosciente del suo valore, innovazione, creattività e innovazione e si lancia in un rimprovero del troppo legame di Picasso alla sessualità(che era poi il tema delle poesie di Artaud le Momo inviate per essere illustrate).

Avevo letto queste poesie nel 2003 nel libro Einaudi, tradotto da Emilio e Antonia Tadini e mi aveva colpito l’identificazione che Artaud fa con la fica…fica del mondo, usata e stuprata dalla società, e rivendica la sua purezza morale e fisica, la sua integrità opposta al disordine e ossessione del mondo.

Il poema diventa pretesto per una supplica di redenzione dal sesso e dalla religione e qui scatta un’altra delle identificazioni di Artaud con (DIO-io) e sottolinea che lui è Dio, l’uomo è Dio creatore sottratto alle strumentalizzazioni e violenze dell’uomo sull’uomo. Il poema finisce con una’invettiva di rara violenza che sfocia nell’ecolalia senza senso, una sorta di coprolalia linguistica che lascia senza fiato!

Ovvio che Picasso ne rimane sconvolto, annientato nella sua costruzione cubista(spezzata e poliprospettica ma ancora razionale evidente anche in Guernica) della realtà. Picasso vede e sente ancora il mondo scomposto ma aggiustabile, Artaud ne intuisce e patisce la violenza inarrestabile , la follia suicida dell’uomo e ne denuncia l’oscenità morale e linguistica.

Artaud parla…(nell’incipit del secondo poema in questione dice:” Io parlo totem murato”, come un insulto all’incondizionato…alla denuncia dei manicomi, della medicina prezzolata  e della pratica  degli elettrochoc non solo come dolore psico-fisico, ma come svuotamento dell’IO personale e sociale dell’uomo.