Umanità, misera, altissima e sacra

copertina-di-palma

 

“Prossimità” e “fertilità” sono i primi termini che si prestano ad individuare una chiave di accesso ad Altissima miseria (Musicaos editore), premiata raccolta d’esordio di Claudia Di Palma, classe 1985. Prossimità, come ricerca della vicinanza altrui in un vigile abbandono, fin dalla poesia di apertura: “Ti offro la mia bandiera bianca / ti porto nel luogo stupendo della / mia resa”. E ancora: “Spesso le distanze sono case, / le vicinanze invece sono estranee”. A seguire, in una composizione i cui versi, forse non per caso, si dispongono graficamente a formare un ventre: “Se mi apri il petto vedi il margine / che ho conservato… / il margine è la mia casa”. Poesia affollata di richiami biblici e religiosi, però scarnificati, capovolti, quasi sottoposti ad una reductio ad absurdum, riportati ad una radice di vertiginoso mistero, che solo al viandante in carne ed ossa, corpo fragile, si schiude. Claudia Di Palma rielabora il concetto di altissima paupertas, di derivazione francescana, argomento ripreso, in tempi recenti, dal filosofo Giorgio Agamben in un suo saggio (Neri Pozza, 2011). Dalla negazione delle logiche di appropriazione, dalla consapevole dissacrazione di ogni rivelazione, stillano le residue tracce del sacro.

Claudia Di Palma scrive con versi liberi, segnati spesso dalla presenza di punti ad interrompere sintatticamente la frase a metà verso. Ne risulta una lettura agile, nervosa, sincopata e coinvolgente.  Altissima miseria  ci espone alla possibilità ed al rischio dello spaesamento, di fronte ad una ripetuta prassi di ribaltamento dei significati tradizionali della cultura religiosa e dei dogmi cattolici. Operazione coraggiosa, mai banale, portata a compimento da Claudia Di Palma con delicata misura. Una poesia salvifica: redime, con umana passione, dalla sedentarietà dei luoghi comuni e dai facili accomodamenti del chiacchiericcio quotidiano.“Abbiamo il coraggio dell’ignoranza”, recita il verso finale di un componimento, a rappresentare la fonte di buio da cui scaturisce l’inatteso, l’infinito, il non conosciuto, fino a“perdere la mappa geografica delle vene”, esito necessario per reinventare le coordinate dell’essere-nel-mondo.

Fertilità, non meno che prossimità. Affidandosi ad un’inventiva sensuale e ad immagini spesso evocative di lidi filosofici, Claudia Di Palma richiama nei suoi versi il potenziale generativo dell’uomo e della donna, sepolto nella palude del disamore. “Sono incinta dell’evento, / di ciò che è a venire”, “Io condivido la mia fertilità / e tu avvicini il seme”, “Che moltiplichiamo il principio”, “Che il pudore sia un brutto ricordo / Che anche l’intimità cresca altrove”. Il titolo della prima sezione della raccolta, Oh Maria, Oh Morìa, lega due concetti, dalla portata simbolica e immaginativa contrastante, in un unico, esplosivo ossimoro. Un’invocazione alla madre delle madri, “disangolata figura”, ed un contestuale grido di esecrazione per il perire inarrestabile del mondo, “intanto marciamo / di un bellissimo marcire”.

Claudia Di Palma accoglie nelle sue poesie lo sfiorarsi livido dei corpi, presi  in un languore sordo, subitanea manifestazione di desiderio, che si dilegua al suo accadere. “Siamo pregni di ciò che ci esclude”. Nell’assenza, una più acuta presenza. L’elegia scorre nelle vene minacciate dalla piaga del disseccamento, laddove il battito è oscura fecondità e tragica promessa di futuro. Maria, madre di un figlio che per destino superiore invera la propria vita nella morte, e morìa, attorno a noi, della bellezza, palpitante nel suo estremo perire. La poesia eredita il Verbo e si rivela misura dell’umano. Custode di immanenza, il poeta disvela la malattia mortale di ogni cuore. “La parolina amore / cela tenera il massacro, la scommessa / che la tiene in piedi”.

Il poeta proviene da un utero-tomba e trova in un Esilio promesso (seconda sezione) la sua destinazione. È questo un inferno di gesti sospesi, un differimento di atti necessari. “Dobbiamo avere molta indecisione / per guardarci negli occhi”. La patria è una vuota verità, l’origine un mito blasfemo, perché “è l’esilio la nostra grande risorsa, / il non avere appigli”. Claudia Di Palma contesta il potere annichilente di ogni determinazione. Nel dissolvimento delle regole si celebra il miracolo della nascita, mentre, al contrario, “la tua legge / cessa di vedermi e io posso fare lo stesso / con te, ma indugio, e il vento scatena temporali”. Nella fessura dialogica IO-TU si insinuano tutte le meraviglie del possibile, i rovesci dei rapporti umani, le delusioni inevitabili e le ossessioni della memoria. L’io è scoperchiato dall’Altro. Che sia un Dio sconosciuto o un volto apparso all’improvviso, l’alterità disorienta le certezze. L’io scivola, perde aderenza e finalmente respira. Nuove ferite e inedite carezze testimoniano la penombra attraversata.

La poetessa esplora i suoi luoghi, in poesie assetate di ospitalità perduta, “a parte gli ulivi / e gli ammassi di terra abbandonati”, un Salento abbacinante e feroce, elevato a segno di amarezze universali, “dalla fessura controllo il vicino / e non lo vedo”. Perfetta l’immersione lirica nell’indolente durezza dei bar di provincia, tra sogni infranti e bestemmie schiacciate in gola, dove “il giudizio si sovverte per ostentare, si ostenta per sovvertire” e “l’unico vero ribelle / è la pietra che si getta in mare”. Risuona, nella poesia di Claudia Di Palma, il lamento bodiniano per un paese “così sgradito da doverti amare (La luna dei Borboni)”, in ore vacillanti “in cui è peggio solo morire (Finibusterrae)”, sulla dorsale di una terra piatta ghigliottinata dal mare, sud di tutti i sud, lembo di Puglia oltre la Puglia. Nei paesi, i giardini delle ville comunali sono recinti d’ombra, isole di verde nelle correnti della calura. “Vengo qui / a confessare le mie incertezze, / le perdite di foglie, le voglie affaticate / nel silenzio”.

Nella prefazione, Alessandro Canzian ben sottolinea l’attitudine di Claudia Di Palma a misurare la distanza “tra il proprio essere corpo che vive e tutto ciò che il mondo comporta, anche qualora questo sia paura. Una paura da affrontare predisponendosi e ordinandosi con cura quasi intendendo il se stessi come un oggetto che ha bordi, confini, periferie”. È un itinerario poetico dedicato alla scoperta del sé, alla scrittura di un’identità mai chiusa e definita. “Studio l’arabo. / Provo a scrivere il mo nome / con altri segni. Mi provo straniera. / Faccio mio ciò che si perde”. Il poeta chiede, a piena voce, di essere portato al cospetto della propria debolezza, per farsi limite, valico, variazione, atomo del mondo fluttuante, sfumatura di tutti i contorni. “Rendimi nascondiglio illuminato / dal sole.  Rendimi vicina al confine, / vicina al taglio […] Rendimi la polvere che resta / davanti a ciò che brucia. Attonita. / Quasi qualcosa […] Rendimi documento mancante / di questa vastità”. Una richiesta incalzante, un urlo contro la realtà. Claudia Di Palma prende posizione, tra i ranghi di chi vuole stare nell’alveo di una marginalità feconda. Se al centro delle cose si espande il deserto del reale, i confini promettono il cedimento degli argini, la grazia di una trasformazione.

In Domande non corrisposte la poetessa si misura con il demone della parola: “Sei tu che rovesci le tasche / per far cadere tutti gli alfabeti, / perché ogni lettera sia un frutto, / ogni parola abbia il suo tempo di maturazione, e diventi marcia”. È la sezione più breve della raccolta, in cui si avverte una  transizione dalla dimensione della resa a quella dell’attesa, come una gestazione che si avvii a conclusione e quindi a generare vita. Non è ottimistica fiducia, ma, piuttosto, assunzione di responsabilità davanti all’inevitabilità dei cicli e dei cambiamenti: “la parola muore ed è ancora alba”. La rinascita è un parto doloroso. Chi porta in grembo un mondo in rivolta sa di sfuggire alla disumanità dei tempi presenti, alla riduzione della carne a “codice fiscale”. Una volta decostruito il senso, l’unica via d’uscita, l’unico flusso di eventi tollerabile, è l’espulsione dell’orrore, che coincide con la produzione di un futuro incerto.“Poi ritorna, ritorna come fosse nuovo, / l’alfabeto alla fine del canto”. Il poeta vive il dolore della piaga, indaga la separazione dei corpi, “lo strappo / tra una cosa e la sua assenza”, soffre il gelo dell’amore, i dubbi sull’essere qui-e-ora, interroga la solitudine, sua compagna nascosta, e tenta di strappare ai silenzi un vocabolario nuovo. Il TU si volta dalla parte opposta, respinge l’abbraccio della verità. La domanda scava solchi profondissimi, avanza, travolge, e passa oltre l’indelicato gesto. Il poeta sopravvive al rifiuto.

La sezione finale dà il titolo all’intera raccolta. La poesia di Claudia Di Palma raggiunge le vette di un canto gregoriano. Pneuma vitale, inno alla luce, deflagrazione di energia repressa: i versi  acquistano forza, si innalzano, assumono nitore lirico, forano la pagina. La provocazione intellettuale si fa acuta, paradossale, cruda: “La miseria creatrice dell’universo. / Misero e perso Dio, ti accolgo, / ti restituisco il dono della creazione / e soffiando ti do sostanza”. La miseria è altissima perché la condizione umana reagisce all’angustia del divino, al concatenamento infelice degli eventi, alla dissipazione dei sentimenti. In questa verifica di contingenze sorge una poesia del vero, battezzata in liturgie di versi troppo umani, emanazione del vivente. “Se sapessi che Dio è una bocca aperta / e se la carne fosse simile a Dio, / quel tendere a scomparire / a cessare a scivolare via dai volti, dai corpi, / quell’esitare tra l’esistere e il non esistere, / una carezza abiterebbe il confine”. Siamo al punto in cui la libertà umana si sposa con la paura dell’assenza, rinnovata scommessa pascaliana del dentro-o-fuori, dove il poeta-allibratore quota la nostra resistenza al male. Ecco, quindi, il sacro di cui l’uomo ha bisogno, la soluzione di luce, la bandiera bianca onnivora di colori, il desiderio di approdo che sia palingenesi, trasfigurazione e salvezza, nell’epoca assassina delle fughe di massa verso lidi lontani. “Forse frutto del seno del mare che / sempre materno / si gonfia e si svuota, / sogno perennemente varcato”.

In una poesia del 1982, Salvatore Toma, grande e poco ricordato poeta salentino (di Maglie, come Claudia Di Palma), implorava di lasciare stare Dio. “Non è quello che dite, / pieno di croci e di spine. / Dio è libero, / ha soffici ali e vola dappertutto, / come le fronde al vento in prateria, / come la morte sui tetti delle città”. Anche Altissima miseria cerca il divino in assonanze e corrispondenze, tra la luce e l’ombra, l’attivo e il passivo, lo sguardo dell’uomo e il ventre della donna, vibrando come corda tesa tra polarità contrapposte. Non una tesi filosofica su un Dio (dio) umanizzato, ma un’invocazione dell’Altro come fonte inesauribile di senso, un’elegia dell’Altissima materia spirituale connaturata ai nostri difetti, carne desiderosa di completezza e compiutezza. “Ave Immenso, / spiegato da un misero zero, da un / misero divino”. Per le bocche affamate di verità, la poesia svolge una funzione di ostia, cibo e nutrimento. Affidiamoci alla teologia ribaltata dei versi di Altissima miseria, tra i più elevati della produzione italiana recente, complessi, profondi e stratificati. Non esiste miglior antidoto ai deliri di onnipotenza, politici e tecnoscientifici, della nostra epoca, che assestarsi nell’intimo di un poetare autentico, per assaporare l’ineffabile soffio di ciò che (non) siamo. Nella mancanza di tutto, nell’esilio da ogni perfezione, sta lo scarto che ci rende umani.

Alessandro Vergari

 

(Claudia Di Palma, Altissima miseria, Musicaos editore, 2016)

 

Annunci

Il romanzo vero di un grande scrittore

NL37-sottomissione-cover-libro-e-autore

Saremo tutti sottomessi, ma in fondo, almeno per l’uomo, non cambierà nulla.  Questo è il significato di “Sottomissione”, romanzo distopico di Michel Houellebecq.

“Sottomissione”, contestualizzato cronologicamente, almeno per quel che riguarda il suo lancio sul mercato d’oltralpe è stato un caso letterario, e non da poco. Non a caso fu deciso di farlo comparire nelle librerie di Francia il 7 gennaio, anniversario dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Ma, magie del marketing a parte, questo è un romanzo vero, non uno di quei pacchetti venduti in toto insieme alla polemica e, cosa importante, no, non è un romanzo d’odio. Chi ve lo descrive così, sicuramente non lo ha letto.

“Sottomissione” è un romanzo distopico dove l’autore si è inventato un futuro alternativo e possibile e, a mio modesto parere, avrebbe potuto tranquillamente intitolarsi “Accettazione” o “Il gattopardo 2”, ma il marketing dell’odio è sicuramente più importante del marketing letterario e così, ci si sottomette tutti alle religioni, ai denari e alle religioni dei denari che sembrano ormai aver spazzato via ogni altro credo. L’inferno non è più Dantesco e non si deve lasciare ogni speranza per entrare, basta accettare, accettare il male minore, come se questi fosse inevitabile.

Houellebecq nelle pagine di questo romanzo che è stato uno dei più discussi ma che ora, depositato il marketing, ha le polveri bagnate, si immagina il futuro della Repubblica francese nell’anno del signore 2002. Siamo davvero ancora molto lontani dal futuro dei replicanti umanoidi di Philip K. Dick ma anche qui, l’essere umano è già stato rimpiazzato da qualcos’altro, qualcosa che ha come unico scopo quello di anelare alla mediocrità. Il modello simil Fantozzi del personale impiegato male, ha dilagato oltralpe ormai da tempo, e non si risparmi nemmeno in questo periodo di elezioni. Qui, per la corsa all’Eliseo, il partito islamico ha candidato un certo Ben Abbes, un moderno Richelieu, avvezzo alle macchinazioni politiche, macchiavellico nei rapporti interpersonali a tal punto da essere uno dei candidati favoriti. La corsa al governo è una gara a due, tra lui e la rappresentante del Front National, ma se per gli antichi romani la virtù sta nel mezzo, qui la mediocrità di chi non vuol prendere posizioni nette sposta l’ago della bilancia facendo vincere le elezioni a Ben Abbes. A raccontarci il tutto è un professore di Lettere dell’Università della Sorbona di Parigi, specializzato sull’opera e sulla vita di Husymans, scrittore decadente convertitosi alla fine della sua vita alla religione cattolica.

Fermi tutti, a questo punto dobbiamo far notare che lì, dove molti vi hanno visto solo una semplice metafora del crollo del sistema occidentale e dei suoi valori, si trova invece il vero motore del libro. “Sottomissione” è  un giochetto letterario inventato per tornare a parlare Hsymans, autore dimenticato capace a suo tempo di rompere righe e schemi. Infatti nel 1884 la pubblicazione del suo À rebours (Controcorrente) sconvolse una generazione di scrittori (da Oscar Wilde a Gabriele d’Annunzio).

 “Per tutti gli anni della mia triste giovinezza, Huysmans è stato per me un compagno, un amico fedele; non ho mai dubitato di lui, non sono mai stato tentato di abbandonarlo o di orientarmi verso un altro soggetto; poi, in un pomeriggio di giugno del 2007, dopo aver aspettato molto, dopo aver tergiversato a lungo, anche un po’ più di quanto fosse accettabile, discussi davanti alla commissione dell’Università Parigi IV-Sorbona la mia tesi di dottorato: Joris-Karl Huysmans, o l’uscita dal tunnel. Già l’indomani mattina (o forse la sera stessa, non saprei, la sera della mia tesi fu solitaria, e molto etilica), capii che una parte della mia vita si era appena conclusa, e che probabilmente era quella migliore”.

François, il protagonista del romanzo, è un uomo perso sconfitto,  ha smarrito tutte le sue qualità, se mai le ha avute, e le sue volontà di lotta e nemmeno la letteratura, ahi noi, è per lui salvifica. Si rifugia quindi in giornali che compra per disperazione e nel mondo del porno online e delle avventure sessuali. Non gli è rimasto altro. La sua vita si infiamma per quei pochi istanti e poi, come uno svedese, si spegne subito, anche nell’acredine. Francois è mediocre in tutto e questo è il merito di Houllebecq, un uomo mediocre non può davvero porre critiche importanti ma può solo sparare nel mezzo e così il nemico, il sistema universitario francese, finisce con l’essere colpito a pallettoni, ma un po’ a casaccio. Per certi versi Francois rappresenta una parodia  ben riuscita di David Kepesh, personaggio creato da Philip Roth. Il professore francese è incapace di costruire un amore su basi quotidiane e si concentra quindi sull’importanza del nulla e, inevitabilmente, tutto non può che sfociare con un riempimento coercitivo e poco importa se questo sia l’ateismo originario o l’adozione di una religione l’Islam che promette la poligamia a chi non sa e non può amare.

Due parole a parte le meritano le donne di Sottomissione che, in pratica non esistono, ma in universo distopico dove l’Islam ha vinto che ruolo dovrebbero o potrebbero avere le donne? Fare le scrittrici , le politiche (perdenti), le professoresse d’università o altro ancora?
Qui Houllebecq è stato sottoposto ad un tiro incrociato da diversi critici che, più volte l’hanno accusato di sessismo e dell’essere vago in merito, ma personalmente propendo per la contestualizzazione della tematica trattata che ha ovviamente influito sull’argomento,  ma lascio libertà di pensiero e di espressione a voi.

In definitiva la questione è la solita: “Sottomissione” è un romanzo che va letto e compreso e non sventolato a difesa di valori a mo’ di barriera.

Fabio Izzo

 

A Parigi con Raymond Queneau

rq

Raymond Queneau è stato uno scrittore eccentrico e originale e non solo nelle sue opere  che conosciamo. Tra il novembre del 1936 e l’ottobre del 1938 lo scrittore francese tiene ogni giorno una rubrica sul quotidiano “L’ Intransigeant”. Queneau usa questo spazio per porre ai parigini tre domande sulle cose più curiose che riguardano la capital francese.

La rubrica fu un successo perché i parigini credevano di conoscere bene la loro città. Leggendo le parole brillanti di Queneau  si accorsero subito che era vero il contrario.

«Credevo di conoscere Parigi piuttosto bene – scrive intatti l’autore di Esercizi di stile – e, invece, mentre ragionavo su tutto questo, mi accorsi non soltanto che non conoscevo Parigi, ma anche che poche persone potevano vantare questa conoscenza».

Per i tipi delle Edizioni nel 2013 Clichy torna in libreria Conosci Parigi? Tutto quello  che devi assolutamente sapere (pp. 206, 13 euro).  Il Raymond Queneau pensiero  con le notizie più strane, divertenti e preziose su Parigi  raccontate  dall’eccentrico scrittore surrealista ai parigini degli anni ’30, che dimostrarono di amare le sue parole.

Il libro lo si può leggere come una delle più divertenti e anomale guide che siano state mai scritte.

I due anni in cui lo scrittore francese tenne la rubrica sull’ “Intransigeant”  sono per lui fecondi e paradossali.

Con un fare e un dire enciclopedico Queneau dà in pasto a suoi lettori notizie strane e aneddoti curiosi sulla vita e l’urbanistica di Parigi che mai si erano letti o conosciuti.

Egli iniziò a collaborare al quotidiano con questa iniziativa per la necessità di guadagnarsi da vivere, ma il successo che ebbe presso i lettori regalarono al grande scrittore francese istanti di autentica felicità.

Il viaggio attraverso la città  sarà una vera  e propria Odissea che segnerà nel profondo la sua opera.

Attraverso le linee di autobus, le stazioni del metrò , le metamorfosi delle strade e delle fogne, Queneau ogni giorno dalle colonne del suo giornale stuzzica la curiosità dei parigini che insieme a lui viaggiano nel ventre nascosto della loro città dai molti segreti che attendono di essere svelati.

Lo scrittore passeggiava per Parigi e gli sembrava di girare il mondo.  Con la sua rubrica fece della sua città un immenso libro- memoria. Tutto è stato catalogato per essere consegnato alla storia.

Se siete in partenza per Parigi non potete fare a meno di mettere in valigia le curiosità surrealiste d Raymond Queneau, uno dei più geniali scrittori del Novecento che vi aiuterà a scoprire davvero questa straordinaria città attraverso le sue suggestive vertigini.

Nicola Vacca

D. VILLENEUVE: BLADE RUNNER 2049

br

Tornare su Blade runner non era un’impresa facile. Il film di Ridley Scott, nel corso di quasi quattro decenni si era costruito una fama (meritatissima) di opera di culto. Una fantascienza matura, a tratti profetica, genialmente contaminata con ascendenze hard-boiled, in parte zavorrata da un simbolismo facile quanto pericoloso (sul tavolo c’è, niente meno, la possibilità di creare la vita umana).

Tratta da un romanzo di Philip K. Dick, per molti versi ancora più estremo e maggiormente concentrato su un’idea perturbante di futuro, la pellicola del 1982, almeno nella sua versione director’s cut, lasciava lo spettatore con un finale aperto e con il ghigno di un Harrison Ford braccato e in preda alla paranoia per il sospetto di essere lui stesso uno dei replicanti cui dava la caccia. Un capolavoro, se vogliamo sfuggito di mano al suo stesso autore che, nel corso della sua carriera, si dimostrerà, salvo rarissime eccezioni, incapace di avvicinarsi nuovamente a quello standard. C’era bisogno di dare un seguito a un film ormai canonizzato? Non so se “bisogno” è la parola giusta ma, visto il risultato, per quanto mi riguarda è stata un’ottima idea. Quali le carte vincenti? Molte. In primo luogo  la sceneggiatura di Hampton Fancher e Michael Greene, in grado di gestire personaggi complessi e struggenti, conferendo loro dialoghi dal sapore letterario senza  essere sentenziosi. Poi, e soprattutto, la presenza al timone del canadese Denis Villeneuve, un cineasta dalla personalità forte, un autore (al nono film possiamo spendere la magica parolina) che si approccia all’eredità delle intuizioni dickiane assecondando il suo gusto visivo e la sua poetica, senza particolari complessi di inferiorità (Scott si limita intelligentemente a produrre).

Come la straordinaria Emily Blunt, protagonista di Sicario, anche qui l’agente K (un perfetto, nella sua inquieta fissità, Ryan Gosling) si trova a indagare su un caso che si rivelerà probabilmente troppo complesso per le sue deboli spalle. La parabola del poliziotto replicante, costretto a eliminare i suoi simili, prende le mosse da un contesto profondamente noir per approdare alle tentazioni incautamente metaforiche cui facevamo riferimento poco fa. D’altra parte Villeneuve non ha mai avuto paura dei colpi di scena urlati e molto teatrali come dimostra La donna che canta, il film girato in patria che lo ha imposto a livello mondiale. E se la materia narrativa tende all’accumulo e al colpo di scena, la sua regia sembra scivolare continuamente sulla lama di un rasoio. Per la terza volta affiancato dal superbo direttore della fotografia Roger Deakins, la cui mano si dimostra sempre più riconoscibile e proterva, Villeneuve crea blocchi visivi di raggelata suggestione. L’incipit nell’allevamento californiano, la Las Vegas in rovina in cui si rifugia Deckard, il magazzino dei bambini-schiavi sono gli scenari di un videogame sontuoso e spettrale, in cui gli eroi del cineasta canadese si muovono come variabili postumane di un mondo giunto al termine. Il sentimento che si prova guardando le rigorose ed estetizzanti immagini villeneuviane è quello di una realtà posticcia e sostituibile, pur immersa nella sua esasperazione tecnologica.

Personaggi indimenticabili: tutti i personaggi femminili (che poi per peso e incisività sono la maggioranza): l’amante-applicazione Ana De Armas e la segretaria tuttofare e assassina Sylvia Hoeks, entrambe creature inumane ma diversamente empatiche e con una forte propensione al pianto (e poco importa che quello della Hoeks sia un lamento da vedova nera); la poliziotta Robin Wright, spicciativa come comportamenti e moralità al modo di tanti chandleriani sbirri di contorno; la designer di ricordi Carla Juri, cui sono concessi dieci minuti di siderale tristezza e le “pasionarie” Mackenzie Davis e Hiam Abbad. Quella di Blade runner 2049 è una società patriarcale ormai putrefatta che trova nel femminile la sua ultima possibilità di salvezza, segno evidente che la modernità non risiede solo nello sguardo di Villeneuve ma anche nel suo pensiero.

Fabio Orrico

TecnoCrazia, il veleno mite del progresso

a-angeli

Dissero di Albert Speer, ministro del Terzo Reich nonché architetto di Hitler, che avesse amato le macchine più delle persone. Ma nelle sue memorie, scritte mentre era in carcere, concluse dicendo che la Tecnica aveva lasciato in lui forti dubbi. Una amara conclusione, che questo nazista pentito lascia tra le nostre mani come un ordigno inesploso.

Il Novecento è stato il secolo dell’uomo nuovo. Tutti i regimi hanno cercato di plasmare l’umanità. Non hanno provato a farlo solo spiritualmente, ma soprattutto tecnicamente. La tecnica è il logos del progresso. Il progresso impone una visione ottimistica della vita; ma c’è un aspetto fondamentale, che non può essere messo da parte: il progresso non ammette dubbi. Ogni perché deve avere una risposta.

Il progresso crea la nozione, ossia, un dogma transitorio di fronte al quale la ragione deve fermarsi. Vero è che due più due fa sempre quattro, ma è anche vero che quattro è solo un freddo risultato e non è la soluzione dell’intero problema. In poche parole, se io riduco tutto a un dato, sarò stato bravo a sintetizzare, ma il resto mi sfuggirà e mi rimarrà ignoto.

Fatto sta che la tecnica riduce tutto al dato; la tecnocrazia impone un ragionamento per dati. Non è un caso che tutte le decisioni che interessano la sfera pubblica e privata siano ormai frutto di un’attenta analisi statistica.

In tutto questo, la verità non è più atemporale, ma è momentanea. Infatti, la tecnica si alimenta attraverso la ricerca; una ricerca però che né salva né distrugge. Pensate all’energia atomica, può aiutare o annientare l’umanità. Pensate alla moderna genetica che può essere usata tanto per fare del bene, quanto per dar vita a nuove e fantasiose forme di umanità. La tecnica mette in conto tutto. L’umanità pende dalle sue labbra.

Ma non è la tecnica a spaventarmi, quanto l’uso che se ne fa. Guido Rossi, nel suo Il ratto delle sabine, scrive mentire è potere. Romolo concepì Roma e le sue leggi proprio grazie alla capacità di divinizzare la brutalità attraverso l’arte della menzogna. Ecco, oggi la tecnica fa la stessa cosa, rendendo gli uomini schiavi di convinzioni ridotte all’osso, o meglio, “binarie”.

Se per Heidegger l’uomo è un essere-per-la-morte gettato nella precarietà, ecco che la verità diventa un evento unico e irripetibile. Ciò significa che non esistono verità assolute ed eterne, ma solo legate a una visione temporanea del tutto. E sebbene io sia d’accordo con questo concetto, riconosco però che anche il progresso rilascia solo verità transitorie. Infatti, il suo è un andare-avanti irreversibile, come il tempo.

A conti fatti, cosa c’è di speciale in tutto questo?

Il progresso migliora davvero le condizioni di vita dell’umanità?

Certamente, quando Speer iniziò a nutrire dubbi verso la tecnica, ritornò anche ad essere uomo. L’umanità in fondo è dubbio e vacillante conoscenza. Infatti, la conoscenza non ci chiede di ridurre tutto in dati o in nozioni, ma ci innalza e allarga i nostri orizzonti. In questo caso, la tecnica dà all’uomo nuove fondamenta e non solo gabbie dorate.

Martino Ciano

 

Salvemini, un grande socialista del Sud

gs

Gaetano Salvemini è stato un grande italiano. Nato a Molfetta l’8 settembre 1873, da convinto uomo del Sud deciso a riscattare la sua terra dalla miseria, ancora oggi può considerarsi uno dei più illustri meridionalisti e soprattutto è il padre del socialismo liberale.

Aderì al Partito Socialista Italiano nel 1897, sposando la causa della corrente meridionalista e iniziò la sua collaborazione con Critica sociale, la rivista fondata da Filippo Turati, sostenendo il suffragio universale e il federalismo, considerata l’unica via per risolvere la questione meridionale.

Nella sua attività cercò sempre di sensibilizzare il movimento socialista al meridionalismo. Salvemini individua la causa principale del Sud nella mancanza  di una classe media autonoma dal potere politico, ma critica anche il movimento socialista che difende i lavoratori del nord e trascura i diritti dei contadini del meridionali, mentre lui auspicava un collegamento sulle due realtà.

Mi piace definire Gaetano Salvemini un grande socialista che sposò una certa idea di sinistra distinta e distante da quella marxista e comunista. In due articoli del 1920  Salvemini condanna sia il socialismo rivoluzionario  del suo tempo, sia il socialismo di Stato, quello burocratico per intenderci. Che tende ad asservire il movimento proletario a un dispotismo di una classe sociale – la burocrazia – infinitamente peggiore della borghesia. Il socialismo nel quale crede Salvemini era quello riformista, il cui ideale e il cui metodo non hanno esaurito il compito nella storia. Infatti, Salvemini può considerarsi il padre di una  generazione di antifascisti democratici tra cui Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli. Con loro fonda il periodico clandestino Non mollare.

Sono molte le battaglie che Salvemini fece in prima persona da socialista, da laico e da meridionalista. Come non ricordare la denuncia del malcostume politico di Giolitti al quale dedicò Il ministro della mala vita, un libro coraggioso e documentato che inchioda lo statista liberale alle sue responsabilità.

Quando nel 1911 uscì dal Partito Socialista, per dissensi con Filippo Turati, Salvemini fondò L’Unità, giornale da cui continuò la sua battaglia federalista di appassionato meridionalista.

Durante il fascismo fu esule, prima in Francia, dove con i fratelli Rosselli fondò il movimento Giustizia e Libertà, poi in Gran Bretagna, e infine negli Stati Uniti dove insegnò all’Università di  Harvard.

Da sostenitore della laicità si impegnò per una scuola laica libera e mai posta sotto la sorveglianza della gerarchia ecclesiastica. Che cos’è la laicità”. Diceva il politico pugliese: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose”, così scrive Gaetano Salvemini.

Da socialista, fu un uomo moderno che sapeva vedere già oltre il suo tempo essedo dotato di uno spirito riformista autentico capace di coniugare il socialismo con il liberalismo.

Gaetano Salvemini si è distaccato dal Partito Socialista di Turati nel 1911 però all’XI congresso, svoltosi l’anno precedente, preparò una relazione sul problema della riforma elettorale al quale il partito, sino ad allora, non aveva prestato molta attenzione. Scriveva in quella relazione: “Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze … dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme … la precedenza sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta … è un partito che non sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa.”

La centralità politica della legge elettorale, la centralità dei diritti politici: i diritti politici sono le premesse necessarie per qualsiasi riforma.

Questo pensava ieri Gaetano Salvemini. Il dramma è che le sue parole fotografano oggi  l’inerzia di una classe politica  che in queste ore cerca di fare una legge elettorale che non mette al centro i diritti politici, ma li calpesta.

La lezione di Gaetano Salvemini è ancora attuale.

Nicola Vacca

Cantarella: Ulisse tra eroismo e giustizia

Petruzzelli[349]

Domenica 8 ottobre, al teatro Petruzzelli di Bari, Eva Cantarella ha inaugurato il secondo ciclo di Lezioni di storia, organizzato anche quest’anno dalla casa editrice Laterza. Tema dei sei incontri è Il viaggio. L’esordio è stato affidato ad una celebre studiosa della storia e del diritto antico, docente in prestigiose università italiane e straniere nonché prolifica scrittrice di testi sulla civiltà greca e romana. Il titolo della lezione è significativo: “La libertà. Ulisse e i suoi compagni”. Chi, più del viaggiatore Ulisse, può incarnare l’anelito alla libertà connaturato nel viaggio? E, d’altro canto, cos’è la libertà, se non un superamento degli istinti e una trasformazione graduale delle pulsioni in scelte dettate dal senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri? Eva Cantarella ha evidenziato il cammino etico-politico percorso dall’uomo greco, dalla dimensione premoderna della vendetta allo sviluppo di una primordiale logica di giustizia, un’evoluzione poi compiutamente realizzata nelle istituzioni della  polis.

La studiosa ha esordito con una domanda relativa all’antropologia dell’uomo omerico, ancora senza risposta, nonostante i ventiseimila versi complessivi de L’Iliade e de L’Odissea siano stati letti e dibattuti, nel corso di millenni, da menti geniali: i personaggi cantati da Omero erano il riflesso di un’umanità completamente eterodeterminata oppure capace di agire, seppur parzialmente, in autonomia? In altre parole, non è chiaro se, nei secoli che vanno dalla fine della civiltà micenea (XII a.C.) fino all’affermazione delle póleis (VIII a.C.), le regole di appartenenza ai grandi clan familiari costituissero gli unici moventi del comportamento umano.

Nell’epoca precedente la costituzione della polis, la Grecia era dominata dalla cultura orale trasmessa dagli aedi, poeti itineranti  nelle strade oppure ospitati nelle reggie. Gli aedi svolgevano una duplice funzione, formativa e pedagogica: in primis veicolavano il sapere e i valori di una comunità, analogamente ai nostri mezzi di comunicazione di massa, e poi, dato fondamentale, senza di loro non si sarebbe mai affermata, nell’ambito di un’aggregazione sociale, una paideia condivisa. Si spiega così il fiorire, nei poemi omerici, di polarizzazioni esemplari. Per esempio, a Penelope, moglie fedele, veniva contrapposta l’adultera e assassina Clitennestra. Il popolo ascoltava i poeti e si rafforzava nella convinzione che le donne dovessero assomigliare più alla prima, virtuosa, che alla seconda, viziosa. Identico discorso per la coppia Ulisse/Tersite, personaggi che incarnavano due differenti modelli di mascolinità: la forza fisica e il coraggio dell’eroe virtuoso risaltavano contro le miserevoli fattezze di un personaggio meschino e inadatto alla battaglia.

Eva Cantarella si è soffermata su uno dei capitoli più oscuri della storia antica, l’epoca antecedente i miti omerici. Fino alla decifrazione della scrittura “Lineare B” non tutti gli storici erano d’accordo nel collocare la civiltà minoico-micenea all’interno della cultura greca. Michael Ventris, architetto e pilota della RAF, rimasto incantato da questi argomenti dopo aver assistito a una conferenza da bambino, nel 1952 spiazzò gli accademici dichiarando alla BBC di aver decodificato quella strana scrittura, vergata su tavolette di terracotta vecchie di millenni, e solidificatesi in occasione dei colossali incendi che distrussero i palazzi del potere. Effettivamente, la “Lineare B” era lingua greca! Ora possiamo affermare, senza incertezze, che il nome Agamennone deriva dal miceneo anax (sovrano). Le tavolette ci hanno restituito l’immagine di una civiltà molto differente da quella successiva delle póleis. In mezzo, solo Omero, definito da Giambattista Vico il primo storico dell’umanità, può esserci d’aiuto per capire l’evoluzione della società ed il passaggio dalla rigidità dinastica al dinamismo competitivo delle oligarchie.

Venuto meno un sistema di potere piramidale, ha proseguito Eva Cantarella, sono intere comunità di famiglie ad entrare in competizione. Il valore per eccellenza è identificato dal termine timé, l’onore del guerriero e l’intangibilità della reputazione personale e familiare, un principio da difendere a costo di reagire con la forza. È il dovere sociale della vendetta, basato sulla legittimazione della risposta violenta come conseguenza di un atto offensivo. Per limitare la belligeranza continua, valori collaborativi si affiancano a quelli competitivi. Nel mondo omerico, ha ricordato Eva Cantarella, non esiste un concetto di giustizia paragonabile al nostro, ma è altrettanto vero che ci troviamo in un momento di transizione. Zeus, ad esempio, pur essendo una divinità, non sfugge ad alcune caratterizzazioni inedite: sa usare il setaccio della giustizia al momento opportuno. I modelli positivi sono gli eroi, ed è paradigmatica la figura di Achille o, in minore, quella di Nestore, però assistiamo ad un progressivo sgretolarsi dei rigidi codici etici della civiltà monarchica e palaziale.

Odissea[350]

La figura di Ulisse è stata illustrata da Eva Cantarella in tutta la sua complessità. Non è esagerato considerarlo un anticipatore della modernità. Permangono in lui i tratti dell’eroe antico, subordinato al valore dell’onore, però emerge un tratto differente, perché, in certi casi, le sue decisioni manifestano sia la volontà di controllare gli impulsi (non uccide il Ciclope nonostante l’istinto lo spinga a farlo), sia la capacità di autodeterminarsi, cioè di valutare le scelte da compiere seguendo criteri di prudenza (tornato a casa, il suo petto e il suo cuore disputano attorno alla possibilità di punire immediatamente le ancelle infedeli). In questo modo, l’eroe sa di poter raggiungere i suoi obiettivi, liberandosi da una bramosia ferina e omicida. Vi è, in Ulisse, un sentimento nuovo legato al bisogno di compiere giustizia, anziché mera vendetta. Questa assunzione di responsabilità, prefigurazione di un agire libero, è invece assente in Achille, rispettabile uccisore seriale di nemici, guerriero spinto, sempre, dall’esigenza di difendere la sua qualità essenziale di eroe, la timé. Quando gli viene sottratta la schiava Briseide, Achille si ritira dalla battaglia, disinteressandosi dell’effetto pernicioso  di tale decisione per il suo campo: è il suo onore a essere stato leso, e ciò basta a determinarne l’azione. Appagato da tale risarcimento, Achille non esita a tornare nella mischia solo quando viene ucciso il suo amante Patroclo.

Eva Cantarella, durante la sua lezione, ha insistito molto su questa scissione etica ricomposta nell’animo dell’eroe: se Ulisse non esita a massacrare i Proci, incurante dell’elemento soggettivo del reato perché uomini indistintamente colpevoli di aver offeso la sua reputazione, nel caso dei suoi “dipendenti” opera una selezione, distinguendo tra atto volontario e non. Femio, il suo aedo, ha cantato per il nemico invasore, ma lo ha fatto per necessità (ananke, costrizione fisica o morale), come gli spiega suo figlio Telemaco, e non merita di essere ucciso. Risponde dell’atto solo chi è responsabile. È punito chi, volontariamente, si è macchiato di colpe. Si staglia, qui, il profilo di un Ulisse moderno. Il XXII canto dell’Odissea, quello della vendetta contro i Proci, è pertanto paradigmatico di una divisione tra diverse forme di giustizia, o, per meglio dire, tra la persistenza di una brutale modalità operativa, dentro uno scenario di guerra tra nemici alla pari, e l’irruzione della vera amministrazione di giustizia nell’ambito domestico (òikos), previa attenta valutazione delle cause sottese all’agire individuale. Emerge quella che, weberianamente, si definisce etica della responsabilità.

Solo nel 621 a.C., con le leggi draconiane, ad Atene viene messa al bando la vendetta come regola di risoluzione delle controversie. Eva Cantarella ha sottolineato come sia improprio parlare di giusto o di ingiusto prima dell’istituzione delle leggi. Senza un’istituzione superiore che avochi a sé la punizione dei reati, finalmente differenziati e graduati, non sarebbe mai possibile uscire dalla logica delle faide. Perché la legge venga applicata, e la giustizia amministrata, Dracone sa che le norme devono essere sostenute da un sentire comune e quindi inserisce, molto opportunamente, delle eccezioni, ovvero delle occorrenze in cui l’esercizio di antiche abitudini è ancora consentito. Un accorgimento che rivela la saggezza del legislatore greco.

In chiusura, la studiosa, rispondendo a una domanda posta dal pubblico, ha espresso la sua opinione in merito all’attuale incapacità legislativa del nostro ceto politico: troppe leggi su un unico argomento, abborracciate, confuse, e per questo oggetto di infinite dispute interpretative. Ecco perché, dai greci, dovremmo adottare la tecnica di fare buone leggi. L’epoca attuale, ha detto Eva Cantarella, sembra molto simile a quella che portò la civiltà minoica al collasso, una rivoluzione sociale e culturale contrassegnata dalle imponenti migrazioni di popoli da un continente all’altro. Resta da vedere quando e come i nostri palazzi bruceranno, e, domati gli incendi, quale umanità e quali valori verranno dopo di noi.

Alessandro Vergari

 

 

Tondelli, un classico contemporaneo

T.jpg

«Tondelli fu uno dei primi intellettuali a tentare di raccontare e descrivere il presente non da una prospettiva distaccata, ma vivendoci dentro e mettendoci le mani e il corpo. Facendosi lui stesso presente, senza però cedergli. Aveva pudore, e una chiarissima coscienza della serietà del lavoro intellettuale: per indole e convinzione rifiutò per tutta la vita di farsi spettacolo, di trasformarsi in un simbolo o in un personaggio TV». Così ha scritto Giacomo Papi per ricordare lo scrittore a venticinque anni dalla morte, avvenuta il 16 dicembre 1991.

Tondelli è stato l’ultimo scrittore italiano che è stato in  grado di rappresentare un’intera generazione .

Senza dubbio è stato l’ultimo grande scrittore del Novecento italiano. Se  Altri libertini rappresentò il simbolo di una nuova generazione di scrittori, Camere separate, uscito da Bompiani nel 1989, è il romanzo che incarna la ricchezza culturale e le contraddizioni un’epoca, quella degli anni Ottanta vissuta intensamente da Tondelli che nei suoi scritti già aveva aperto le porte a un futuro che non riuscirà a vedere.

A venticinque anni dalla sua scomparsa Bompiani pubblica nella collana Classici contemporanei una nuova edizione del romanzo curato da Fulvio Panzeri.

Nel volume è presente una sezione intitolata Bonus Track in cui il curatore raccoglie materiale che riguarda la scrittura e la personalità di Tondelli ( lettere, interviste, scritti e altre stesure)  e che arricchisce di nuove intuizioni  quello che è stato definito il testamento spirituale dello scrittore.

Tornare a leggere i tre movimenti da cui è composto il libro coraggioso che ha il coraggio di mettere a nudo le parti più intime dello scrittore che in queste pagine si racconta attraverso la figura di Leo, significa rendersi conto che sono ancora validi tutti i ruoli di riferimento generazionale che fanno oggi di Tondelli uno scrittore imprescindibile per comprendere questo tempo.

« La forza di Tondelli – scrive Fulvio Panzeri in un articolo pubblicato su Avvenire per i venticinque anni della sua morte – è stata quella di essersi posto nell’ottica dell’osservatore curioso e attento di tutte quelle tendenze che allora caratterizzavano la “nuova” realtà giovanile e che creavano un paesaggio diverso anche per la letteratura, in quanto cambiavano i punti di riferimento della società, con l’imporsi della musica e del rock come realtà vissute in forma collettiva, attraverso la nascita delle radio libere, i concerti, il fenomeno aggregante e disgregante al contempo delle discoteche, ma anche di una creatività diversa che iniziava a porre le basi di quella che sarebbe esplosa come rivoluzione informatica, allora agli albori, con i primi videogame, l’utilizzo dell’elettronica e della computer art nei primi video musicali. Era una scena, quella degli anni Ottanta, che vedeva su un palcoscenico immaginario, dislocato in varie zone d’Italia, i “nuovi” creativi che volevano innovare i linguaggi, dal teatro alla musica fino al fumetto, non più considerato come genere di consumo popolare, ma utilizzato come forma d’arte applicata (si vedano, su tutti, gli esempi di Pazienza e di Mattotti)».

Camere separate è un romanzo felice e straordinario in cui amore, morte e nostalgia si contaminano per rappresentare la crisi di un tempo, il nostro che ha dissipato ideali per fare spazio un post- postmodernismo in cui tutto siè perso.

Sarà lo stesso Tondelli in una conversazione con Luigi Romagnoli a dire: « Negli altri miei libri credo di essere stato un po’ sulla superficie, di avere volutamente raccontato la superficie delle cose. Preferivo la descrizione di certi ambienti, di certa fauna, di certe città, mentre in Camere separate  volevo cercare le ragioni più profonde del mio modo di scrivere, del mio modo di vivere».

Camere separate è un alto momento di riflessione in cui Tondelli cerca di  vedere dentro se stesso, avendo il coraggio di identificarsi con il protagonista.

È un esame di coscienza laico che diventa un testamento di distillati sentimentali unici e irripetibili, come lo sono stati gli straordinari Biglietti agli amici, senza i quali Tondelli non avrebbe scritto questo suo ultimo e grande libro.

Nicola Vacca

 

Il conservatore senza fissa dimora

Giuseppe-Prezzolini

Prezzolini è stato il padre indiscusso del pensiero conservatore. Padre spirituale, spesso non riconosciuto, e filosofico dei valori  della cultura moderata, intellettuale politicamente scorretto, conservatore senza fissa dimora, pensatore libero .

Ai primi del Novecento svolse un ruolo importante nel rinnovamento della cultura italiana con le riviste «Leonardo» e «La voce». Da nemico di qualsiasi ideologia conservatrice,  ha realizzato con la sua intera opera un ritratto ideale di destra legata in maniera imprescindibile alla realizzazione di un partito conservatore di massa che ancora oggi tarda a venire.

Infatti basta leggere il suo «Manifesto dei conservatori», pubblicato per la prima volta nel 1972, per capire ancora quanta strada oggi bisogna percorrere per dare a chi si sente alternativo alla Sinistra, e quindi conservatore,  una casa  comune. Sergio Romano, nella prefazione alla nuova edizione del libro più famoso di Prezzolini  pubblicata per Mondadori nel’95, ebbe a scrivere: «Se fosse vivo, Prezzolini, constaterebbe che, nel momento, in cui il suo Manifesto, ritorna in libreria, il Vero Conservatore, non ha ancora una casa. E rimarrebbe probabilmente  a Lugano , in attesa di sapere se mai vi sarà una casa in Italia per il conservatore italiano».

mc.jpg

Prezzolini è molto di più di un difensore del termine conservatore. Il suo pensiero è interprete di un conservatorismo moderno. Infatti più volte ha affermato: «il conservatorismo non è semplicemente un partito; è una struttura della mente umana».

Prezzolini intellettuale scomodo e politicamente scorretto può considerarsi un conservatore atipico che aveva a cuore il primato della politica :« La politica è immaginazione e realismo, lotta e compromesso, intelligenza e passione, mescolati insieme in dosi diverse, a seconda dei popoli e dei paese e dei tempi. La politica sfrutta le qualità e i difetti degli uomini, e perciò la politica delle mani nette non è mai durata. Chi la fa deve sporcarsi le mani, se rimestola nel fango».

Nell’itinerario del pensiero politico-filosofico di Prezzolini c’è il Riformismo Conservatore, principio che parte  principalmente  dalle ragioni  speculari di fondo delle sue idee, tutte politicamente scorrette. Le sue intuizioni fanno di lui  di uno dei protagonisti più rappresentativi del Novecento.

Se si legge  bene il pensiero e l’opera di Giuseppe Prezzolini si coglieranno  nella sua oceanica produzione  gli aspetti tipici che hanno fatto di Prezzolini  «L’Italiano Politicamente Scorretto».

La sua irrefrenabile sete di cultura  lo portò ad interessarsi, impadronirsi, e poi abbandonare  movimenti, filosofie, idee e tendenze. Da uomo libero fu sempre  propositivo pensatore dalle idee conservatrici. «La natura mi fece anarchico, la ragione e l’esperienza della vita mi hanno fatto conservatore»,  era solito dire. Ed è proprio sul Prezzolini anarchico-conservatore  che bisogna insistere per comprendere la sua centralità nella cultura italiana.

Da Conservatore senza partito, Prezzolini  parte da un’idea disincantata e revisionista della Storia per spiegare in maniera dettagliata  le molteplici caratteristiche  del pensiero conservatore.  Fu così che nel «Manifesto dei conservatori» Prezzolini userà il termine di «conservatori», al posto di  quello di destra.

«Invece la parola conservatore ha un significato  che corrisponde  ad un contenuto politico e filosofico e proviene  da una radice  antichissima  indoeuropea che fornisce  già un’immagine di quello  che la tendenza  conservatrice è stata sempre  nel mondo occidentale. Destra è il posto dove generalmente seggono i conservatori; ma conservazione è l’idea per cui essi vi seggono».Parte da questa intelligente analisi semantica  il viaggio culturale di Giuseppe Prezzolini  alla ricerca  di un modello culturale da offrire alla cultura  moderata del futuro:il partito conservatore di massa.

La lezione di questo grande conservatore atipico, che guarda alla giustizia  piuttosto che all’uguaglianza astratta e livellatrice, che non è contrario alle novità perché nuove, che non scambia l’ignoranza degli innovatori per novità, che esalta il senso  delle responsabilità contro la leggerezza, l’improvvisazione, la negligenza, la procrastinazione, che accetta la necessità di cambiamenti politici, poiché la Storia è un cambiamento continuo, che considera  l’idea di progresso come un errore  logico, perché non si sa se si progredisce se non si sa  in quale direzione si va e dove ci si vuole fermare, perché non sempre quello che viene dopo è migliore di quello che lo ha preceduto, è il punto di partenza con il quale una destra moderna e competitiva deve fare assolutamente i conti per diventare il perno attraverso cui costruire un vero polo conservatore che sappia aggregare intorno alle proprie idee tutti coloro che  si sentiranno sempre alternativi alla sinistra.

La destra italiana non ha mai capito il pensiero di Giuseppe Prezzolini e quindi ha perso l’occasione per essere una destra moderna e aperta.

Al ritratto ideale del Vero Conservatore, a cui Prezzolini  con coraggio e fermezza ha dedicato la sua opera, doveva guardare senza pregiudizi intellettuali la destra di ieri, e abbracciare  senza riserve mentali il centrodestra di oggi.

Ma sappiamo benissimo che se la sinistra ha smesso di pensare,la destra non ha mai cominciato a studiare.

La lezione di Prezzolini resta tuttora valida  in gran parte dei suoi capisaldi: il senso d’identità e quindi di appartenenza; l’esaltazione delle diversità in un mondo che si muove  verso la massificazione  e l’uniformità: il rispetto della Tradizione; lo studio del passato senza nessuna chiusura aprioristica verso la modernità. «Il Vero Conservatore è persuaso di essere se non l’uomo di domani, certamente l’uomo del dopodomani».

Una grande lezione che, soprattutto in tempi di omologazione e pensiero unico, non possiamo permetterci di ignorare.

Nicola Vacca

 

La poesia di Giuseppe Perrone

gp.jpg

Le parole come coltelli devono affondare la lama nella realtà. C’è bisogno di questi tempi di una poesia che ferisce. Fare poesia oggi soprattutto significa non nascondersi dietro le parole, ma soprattutto le parole stesse non vanno addomesticate ma devono fare male sulla pagina, perché il tempo delle utopie è finito. Giuseppe Perrone è un poeta vigile e lo dimostrano i versi che leggerete. Ogni cosa è chiamata con il suo nome, nel disincanto più immanente dove l’attraversamento è il passaggio necessario per tenere sempre gli occhi aperti sulla decadenza che avanza. Alla fine, forse sarà proprio il poeta, come scriveva Ezra Pound, che avrà il compito di riempire il caos.

Nicola Vacca

 

 

L’URLO

Non ha tempo l’urlo

Suo lo spazio e ogni dove

Non ha fretta l’urlo

Suo ogni recinto e coscienza

Non ha voce l’urlo

Suo il delirio

Si veste di sdegno,

s’agghinda come prostituta

A ognuno si deve concedere

Non ha pietà l’urlo

Sua ogni tomba e pianto innocente

Sprezzante e solo,

stabilisce sentenza

La sua prossima fine?

Se l’uomo avrà voce

 

 

CROCEVIA

Cuore al crocevia

Dilemma se amore o paura

Buio di nebbia

invade le camere del cuore

Il sangue nei labirinti si dilegua

Gelo del nulla

Al crocevia

 

 

NON C’E’

Non c’è verità

Non c’è realtà

C’è la città degli indifferenti

C’è il veleno delle menti

Non c’è colpa,

ognuno è innocente

E non c’è perdono

Non c’è vita,

la morte c’è

Paradosso del nulla

 

 

VOCI

Voci di silenzi,

voci di occhi

Vuoto intorno

Voci di cielo incantato,

di terra allibita

Voci di vivi, che sopravvivono

Voci di morti, che vivono

Cori di voci,

soliste e stonate

Voci di chiese stuprate,

voci di piazza umiliata

Delirio di voci

Profezie di voci

Voci di oggi,

mute di verità

Il futuro,

tace

 

Giuseppe Perrone è nato a Taranto nel 1959.Nel  2014 pubblica  Tra i passi e le strade (Manni editori). La carità delle parole è il suo ultimo libro.