Il poeta sulla tomba di Cioran

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                                                                                                        * per Nicola Vacca

Infinito è lo sguardo del poeta sul futuro

Che apre le porte sullo squallore del presente .

           *Donato Di Poce da Poesismi Cosmoteandrici

Sono passati 3 anni da quando vidi un post su Facebook di Nicola Vacca seduto sulla tomba di Cioran, (una bellissima foto della sua compagna fotografa Giovanna Barone )e da allora aspetto questo libro: “ Lettere a Cioran, (che da subito dissi a Nicola che sarebbe stato il suo libro, anzi IL LIBRO) che gli avrebbe dato la definitiva consacrazione come Critico Letterario, perché quella di poeta se l’era guadagnata con una trilogia da far restare annichiliti(Mattanza dell’incanto, Luce nera, Commedia ubriaca) e con gli altri due libri di critica letteraria( Vite colme di versi e Sguardi dal ‘900), aveva messo subito in chiaro con che personaggio colto, autorevole, complesso  e provocatorio si avesse a che fare.

Il libro è formato da 100 pagine di grazia, illuminazioni, irriverenza, citazioni, frammenti di Cioran e il dialogo (che dura da 28 anni) di Nicola con il suo pensiero in forma di lettere tematiche. Ma il dialogo dell’autore con Cioran non è di tipo elegiaco/discorsivo, ma una lettura filosofica, poetica  e letteraria del corpus sterminato e frammentario di Cioran.

Diciamo subito che là dove la scrittura di Cioran apre varchi sullo squartamento Sociale ed esistenziale che la Storia e l’Uomo operano su loro stessi, Vacca scorge in essa, i semi di un nuovo(forse) vero e unico umanesimo (im)possibile, la ricerca di quella “tentazione di esistere” e del tempo futuro da inventare e costruire.

Il prefatore (Mattia Luigi Pozzi) spiega bene le ragioni del libro e le scelte linguistiche e tematiche che Nicola mette in evidenza come: lo scetticismo e la decadenza; L’immanenza del nulla; La scrittura Apolide; lo squartamento; La scrittura per paradossi; il senso del tragico etc… e Nicola mette in evidenza nel prologo le circostanze della nascita del libro e l’invito a fare un viaggio con lui dentro la scrittura di Cioran, come un commosso atto di devozione al maestro e un esercizio di ammirazione! Che ci svela con questi versi:

Sulla tomba di Cioran

Siamo l’abisso che nessuno racconta.

Di questa terra gli apostoli estremi

della distruzione e della rinascita.

Non smetteremo mai di squartare il tempo

 perché tu ci hai insegnato la vertigine

 degli uomini che non temono la paura.

emil

La forza di attrazione che Cioran opera sull’autore è evidente almeno per alcune ragioni di fondo:  E’ l’autore più paradossale, provocatorio  e tragico del ‘900; è un aforista nato che con l’essenzialità icastica della sua scrittura inchioda alle responsabilità umane; il suo pensiero sempre visitato dal demone dello scetticismo percorre in lungo e in largo le debolezze e nefandezze umane come solo Artaud e Carmelo Bene hanno saputo fare.

E Nicola Vacca, come Cioran, ama attraversare l’abisso della Storia, e del pensiero, toccarne i vertici, scorticare le contraddizioni, provocarne la follia linguistico-esistenziale.

Vacca nelle sue lettere(letture), non ricorre all’elegia, ma sodomizza il suo taccuino eretico, le sue pagine ridotte a cenere, e fa della scrittura per frammenti di Cioran, una preghiera di scrittura tragica, una bestemmia oracolare e metafisica…accade e si evidenzia un trasfert tra il pensatore disperato e il sismografo veggente che a tratti lo scrittore coscientemente diventa.

Ma leggiamo appunto un assaggio della scrittura di Vacca: “

*“Lo scrittore rumeno si interroga «sugli esseri, le cose e i fatti» con la sua prosa che non scinde mai il pensiero dalla vita e apre le ferite del reale nella decostruzione del linguaggio. Egli esplora la propria stessa ebbrezza di ferire, riconoscendo in essa il sentimento vertiginoso di chi esprime unicamente ciò che pensa e non ciò che ha deciso di pensare. I suoi aforismi sono schegge di verità che trovano nel bianco e nero del disincanto il tono giusto per rappresentare la vacuità e la caduta del tempo presente. Da un vacillamento all’altro, il suo pensiero diviene così luogo di interrogazione permanente.” *pag. 44.

Vacca raccoglie (e non nasconde), il testimone che la scrittura di Cioran gli pone e ci regala questo grande libro che è allo stesso tempo un libro di “Confessioni e Anatemi” e allo stesso tempo  “Esercizi di ammirazione” (Non a caso due titoli di Cioran) fino quasi a toccare in molti passaggi la vertigine del paradiso vista dall’inferno della vita e della scrittura.

Vacca è ad oggi e a mia conoscenza, il principe dell’irriverenza, ma ha la grazia spezzata del poeta, tracce d’incanto sopravvissute alla mattanza, la coscienza di un apolide metafisico, le stimmate di un pensiero immanente.

Leggiamo ad esempio a pag. 49 “…Della Francia, Cioran amerà in particolare un tratto distintivo che, a suo parere, rappresenta al tempo stesso un dono e un limite: la socievolezza. Le persone, in questa grande nazione che diventerà la sua casa, sembrano sempre in attesa di comunicare, incontrarsi, scambiarsi parole. Il bisogno di conversazione – non il monologo, né la meditazione – è ciò che anzitutto definisce il carattere di questa cultura. I francesi sono nati per parlare e si formano per discutere: lasciati da soli, sbadigliano. Ed è paradossale che a notarlo sia un pensatore radicalmente metafisico, incatenato a un destino fatale di solitudine e tuttavia incapace di sottrarsi a una prepotente «tentazione di vivere…».

E più avanti a pag. 54/55 Vacca ci da un saggio esemplare della sua scrittura/lettura critica di Cioran: “…Cioran accetta dunque la sfida che il demone della scrittura gli lancia. Ed è proprio l’orrore che ha delle parole a metterlo nella condizione di tentare l’azzardo di una lingua così diretta, a tratti aggressiva, quasi volesse picchiare duro contro una realtà dominata dall’esperienza della noia. Scrivere, per lui, non è davvero concepibile al di fuori di una dimensione singolare, di una immediata implicazione individuale. Si tratta, in altre parole, di un’operazione del pensiero che non può prescindere da 55 un profondo coinvolgimento esistenziale. Cioran era convinto che si cessa di essere scrittori quando non ci si interessa più alla propria vita, poiché il distacco da se stessi rovina il talento e, una volta distrutta la materia prima dell’ispirazione, non ci si abbasserà poi ad andare in cerca di surrogati. Tutti i frammenti del suo pensiero chiamano allora in causa la sua stessa esistenza, inchiodandola sempre alle proprie grandi e piccole miserie, in un contraddittorio procedere per paradossi attraverso il quale lo scrittore manifesta uno sprezzante distacco da tutto, tranne che dalla carne viva del proprio esistere…”

Vacca ad un certo punto (a pag. 69) ci rivela il suo innamoramento(folgorazione) per Cioran scaturito dal titolo in vetrina del libro “Squartamento”  (siamo nel 1981) e ne fa pretesto per rivelarci uno degli aforismi più profondi e toccanti del pensiero e della poetica di Cioran:

“…Come faccio sempre – sorta di rituale irrinunciabile – anche quel giorno la prima cosa che feci non appena ebbi il libro fra le mani fu sfogliarlo, scorrere a caso, con lo sguardo, le sue pagine. Il fato mi destinò un aforisma a pagina 113:

– Il vero scrittore scrive sugli esseri, le cose e gli avvenimenti, non scrive sullo scrivere, si serve di parole,

non ne fa l’oggetto delle proprie rimuginazioni. Egli sarà tutto, salvo che l’anatomista del Verbo.

La dissezione del linguaggio è la mania di quelli che, non avendo nulla da dire, si relegano nel dire.-

Parole che rappresentarono fin da subito per me – da aspirante scrittore quale ero – una preziosissima bussola. Mi accorsi subito che esse non avevano alcun timore di indicare le cose con il loro nome, che mi trovavo al cospetto di un pensiero dinamitardo e perciò da maneggiare con cura. Scrivendo contro il proprio tempo, sfidando a viso aperto tutte le contraddizioni dell’esistenza, Cioran sapeva che non sarebbe piaciuto a molti, ma non se ne è mai davvero curato, consapevole che proprio questo è il destino di opere concepite come lame che affondano per ferire. Ciò che gli interessa è anzitutto scuotere, svegliare…”

Non voglio tediarvi oltre in questa piccola presentazione del libro e vi invito invece a leggerlo prima come ama fare Nicola(tutto d’un fiato, assaggiare qua e là qualche pagina), ma poi di riprenderlo in mano con cura e leggerlo e rileggerlo con l’attenzione che meritano le ostie sconsacrate della scrittura, le ossa fragili delle parole, le nuvole essenziali del nulla e concludo questo mio intervento (che non vuole essere una critica letteraria, ma una testimonianza amichevole e solidale) a un amico scrittore e poeta che seguo e amo da tempo, con questi versi che gli ho dedicato:

UN POETA PIANGEVA SULLA TOMBA DI CIORAN

 

                          Per Nicola Vacca

Un giorno ho visto

Un vento gravido d’azzurro

Portare foglie accartocciate

Dentro il cimitero dei Grandi.

Mentre Parigi danzava nella notte

Tra luci e sogni degli innamorati

C’era una lucciola di vuoto

Accesa sopra una tomba

Con gli occhiali e il taccuino

Posati sopra il cuore.

Un poeta pregava e piangeva

E scriveva lettere segrete

E poesie fatte di dolore

Che nessuna quiete osava declamare.

Tracimava nel silenzio l’inquietudine dei vivi

Che osavano appena esistere

Nel riverbero di una tentazione.

Il maestro dalla tomba

Sussurrava appunti, clamori di vuoto

E di essenze impazzite

Sgocciolii di squartamento

Sommario di decomposizione

Vacillamenti e anatemi.

Il poeta al culmine della disperazione

Prendeva appunti e scriveva

Nel vento e nella notte

Gravido di Parigi.

Il poeta pregava e piangeva

Innamorato della vita e di luce nera

Nonostante la vita e le piazze del nulla.

Il poeta innamorato e folle scriveva e prendeva appunti

Folle, folle, folle d’amore per te Emil!

 

Donato Di Poce

 

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Toma, la voce profonda di un poeta

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Salvatore Toma è una voce singolare e appartata della poesia italiana, passata su questa terra e troppo presto andata via. Un vero poeta del sud, salentino per l’esattezza, che ha squarciato il cuore maledetto delle parole e in un corpo a corpo quotidiano con la morte se ne è andato lasciando in eredità alla letteratura tutta la ribellione che si può trovare tra le pagine di una poesia estrema e maledetta.

Salvatore Toma in un certo senso è stato un poeta maledetto, uno scrittore di versi che era in assoluta disarmonia con la propria epoca.

Nell’imperfezione della solitudine, il poeta tranciava le parole, le soffocava sulla pagine agognando una grande esplosione che mandasse in frantumi ogni cosa.

La sua scrittura è tragicamente anarchica e anche quando si lascia ossessionare dal pensiero della morte, che per lui è l’unico modo di sentirsi vivo, è consapevole che le sue parole non hanno nulla da scontare all’esistente.

Di Salvatore Toma si continua a sapere molto poco. A trent’anni dalla sua morte la sua poesia è dinamite pura che non teme le conseguenze di tutte le sue deflagrazioni.

Sarebbe caduto completamente nel dimenticatoio se Maria Corti nel 1999 non avesse pubblicato nella collana bianca di Einaudi Canzoniere della morte, un’ interessante antologia del poeta salentino scomparso in giovane età.

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Maria Corti nella scelta dei testi ha colto la voce più profonda dell’io di un poeta maledetto.

Salvatore Toma era un poeta maledetto dei nostri giorni che nelle sue poesie non rinunciava alla naturalezza di essere se stesso.

In ogni verso il poeta cerca lo schianto della parole che deflagra perché egli stesso è una miccia corta pronta in ogni momento a esplodere.

La poesia di Salvatore Toma è un cerino sempre acceso che appicca incendi.

«La realtà di Toma – scrive Donato Valli – è immersa nella sua sera, un certo maledettismo che è tipico del Salento, degli artisti salentini della seconda metà del novecento, immersa nell’annientante malinconia, nella tenebra materna della morte, che ha l’azzurrità del mare. Questo annullamento di sé dà alla scrittura la leggerezza, la bellezza che tocca il culmine della labilità».

Toma porta in sé una dilaniante esplosione che trova nella poesia una forma autentica di espressione.

A essere autentico è soprattutto il poeta Salvatore Toma che a mani nude scava negli abissi della sua coscienza e che vive ogni giorno il suo personale terrore di essere poeta, un uomo che conosce cose orrende e per questo ride di tutto e con i piedi sulla terra fruga sempre alla ricerca del delirio totale.

Salvatore Toma, nato a Maglie nel 1951 e morto nel 1987, poeta che ha scavato la fossa alle parole, pronunciandole sempre senza alcun nascondimento e non preoccupandosi mai delle conseguenze del disastro.

«Ci sono poeti / che di vivere / fanno finta. / Ogni tanto aprono la bocca / e ti mostrano la lingua / per farti vedere / che oltre a parlare / sanno anche leccare. /Evviva il poeta! / evviva la sua canzone / di bestia in estinzione!».

Evviva Salvatore Toma, poeta che come pochi ha portato sulle spalle la croce della poesia e della vita.

Nicola Vacca

Portelli: Steinbeck e la necessità

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The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con il titolo Furore, è uno dei capolavori indiscussi della letteratura mondiale. John Steinbeck lo scrisse nel 1939, nel pieno delle riforme roosveltiane seguite alla Grande Depressione, al termine del decennio nero della storia americana. Nel 1940 il maestro del cinema John Ford ne ricavò un film dal finale non del tutto risolto, ma complessivamente fedele alla trama del romanzo, con Henry Fonda nei panni del protagonista.

Furore è la saga epica della famiglia Joad, cacciata dai campi dell’Oklahoma e alla ricerca di lavoro verso Ovest, in esodo forzato fino alla California. Lo scrittore americano racconta l’epopea di migliaia di contadini, braccianti e piccoli coltivatori, brutalizzati dal potere e sottoposti alla dura legge della necessità. Costretti a fuggire, a inseguire promesse, a percorrere strade che portano a luoghi sconosciuti ed ostili, a combattere contro regole scritte e non scritte. Regioni lontane dove si prospetta la possibilità di un impiego. Persone che vedono morire i propri sogni mentre i nuclei familiari si disintegrano sotto i colpi della fame e della stanchezza. Furore è un romanzo immortale, perché il bisogno di giustizia è un’esigenza umana, indistruttibile.

Non stupisce che Alessandro Portelli abbia voluto impostare la sua lezione sul tema della Necessità, nell’ambito delle Lezioni di Storia organizzate dagli editori Laterza dedicate quest’anno al Viaggio, rileggendo  Steinbeck e in particolare il suo modo di rappresentare la crisi in The Grapes of Wrath. Portelli, fondatore del circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza alternativa delle culture popolari, insegna Letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma ed è storico e critico musicale, con una predilezione per i canti politici e di protesta. Una lezione suggestiva, la sua, illustrata da canzoni folk, dal cinema di John Ford e dalle foto di Dorothea Lange, di Walker Evans e di altri testimoni dei terribili Anni Trenta americani.

Alessandro Portelli ha sottolineato subito alcune analogie importanti tra il dramma di allora e quelli di oggi. La catastrofe naturale è intrecciata a quella umana, così in Furore, così nelle grandi migrazioni contemporanee. La guerra in Siria non è forse stata innescata da una gravissima siccità nella regione del Medio Oriente? La regione subsahariana, da dove provengono migliaia di disperati sbarcati sulle nostre coste, non sta patendo, più di altre, le conseguenze della desertificazione? Nel realistico romanzo di Steinbeck, steso dopo un’attenta ricognizione sociale, le tempeste di sabbia infuriano su tutto il Sud Ovest e, inesorabilmente, i campi si sfaldano. I contadini, dediti alla coltivazione intensiva del cotone, si impoveriscono. Non potendo più pagare gli affitti, si indebitano verso i latifondisti. Subentrano le banche. Forze sempre più impersonali sono a capo della catena di comando. Chi rileva le loro terre? È il grande Capitale senza volto.

Bé, il tizio ch’è venuto parlava tutto gentile. ‘Ve ne dovete andare ma non è colpa mia.’ ‘Bé’, gli ho detto io, ‘e di chi è la colpa? Così vado e gli spacco la faccia.’  ‘È della Shawnee Land and Cattle Company. Io piglio ordini e basta.’ ‘E chi è la  Shawnee Land and Cattle Company?’ ‘Non è nessuno. È una società.’ Roba da diventarci matto. Non c’era nessuno per dirgli il fatto suo. Alla fine la nostra gente s’è stufata di cercare qualcuno per pigliarsela con lui…”

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Furore, ha evidenziato Portelli, è sostenuto da registri linguistici differenti. Una parte è densa di riferimenti biblici, quindi solenne, ma a questa si intervallano ampie sezioni in vernacolo. Steinbeck è interessato all’espressione orale delle persone semplici. La letteratura americana irrompe in Italia negli anni del Regime, spinta da autori e traduttori del calibro di Cesare Pavese ed Elio Vittorini, in funzione di affermazione democratica, implicitamente antifascista. I lettori italiani scoprono nel romanzo elementi insoliti ed esotici, come i camion, le infinite autostrade (il viaggio si svolge lungo la mitica Route 66), i tubi di scappamento, le descrizioni minute di interventi meccanici sugli automezzi. E poi, nelle pagine di Furore si parla del corpo umano, dei suoi bisogni, di donne incinte, di vecchi cadenti, di cessi, di sciacquoni… La narrazione è ad altezza d’uomo, ben lontana dalle mode letterarie in voga a quell’epoca nel nostro Paese. I dialoghi del film dal contenuto più esplicitamente sociale furono limati dalla censura.

 E man mano che i campi si spostavano verso ponente, le regole divennero leggi, senza che nessuno le imponesse alle famiglie. È contro la legge evacuare vicino al bivacco; è contro la legge insudiciare in qualsiasi modo l’acqua potabile; è contro la legge consumare cibi prelibati vicino a chi non ha da mangiare, tranne che lo si inviti a condividerli. E con le leggi, le punizioni. Erano solo due: o un immediato e sanguinoso pestaggio o l’ostracismo; e l’ostracismo era la peggiore. Poiché chi violava le leggi portava con sé il proprio nome e il proprio volto, e non trovava posto in nessun mondo, ovunque venisse creato.”

Furore ruota attorno alla vicende della famiglia Joad, una storia simile a mille altre. Tom torna a casa dal carcere. Grazie alla condizionale ha scontato quattro anni su sette. Ma la sua famiglia si è  trasferita altrove, presso uno zio, a sua volta sfrattato. Non c’è più lavoro, in Oklahoma. Occorre partire, secondo la logica del push&pull. Push, l’espulsione dai propri campi, pull, il richiamo della California. Nessuno vede alternative, semplicemente perché non ce ne sono. Tra le mani dei contadini circolano volantini che promettono impieghi ben pagati. I migranti, ha chiosato Alessandro Portelli, si stringono sul pianale di camion scassati, l’analogo delle odierne carrette del mare. Le popolazioni rurali sono abituate a leggere la Bibbia, a toccare la carta, e credono alla verità del testo scritto: non pensano che la pubblicità possa essere ingannevole. Un po’ quello che capita oggi a chi usa compulsivamente Facebook, e non si chiede se una certa notizia sia vera, o come negli anni Novanta, quando la popolazione albanese ha raggiunto la costa pugliese, illusa dalle trasmissioni della TV italiana. Steinbeck affida il ruolo di voce critica a Jim Casy (le stesse iniziali di Jesus Christ), predicatore che ha perso la fede. Nella disillusione cova il seme della conoscenza.

La famiglia Joad è composta da uomini e donne appartenenti a tre generazioni. Furore è un romanzo sui valori presenti nella famiglia e sulla funzione dell’organizzazione familiare all’interno della società civile. È facile rintracciare un parallelismo con la situazione attuale, ora che sono i padri e le madri, e non lo Stato, a costituire l’ammortizzatore sociale per i figli disoccupati. L’insicurezza esistenziale è dipinta nel romanzo con tinte cupe. Alcuni vivono il proprio ruolo nel segno del più feroce egoismo, come il trattorista che non esita a buttare giù le case dei contadini, stipendiato dai latifondisti, tre dollari al giorno indispensabili per nutrire suo figlio. Ma Steinbeck assegna ai Joad una diversa veste simbolica. Nei loro durissimi sforzi, mortali per gli anziani, è riposta l’energia segreta dell’America. Una volta arrivati al campo gestito dal governo, nell’ultima parte del libro, la madre di Tom cerca di sfamare tutti, compresi i figli di altri sfortunati emigranti. Lo scrittore americano vuole preservare questa apertura inclusiva, farla brillare a mo’ di esempio.

 I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.”

 Gli sfollati, ha ricordato Portelli, costituivano effettivamente uno sterminato esercito industriale di riserva per i capitalisti. In Furore l’aspetto dello sfruttamento è centrale. Vi sono campi allestiti dal governo, ma la maggior parte sono solo centri di accoglienza improvvisati, dove mancano i servizi minimi, le paghe sono misere e i lavoratori vengono aizzati a competere tra loro per accaparrarsi briciole di pane. Il razzismo verso i ‘campagnoli dell’Oklahoma’ dilaga nella popolazione locale. Il filo spinato recinta le baracche, riducendo i braccianti al rango di internati. Guardie armate regolano il passaggio. Nessuno li ama, nemmeno i compaesani trasferitisi laggiù prima di loro e “integrati”. La polizia, al minimo sospetto di insubordinazione, entra nel campo ed esercita giustizia sommaria. Durante una colluttazione Tom Joad, per reazione istintiva, spacca la testa a un poliziotto che ha ammazzato a bastonate l’ex predicatore Jim Casy sotto i suoi occhi. Il giovane Tom è atteso da un destino di solitudine. Il dialogo dell’addio, tra lui, eroe proletario braccato dalla legge, e la madre, compassionevole e solida matriarca, è uno dei momenti cardine del libro e del film.

 Tom fece una risatina imbarazzata. ‘Bé, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…’ ‘ E così che, Tom?’ ‘E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, bé, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… bé, sarò lì. Capisci?…’ ‘Non riesco a capire’, disse Ma, ‘non ci riesco’”.

Woody Guthrie, socialista, cantautore folk senza il quale non avremmo avuto un’intera tradizione di canti di protesta, è l’autore di This land is my land (1940), canzone assurta a inno americano alternativo. Tra le sue Dust Bowl Ballads trova posto anche una composizione, divisa in due parti, dedicata a Tom Joad, benché la fonte di ispirazione per Guthrie fosse solo il film, non avendo letto il libro al momento della composizione. Un verso recita: “Ever’body might be just one big soul – Tutti potremmo essere una grande anima”. Alessandro Portelli ha messo in luce la valenza politica di questo verbo coniugato al condizionale. Se nel dialogo tra Tom e la madre l’Anima è intesa nell’accezione filosofica cara a Ralph Waldo Emerson, uno specchio che si è rotto i cui frammenti siamo noi, i viventi, dispersi e attraversati dal medesimo flusso vitale, nella ballata di Guthrie c’è un futuro comune che attende gli individui. Ricomporre il quadro, attraverso la lotta, è possibile.

Nel romanzo di Steinbeck, ha ricordato Portelli, convergono tre finali. Uno è lineare e maschile: l’ideale della militanza rivoluzionaria che segna una direzione, una rottura, un punto di arrivo. Un altro è ciclico e femminile: la garanzia di continuità familiare, incarnata dalla madre di Tom. Le donne sono legate alla terra e attendono il ritorno della vita sotto forma di pioggia benefica. Ma a questa corporeità, si oppone il terzo finale, il più spirituale. Steinbeck introduce il simbolo dell’indistruttibilità della memoria: il fuggitivo torna come un fantasma.  Chi ha compreso questa sfumatura è stato Bruce Springsteen, nell’album intitolato The Ghost of Tom Joad (1995). “The highway is alive tonight / But nobody’s kiddin’ nobody about where it goes / I’m sittin’ down here in the campfire light / Searchin’ for the ghost of Tom Joad. – L’autostrada è viva, stanotte, / ma nessuno si fa delle illusioni su dove conduca. / Siedo qui, davanti al fuoco del bivacco, / in cerca del fantasma di Tom Joad”. Benvenuti nel Nuovo Ordine Mondiale, canta il Boss, tra elicotteri, muri elettrificati e pattuglie pronte ad intercettare i clandestini messicani che attraversano il confine.

L’immigrazione degli italiani all’estero, secondo Portelli, ha sempre ispirato canzoni costruite sul dramma della separazione. Il nostro è il punto di vista di chi è stato abbandonato. I canti politici di protesta americani, invece, insistono sullo sfruttamento, sul paradigma della proprietà privata applicato ai rapporti umani, di cui è valida testimonianza letteraria, in anni recenti, il libro Beloved (Amatissima) di Toni Morrison, scrittrice erede del filone realistico che fa capo a Furore.

Una bella lezione, questa di Alessandro Portelli, da dedicare a tutti coloro che interpretano opportunisticamente la sinistra come agenzia di collocamento, solo per avere il “posto” sicuro nel settore pubblico o un ruolo ben remunerato nei gangli di un’amministrazione, dimenticando che la base di ogni politica progressista è la lotta contro il principio di necessità, la battaglia singola e collettiva nel nome della giustizia.

Alessandro Vergari

Un vino e un libro (a cura di R. Saporito)

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“L’estate scorsa. Cosa ricordo dell’estate scorsa. I club: The Wire, Nowhere Club, Land’s End, The Edge. Un albino da Canter verso le tre di notte. Un enorme teschio verde che guardava gli automobilisti da un cartellone su Sunset, col cappuccio, un calice in mano e le dita scheletriche che facevano segno di avvicinarsi. Un travestito con un top elasticizzato in fila alla cassa di un cinema. Un mucchio di travestiti, l’estate scorsa. Cena da Morton’s con Blair che mi chiedeva di non andare nel New Hampshire. Un nano che saliva su una Corvette. Un concerto delle Go-Gos con Julian. Una festa da Kim in un pomeriggio di domenica, caldissimo. I B-52’s sullo stereo. Gazpacho, chili di Chasen’s, hamburger, daiquiri alla banana, gelato Double Rainbow. Due ragazzi inglesi vicino alla piscina che mi raccontano tutti contenti del loro lavoro da Fred Segal. Tutti i ragazzi inglesi che ho conosciuto l’estate scorsa lavoravano da Fred Segal. Un ragazzo francese magro magro che era andato a letto con Blair e fumava uno spinello con i piedi nella Jacuzzi. Un grosso rottweiler nero che beve l’acqua della piscina e poi si mette a nuotare. Rip va in giro con un occhio finto in bocca. Io guardo oltre le palme, guardo il cielo.” (Bret Easton Ellis “Meno di zero”)

 

Vino: Allegro, Viognier 2016 – Monte Solaio, Toscana

 

Libro: Bret Easton Ellis “Meno di zero” (Tullio Pironti Editore)

SCOTT FRANK: GODLESS

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Ogni tanto anche Steven Soderbergh ne fa una giusta. Godless, miniserie western distribuita da Netflix, produttivamente parlando, è una creatura del sopravvalutatissimo cineasta di Atlanta ma cabina di regia e macchina da scrivere sono appannaggio di Scott Frank. Chi è costui? In realtà, seppure non altisonante, il nome di Frank, dovrebbe risvegliare più di una pulce nell’orecchio. Sceneggiatore per, tra gli altri, Branagh (L’altro delitto), lo stesso Soderbergh (Out of sight), Spielberg (Minority report), Sydney Pollack (The interpreter) e regista in proprio con La preda perfetta, riuscito adattamento del bellissimo noir di Lawrence Block Un’altra notte a Brooklyn, Frank ha attraversato circa trent’anni di cinema americano con instancabile passo da maratoneta e intelligenza da provetto storyteller. Godless è la sua occasione, colta al volo, per lasciare un segno.

Innanzitutto concentriamoci sulla sua destinazione televisiva. Probabilmente la Hollywood contemporanea non saprebbe che farsene di un’epopea western con lo sguardo felicemente rivolto al passato (attenzione, mi sto già contraddicendo: lo stesso potrebbe dirsi per il supereroistico Logan di James Mangold, la cui sceneggiatura è firmata proprio dal Nostro. E invece…), dai toni pacati e dal ritmo fluviale, con protagonisti che pretendono la loro brava dose di tempo per rivelarsi e confermarsi, ricca di piccoli particolari e finezze, gag nascoste nelle pieghe di un racconto spesso duro e drammatico e personaggi secondari che, seppur sulla scena per poco tempo, riescono a restare nella memoria (la vedova tedesca e il suo corteggiatore sui generis, per esempio). In questo senso la televisione (o qualunque device vogliate, nell’era  della post-televisione) e la serialità si dimostrano fedeli alleate di questo cineasta malinconico e coraggioso e del suo bisogno di classicità.

Al centro di Godless c’è una città mineraria, La Belle, rimasta senza uomini a causa di un incidente nella locale miniera che ha decimato la popolazione maschile. Un paese di vedove, dove a incarnare la virilità, prescindendo da un pugno di vecchi e bambini, resta uno sceriffo con forti problemi di vista e il suo giovane e simpaticissimo aiutante. Ma a La Belle arriva anche un bandito in fuga, inseguito da una posse di criminali guidati da una sorta di predicatore assassino, un personaggio degno del miglior Cormac McCarthy, interpretato magistralmente da Jeff Daniels. Attore spesso usato nella commedia (semplicemente perfetto nel grande film di Demme Qualcosa di travolgente) e con toni di piacevole seppure isterica leggerezza anche nel thriller (si veda Debito di sangue di Eastwood), qui Daniels incarna un padre folle e terribile, incline al delitto e all’ossessione religiosa (a me ha fatto tornare in mente il Lee J. Cobb di Dove la terra scotta, e se non è un complimento questo…). Privato del braccio sinistro, gli occhi dardeggianti sotto una folta barba bianca, Frank Griffin, questo il nome del fuorilegge, è un profeta da antico testamento che alterna, senza apparente contraddizione, atti di spaventosa ferocia a gesti pietosi come dimostra il bellissimo episodio della comunità decimata dal vaiolo. Nel resto del cast, puntualissimo, l’unica altra “faccia da cinema” nonché vivente madeleine proustiana della Hollywood che conta (I cancelli del cielo, Hannah e le sue sorelle e Crimini e misfatti fanno parte del suo blasonatissimo carnet) è Sam Waterston, qui nei panni di un anziano sceriffo cui spetta la scena d’apertura, bellissima e sconvolgente.

Come tutti i grandi western, Godless è anche un racconto di fondazione: di una comunità, di una città, di un sentimento. La durata di oltre sette ore gli permette anche di inanellare tutta una serie di topoi. C’è un ranch solitario, perso in mezzo alla wilderness, le baracche del villaggio minerario come barriera al deserto, le lunghe pause descrittive sul paesaggio come in Sentieri selvaggi e l’assedio e lo scontro cittadino come in Un dollaro d’onore.

Scott Frank si prende tutto il tempo che gli serve e dimostra la sua bravura di sceneggiatore confezionando un happy end che non ha nulla di stucchevole. Anzi, chiude di fatto il film mezz’ora prima della sua reale fine, amputando con maestria i fili dell’intreccio e si concede uno splendido e dilatato finale, incollato ai corpi dei suoi eroi, all’esito dei loro destini. L’ultima immagine che ci viene mostrata è la linea infinita dell’orizzonte, a picco su un mare placido e luminoso, chiasmico congedo da un racconto apertosi sulla sabbia e sul sangue, su una biblica tempesta di polvere in grado di cancellare corpi e paesaggio.

Fabio Orrico

 

L’ Italietta degli assessori alla cultura

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Portare la cultura nelle istituzioni e fare cultura dalle istituzioni bisogna avere cultura e essere dotati di una sensibilità spiccata all’organizzazione seria di eventi che con la cultura hanno a che fare.

Detto questo possiamo affermare che non ci sono più gli assessori alla cultura di una volta.

Per ragioni legate a quello che faccio, andando in giro per l’Italia, ho avuto come interlocutori numerosi assessori alla cultura. Il bilancio di questi incontri è stato davvero devastante.

Non pretendevo certo di avere a che fare con novelli Renato Nicolini, ma accidenti nemmeno trovarmi di fronte inesperti, incolti e presuntuosi individui che non avevano nemmeno un’idea, neanche un progetto e che a malapena riuscivano a articolare un pensiero completo.

Gli assessori alla cultura, tranne qualche dovuta eccezione, non sono all’altezza  di quella grande parola che rappresenta un valore fondamentale per la crescita di una comunità e di un Paese.

Sono i primi a ritenere che la cultura non dà da mangiare, ma soprattutto dimostrano in ogni loro azione di non essere muniti di un bagaglio culturale degno del ruolo che ricoprono.

Gli assessori alla cultura oggi sanno solo interpretare bene il ruolo di passacarte, in pochissimi casi mi sono imbattuto in perfetti organizzatori di eventi, promotori di idee e di intuizioni sul territorio. Quasi mai ho trovato in loro i testimonial della Cultura, quella con la maiuscola.

Pochissime volte mi è capitato di avere a che fare con un assessore alla cultura colto e sensibile alle problematiche culturali del suo territorio. In quel contesto abbiamo lavorato bene.

Gli assessori alla cultura che non appartengono a questa categoria (la maggioranza, purtroppo) se ne infischiano della cultura perché una cultura non ce l’hanno.

Gli assessori alla cultura, in questo paese decadente in cui la cultura è ogni giorno umiliata e derisa, sono talmente insensibili che spesso li vedi paragonare folcloristiche sagre di paese a simposi di altissimo livello.

Gli assessori alla cultura sono dei nani che si sentono giganti. Non ci sono più gli assessori alla cultura di una volta.

Lancio una modesta proposta per prevenire. Prima di affidare l’incarico di assessore alla cultura, bisognerebbe sottoporre il candidato a un esame approfondito di cultura generale e non limitarsi a nominarlo assessore soltanto in base al manuale Cencelli.

Ne vedremmo delle belle. Soprattutto scopriremmo che oggi gli assessori alla cultura sono autentici analfabeti di andata e di ritorno.

Dio è morto, Marx pure  e gli assessori alla cultura, nell’Italietta delle apparenze tragiche  condannata al niente, non stanno tanto bene.

Nicola Vacca

 

Metafisica del gazzettiere

giornali

Che brutta fine ha fatto il cosiddetto quarto potere. La capacità di orientare l’opinione pubblica è miseramente finita nelle mani dei gazzettieri.

Il gazzettiere è un sottoprodotto per niente culturale della nobile figura del giornalista.

Una figura miserabile che nella straripante società dello spettacolo, nell’epoca dell’ostentazione risibile dell’opinionismo  è il nulla più assoluto che ritiene con presunzione di essere qualcuno.

Il gazzettiere ha una sua etimologia. Secondo il vocabolario Treccani il gazzettiere è uno scrittore, collaboratore di gazzette, oggi viene usato in senso dispregiativo. Il gazzettiere è un giornalista di poco valore o di scarsa serietà professionale.

Questa definizione non fa una piega soprattutto oggi che l’informazione , più di ieri, è popolata da gazzettieri che si credono davvero giornalisti.

Quado Karl Kraus afferma che i giornalisti scrivono perché non hanno nulla da dire e hanno qualcosa da dire solo perché scrivono sicuramente ha in mente i gazzettieri del suo tempo.

Parafrasando il suo pensiero possiamo dire che non avere nemmeno un pensiero ed essere in grado di esprimerlo; ecco cosa serve per diventare gazzettieri.

Il gazzettiere si guarda bene dall’avere un pensiero proprio o dall’esprimere un’opinione.

È molto più comodo servire quella degli altri, soprattutto quando questi possono essere utili ai suoi tornaconti.

Non troverete mai un gazzettiere che si espone in prima persona. Il gazzettiere non conosce la deontologia quando diventa portavoce delle opinioni altrui, quelle che secondo il suo punto di vista “contano” perché sono espresse dai padroni del vapore.

Il gazzettiere è sensibile ai padroni del vapore  e con l’estrema duttilità di un camaleonte si mette al loro servizio, prostituendo la sua scarsa intelligenza.

Per leccare il culo non ci vuole intelligenza, è sufficiente essere disponibili a farlo.

Così il gazzettiere non perde occasione per rendere noto il suo servilismo e sulle sue gazzette, spesso in deroga alla grammatica, incensa le nomenclature guardandosi bene dal far sentire la propria voce. Molto meglio confondersi a quel coro infinito dei questuanti che popola l’anticamera del palazzo in attesa che arrivino le briciole promesse.

«Non ci si può dunque proteggere dagli errori di stampa se, ogni volta a pronunciarli è qualche stupido sapientone, passano per capolavori?», ancora una volte il caustico Karl Kraus non sbaglia un colpo.

Se il giornalismo ha appestato il mondo col talento, i gazzettieri lo hanno completamente imbastardito con la loro stupida presunzione di essere sapienti.

Il gazzettiere è un errore di stampa, un maledetto refuso duro a morire.

Nicola Vacca

 

In viaggio con Lettere a Cioran

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Lettere a Cioran di Nicola Vacca è stato presentato, finora, a Lecce, Gioia del Colle e Bari. Tre occasioni per approfondire le intenzioni dell’autore e per guardare con maggiore chiarezza tra i gangli dell’opera. Negli incontri, l’indissolubilità del legame tra il poeta pugliese e lo scrittore rumeno è stata confermata. Una vicinanza giocata sul filo di un’intelligenza asperrima e urticante. Perché scrivere è sempre, per Emil Cioran come per Nicola Vacca, uno sbudellamento di umori, un collasso di nervi, un assassinio delle certezze. La parola diretta equivale a un massacro metaforico, a uno sterminio della mediocrità. Lettere a Cioran è un libro che brucia, infiammabile come tutti i libri scritti guardando in faccia i propri demoni interiori. L’ombra di Cioran si è addensata pagina dopo pagina. Il fantasma, ospite inquietante, è colato dentro la trama delle nostre conversazioni e in quelle con il pubblico.

Lettere a Cioran è un catalogo di vertigini, che qui, un po’ impressionisticamente, enuncio. Il nulla e l’orrore del nulla. Il vitalismo disperato e l’inaridimento dell’esistenza. La parola e il suo scandalo. Il dubbio e lo schianto della verità. La coscienza, porta dell’inferno, e la vita, apprendistato di crudeltà. La consapevolezza dolorosa della decadenza. Le insonnie della mente e i dolori della carne. Il taglio del pensiero nella tela dell’immanenza. Lo sradicamento metafisico. L’inattualità e la noia radicale. L’intraducibilità di un sentimento unico: cafard. Il sollievo di non avere sollievi nello stare-al-mondo. L’impossibilità di un approdo nei vagabondaggi notturni. L’ambivalenza della Francia, madre adottiva e fucina di mal tollerate modernità. L’ironia spiazzante e il frammento fulminante: un pensiero, uno solo, per mandare in frantumi l’universo. E lo scivolamento nel tempo, fino a caderci dentro, gorgo onnivoro e invincibile.

C’è tutto questo e c’è molto altro, in Lettere a Cioran, un testo che sfugge alle classificazioni. Romanzo epistolare sui genesis, saggio letterario, prosa filosofica? Sì e anche no. Siamo in presenza, piuttosto, di una meditazione critica, prima che biografica. Lettere a Cioran è un diario di bordo, il resoconto esteso di un viaggio esistenziale, la mappatura dei sentieri impervi di una mente geniale, un manuale di istruzioni per avvicinarsi al cuore incandescente di un pensiero. “Tutto ha inizio a Parigi, il 28 novembre 2014. Ricordo chiaramente l’aria mite, il cielo nuvoloso di quel giorno senza meta nella bellezza della capitale francese. La prima tappa del mio errare è il cimitero di Montparnasse”. Chi ha familiarità con i cimiteri parigini e con le tombe illustri che essi ospitano, probabilmente sa quanto sia complicato accedere al luogo in cui riposa Cioran, a differenza di altri, più celebrati maître à penser. Una tomba senza dio, appartata e semplice, meta di pellegrinaggi laici. Qui, sul duro marmo, una cassetta delle lettere attende i messaggi degli estimatori, puntuali e numerosi. Testimonianze di naufraghi nell’orrendo deserto del reale: scrivere a Cioran significa ringraziarlo per il dono di veggenza contenuto nelle sue opere. Queste Lettere rappresentano, per Nicola Vacca, una sorta di dichiarazione d’amore o una resa dei conti (a volte le due cose coincidono), con un padre, un maestro, un nume tutelare, una pietra miliare, un motore immobile di tutti i suoi lavori. Il poeta gioiese non solo legge, ma respira Cioran, ogni giorno.

Diciotto lettere, dunque, più un prologo. Ogni capitolo si apre con una citazione dello scrittore rumeno tratta dalle sue pubblicazioni: Quaderni, Squartamento, L’inconveniente di essere nati, Vivere contro l’evidenza, I sillogismi dell’amarezza, Un apolide metafisico, Sommario di decomposizione, Il funesto demiurgo. Nicola Vacca è nel solco del pensiero di Cioran fin dal 1981. Negli anni, la sua produzione critica e poetica non si è mai discostata di un centrimetro dall’architrave cioraniana: il dire ciò che è, senza giri tortuosi, senza maschere, a rischio costante di schiantarsi sulla parete della realtà. E di bucarla, passando oltre, non avendo mai paura delle macerie, anzi esigendole, come necessaria attestazione dell’avvenuta deflagrazione. Una scrittura che ci lasci tranquilli è solo evasione o intrattenimento. Al contrario, Nicola Vacca va alla ricerca del narrare estremo, della poetica squartante, di una scrittura del disincanto, che ci levi la pelle e ci guarisca dal virus della speranza. Restare a terra, su un orizzonte di immanenza, è la minima condizione di sicurezza per evitare la malattia mortale dell’illusione.

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Nelle tre presentazioni del libro sono stati messi a fuoco molti concetti importanti, anche per superare equivoci e sciogliere malintesi. Può essere interessante ricapitolarne alcuni. Ad esempio, lo scetticismo di Cioran è produttivo o non porta a nulla? Leggiamo dal libro di Nicola Vacca: “Nutrire dubbi su se stessi per accumulare stupori. Soffrire collezionando perplessità per non smettere di cercare. Essere scettici per disinnescare tutti i canoni della stupidità”. Questo è l’atteggiamento tipico di un cioraniano. Indifferenza verso il contesto? Fuga dalle responsabilità? Tutt’altro. Lo scetticismo predispone a un più acuto sentire. “Per sopportare il mondo è necessario, piuttosto, essere scettici fino alla radicale espulsione di se stessi dalla vita che decade mentre accade. Ecco perché lo scetticismo è, per Cioran, l’unico atto politico che bisogna abbracciare. Perché esistere acquista un senso soltanto se riusciamo a capire che siamo fatti di tutto quello che ci sfugge”. Ognuno di noi può verificare la sfera vitale che gli è prossima. In quante nevrosi siamo inciampati? In quante convinzioni poi risultate tossiche e fallimentari? Solo i pensatori estremi ci suggeriscono il veleno e, allo stesso tempo, la cura. La soluzione sta, come insegnava Carmelo Bene, nel de-pensare il pensato, oppure nell’abbracciare l’assurdo di Albert Camus e Eugene Ionesco, o ancora, in un’accezione più filosofica, nel de-costruire le impalcature apparentemente inamovibili, che hanno ingabbiato le nostre possibilità di azione.

Cioran è un pensatore comprensibile, se letto nelle sue ceneri. Non c’è frammento che non si consumi nel fuoco, vanificando ogni facile presa. A fiamme spente, il suo pessimismo brilla come una stella nera. “Contro i miti del falso progressista, che nel nome dell’utopia crede di poter ricreare la felicità sulla terra per il tramite dell’atto, coniugare il sogno del paradiso con la maledizione del divenire, Cioran scorge nel pensiero di Machiavelli una verità politica profonda, la medesima che ha accompagnato le sue meditazioni: tutte le teorie politiche  che non esitano a considerare l’uomo un animale ragionevole rientrano nell’utopia”. Machiavelli contro l’aborrito liberalismo ottocentesco. Cioran è un antiutopista spietato, e la Storia mondiale ne ha convalidato le tesi. L’utopia novecentesca è stata l’anticamera dello scannatoio. L’illuminismo europeo ha tradito se stesso. La traduzione dei progetti di riscatto sociale in sistemi onnicomprensivi ha spinto i popoli sotto la camicia di forza di dittature assassine, mascherate di fideistico ottimismo. A parte il grande autore de Il Principe, Nicola Vacca sottolinea, nel suo libro, i principali interessi affioranti nello studio di Cioran: i mistici orientali, la teologia negativa, lo scetticismo ed il cinismo antico, Giacomo Leopardi. A questi, si aggiungono le affinità con i contemporanei: il genio di Samuel Beckett, il “socratismo cristiano” di Gabriel Marcel, il poeta dalla coscienza violentata Paul Celan.

Un altro tema toccato durante le serate pugliesi è stato il presunto nichilismo di Cioran. Su questo punto, il ‘no’ di Nicola Vacca è categorico. Il pensatore rumeno affronta a volto scoperto l’insidia nichilista, ne grida l’orrore e non si piega mai alle sue regole. Se un esistenzialista come J.P. Sartre fonda sul nulla tutta la sua piattaforma filosofica, Cioran, soprattutto nei Quaderni e ne La tentazione di esistere, “si rivela un maestro della negazione… Negare è il modo migliore per emancipare lo spirito; la negazione è l’humus per cui vale la pena di esistere… Deve però trattarsi di una negazione feconda, e perché  sia tale occorre conquistarla, lasciarsene sedurre e al contempo impugnarla consapevolmente”. Attraversare il nulla a viso aperto è l’unico modo per uscirne. Al contrario, rendere il nulla un essere, attribuirgli consistenza ontologica e sostare sotto la sua ombra è un errore intellettuale. L’esistenzialismo, non a caso, degenera presto a conformismo, con il corollario di doppie morali ben note. La demolizione delle sicurezze entro cui ci asserragliamo e l’uso, nicianamente inteso, del martello, sono per Cioran prassi necessarie. L’abbattimento è un presupposto indispensabile per ricostruire l’esperienza su più solide basi.

“Bisogna prima di tutto abbandonare se stessi: così si abbandonano tutte le cose. In verità, se un uomo abbandonasse un regno o il mondo intero e mantenesse se stesso, non avrebbe abbandonato proprio niente. Se invece un uomo ha abbandonato se stesso, anche se mantiene ricchezze, onori e qualsiasi altra cosa, ha già abbandonato tutto”. In questa riflessione, tratta da una predica di Meister Eckhart, grande teologo medievale, si può ritrovare una radice genealogica delle speculazioni cioraniane, una freccia rivolta al misticismo. Affascinato dalle teologie occidentali e orientali avvitate sulla dimensione dello scacco, sostenitrici della distanza non percorribile tra il divino e l’umano, Cioran rifiuta di credere alla bontà della creazione. La Genesi è uno scandalo. Siamo governati, tutt’al più, da un colpevole demiurgo. Per Cioran la tensione verso un altrove, che sia un Dio, una magnifica Virtù o la Storia levatrice, comporta la constatazione “del nostro fallimento di uomini”, come scrive l’autore di queste Lettere in un capitolo dedicato alla verità della caduta. Solo abbandonando le pretese di infinita perfettibilità e accettando, appunto, la propria caduta nel tempo, è possibile entrare nella cattiva eternità con occhi vigili. Sono segnali di allarme  verso tutte le ideologie del progresso. Oggi, la minaccia è portata dalle fandonie postumaniste dello scientismo acritico. L’antidoto cioraniano è valido anche contro gli spacciatori di illusioni che promettono la vita eterna ad un’umanità terrorizzata dalla vecchiaia e dal deperimento fisico,

 Uomini e donne, giovani e meno giovani, neofiti e cultori hanno ascoltato Nicola Vacca durante le tre serate, attratti dal racconto appassionato su Cioran, figura scomodissima, uomo incapace di mediazioni, misantropo per meglio guardare il mondo. A lui, flâneur instancabile delle notti parigine, si attaglia un appunto di Walter Benjamin, uno dei maggiori teorici dell’esperienza del vagabondare sotto il pungolo della ricerca: “Chi cammina a lungo per le strade senza meta viene colto da un’ebbrezza. A ogni passo l’andatura acquista una forza crescente; la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti diminuisce sempre più e sempre più irresistibile si fa, invece, il magnetismo del prossimo angolo di strada, di un lontano mucchio di foglie, del nome di una strada. Poi sopravviene la fame. Egli non vuol saper nulla dei mille modi per placarla. Come un animale ascetico si aggira per quartieri sconosciuti, finché sfinito crolla nella sua camera, che lo accoglie estranea e fredda”. Un animale ascetico (ma di un’ascesi paradossale, ripiegata sullo schianto), un apolide metafisico, un lucido profeta antimoderno, una vigile coscienza sostenuta da quell’ineffabile senso di alienazione chiamato cafard. “La noia”, scrive ancora Benjamin, “è la soglia verso grandi imprese”.

Il libro di Nicola Vacca, edito da Galaad, è introdotto da una prefazione magistrale di Mattia Luigi Pozzi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e corredato da una copertina di Angela Varani, un ritratto che accarezza la fisionomia di Cioran, esaltando la dolce fermezza dei suoi occhi.

Un’ultima nota, personale. Esprimo la mia felicità per essere stato la spalla dell’autore nelle librerie di Lecce (Palmieri), Gioia del Colle (Librellula) e Bari (Prinz Zaum): ospitali luoghi di cultura. Non mi considero un cioraniano stricto sensu, ma, oltre ad apprezzarne la prosa feroce (stesa, è giusto ricordarlo, con esiti stilistici eleganti in una lingua appresa, il francese), ne condivido gli assunti di fondo e, soprattutto, i malumori così mirabilmente espressi di fronte agli orrori del mondo. E poi, se Cioran è un “dinamitardo delle idee”, Nicola Vacca ne è di certo uno degli eredi più convinti. L’auspicio è di aver suscitato la curiosità nei lettori finora a digiuno, di essere stati all’altezza dei più esigenti e, aggiungo, di aver scontentato i perbenisti. E’ su di loro, sempre, che va aggiustata la mira.

Alessandro Vergari

Zibaldone, il pensiero poetante

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Giacomo Leopardi è stato un grande filosofo che ha dedicato la sua esistenza alla poesia. Mi piace definirlo così il poeta di Recanati. Leggendo la sua opera si viene a capo del rapporto tra meditazione e poesia che ancora oggi rappresenta un unicum nella storia universale della cultura e della letteratura.

Lo «Zibaldone di pensieri» è il capolavoro assoluto in cui il pensiero poetante di Leopardi raggiunge l’apoteosi della conoscenza.

A distanza di più di un secolo dalla prima edizione carducciana, lo «Zibaldone» torna in libreria per i  tipi dell’ editore Donzelli, grazie a un lavoro critico – filologico di  Fabiana Cacciapuoti  che organizza in capolavoro leopardiano per trattati,  sfatando finalmente il mito dello «Zibaldone» opera asistematica da leggere come un flusso di pensieri senza ordine.

La nuova edizione tematica, condotta sugli indici leopardiani, si presenta come un testo dotato di precise chiavi di lettura in cui sono ben definiti i nuclei importanti del pensiero leopardiano.

Leopardo stesso concepì il suo progetto in tal senso. Era sua intenzione disporre e ordinare i pensieri, come scrive in una lettera del 1826 al suo editore milanese  Antonio Fortunato Stella.

Antonio Prete, che da anni studia il labirinto poetico di Leopardi, nel «Preludio»  al volume scrive: «Sulla soglia di questo particolare  Zibaldone che, per le cure di Fabiana Cacciapuoti, dà forma per dir così visibile ed esplicita alla rivisitazione per temi compiuti dallo stesso autore, possiamo indugiare brevemente su alcun di quelle questioni che al tempo della scrittura leopardiana, un tempo scandito dal  trascorrere dei giorni, giungono, con integra energia, nel cuore della nostra epoca, e ci interpellano, e vanno a posarsi nel vivo delle nostre ragioni, delle nostre passioni».

Questa nuova edizione tematica dello «Zibaldone» viene riproposta in un volume unico tenendo conto di tutte le indicizzazioni appuntate da Leopardi.

Il lavoro critico – filologico di Fabiana Cacciapuoti cambia la chiave di lettura del capolavoro di Giacomo Leopardi e finalmente sarà possibile per il lettore  incontrare direttamente  le parole scritte e pensate da Leopardi per identificare le idee che aveva intenzione di immortalare sulla pagina.

Dietro l’apparente caos dello «Zibaldone», l’edizione curata da Fabiana Cacciapuoti svela finalmente l’esisttenza di un progetto mirato, la tendenza verso una precisa organizzazione concettuale, verso un sistema.

Finalmente lo «Zibaldone di pensieri» di Giacomo Leopardi ci è stato restituito nella sua vocazione originaria.

Questo volume senz’altro rappresenta un imperdibile evento editoriale.

Nicola Vacca

La tragica immortalità

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Così si manifesta l’intuizione, allucinazione che ci rende per un attimo folli; momento in cui l’anima mostra agli occhi la materia invisibile che se ne sta nascosta nel cosmo, o che ricorda alla mente un concetto appreso prima ancora che nascessimo.

Intuizione, madre di ogni catastrofe metafisica; lucido ragionamento non accettato dalla fisicità. Lei, ci spaventa, ci rende profeti, o poeti, o scrittori, o artisti. Ed esultanti esclamiamo: Noi sappiamo, perché semplicemente esistiamo!

Abbiamo in noi una conoscenza innata, appresa in luoghi lontani, prima ancora di mettere i piedi sulla terra, prima che la carne ci relegasse a passioni imperfette. Lo ripeté Socrate ai suoi allievi nelle sue ultime ore di vita; lo scrisse Platone, nel suo Fedone. La prova è data dalle reminiscenze che ci tornano in mente come lampi che illuminano il buio. Ecco l’impeto dell’intuizione, quel dialogo che l’anima riesce a pronunciare liberamente, quando per un attimo zittisce quei sensi che ci rendono carne sensibile in un mondo materialmente limitato.

Cos’è quindi la morte, se non liberazione da una gabbia che ci separa da quel sapere supremo, cui la filosofia e le arti aspirano? Solo per questo motivo non bisognerebbe averne paura.

 Sacrificate allora un gallo ad Asclepio, dio della salute riacquistata.

Pertanto, tutto è mescolanza di elementi e ogni cosa è frutto di una rigenerazione che avviene nei laboratori del caos primordiale; ciò che abita sulla terra vive e muore per poi separarsi e unirsi ad altro.

Inspiegabile immortalità, in cui io e non io, oggetto e soggetto si agitano.

Forse, questa è un’esposizione imperfetta, velata dalle titubanze, perché dire tali cose fa sembrare sciocchi e frustrati. In quest’epoca, nella quale ci si affida solo ai cinque sensi, ragionare per intuizioni è roba da santoni. Ma qui, non invochiamo né spiriti né demoni, tutt’al più vorremmo discutere faccia a faccia con il nostro daimon, solo per capire se ci siamo smarriti durante il viaggio. Di tutte queste cose invisibili eppur visibili sono piene la letteratura, la poesia, la filosofia, l’arte e la musica.

Più umanità, meno macchine.

Più Hölderlin, Empedocle, Socrate, Platone e altri mille… affinché si vada sempre alla ricerca della sapienza velata, intuitiva, che guida l’anima fanciulla e immortale. Potrebbe sembrare un augurio, invece, è solo un’intuizione che mi ha rapito un po’ più del solito.

Martino Ciano