Liberi sotto un cielo di carta

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La Grande Nazione del Nord è sotto il feroce regime del generale Sainon. Nel paese il tiranno ha instaurato la dittatura del Controllismo.

Sono state abolite tutte le libertà è soprattutto è stata eliminata la carta. I cittadini sono diventati sudditi controllati a vista dalla tecnologia. Tutti hanno l’obbligo di muoversi con un tablet collegato con un server governativo che controllerà le loro mosse in ogni momento della giornata.

Questa è la trama di Sotto un cielo di carta (Leone editore, pagine 216, euro 9,90), il romanzo distopico, ma non troppo, scritto da Roberto Ritondale.

Nell’ incubo di un mondo senza carta, lo scrittore immagina la spietata dittatura del web dove tutti siamo tracciabili e controllabili, dove ogni cosa è manipolata.

Nella Grande Nazione del Nord una élite ristretta controlla la massa attraverso il grande inganno del web e la sua rete che si è fatta ragnatela in cui le persone si sono allontanate cadendo nella trappola dei rapporti virtuali.

Ma sono molti i nostalgici della carta e dei libri, convinti adesso più di ieri che la carta possa aiutare le idee a circolare libere.

Tra questi c’è Odal, un ex cartolaio che non si rassegna alla barbarie del regime di Sainon e soprattutto non si arrende alla scomparsa della carta e del suo immenso e insostituibile bagaglio di conoscenza.

Ma sono attivi anche movimenti di opposizione al regime pronti a riconquistare la libertà e a riportare in auge la carta.

Il romanzo di Roberto Ritondale è un omaggio ad alcuni autori del genere distopico. La carta viene abolita dal regime con il codice 2435, che in pratica è la somma delle cifre presenti in 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

Odal, il nome del protagonista, è l’anagramma delle prime quattro lettere del nome Aldous Huxley  autore de Il mondo nuovo.

Roberto Ritondale nel suo romanzo intreccia la favola e la realtà e nel raccontare la distopia di un mondo in cui la forma tradizionale della conoscenza è stata completamente rimossa, si rivolge al tempo che stiamo vivendo in cui aumenta a dismisura lo strapotere di una tecnologia invadente che finisce  per mettere le nostre vite apparentemente libere sotto controllo.

Il regime del controllismo è già tra noi, il vero dramma è che ne siamo consapevoli ma non facciamo nulla per limitare i danni e nella nostra ossessiva mania di essere sempre connessi  e ci costruiamo con le nostre mani quella trappola digitale a cui consegniamo le nostre libertà.

Sotto un cielo di carta è un libro che esplode tra le mani e che contiene tutta la volontà di potenza e l’intelligenza di altri libri, ovviamente di carta, che possiamo annusare e toccare.

Roberto Ritondale invita tutti noi  a guardare quell’immenso cielo di carta che non è solo la casa naturale delle parole scritte, ma è il nostro mondo in cui risiede da sempre  la conoscenza come mezzo per raggiungere la vera libertà.

Nicola Vacca

Le ossessioni di un uomo in fuga

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Un flusso di coscienza lucido e violento. Un’ossessione che si materializza, che con spiazzante freddezza spazza via ogni possibilità di redenzione. Cento pagine appena, che, però, penetrano nell’anima come lame affilate. Non c’è parola che non rimanga impressa nella mente del lettore. Ieri di Agota Kristof è un gioiello prezioso, leggerlo vuol dire scoprire un mondo.

Tobias Horvath, il protagonista, è un uomo in fuga. Costruisce la sua nuova vita in terra straniera, cambia nome, porta con sé solo un desiderio di amore che si chiama Line. Lui lavora in una fabbrica di orologi, sogna di diventare uno scrittore. La sua mansione gli va stretta, così come la vita. Vorrebbe morire. Ha anche provato a uccidersi, ma non ne è stato capace. Line è un dolce ricordo d’infanzia che Tobias porta nel cuore. L’ha incontrata tra i banchi di scuola e lui se n’è subito innamorato, perché aiutava i poveri come lui.

Lui, figlio di una puttana bella, gentile, sedotta e abbandonata a sedici anni, perché rimasta incinta. La miseria non le ha lasciato scelta: o la prostituzione, o la fame. Non ci sono alternative in un villaggio dell’Est Europa, in cui la seconda guerra mondiale ha lasciato solo macerie e il comunismo ha portato un’altra schiavitù. Ma il piccolo Tobias non ci sta. Tutto gli provoca disgusto e decide di uccidere la madre e il presunto padre. Compie il massacro di notte, mentre i due sono a letto. Poi scappa. Fa tutto questo a soli dodici anni, ma è abbastanza adulto per uccidere e per non dimenticarsi del suo amore: Line.

Per Tobias, Line non è solo un nome e neanche un vago ricordo, ma la salvezza. A tutte le donne che incontra nel paese straniero dà questo nome. Eppure, quando ormai tutto sembra perduto, la vera Line ricompare e lui inizia di nuovo a respirare, ma scopre anche che il destino lo ha preso in giro.

Questo è Ieri. Un libro che racconta di una creatura del niente. Ma è da questo nulla che fiorisce l’anima del protagonista: un operaio-scrittore che sa bene che proprio diventando niente si può diventare uno scrittore. Tobias ricopia la prosa che la vita scrive ogni giorno, per questo motivo le sue parole sono così vere.

C’è tutta Agota Kristof in queste pagine, compresa la sua storia personale. Anche lei, nel 1956, nei giorni dell’invasione russa, è fuggita dalla sua Ungheria per giungere in Svizzera, a Neuchâtel, dove morirà nel 2011. Anche lei si sentirà sempre una scacciata. Anche lei si sentirà una creatura del nulla. Ha lavorato per cinque anni in una fabbrica, sognando una carriera da scrittrice.

Nonostante tutto, Tobias crede nell’amore e Line ne è la prova. Ma questa ossessione diventa un appiglio verso quell’origine di cui tutti hanno bisogno, soprattutto per un esule che si sente braccato dalla colpa e dal destino. Ieri è un libro che sconvolge le categorie dell’anima, ma allo stesso tempo non lascia morire la speranza, anche quando tutto sembra perduto.

Martino Ciano

 

Il peso reale della musica leggera

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Premessa: la musica, compresa quella definita “leggera”, come ogni forma di espressione artistica, ha una propria autonomia di linguaggio, un codice da verificare e da salvaguardare. Contemporaneamente, uno sguardo serio non può sottovalutare l’influenza del tempo storico sulle modificazioni di questa specifica arte, sempre  più in bilico, con il passare degli anni, tra diffusione di massa e ascolto di nicchia, tra divertimento e impegno. La comprensione profonda del fenomeno musicale necessita quindi di un inquadramento dialettico, di un confronto con gli assi socio-politici di una nazione o di un’intera civiltà. Operazione inevitabile, se vogliamo afferrarne le ragioni di sviluppo, di trasformazione e di declino.

In questo interessante saggio di Gabriele Vecchio, centrato sulla musica italiana del secondo Dopoguerra, assume un’importanza centrale la riflessione sul rapporto tra la tradizione ed i potenti influssi dei nuovi modelli e generi provenienti da altri contesti, in particolare dall’America. Un lavoro serio, di riflessione, che prova a rispondere ad alcune domande di fondo: in che modo la musica ha influito sui nostri costumi nazionali? Come ha risposto il nostro ricchissimo patrimonio musicale alle sollecitazioni del jazz, del blues, e soprattutto del rock’n’roll? Il “bel canto” si è estinto o, al contrario, è sopravvissuto? Chi sono gli alfieri della musica popolare italiana del Novecento, e perchè? A chi si indirizza, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la “musica leggera”? Che ruolo ha avuto il “cantautorato”, nel disegnare una strada alternativa all’ascolto generalizzato o “di massa”?

Nell’introduzione è lo stesso autore ad esplicitare il senso della ricerca. «Il filo conduttore sotteso a questa analisi vuole mettere in evidenza i cambiamenti radicali che si sono avuti a partire, appunto, dalla fine del secondo conflitto mondiale, dalle cui rovine la musica ha iniziato ad evolversi verso le forme attuali: la canzone divenne ben presto campo di conquista da parte degli standard americani, che andarono via via imponendosi sulle peculiarità del nostro repertorio (negli anni Cinquanta ancora fortemente imparentata con il melodramma ottocentesco), che in quel periodo si sforzava di venire in aiuto di una società decisamente condizionata da un rigido moralismo».

La lettura di questo saggio è un’agile cavalcata nella nostra storia, dalla società postbellica, caratterizzata dal conflitto tra democristiani e comunisti per conquistare l’egemonia sulle masse, fino al Sessantotto, segnato dall’engagement e dal sogno illusorio di cambiare la società fin dalle fondamenta, passando attraverso la dura industrializzazione italiana, causa dalla scomparsa delle “lucciole” pasoliniane, ovvero della centralità del mondo contadino. Sul piano del costume, si incontra subito l’evento chiave, il ruolo di radio e televisione nei primi anni del Festival di Sanremo, per giungere, di apertura in apertura, all’ambigua emancipazione del “popolo” giovanile nel periodo della Contestazione. Grande importanza viene assegnata alla comunicazione e alla ricezione del messaggio musicale (sia nei contenuti che nelle forme), alle evoluzioni tecnologiche e alle pratiche innovative di registrazione del suono. Parimenti, vengono indagati con la dovuta attenzione gli aspetti tecnici della canzone, l’evoluzione della struttura interna, il rapporto tra melodia e cantato, il ruolo giocato dai testi. Laddove un approfondimento è necessario, l’autore interviene inserendo specifici “specchietti” illustrativi, ricchi di citazioni interdisciplinari.

Significativa l’analisi di Gabriele Vecchio relativa all’americanizzazione della musica agli albori del boom economico: «Sin dai primi anni Cinquanta la generazione dei giovanissimi si era mossa alla ricerca di emozioni forti e viscerali: qualcosa li spingeva a rifiutare con atteggiamenti di sfida i valori tradizionali della società, incarnati dai loro genitori, scandalizzando e terrorizzando l’opinione pubblica con un comportamento spesso selvaggio e semi-delinquenziale. Il 1954 rappresentò certamente in tale contesto una tappa fondamentale per la pop(ular) music e la cultura di massa: in quell’anno esplose infatti il fenomeno del rock’n’roll (così venne prudentemente chiamato il rhythm and blues, genere che dominava il panorama musicale nero del periodo), fino ad allora rimasto sommerso e privo di significativi riscontri nel gusto dominante, da quel momento in poi capace di affascinare un pubblico sempre maggiore di giovani bianchi».

Sono gli anni di Elvis Presley e di James Dean, del flipper e del juke-box. In Italia il Festival di Sanremo sembra non accorgersene, premiando, con autentico spirito conservatore e vagamente kitsch, “le mamme” di Gino Latilla e il “buongiorno tristezza” di Claudio Villa… «A condizionare pesantemente il lessico canzonettistico non furono tanto il petrarchismo o il melodramma in sé, quanto l’inflazione della tematica amorosa, con tutto il peso di una vera e propria “retorica del cuore”: vi si trascinavano luoghi comuni indissolubilmente legati al genere, visto che il tema dell’amore era nato nella cultura europea con i trovatori provenzali, dunque assieme alla canzone stessa». Eppure, comincia a fare breccia la canzone francese di Brel, Ferré, Aznavour, «caratterizzata da un uso sapiente della parola, che serviva a raccontare vicende paradossali ed esilaranti, circostanze “basse” e comico-grottesche: porzioni di realtà che solitamente erano escluse da un genere popolare ma troppo spesso imprigionato nelle formule di un lirismo ovvio».

Particolarmente interessante è il richiamo ai “cantacronache”, «prima realizzazione concreta di un progetto di canzone d’autore e controcorrente» ed esperienza successivamente presa a modello dai cantatuori “impegnati”. Un capitolo non sempre ricordato della nostra storia musicale i cui protagonisti sono nomi di spicco della cultura, Italo Calvino e Franco Fortini tra gli altri, uniti nel contrastare “l’apologia dell’evasione”, ovvero l’indifferenza ai temi sociali e politici, tipica di certa musica leggera. Altrettanto rilevanti sono i ritratti dedicati a singoli protagonisti del rinascimento musicale a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, a partire da Domenico Modugno, le cui «interpretazioni erano inoltre straordinarie, piuttosto nasali e ricche di inflessioni regionali: Modugno stava decisamente aiutando a compiersi quella rivoluzione che porterà il canto a diventare uso espressivo della voce e dei suoi timbri». La celeberrima “Nel blu dipinto di blu”,  titolo ispirato al quadro Le coq rouge di Chagall, meglio conosciuta come “Volare”, «fu come un’ubriacatura collettiva», un simbolo di identificazione collettiva nel solco di un ritornello.

L’affermazione degli “urlatori”, e in particolare di Tony Dallara, rappresenta la legittimazione di un modo di cantare anticonformista e allo stesso tempo di un pubblico nuovo, essenzialmente giovanile, una fetta di mercato in precedenza non esistente. È il segno dell’allentarsi delle maglie familiari precedentemente molto strette, dell’indebolimento del controllo della Chiesa sulle preferenze personali, dell’aumento del tempo libero, di un nuovo protagonismo di fasce di popolazione autonome nei gusti e nelle scelte. Mina, definita “la regina degli urlatori”, mutua dai grandi interpreti della canzone americana (Ella Fitzgerald, Louis Armstrong), il tiger rag, «quel modo di cantare che raddoppiava le note creando la sensazione di uno scatto, di un aumento del ritmo, di un’accelerazione improvvisa», e decostruisce la retorica della canzone “al femminile” utilizzando la propria fisicità a mo’ di provocazione: «i suoi gesti erano sincopati, manierati e artificiali, come quelli di una bambola meccanica, e il suo corpo disconosceva i movimenti galanti e impastati quando, al pari di una marionetta», suscitando la disapprovazione dell’Osservatore Romano ancor prima della “scandalosa” relazione con Corrado Pani…

La progressione cronologica della narrazione incrocia altri fenomeni, altri personaggi indelebili della nostra storia musicale e del costume, a partire da Adriano Celentano, «il cui aspetto giocoso, disincantato e ironico della sua musica era fortemente in contrasto con quanto succedeva nel nostro paese, e la sua maschera non cercò bandiere neppure nel momento in cui i cantautori si fecero pensosi e combattivi». Gabriele Vecchio analizza con precisione l’andamento e le mode affioranti nel Festival di Sanremo, vera cartina di tornasole delle nuove tendenze e delle corrispondenti reazioni musicali di stampo tradizionalista, e ancora il ruolo preponderante giocato dalla televisione nella diffusione di modelli estetici alternativi, nonostante lo stretto controllo esercitato dalla politica (dalla DC in particolare), senza dimenticare il cinema e l’esplosione dei cosiddetti “musicarelli”, e infine le “canzoni per l’estate” e la definitiva consacrazione dei “giovani” come interlocutori privilegiati delle case discografiche.

Gli anni Sessanta, poi, sono il periodo d’oro del Festival in termini di ascolti, ma anche del movimento beat, della musica british, della Beatles generation, di Bob Dylan, della controcultura, e, inevitabilmente, della canzoni di protesta, «nate generalmente ex novo, senza agganci con una tradizione musicale popolare ricchissima, piena di canti di opposizione politica e di denuncia sociale, attirandosi presto la facile critica di essersi adeguate alla moda che in quel momento attraversava l’industria discografica nazionale». È anche il momento del grande e poetica “scuola” di cantautorato, la linea genovese di De Andrè, Bindi, Paoli, e dell’indimenticato Luigi Tenco: «la canzone per Tenco era la vita stessa, un’arma per intervenire sulla realtà e possibilmente modificarla, un modo per parlare alla gente e sensibilizzarla sui problemi della società».

Veicolata dal nuovo medium del disco a 45 giri, «la musica angloamericana si abbatté come un ciclone sul nostro paese, segnando indelebilmente la scena musicale italiana e imprimendo una grossa spinta alla formazione dei nuovi artisti e dei nuovi gruppi». È l’epoca dei Rokes, dei Camaleonti, dell’Equipe84, di Gianni Morandi, delle cover e delle nuove pubblicazioni editoriali destinate ai giovani, pagine dove serpeggiano temi di rivolta generazionale e si deposita il seme dell’antiautoritarismo. Tuttavia, l’attenzione dedicata agli adolescenti segna anche l’avvento della moda, dei segni di identificazione standardizzati, e prepara la strada al trionfo del consumismo. La trasmissione “Per voi giovani” di Renzo Arbore, “Bandiera gialla”, la hit parade, sono segnali inequivocabili di questo fermento. Siamo agli albori della protesta contro il sistema, cominciano le occupazioni delle università, le lotte operaie infiammano presto le fabbriche, il PCI è destabilizzato dalle forze extraparlamentari, scoppia la guerra in Vietnam, Jimi Hendrix brucia le sue chitarre, Jim Morrison in The End canta il suo disagio edipico ed è il Sessantotto… tutti gli schemi ne risultano travolti e, a cose fatte, tutto ritorna come prima, perfino peggiorato (ma questo è un altro discorso).

Lasciamo che sia il lettore a scoprire l’identità di coloro che, secondo l’autore, sono i punti di approdo della canzone italiana sul finire dell’infuocato decennio: «sull’onda del grande successo di pubblico, poterono mescolare tradizione ed esperimenti sorridendo alle critiche e realizzando qualunque cosa suonasse sopra le righe non solo rispetto alle tradizionali formule di successo, ma anche a quanto veniva considerato più avanzato nella seconda metà degli anni Sessanta (cioè il beat da una parte e i cantautori dall’altra)». Secondo l’autore la storia avrebbe dato loro ragione… il dibattito, come si suol dire, è aperto. Molta acqua, azzurra e chiara, è passata sotto i ponti, che pure restano ancora in piedi.

Alcune schede di approfondimento, in coda al testo, si pongono come ideale accompagnamento alla lettura: riguardano il confronto tra canzone moderna e canzone d’autore, i fenomeni di riproducibilità tecnica e standardizzazione nell’industria culturale, il divertimento come cifra estetica nella musica leggera e l’antitesi tra libertà artistica e monopolio. Citazioni indispensabili e appropriate di Walter Benjamin, T.W. Adorno e Umberto Eco suggellano l’opera di Gabriele Vecchio, utile introduzione all’universo musicale del nostro Dopoguerra, lavoro di ricerca originale che presenta, in appendice, tabelle con numeri e dati per incrociare, con giusto taglio scientifico, l’Italia del boom economico e l’Italia dei consumi culturali.

Alessandro Vergari

Gabriele Vecchio, La canzone leggera italiana negli anni’50 e ’60: storia ed evoluzione dei costumi nell’Italia del dopoguerra, ebook distribuito su Amazon https://www.amazon.it/canzone-italiana-negli-anni-evoluzione-ebook/dp/B0722JW2BN

Nota sull’autore: Gabriele Vecchio nasce a Milano e si laurea in Lettere Moderne presso l’università Cattolica di Milano. Dopo aver lavorato nel marketing di alcune importanti multinazionali, avvertendo come soffocante la realtà aziendale, decide di dare una svolta alla propria esistenza dedicandosi all’insegnamento nella scuola secondaria. Appassionato di sport, di informatica e di musica – suona pianoforte e chitarra sin da giovanissimo – ha dato vita a  due progetti editoriali (i siti senex.it e capethicalism.com), ma l’impegno più importante è quello che lo vede quotidianamente a fianco del figlio Lorenzo.

Monsieur La Souris e Simenon

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Mosselbach, detto il Sorcio, è un chlochard alsaziano che vive sotto i ponti di Parigi da molti anni. Una sera mentre è impegnato nei suoi soliti vagabondaggi nei pressi dell’ Opéra trova un portafogli gonfio di dollari e non solo. Architetta un piano infallibile per venire in possesso di quei soldi senza trovarsi nei guai con la polizia che lo conosce.

Ma ancora non sa che quel portafogli e il suo proprietario defunto gli procureranno un mare di guai.

Inizia così, Il Sorcio (Adelphi, pagine 155, euro 18), il romanzo di Georges Simenon che Adelphi manda in libreria il 22 giugno.

La casa editrice milanese continua a pubblicare l’opera del grande scrittore belga e bene ha fatto  a dare alle stampe  anche questo romanzo che mancava da molto tempo. Simenon lo scrive nel 1937 e  arriva nelle librerie nel 1938 . Il  titolo originale è  Monsieur La Souris.

In una Parigi che non è mai abbandonata dalla pioggia battente, Georges Simenon costruisce un intreccio ricco e intrigante in cui ritroviamo alcuni dei personaggi vicini al commissario Maigret  come il commissario Lucas e lo sfigato ispettore Lognon.

Ma è il Sorcio il re di questa storia. L’anziano barbone alsaziano è forse il personaggio più accattivante che Simenon abbia creato.

Ugo Mosselbach che sogna di comprarsi una canonica a  Bischwiller – sur Moder si troverà al centro di peripezie e di complotti. Lui non crede che aver trovato un portafogli accanto a un cadavere lo porti a essere il protagonista di una vicenda intrigata che ha a che fare con la finanza internazionale e molti altri affari sporchi. È troppo preso dall’organizzazione del suo piano per rendersi conto del pericolo in cui è precipitato.

Quando scompare un importante finanziere si accorge di essere stato il testimone inconsapevole di qualcosa di molto più grande di lui quando ha trovato tutti quei soldi. Lognon e Lucas lo pedinano perché sospettano che lui sappia qualcosa, e non hanno torto.

Sullo sfondo di una Parigi dei quartieri alti, Simenon ci conduce in una storia da commedia poliziesca che sarebbe piaciuta molto al commissario Maigret.

Infatti quando Il Sorcio uscì fu immediatamente definito «un Maigret senza Maigret».

Mosselbach è «un ometto, magro con due occhi eccezionali, vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza» Così come è descritto da Simenon, il Sorcio è uno dei più riusciti tra i numerosi personaggi indimenticabili partoriti dalla sua straordinaria fantasia.

Nicola Vacca

 

Nel guscio il mondo è già crudele

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Nel guscio, il nuovo romanzo di Ian McEwan, è genialità  pura e  inquietante in cui lo scrittore inglese torna finalmente a raccontare e a inventare personaggi che hanno perso l’innocenza  e riempiono la loro esistenza della stessa crudeltà di cui è fatto il mondo.

Con questo nuovo libro ritroviamo il McEwan di Bambini nel tempo e  di Il giardino di cemento, quello che vale la pena leggere fino in fiondo.

Il mondo oggi è crudele e una cattiveria che distrugge dilaga nelle cose e nelle persone. Lo sa anche il feto, che è il protagonista di questo libro, che dalla comodità scomoda del suo guscio materno racconta di sua madre e delle nefandezze che mette in atto insieme al suo amante.

Trudy, 28 anni donna bellissima, ha tradito il marito e padre del bambino che porta in grembo, con il fratello di  lui, Claude, insignificante e viscido agente immobiliare.

I due decidono di assassinare il marito per venire in possesso della casa vittoriana in cui attualmente abitano.

John Cairncross, poeta e editore sull’orlo del fallimento, ovviamente è all’oscuro della trappola mortale che gli stanno preparando i suoi parenti più stretti.

Ecco che entra in gioco il feto che negli ultimi giorni di gravidanza diventa l’unico testimone impotente del crimine.

Recluso a testa in giù il narratore porge l’orecchio sulle cose e i fatti del mondo e si accorge che non solo sua madre, ma il mondo intero è ostaggio delle forze del male. Si accorge che fuori non tira una brutta aria e che tra le vite degli esseri umani spaventati si aggira una mefistofelica aria di orrore e di terrore che miete vittime innocenti ogni giorno.

«Che mostruosa ingiustizia, avere tanto male prima che la vita cominci», racconta nel disincanto del suo liquido amniotico il feto che da queste parole ci fa capire che non vorrebbe nascere in un mondo così.

Il feto come voce narrante è la straordinaria genialità di Ian Mc Ewan che torna a scrivere un romanzo che la realtà la inventa. Lo scrittore scomoda drammatici paradossi surreali che allo stesso tempo sono il perimetro ideale di tutto ciò che stiamo vivendo.

Nel guscio è un libro spiazzante, forse il colpo di genio di Ian McEwan che finalmente è tornato alle origini della sua narrativa.

Quel feto non ancora venuto al mondo è il testimone di un dramma intimo e universale che si consuma nelle vite sbandate di un’umanità intera che ha perso completamente l’innocenza e ogni giorno si estingue cedendo il passo all’orrore che si manifesta in ogni forma.

Ian McEwan, attraverso le amare considerazioni di un bambino che non è ancora nato e che da quello che sente non ne ha alcuna intenzione,  con un talento da abile narratore mette in scena una credibile rappresentazione della nostra umanità dolente alla fine dei suoi giorni.

Nel guscio  è un grande libro sui cui abbiamo l’obbligo di discutere a lungo.

Nicola Vacca

La leggerezza vi seppellirà

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La leggerezza associata alla poesia dell’invisibile (argomento su cui Donato sta scrivendo un libro), come scrive Italo Calvino nelle Lezioni americane, che guarda all’ironia per costruire paradossi. Questa è la cifra degli aforismi di Donato Poce che dedica un volume intero all’arte di dire le cose della vita e della poesia senza mai prendersi sul serio.

Lampi di leggerezza (Acquaviva editore) è un libro in cui l’aforisma incontra il verso e Donato da questa contaminazione ha inventato i poesismi, esercizi pronunciati con leggerezza di una penna che intinge nella materia incandescente dei giorni la sua punta per scrivere sulla pagina la vita di questi giorni spettinati da un conformismo troppo presente che silenzia con una pesantezza tombale ogni sussulto di esistenza libera.

Su un aforisma, nel terrore della sua brevità fulminante, possono scriversi pagine infinite.

Donato Di Poce, con una leggerezza che è solo patrimonio degli uomini liberi, affonda la realtà mascherata senza mai mostrare rabbia e rancore. Ma i suoi poesismi fanno male, come facevano male quelli di Flaiano, Cioran e Longanesi.

« La sagezza degli analfabeti /  È infinitamente più grande / Della cultura dei cretini». È infinita la leggerezza di questo straordinario aforisma con cui il suo autore si fa esegeta di un costume diffuso che lobotomizza la maggioranza silenziosa, quella che Fruttero & Lucentini apostrofavano come « la prevalenza del cretino».

La leggerezza per il nostro autore è la strada per essere autentici nella creatività e nella vita. Un modo irriverente per agire e scrivere sempre e secondo ciò che si pensa.

La leggerezza è il modo che un artista ha per sabotare la creazione, per far saltare il banco e attraverso se stesso navigare verso l’approdo a un’oasi di verità e bellezza.

«Anche il cretino / Ha un’intelligenza infinita / Ma non sa praticarla». Scusate se insisto a sottolineare la leggerezza di Donato nell’occuparsi dei tanti cretini che ogni giorno si incontrano nella vita. Ma so che ai cretini che lo leggono è proprio quella leggerezza che dà un fastidio enorme.

I lampi di leggerezza di Donato Di Poce sono destinati alla folgorazione. La sua è una scrittura incandescente che determina cortocircuiti nelle menti ordinate e calcolatrici di ogni benpensante che è talmente miope da non riuscire a capire che «Se guardi un Uomo in profondità / Rischi di perderti nel vuoto».

Di quanta leggerezza e di quanta ironia abbiamo bisogno per essere liberi. Nei poesismi di Donato Di Poce ne troverete tanta insieme a infinite intuizioni. Le pagine di questo piccolo è prezioso libro costituiscono un patrimonio autentico di conoscenze pronunciate con quella leggerezza fatale che da sola sa fare rumore nel silenzio di anime morte che hanno paura di affrontare i propri demoni e sentirsi nudi  e puri nell’altrove disabitato di una coscienza che hanno paura di mostrare.

«I poesismi di Donato – scrive Ulisse Casartelli  nella postfazione – sono angeli che ci prendono a braccetto accompagnandoci dove più abbiamo paura, e cioè il luogo del nostro vuoto».

«La leggerezza  / non ha bisogno di essere leggera»; « Non essere troppo leggero / Che diventi pesante».

La leggerezza è il respiro delle galassie. Ascoltarla ci preserverà sempre dagli imbecilli, dai cretini e dagli idioti che non sanno mai quando è il momento di tacere.

Nicola Vacca

L’amore si ferma ad Austerlitz

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Paris-Austerlitz è un romanzo postumo di Rafael Chirbes, scrittore di Valencia, morto il giorno di ferragosto del 2015, a sessantacinque anni. Attingendo a una formulazione da lui stesso coniata e riferita all’ultima fase della sua produzione, Paris-Austerlitz è “un testamento”, scritto in “terza persona compassionevole”. Per Chirbes il vero autore si deve infilare sotto la pelle dei suoi personaggi tastando la cartilagine del dolore, senza concedere alcun valore salvifico alle parole, caratterizzate da un’ontologica fragilità. La letteratura non deve commettere l’errore di dispensare dosi di speranza, perché «se si vuole speranza per l’aldilà ci sono i preti, per il futuro immediato la vendono i politici, nella mente la iniettano gli psicoanalisti, nel cuore le fidanzate». Il rifiuto di facili sociologismi e di qualunque tentativo didascalico-pedagogico si riflette anche nella riluttanza a parlare di sé e del proprio lavoro: «Quando vai a spiegare un libro, ne esce peggiorato».

In questo romanzo-testimonianza non vi sono veri e propri dialoghi ma un unico flusso narrativo, una rielaborazione diaristica del vissuto, a cose fatte, quando il danno, ormai, è giunto a maturazione. Il tema centrale di Paris-Austerlitz è l’amore omosessuale. La pietra d’inciampo è l’AIDS. La confluenza di tutto è la morte. Chi sopravvive alla dipartita altrui è un esule, costretto a tessere una tela di ricordi, dove gli errori, i rimorsi e le incomprensioni restano, per sempre, imprigionati. «L’allegria dei primi mesi che si apre un varco fra le ragnatele appiccicose dei ricordi che arrivano dopo. La lontananza che addolcisce e converte il passato in un’ingannevole tenerezza».

Uno spirito di laica pietas, rigoroso, asciutto, avvolge il lettore, non concedendo appigli al sentimentalismo. Gli innamorati di Chirbes si scambiano sudori, lacrime, umori, sangue, in una parola: i corpi. In Paris-Austerlitz vince (e perde) l’immanenza, il qui-e-ora della carne nella carne, delle gioie improvvise e delle occasioni sfumate. L’amore, tutto terreno, sprofonda per troppo peso. Se c’è un mondo sul quale scommettere, è il nostro, questo concreto mondo su cui posiamo gli occhi, e il culo. «Bernardo, il mio amante a Madrid, dice che questa ricerca di una finalità al di sopra di ciò che stai vivendo e ti sta succedendo è la mia concezione gesuitica del mondo, ottusa ricerca dei novissimi, del senso della vita, dell’aldilà, tutte cose che non vogliono dire niente e ti complicano e condizionano l’esistenza… Ti inoculano il virus della trascendenza fin da bambino, e questo si converte in un malessere cronico che non ha cura».

Il narratore è un pittore spagnolo alla soglia dei trent’anni, di famiglia altoborghese e di simpatie comuniste. Il suo amante occasionale, Bernardo, è un ricchissimo antiquario. La sua omosessualità, casualmente scoperta dalla madre, lo costringe a rompere col padre, tipico conservatore, a rinunciare alla sicurezza economica e a riparare a Parigi, senza un soldo, vagabondando di casa in casa, di affitto in affitto, con l’obiettivo di organizzare, dietro interessamento di un misterioso agente, una mostra dei suoi quadri.

A Parigi, ridotto allo stato di semi-barbone, sfrattato, senza destinazione, conosce Michel, operaio  molto più grande di lui. Si rimorchiano in un ristorante. Passano insieme la notte. Il giorno seguente si rendono conto di piacersi davvero, il desiderio li tiene incollati, pelle contro pelle. Infine, il pittore si stabilisce da lui, una stanza buia, del tutto inadatta a dipingere, situata nel lato più nascosto di un angusto cortile, ghiacciata d’inverno e caldissima d’estate. Una topaia, una zona d’ombra nel ricco municipio di Vincennes. «Parigi restava fuori, l’impassibile animale di ghiaccio, le squame ruvide delle sue pietre e l’ardesia affilata dei suoi tetti. La notte. Vivevamo in un rifugio». Dentro il rifugio, i corpi si cercano, si avvinghiano. «La musica, un olio che ungeva due corpi nudi, esseri ai quali era stato strappato via il guscio… larve che, nello specchio, sembravano sprovviste di struttura interna, persino della pelle, mutilati pezzi di carne che si cercano a vicenda». I due si abbandonano ad una passione, almeno all’inizio, travolgente.

Michel è robusto, grezzo, semplice. Ha le unghie sporche e le dita macchiate di grasso da tornitore metalmeccanico, spesso si attacca alla bottiglia, pastis soprattutto, conta i soldi per arrivare a fine mese. Lavora a Ivry. Si sposta con l’autobus, alzandosi la mattina presto. Viene da un’infanzia di privazioni, madre povera, costretta a concedersi all’occupante durante la guerra, presto vedova, poi risposata con un «gran gorilla», un faccendiere arricchito e con la fedina penale sporca, protettivo e brutale. Il desiderio di non restare soli, la voglia di un uomo accanto, è una «cosa della genetica» che lui sostiene di aver ereditato.

Chirbes soppesa le differenze sociali abissali, le fa stridere, svela, nello svolgersi del rapporto sentimentale, le reticenze, le convenienze, gli spigoli smussati dall’ipocrisia, poi, con mossa crudele, fa ammalare il personaggio più debole, Michel, proprio lui che si era sobbarcato le spese per mantenere l’amante pittore nel momento di magra, ospitandolo a casa, sovvenzionando i vizi di entrambi con i suoi scarsi risparmi. La miseria per lo spagnolo è una tappa dovuta alla ribellione, uno status temporaneo e revocabile, mentre per l’altro, l’operaio, nessuna libertà, nessuna alternativa, solo una dura necessità, una lotta quotidiana per restare in vita.

La stessa malattia è l’esito “naturale” di un’esistenza esposta al desiderio altrui, pronta a darsi, a ricevere, a morire. Un determinismo che richiama alla memoria Erwin/Elvira, il/la protagonista transessuale di Un anno con 13 lune di R.W. Fassbinder (1978), e al suo cambiamento di sesso per puro amore, gesto gratuito e disprezzato. Più ci esponiamo, più ci avviciniamo ad essere carne squartata, bestie da macello, il cui sacrificio, nella sua essenza profonda, è incomprensibile agli altri. «E lui, ancora: tu che ne sai. Non hai idea di come andavano le cose a quei tempi. I ricordi di Michel erano interessati, commoventi: voleva commuovermi. La colpa di tutto ce l’aveva sempre la povertà, e una sorta di indefinibile timore del destino che sarebbe un’esclusiva dei poveri».

La stazione ferroviaria di Austerlitz è il punto di arrivo e di partenza di tutti i treni per Madrid. Da qui, il giovane pittore parte per tornare a casa. Il padre, «il vecchio orco» è colpito da infarto e la madre vuole a tutti i costi tentare la carta della riconciliazione. Da buoni borghesi, solo i soldi rinserrano le fila di un rapporto familiare lacerato. «Tornai da quel viaggio con l’atto notarile che mi assegnava l’usufrutto degli affitti di due appartamenti situati in un vecchio quartiere di Madrid, i miei avrebbero cominciato a versare l’importo ogni inizio del mese sul mio conto del Banco di Santander». È l’inizio della fine. Già da qualche mese, il pittore aveva trovato lavora presso uno studio di design. Il minimo, sufficiente per comprarsi nuovi colori, un’attrezzatura moderna. Con i soldi che affluiscono dalla Spagna, decide di prendere in affitto un appartamento davanti a quello di Michel, più grande, più luminoso, mentendo a se stesso sulla reale motivazione.

Non è il bisogno di uno spazio a misura di artista a muoverlo in quella direzione. La relazione lo sta soffocando, peggio ancora, lo sta sporcando. Emblematiche le scene in cui il giovane borghese scorge delle macchie sulla pelle e teme di essere infettato. In fondo, una metafora del contagio che va ben oltre la dimensione della malattia: è l’impossibilità di darsi totalmente all’altro, di trasformarsi, di diventare una persona diversa, di accettare la contaminazione.

La distanza tra le classi sociali, ci fa intendere Chirbes, è un un tarlo ineliminabile, un parassita che rosicchia dall’interno i sentimenti, fino a distruggerli. Il pittore è risucchiato indietro, verso la sua dimensione originaria di agiatezza. Quando la madre va a trovarlo a Parigi, ne approfitta per ricoprirlo di regali, abiti di marca e delicatessen gastronomiche. Chiede con insistenza di conoscere Michel. ma il pittore non l’accontenta. Per tutelare entrambi dall’imbarazzo? Per evitare una situazione insostenibile? O semplicemente per paura? Nel gesto della madre, che compra un maglione dai grandi magazzini Printemps per regalarlo a Michel e poi lo incarta dentro una borsa firmata, c’è tutto lo squallore del classismo, l’abitudine di pensarsi intimamente superiori per scelte e gusti (al figlio abbigliamento costoso, al compagno merce dozzinale), e la doppia morale della vergogna, il mascheramento dell’acquisto (l’involucro esteriore). Lo scrittore spagnolo, molto critico verso la le diseguaglianze nella società contemporanea, esprime tutto il suo disincanto. L’appartenenza di classe, in ultima istanza, appare qui come una condizione di partenza irredimibile.

Quando Michel è in ospedale, affetto da AIDS conclamato, i due si sono già separati. Il pittore va a trovarlo, ma il confinamento nella clinica è una sorta di barriera protettiva che, quasi provvidenzialmente, sancisce la giusta collocazione e i giusti pesi. Da una parte i sani (ricchi), dall’altra i malati (poveri). Trasferito a Ruan, ormai cieco, magrissimo, moribondo, Michel riceve una sola visita del giovane amante, poco prima che questi prenda il treno per ritornare a Madrid, definitivamente.

«Non mi lasciare, supplicava. Mi faceva male, mi piantava le unghia nella schiena. Perderò l’ultimo treno, insistevo. E per liberarmi, mi vidi costretto a staccare bruscamente le sue dita dalle spalle e a tirargli le braccia verso l’alto. Devo andare, ripetei, più volte sforzandomi di usare un tono addolcito che rimediasse allo scatto violento con cui lo avevo scostato da me. Dissi ancora: tornerò e troveremo il modo di farti venire con me in Spagna a riposare per qualche tempo. Faremo così». La menzogna vince, l’amore perde. Il pittore lo sente piangere mentre imbocca il corridoio. Non tornerà indietro, più per meschinità che per malvagità. Una marionetta incapace di coraggio.

«Questa malattia mi ha sbattuto in un Disney World fatto di demoni, dove le sedie e i tavoli ballano e combattono, e la stanza gira in tutte le direzioni», scrisse nei suoi diari il grande regista Derek Jarman a proposito dell’HIV. In Paris-Austerlitz il pittore scende dalla giostra, infilando nelle mani di Michel la monetina dell’ultima corsa.

Paris-Austerlitz è il testamento di Rafael Chirbes, un ammonimento rivolto alle nostre esistenze fragili e precarie, ai sogni, alle illusioni che ci portiamo dentro. Una visione che ci restituisce uomini bisognosi d’amore, stesi al capezzale di un’impossibile redenzione.

Alessandro Vergari

(Rafael Chirbes, Paris-Austerlitz, Feltrinelli, 2017)

Noi e il male nella perfida terra di Dio

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Omar Di Monopoli è uno scrittore originale che negli anni si è costruito un linguaggio incendiario e riconoscibile.

La conferma di ciò sta tutta Nella perfida terra di Dio, l’ultimo romanzo dello scrittore pugliese appena pubblicato da Adelphi.

La casa editrice di Roberto Calasso scommette poco sugli autori italiani. Ma quelle  rare volte che lo fa non sbaglia mai.

Nella perfida terra di Dio è il romanzo più crudele e incandescente di Omar Di Monopoli. Incandescente nella trama, nei personaggi e soprattutto nella lingua.

Contaminando il dialetto con una scrittura dall’impasto diretto di un italiano letterario che non ha nessuna intenzione di fare sconti alla storia, Di Monopoli ci porta nella Puglia, precisamente sul confine tra il salento e il brindisino, per raccontarci attraverso una serie di personaggi malavitosi di ieri e di oggi come nella perfida terra di Dio l’essere umano dà il peggio di sé.

I personaggi che danno vita alle numerose storie criminali e di malaffare sono tanti. Ognuno di questi ha la sua particolarità.

Mbà Nuzzo, che perde il senno credendosi un santone  e predica Gesù promettendo guarigioni.

Tore Della Chucchiara, il  latitante che torna dopo anni per rivedere i due figli Gimmo e Michele.

Un ruolo fondamentale nel romanzo lo giocano le suore delle Sorelle del Martirio che hanno a che fare con i possedimenti di Nuzzo e che tra le mura del convento nascondono segreti inenarrabili  e terribili che poco hanno a che fare con la volontà di Dio.

C’ è anche il Carmine, il boss locale, con un passato torbido e un presente con cui deve fare terribilmente i conti.

Omar Di Monopoli, intrecciando il passato e il presente, racconta tutta la violenza che esplode in questa terra cattiva dove la malavita e gli interessi dei clan uccidono la speranza di ogni rinascita.

In una terra devastata dalla droga, martoriata dalla guerra intestina dei clan, si svolge  la storia crudele che lascerà al lettore un amaro in bocca.

Nella perfida terra di Dio si legge come un noir ma è soprattutto un libro in cui l’orrore della vita, quello che tocchiamo con mano ogni giorno,  emerge in tutta la sua violenza immanente.

Omar Di Monopoli ha davvero scritto un bel libro in cui tutta la crudeltà incandescente e spietata di cui siamo fatti noi esseri umani, soprattutto quando non riusciamo a mettere un freno alle ambizioni e all’avidità, emerge in tutta la sua cattiveria attraverso tutti i personaggi di questa  storia in cui il male trionfa sul bene, perché come scriveva Emil Cioran «l’uomo è il cancro della terra».

Nella terra perfida di Dio ogni giorno inghiottiamo il nostro grammo quotidiano di orrore.

Nella terra perfida di Dio ci siamo finti tutti. Prima che l’oscurità sia definitiva, sarebbe il caso di preservare l’ultimo bagliore. Se ne siamo ancora capaci.

Nicola Vacca

 

Una bella pagina di editoria

con stefano

Ho incontrato l’editore Stefano Donno a Lecce presso la storica libreria Palmieri in occasione della presentazione del mio ultimo volume di versi. Stefano ( come potete vedere dalla foto in copertina) mi consegna alcuni titoli della casa editrice che dirige e di cui voglio parlarvi soprattutto perché le edizioni I Quaderni del Bardo rappresentano un modo originale e controcorrente di fare editoria.

I Quaderni del Bardo sono soprattutto nuovo modo di pubblicare e selezionare  la poesia. Nel cuore del Salento vive e opera questa piccola e elegante casa editrice nata due anni fa e si sta imponendo sul mercato editoriale con le sue scelte autoriali di qualità.

Con le sue copertine minimal e un catalogo ragionato e selettivo questa casa editrice osa azzardare una ricerca culturale non commerciale guardando con molta attenzione a nuovi talenti nel campo della narrativa, della poesia e della saggistica.

«La linea editoriale – assicura Stefano Donno che della casa editrice è il direttore- si propone obiettivi precisi che mirano a una ricerca attenta e mai banale nel campo della narrativa, della poesia e della saggistica.

Oltre al contenuto non viene mai trascurata la forma: il fiore all’occhiello delle nostre edizioni è la realizzazione di volumi con una grafica essenziale, quasi minimal.

Tra tradizione e innovazione culturale, I Quaderni dl Bardo si avvalgono di numerose collaborazioni con studiosi provenienti da diverse latitudini culturali-

La nostra ambizione è costruire un laboratorio di idee in cui si tenga conto di un sano e consapevole pluralismo. Noi siamo convinti che senza dialogo e reciprocità non possa nascere una cultura degna di questo nome»

La collana di poesia è il biglietto da visita de I Quaderni del Bardo. È meritevole l’attenzione che la casa editrice rivolge a poeti esordienti che soprattutto considerano la poesia una cosa seria e non un modo autoreferenziale per parlarsi addosso.

Teatro, poesia, saggistica e narrativa. Ecco gli interessi letterari di questa piccola realtà editoriale nata nel Salento ma che grazie al coraggio delle scelte autoriali e alla professionalità  sta calamitando l’interesse del mondo culturale( i Quaderni del Bardo poesia  vengono periodicamente recensiti da Poesia la prestigiosa rivista diretta da Nicola Crocetti).

Se vi ritenete scrittori non banali, vi consiglio di proporre il vostro libro a I Quaderni del Bardo, un bellissima realtà di editoria libera, indipendente e di qualità.

Nicola Vacca

http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it/

pagina facebook: https://www.facebook.com/Ilbardofoglidiculture/

 

ROBERTO DE PAOLIS: CUORI PURI

cp

Cuori puri, opera prima del romano Roberto De Paolis (anche produttore) è un film che sorprende e lascia ammirati, principalmente per la sua capacità di raccontare ambienti e persone: la borgata e la media borghesia e il loro incontro, il loro deflagrare. Se l’aria che si respira è quella di altre pellicole coeve (Non essere cattivo o In terra pax, per esempio) a me ha fatto prepotentemente tornare alla memoria i primi film di Lindsay Anderson e Karel Reisz, per lo stile diretto e senza bellurie, l’esattezza sociologica e l’indagine immersiva nel milieu.

Una delle carte vincenti di De Paolis è proprio quella di aver messo in relazione esperienze di vita e ideologie decisamente diverse, in modo così intelligente da far balzar fuori una descrizione e una definizione del nostro paese. Le sue aspirazioni, la sua immobilità.

Che cosa racconta Cuori puri? È la storia dell’amore fra  Agnese e Stefano. Lei frequenta la chiesa, fa volontariato e, su indicazione della madre religiosissima, ha deciso di arrivare casta al matrimonio. Lui è un ragazzo dal passato turbolento e in odore di piccola criminalità che lavora come custode di un parcheggio. Parliamo di due persone potenzialmente destinate a non capirsi e, in effetti, la loro relazione, sembra formarsi e spendersi a dispetto di tutto ciò che li circonda.

Il disegno dei personaggi è magistrale. Specie quelli secondari: il prete reso da Stefano Fresi, con la sua capacità di interagire con gli adolescenti, corretta dalla sua visione del mondo blindata; la madre interpretata da Barbora Bobulova che chissà quale passato drammatico nasconde.

L’abilità di De Paolis e dei suoi attori è soprattutto quella di mostrare senza spiegare. Come un narratore di razza dovrebbe fare, lui preferisce farci intuire le cose, attraverso uno sguardo, uno scoppio di rabbia devastante, laddove prima avevamo visto soltanto dolcezza e remissività. Il lavoro del regista sugli attori è encomiabile e Cuori puri non sarebbe il film che è se non avesse al centro due interpreti straordinari come Selene Caramazza e Simone Liberati, aderentissimi ai loro ruoli.

In particolare la Caramazza è una presenza sfuggente e luminosa, goffa e incisiva.

De Paolis, da parte sua, ci rivela il bene e il male di un’educazione religiosa senza giudicare e proprio per questo sottolineando con maggior forza le contraddizioni e le forzature. La sua è una messa in scena onesta ma implacabile (onesta perché implacabile), capace di splendide sintesi poetiche come la scena in cui i due protagonisti, lontani, osservano la stessa colonna di fumo elevarsi sopra la città. O ancora la scena di sesso verso la fine: dilatata, insistita ma senza voyeurismi. Il modo impacciato, quasi sgarbato ma comunque tenerissimo in cui Stefano tocca il seno di Agnese. Se nelle bellissime sequenze di sesso de La vita di Adele Kechiche raccontava il piacere, allo stesso modo, frontale e non mediato, De Paolis racconta l’imbarazzo e il desiderio. Questo è il cinema italiano da difendere, appassionato e non didascalico, accurato ma mai accademico, aperto al caso e alla digressione, capace di riconoscere la poesia, quando la trova, e lasciarla circolare.

Fabio Orrico