Un vino e un libro (a cura di R.Saporito)

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La poesia in uno schianto

QdB - La Copertina di Guerrigliera di Eliana Forcignanò_Layout 1

Rovistando nel catalogo dei Quaderni del Bardo, le edizioni di Stefano Donno che danno spazio alla buona poesia, ho trovato Guerrigliera, una raccolta di Eliana Forcignanò, classe 1983, salentina.

Versi che da subito innescano un cortocircuito antiretorico con tutta l’intenzione di favorire uno schianto delle parole.

Qui la poesia è giocare a porsi le domande vietando le risposte. Eliana Forcignanò scrive e soprattutto si interroga stando sempre in bilico, consapevole che la sua poesia dal pensiero forte è destinata a implodere oltre la linea del dicibile.

La poetessa è una guerrigliera della parola e sa che  la poesia si costruisce meglio di un dialogo.

Non ha paura di avvalersi di un lessico estremo, anzi questo è il punto di forza del suo fare poesia, e ogni verso è un proiettile.

Eliana Forcignanò ha sempre il verso in canna. Nel suo stato di vigilanza sulle cose e sul mondo, quello che per lei conta è scrivere una poesia che tenga conto della carna lacerata della realtà, delle lesioni e delle ferite che ogni giorno strappano l’esistenza.

Nel disagio la sua poesia è un alfabeto inadatto in cui sono presenti le storture e le deviazioni di un mondo che ha smarrito la sua messa a fuoco.

«C’è un giorno che comincia / uccidendo la speranza / di sognare la vita /  per come l’avrei voluta».

La poesia di Eliana Forcignanò fruga nella polvere dei giorni ridotti a cenere, scava nella carne viva che sanguina nel pensiero che non è più capace di pensare.

La nostra discesa agli inferi è iniziata e noi abbiamo il dovere di tenere gli occhi aperti.

Abbiamo bisogno delle negazioni dei poeti, perché solo loro hanno la possibilità di riempire il caos.

«Se un giorno cercherete i poeti / cercato quei pazzi che negano / di scrivere per cambiare il mondo».

Guerrigliera è poesia dinamitarda e Eliana scrive «… nell’incaglio fetido / di questa quercia marcia».

Perché il poeta davanti alle macerie del tempo ha il dovere di non sottrarsi all’urlo della propria coscienza.

Nicola Vacca

(Info: http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it/)

 

E gli alieni caddero sulla Terra

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Format televisivi indirizzati al grande pubblico, siti web e pagine facebook “specializzate” contribuiscono alla divulgazione della teoria degli antichi astronauti. Secondo questa teoria, vi sarebbero segni del passaggio di astronavi e alieni sulla Terra, a partire dalla preistoria. Segni troppo evidenti per non essere prove. Qualche esempio? Il signore maya di Palenque raffigurato nella “cabina di guida di un missile”, le rovine “avveneristiche” di Puma Punku, la “pila” di Bagdad risalente al terzo secolo d.C., le linee di Nazca tracciate per facilitare “atterraggi di UFO”… Gli dei sarebbero scesi dal cielo con navicelle spaziali, per imporre il loro marchio sulla nostra specie.

Ma è davvero possibile dimostrare l’influenza di un’intelligenza aliena nello sviluppo di popoli e di civiltà umane? È sostenibile l’idea che, fin da tempi antidiluviani, gli extraterrestri abbiano modificato il corso dell’evoluzione? La scienza reagisce e sgretola le illusioni. Non vi è nulla di eccentrico nel sito archeologico di Palenque, nessuno ha mai fatto atterrare astronavi a Nazca, la pila non è una pila… Non tutti, però, cedono. Sostenuti da una tenace volontà di credere, schiere di appassionati e di ricercatori formano un network solido e ramificato. Per loro, la storia del mondo sarebbe diversa da quella ufficialmente raccontata. E alimentano, così, la pseudoscienza.

Il mistero degli antichi astronauti, edito da Carocci, si propone di fare luce sul tema. In questo libro, godibilissimo e scritto senza preconcetti, Marco Ciardi, docente di Storia della Scienza e della Tecnica all’Università di Bologna, confronta opere, testimonianze, documenti di varia natura, attraverso un lavoro di ricerca filologicamente accurato. Facendo leva sulla curiosità e sul naturale sentimento di meraviglia di fronte all’ignoto, il mistero si è sedimentato nella coscienza collettiva, seguendo tappe precise. L’autore, nel corso della sua indagine, chiama in causa una moltitudine di arti e saperi: filosofia, psicologia, esoterismo, letteratura, cinema, radio, fumetti, movimenti spirituali. Marco Ciardi esamina la genesi di concetti e idee, a partire dalla pietra angolare di tutti i miti: il continente perduto di Atlantide nominato da Platone in due dialoghi, Timeo e Crizia.

Ciardi si muove con rigore nell’analisi delle fonti, correttamente sottoposte al vaglio della verifica, e affronta con cautela il brodo di coltura che ha reso popolari tali dottrine, mai liquidate a priori come paccottiglia. Da dove nasce l’idea che visitatori extraterrestri abbiano solcato i cieli del nostro pianeta milioni di anni fa? Perché l’ipotesi della “terra cava” ha guadagnato consensi, nonostante la mancanza di vere prove a supporto? Come si è diffusa la credenza attorno ai  reperti archeologici “inspiegabili” (OOPART)? In che modo Atlantide, da mito platonico, si è trasfigurato in continente reale, patria di una civiltà superiore cancellata da un immane cataclisma? La questione centrale riguarda la presunta scientificità del tema degli antichi astronauti. In definitiva, si può parlare di “teoria” o siamo al di fuori del dominio della scienza? L’autore risale ai punti di origine, afferrando con precisione gli snodi concettuali di una vasta controcultura borderline e antipositivistica.

Marco_Ciardi

Paradigmatico è il capitolo dedicato alla Società teosofica di Madame Blavatsky, «uno dei movimenti più influenti sulla cultura mondiale tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento», poi fonte di ispirazione per il nazismo esoterico. La teosofia, imbevuta di motivi rosacrociani, insisteva su un’essenziale concordanza dei miti religiosi appartenenti a differenti civiltà, su una cronologia alternativa a quella tradizionale, su un tempo ciclico segnato da catastrofi e rigenerazioni, sull’esistenza di antiche nazioni tecnologicamente e culturalmente avanzate e, dulcis in fundo, su una dimensione invisibile popolata da esseri di natura eterea.

Commentando Isis unveiled, vera bibbia del movimento, Ciardi evidenzia le fallacie del pensiero teosofico e, di conseguenza, delle sue molteplici derivazioni: l’errore sta «nella continua revisione dei miti e dei racconti provenienti dall’antichità, letti non nel contesto storico dell’epoca in cui vennero generati, ma sulla base dell’avanzamento delle scoperte scientifiche e tecnologiche da parte dei contemporanei. Ecco dunque in che modo i carri di fuoco, cui fanno riferimento numerose leggende del passato, assumeranno progressivamente una consistenza reale, diventando, alla fine, i dischi volanti della seconda metà del Novecento». Blavatsky inglobava nelle sue teorie elementi della letteratura fantastica, come il vril, energia primigenia o quid della conoscenza, termine inventato dallo scrittore Bulwer-Lytton, in The Coming Race (1871), opera ispirata alle concezioni alchemiche. Secondo Blavatsky fin dall’Antico Egitto la generosità di esseri celesti avrebbe determinato lo sviluppo del sapere umano, attraverso la diffusione del vril. Esoterismo, religione, letteratura, scienza e tecnica erano così mescolate in un unico groviglio narrativo.

Il mistero degli antichi astronauti è un arcipelago autoreferenziale di nozioni impossibili da verificare. Le linee di demarcazione, denuncia Ciardi, sono saltate. Sul piano epistemico, l’intreccio di discipline è degenerato nella confusione del vero e del falso; sul piano logico, le categorie di possibilità e probabilità sono collassate l’una sull’altra. A proposito della popolarità raggiunta dagli UFO, Ciardi si affida alle parole del fisico Richard Feynman: «non si tratta di decidere cosa sia teoricamente possibile, ma di cercare di capire cosa è probabile, che cosa sta succedendo».

Marco Ciardi sottolinea il consolidarsi di una frattura ideale: da una parte, i portatori sani di mistificazione, autori ambiziosi, entusiasti o sprovvisti di adeguati strumenti di analisi; dall’altra, scrittori sensibili ai differenti livelli di discorso perché consapevoli della specificità dei codici della letteratura e dell’autorevolezza del linguaggio scientifico. Tra questi ultimi, spiccano H.P. Lovecraft, in grado di distinguere tra la dimensione letteraria del mito di Cthulhu e «la spazzatura messa in giro dai teosofi», Isaac Asimov, animato dal dubbio e fiducioso nei progressi dell’astronomia e dell’archeologia, Arthur C. Clarke, fedele alla sua identità di puro autore di fantascienza, e perfino l’italiano Peter Kolosimo, esponente di culto della pseudoscienza, eppure scettico di fronte alle affermazioni illogiche contenute nei testi di molti suoi colleghi.

Incapace di operare le necessarie distinzioni è invece Charles Fort, autore passato, senza colpo ferire, dalla narrativa fantascientifica a “saggi” di divulgazione tra i quali spicca The Book of the Damned del 1919, ampia rassegna di fenomeni di origine non terrestre, dovuti, a suo dire, all’influenza di un pianeta invisibile e ad astronavi in esplorazione. Altri scrittori appartenenti allo stessa “corrente” sono Immanuel Velikovsky, Desmond Leslie, il “contattista” di alieni George Adamski, i confidenti dei “maghi” Louis Pauwels e Jacques Bergier. Senza dimenticare lo scrittore più assertivo di tutti, lo svizzero Erich von Däniken, autore, nel bestseller Gli extraterrestri torneranno (1968), di affermazioni «talmente inverosimili che non è possibile che non siano vere».

Una teoria, se inconfutabile, esce dai confini della scienza e decade ad espressione fantastica. Secondo Ciardi l’immaginazione può stimolare il dibattito interdisciplinare ed influire sulle dinamiche di formazione del sapere ufficiale, ma non è ragionevole che un tema possa «automaticamente assurgere al ruolo di verità scientifica,in mancanza di prove certe e condivise dalla comunità scientifica». Una regola, questa, da tenere sempre in debita considerazione, se non vogliamo invalidare la ricerca della verità e, contemporaneamente, rovinare la reputazione della letteratura. Credere non equivale a intelligere. Meglio soli (nell’universo) che male accompagnati.

Alessandro Vergari

(Marco Ciardi, Il mistero degli antichi astronauti, Carocci 2017)

Il dono della follia

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Non c’è ipocrisia più diffusa di quella del sano nei confronti del malato. I sani, in fondo, non vogliono avere più niente a che fare con i malati e non sono affatto contenti che i malati, sto parlando dei veri malati, e cioè dei malati gravi, esigano tutt’a un tratto di ritornare in buona salute, o almeno di normalizzarsi o almeno di migliorare le loro condizioni di salute. Il sano, se è una persona sincera, ammetterà che non vuole avere più niente a che fare con il malato, non vuole che nessuno gli rammenti la malattia e, attraverso la malattia, logicamente e forzatamente la morte.

 Paul Wittgenstein e Thomas Bernhard, un’amicizia che diventa un libro in cui, però, solo alcuni episodi sono realmente accaduti. Infatti, si tratta di una semi-biografia. L’autore austriaco ha trasformato a suo piacimento i fatti. I due si incontrano nel 1967 in un ospedale viennese. Wittgenstein soffre di attacchi di follia, Bernhard sta curando una malattia polmonare. Tra di loro nasce una profonda amicizia che durerà dodici anni, fino alla morte del nipote del noto filosofo.

Duecento persone verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.

Paul chiede questo all’amico Thomas. Un desiderio che viene espresso nel momento in cui l’eccentrico aristocratico sente che la fine è vicina. Proprio la paura della morte lo perseguita e la sua follia alimenta questa fobia. La morte è una sventura di fronte la quale l’uomo è solo. Nei suoi momenti di pazzia, Paul piange e si dispera, corre ad abbracciare l’amico e lo supplica di non abbandonarlo. Eppure, lui è portatore di valori ascetici nei quali si rifugia attraverso l’arte, la musica e la letteratura.

Nel suo dolore sempreverde, Paul è un uomo disprezzato dai familiari. Come suo zio dilapida le ricchezze, distribuendole senza remore ai bisognosi. Bernhard legge qualcosa di simile in loro, ma anche di diametralmente opposto. Infatti, Paul è impazzito perché non ha saputo dare voce alla follia; mentre suo zio, Ludwig, ha saputo darle una forma attraverso la filosofia.

Cos’è quindi la follia? Bernhard ce la fa apparire come un dono, un talento che deve essere coltivato. Non ci sono sentimenti di compassione in questo libro. Thomas non prova né pena né pietà per l’amico, anzi, quando Paul muore lui si trova a Creta. Addirittura, lo scrittore abbandona al proprio destino l’eccentrico aristocratico proprio negli ultimi mesi di vita.

Ma perché questo comportamento ripugnante? Nell’osservare il decadimento di Paul, Thomas intravede i segni del suo tramonto. Anche lui ha paura della morte e della follia, della solitudine che si instaura nell’anima quando la malattia diventa una costante. Per lo scrittore austriaco, il suo destino è legato a quello del nipote del filosofo.

C’è poco da aggiungere, siamo in presenza di un libro di Bernhard. Ogni parola segna, ogni frase è un rintocco di campana che si propaga per chilometri. Non si sfugge da questa prosa incessante. Centotrentadue pagine zeppe. Un flusso ininterrotto in cui si scontrano vita, morte, solitudine, follia e cinismo; in cui la malattia del corpo e dell’anima si confrontano.

Martino Ciano

 

 

 

 

La linea d’ombra tra ordine e caos

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Un passero impiccato, uno stecco appeso a una cordicella, una rana, una teiera, un muro sbreccato, tappi, frecce, mani, spilli, chiodi, labbra che si sovrappongono ad altre labbra, ossessioni. Di cosa parla Cosmo (Kosmos), romanzo del 1965 dello scrittore polacco Witold Gombrowicz? Difficile dirlo. Perché Cosmo, riproposto dalla casa editrice il Saggiatore a cura di Francesco M. Cataluccio e tradotto da Vera Verdiani, parla di tutto e di niente. Il lettore si accorge di camminare nel perimetro di un incubo filosofico. Ciò che è in gioco nel romanzo è la realtà. Una realtà presto squadernata nei suoi labirintici dettagli, sgocciolante nello stillicidio dei piccoli gesti quotidiani, reiterati, rinnovati, associati in isole di senso. Le associazioni e le analogie disegnano un mondo attraversato da una logica. O forse no. Nemmeno i protagonisti ne sono sicuri, mai… Il mondo è tutto ciò che accade, ma tutto ciò che accade, per essere mondo, ha bisogno di uno sguardo. Ma se lo sguardo fosse quello di un assassino? Di un perverso? Una soggettività malata può fondare la realtà? L’oggettività esiste o è un’illusione? In Cosmo accadono fatti terribili. Terribili perché reali. Ne risulta un “giallo metafisico”, per riprendere la definizione che ne ha dato, di recente, il critico Goffredo Fofi.

In una giornata caldissima, nel folto di una radura, Witold e Fuks, due giovani uomini in fuga da Varsavia, il primo dalla famiglia, il secondo dal suo capoufficio, si imbattono in un passero impiccato ad un albero. Chi può aver commesso una barbarie simile?  «Il passero penzolava. La terra era spoglia, a parte qualche tratto invaso da un’erba corta e rada, costellata da un vasto assortimento di cose varie, un pezzo di lamiera contorta, uno stecco, un altro stecco, un cartone strappato, uno stecchino e poi uno scarabeo, una formica e poi un’altra formica, un verme ignoto, un ciocco di legno e così via fino agli sterpi ai piedi dei cespugli…» Dettagli, atomi di realtà messi a fuoco, decontestualizzati, slegati da ogni riferimento. In Cosmo è tutto un pullulare di elementi ab-soluti, sciolti, svincolati e poi, nella nudità che li evidenzia, portati su un altro livello, cosmico appunto, dall’irrefrenabile istinto della mente, nel vano sogno di conquistare al tutto una coerenza.

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Witold e Fuks cercano una pensione. Ne trovano una. Sulla veranda li accoglie Katasia, giovane donna dal labbro sfregiato. Un particolare che diventa un tassello del vasto mosaico chiamato mondo, da riempire con altri tasselli fino a trovare incastri, coincidenze, regole... Nella casa vivono Leon, ex direttore di banca, la rubiconda moglie, Pallina o Palluccia o Piccipalli  o Máncia (Leon è un virtuoso dei giochi di parole, meglio ancora, delle storpiature di parole), la bella figlia Lena, sposata con Ludwig. Witold si invaghisce di Lena, della sua femminilità candida e sporca allo stesso tempo, delle «labbra katesche dietro la boccuccia di Lena». Witold incrocia Lena con Katasia, la bocca bella della prima con quella devastata (da un incidente) della seconda. Da chi è attratto Witold? Dall’una o dall’altra? E cosa sono i segni sui muri nelle stanze, righe e macchie che solo un occhio esperto può cogliere? Nella camera di Witold e Fuks c’è una freccia che punta al giardino. Chi l’ha tracciata? Ma è davvero una freccia? A cosa punta? I due cominciano a indagare. E quando, in fondo al giardino, trovano una nicchia con uno stecco appeso (come il passero!), ecco che il segno diventa indizio. Perché lo stecco punta alla casupola dove vive Katasia. E nella casupola ecco spuntare una lima, un pennino, un ago, un chiodo ficcato troppo in basso nel muro.

In Cosmo Witold è l’io narrante in prima persona. Con Witold ci addentriamo nella dimensione del performativo, nella dinamica dei gesti spinti fino ai limiti della comprensione, nella costruzione stessa della realtà. Dopo aver perlustrato l’abitazione di Katasia, all’improvviso i due sentono dei colpi fortissimi… è Pallina che batte con il martello contro gli alberi. Per quale motivo? Poi altri colpi, al piano di sopra, dalla camera di Lena. Witold si precipita lungo le scale, ma Lena non apre. Silenzio. Torna in giardino. Scala un albero. La finestra di Lena è accesa. Lena e il marito, Ludwig, sono alle prese con una teiera. In piena notte? Perché? C’è forse un messaggio nascosto dietro la teiera? È un simbolo erotico? Una perversione? Witold scende dall’albero e incrocia il gatto della figlia di Leon, appisolato sulla veranda. Senza alcun motivo, lo strangola e lo appende ad un gancio sul muro. Appeso come il passero, come lo stecco! Il mosaico cosmico si arricchisce di nuovi incastri. Emerge, appunto, una logica, forse assurda, forse no. Witold, ora, vi partecipa.

Come evidenzia Francesco Cataluccio nella postfazione, due sono le tematiche principali di Cosmo, strettamente congiunte: la messa in forma del mondo e le deviazioni erotiche. Per Gombrowicz non vi è uomo che non cerchi di lottare contro il caos stabilendo un ordine, per quanto provvisorio. La vita, nel suo insieme, appare un enigma poliziesco disseminato di trabocchetti e false piste. Nonostante i fraintendimenti, il soggetto si pone sempre in posizione agonistica rispetto all’oggetto, sfidandolo per coglierne il senso riposto. La visione dell’uomo è creativa e disperata, continuamente esposta a successi istantanei e successivi vacillamenti. Paradossalmente, più leviamo gli elementi empirici dal loro isolamento, più rischiamo di chiuderci nella bolla del delirio solipsistico. Esiste una Forma perfetta? Quali garanzie abbiamo di non essere pazzi, di non essere dominati dall’ordinarietà del reale o, viceversa, dall’insensatezza delle associazioni mentali? Dove passa la linea d’ombra? Secondo Gombrowicz solo l’Arte può sancire il compromesso tra la luce e le tenebre, tra il precipizio e la vetta. L’Artista gioca con la realtà senza avanzare alcuna presunzione ontologica, destrutturando la realtà e attribuendole una forma nel segno dell’inesauribile libertà umana. Essere liberi significa quindi saper bilanciare le pretese soggettive con quelle oggettive, allentando l’imperativo dell’Ordine assoluto.

Gli oggetti e i dettagli, in Cosmo, sono sovraccaricati di un’energia morbosa che deborda e li sommerge. «La mano di Lena. Come sempre sulla tovaglia, accanto al piatto e vicinissima alla forchetta, alla luce illuminante della lampada – la vedevo come poco prima avevo visto il passero, giaceva lì, sul tavolo, come lui laggiù pendeva dal ramo… lei qui, lui lì […] Ehi, ehi! La mano prende la forchetta – no, non la prende – accosta le dita, copre la forchetta con le dita… La mia mano, accanto alla mia forchetta, si avvicina, la prende – no, non la prende – ma piuttosto la copre con le dita. Assaporavo in silenzio l’estasi di quell’intesa, per quanto falsa, per quanto unilaterale, da me concertata». Le singole parti del corpo sembrano vivere di vita propria, stabilire intese, incroci, legami, accoppiamenti, con altre parti di altri corpi, per uscire dall’isolamento.

Cosmo è un pullulare di atomi vaganti, il simile col simile, «piglia chi ti somiglia» è un intercalare diffuso nel romanzo, un’epifania delle deviazioni sessuali, come la parolina magica berg. Cos’è il berg? Non vi è chiarezza a riguardo. Uno scherzo linguistico di Leon, fine a se stesso? O, piuttosto, una freccia puntata verso la perversione segreta del capofamiglia (tendenze masturbatorie o addirittura pratiche incestuose)? Scrive Francesco Cataluccio che, per Leon, “il berg è una fuga dalla realtà”, un segnale di smarrimento e di rimozione. Così risponde Leon a Witold, che lo ha appena smascherato: «Ah, ah, ah, già, ha ragione, doppio e triplo bergamento col berg con lo specificale sistema zittemburg  e discretumberg a ogni ora del giorno e della notte, di preferenza al desco prandal-familiare, sbembergasela di soppiatto sotto gli occhi di mogliucciam e figliucciam! Berg! Berg! Ha un occhio, lei, caro signore…» L’invenzione di termini linguistici assurdi e la deformazione semantica sono, freudianamente parlando, messaggi cifrati riguardo ai segreti più intimi, ai desideri e ai traumi inconsci. Noi, come lettori di Cosmo, siamo i destinatari.

L’ultima parte del romanzo è una fuga reale a simbolica dalla casa dei misfatti (il passero, lo stecco, il gatto, le bocche ecc.). Una gita in montagna organizzata da Leon, per celebrare l’anniversario del suo unico tradimento coniugale. Nuovi personaggi si uniscono alla comitiva, due coppie appena sposate, un prete, alcuni montanari che spariscono senza ragione. Ognuno con le sue stranezze. Qui, Witold prova a distaccarsi dalle proprie ossessioni, ma queste ritornano, annullano le distanze, si creano nuove nicchie di sopravvivenza. Avviene un fatto terribile, l’ennesimo, un ultimo omicidio senza colpevole. O forse un suicidio? E, ancora una volta, è l’occhio di Witold ad osservare un corpo che penzola sotto i rami di un albero. Lo sguardo assapora il cadavere. Tutto torna, tutto ri-torna, uguale e dissimile, necessario e incomprensibile. L’ordine reclama il suo carnefice.

Cosmo è un capolavoro, brutalmente interrotto da Gombowicz con una cesura netta e spiazzante. A fine lettura ci accorgiamo che molti interrogativi, paure e fibrillazioni etiche sono penetrate in noi. Non è forse questo l’obiettivo della grande letteratura? Un’ascia ci ha squarciato il petto. La ferita sanguina. Un dettaglio feroce da cui non possiamo più distogliere lo sguardo.

Alessandro Vergari

(Witold Gombrowicz, Cosmo, Il Saggiatore 2017)

Charles Simic: il poeta e le sue immagini

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Entrare nell’ universo poetico di Charles Simic è come perdersi in un labirinto in cui le strade della conoscenza non si esauriscono mai e rimandano sempre a mondi infiniti tutti da abitare.

Lo stesso accade quando leggiamo la sua prosa ricca di suggestioni non solo letterarie.

È appena uscito per Adelphi La vita delle immagini, uno straordinario e meraviglioso zibaldone di pensieri e riflessioni in cui il poeta, nato a Belgrado e Premio Pulitzer per la poesia, mette insieme tutto il suo mondo culturale, le sue passioni letterarie e le sue esperienze di uomo che si sente cittadino del mondo.

Tra testimonianza, vissuto e letteratura, in questi scritti Simic parla di tutto quello che ha visto, letto e conosciuto e soprattutto svela al lettore la sua concezione della poesia.

«In una buona poesia, il poeta che l’ha scritta scompare, in modo che possa nascere il poeta – lettore» così scrive Simic rivendicando il ruolo di una poesia che sia sempre difesa del singolo da tutte le generalizzazioni che pretendono di rinchiudere la realtà in un unico sistema generalizzato. La poesia autentica deve essere antiutopica e soprattutto antipoetica.

La vita delle immagini è un libro davvero particolare perché non c’è nemmeno una pagina fuori posto.

Sia quando Simic parla dei suoi scrittori preferiti, che quando narra alcuni episodi della sua vita, è sempre il cuore del poeta che detta le linee guida del suo raccontare.

Pagine intense di puro pensiero poetante che indagano l’immanente enigma dell’ordinario. In questi testi Simic inventa la sua lingua contaminando versi, filosofia e immagini per consegnare al lettore una mappa dell’esistenza che non ignori mai il qui e ora.

Simic ha debole per la filosofia e ama leggerla sempre di notte. «Chiunque legga la filosofia legge di se stesso non meno che del filosofo in questione Entro in dialogo con certi avvenimenti decisivi della mia vita non meno che con le idee espresse sulla pagina. Il significato è la sostanza della mia esistenza».

Simic è un poeta che non appartiene a nessuna tribù, un uomo libero che non rinuncia all’invettiva che in alcuni momenti della vita è sacrosanta. Dovremmo sempre usarla quando sentiamo l’assoluta necessità, motivata da un profondo senso della giustizia, di denunciare pubblicamente, irridere, vituperare, inveire, recriminare con le parole più forti possibili.

Commuovono e non poco gli esercizi di ammirazione di Charles Simic per gli scrittori amati e letti.

Davvero straordinari i ritratti che il poeta dedica a Witold Gombrowicz, Emily Dickinson, Roberto Calasso, Buster Keaton e Marina Cvetaeva.

Simic chiude il suo libro con un toccante ritratto di Emil Cioran: il filosofo dell’insonnia di cui il poeta ama il pensiero che conserva un profumo di sangue e di carne.

La vita delle immagini è il libro straordinario di un uomo libero che ama scrivere le sue poesie nei posti scomodi dove latita la bellezza e trionfa il disagio.

Non mettete Charles Simic su una terrazza affacciata sul Mediterraneo mentre tramonta il sole. Mai gli salterà in mente di scrivere una poesia.

Il pensiero diventa immagine. L’immagine diventa pensiero in queste pagine meravigliose in cui Charles Simic ci parla della sua formazione di poeta in disarmonia con la propria epoca e che soprattutto scrive poesie per dare filo da torcere ai pensatori. Poesie reticenti che sono un pezzetto dell’indicibile intero.

Nicola Vacca

L’apocalisse è il futuro del presente

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Un uomo, una donna e una bambina sopravvivono all’apocalisse che ha colpito l’Europa, resta invivibile nei suoi scenari di distruzione da un terribile cambiamento climatico.

Questa è la trama  de L’ ultima bambina d’Europa (alter ego edizioni, pagine 173, euro 13), il nuovo romanzo di Francesco Aloe.

L’autore vuole rendere il proprio omaggio letterario  a La strada  di Cormac McCarthy.

L’uomo la donna e la bambina portano il fuoco sulla strada che inevitabilmente hanno scelto di percorrere per cercare la salvezza e raggiungere la terra “dove ancora vivono gli uccelli”.

Il viaggio non è facile, sulla strada  i tre protagonisti avranno a che fare con l’atrocità e l’orrore violento dei pochi sopravvissuti che incontreranno.

Mette i brividi il futuro che racconta Francesco Aloe nel suo romanzo, anche perché con tutto quello che sta accadendo nel mondo quel futuro si avvicina terribilmente al presente che stiamo vivendo, in uno spavento epocale che non ha eguali nella storia dell’uomo.

Il mondo intero è morto o sta morendo, non solo il genere umano, ma anche tutto il resto. Questo accade nel romanzo di Aloe, che necessariamente va letto come un campanello d’allarme.

Seguiamo il cammino dei tre sopravvissuti che sulla strada fanno i conti con tutta la violenza che esprime l’idea della fine.

Nel romanzo troviamo pagine che commuovono. Emozionano soprattutto i dialoghi tra l’uomo e la bambina che assiste impotente alla catastrofe che stupra la sua innocenza.

Nel mare nero della notte del tempo, la bambina (l’ultima bambina d’Europa)  che interroga il vento potrebbe essere un segnale di vita da preservare dove tutto è morto.

Francesco Aloe scrive un romanzo fra le macerie dell’umanità che ha smesso di significare e soprattutto di essere.

Pagine estreme e visionarie in cui aleggia una fine del mondo con cui ogni giorno concretamente facciamo i conti.

Tra i detriti postapocalittici l’autore dà la parola ai sopravvissuti che camminano tra le rovine di un mondo che ha smesso di respirare.

Il prezzo da pagare per la rinascita è alto e ha a che fare con l’estinzione della specie.

Nicola Vacca

 

Quando il poeta è un cecchino

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La poesia di Marco Vetrugno è una di quelle rare esperienze estreme capaci di far deflagrare la parola e tutto il resto.

Le sue parole sono un azzardo, di quelli che non si curano delle conseguenze. Marco frequenta gli scrittori incendiari, irregolari e soprattutto quelli che hanno il coraggio di scrivere in maniera di diretta quello che pensano (Cioran, Artaud, Bene,«« Ceronetti, per fare alcuni nomi).

La sua poesia si nutre della libertà di pensiero di questi maestri.

Mùtilo è il suo ultimo libro (pubblicato per i tipi di Musicaos editore)

È un monologo per il teatro in cui la poesia occupa un posto in prima fila.

Il trentaquattrenne poeta salentino scrive un testo potente in cui si rivolge direttamente ai propri demoni e ogni parola è uno squartamento del reale.

La sua scrittura procede per sottrazioni e mutilazioni.

Un scrittura che ferisce e uccide, sempre diretta e quindi autentica.

I suoi versi come proiettili colpiscono il bersaglio, affondano tutte le convenzioni, decostruiscono la realtà.

«Esasperazione del pensiero /di quello dominante spinto al parossissmo /reso predominante e dispotico / vertigine della caduta / interminabile prova generale /esperimento nevrotico  del disastro assoluto / infreno midollare e sanguigno…» Mùtilo entra in scena e inizia a parlare così, stringendo tra le mani un foglio e una penna.

Marco Vetrugno subito ci mette davanti una scrittura che scortica, che io considero una di quelle esperienze necessarie che salvano la letteratura.

Le trafitture e le pugnalate di Marco Vetrugno dilaniano la carne, sono una carica esplosiva, la detonazione è imminente.

Giorgio Baàrberi Squarotti ha scritto che« la poesia di Marco Vetrugno è rapidamente e aspramente ritmata, in ottima armonia con il suo discorso robusto e violento, drammatico e eversivo. L’accusa costante rivolta al male del mondo e alla fatica di vivere è sostenuta da una visionarietà originale e possente».

La scrittura di Marco è una collezione di negazioni. Le sue parole negano ogni cosa e distruggono soprattutto il possibile. Ma il poeta ci regala la sua negazione più bella quando afferma che scrive per non arrendersi.

Lo stesso Mùtilo ci dice che la scrittura è sintomo di lotta, è il miglior trucco per ingannare il tempo.

Al culmine della disperazione, come ci insegna Cioran, quello che conta è scrivere e pensare senza mai mentire a se stessi. Perché tutto ciò che non è diretto è nullo. E tutto ciò che è diretto è scomodo e fa molto male.

Mùtilo è soprattutto  una poesia che come una scheggia deflagra nelle mutilazioni di un corpo reciso dall’ansia dell’essere.
Sono pochi i poeti di oggi disposti senza paracadute a tuffarsi nel baratro e scrivere versi coraggiosi che si spingono oltre le parole che sulla pagina sono percepite come uno schianto.
Marco Vetrugno è uno di questi. Non ci sono vie di scampo, né uscite di sicurezza. Nei versi di Marco troviamo quella parola affilata che non vuole dimostrare nulla ma che viene detta, scritta e pronunciata come una necessità che non ha la presunzione di salvare qualcosa.
Il poeta è un cecchino, il suo bersaglio è sempre in movimento.
Parole come proiettili, perché tutto deve sanguinare per significare e per non significare.
Di implosione in implosione, sono gli squartamenti a fare la differenza.

Nicola Vacca

 

L’ultimo volo delle api

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Nel 2098 la Terra è sconvolta. Qualche decennio prima, il Collasso ne ha modificato gli equilibri ecologici. L’Europa è devastata dalla guerra per il cibo. In Cina, unica nazione a resistere con fatica al cambiamento, vive Tao, giovane donna impiegata, come tutti, in un lavoro alienante eppure necessario: l’impollinazione manuale degli alberi da frutto. L’obiettivo è sfamare la popolazione. «Come uccelli troppo cresciuti ci tenevamo in equilibrio ognuno sul proprio ramo, con un contenitore di plastica in una mano e un pennello di piume nell’altra». Gli animali sono quasi completamente estinti. La scomparsa delle api è l’evento traumatico che ha provocato il Collasso.

Tao è sposata con Kuan. Sua madre, come tutti gli anziani improduttivi, è stata eliminata. La coppia ha un figlio di tre anni, Wei-Wen. In uno dei rari giorni di pausa concessi dal Comitato, la famiglia organizza una scampagnata in cima a un poggio. Wei-Wen approfitta di una distrazione dei genitori e si allontana. Viene ritrovato in coma, in mezzo agli alberi. Qualcosa di eccezionale gli è accaduto.

La storia delle api è il primo romanzo “per adulti” di Maja Lunde, quarantaduenne scrittrice norvegese, già affermata autrice di libri per ragazzi. La storia delle api ha vinto in patria il premio dei librai ed è in corso di pubblicazione in venticinque paesi. In Italia è stato tradotto da Giovanna Paterniti per i tipi di Marsilio. È un libro che rivela uno stile di scrittura elegiaco e inquieto. Maja Lunde esplora la condizione umana nei tempi di catastrofe. Più avanziamo nella lettura, più ci accorgiamo che la distopia si insinua, contagiosa, sotto la pelle. Stiamo leggendo di un mondo futuro, ma le avvisaglie del disastro sono attorno a noi. I segni sono evidenti, a meno di essere ciechi. L’umanità si è autoinflitta una pena micidiale e, forse, irreversibile.

Il romanzo abbraccia tre vicende, tre epoche, tre drammi. La prima storia è ambientata nella campagna inglese nell’anno 1852, la seconda in Ohio, Stati Uniti, nel 2007, l’ultima è quella di Tao, nella Cina di fine XXI secolo. Tre narrazioni, intrecciate da un filo comune.

William è un commerciante di sementi frustrato e depresso o, come si diceva nell’Ottocento, afflitto da malinconia. Non riesce ad alzarsi dal letto. Le sette figlie cantano nenie natalizie sotto la finestra della sua camera. Sperano di guarirlo. Le sue ambizioni di biologo sono naufragate sotto il peso degli impegni di famiglia. Il dottor Rahm, suo mentore di un tempo, lo schernisce di continuo. Nessuno lo ha deluso quanto lui, dice. Doveva essere la sua spalla, il suo erede. Tutto quel talento sprecato a causa di tutte quelle bocche da sfamare. Una conferenza sul sistema riproduttivo delle api è un ricordo onnipresente e imbarazzante. A quella conferenza, tenuta davanti ad una platea di pia gente di campagna, William conobbe la moglie Thilda. William e Thilda hanno un unico figlio maschio, Edmund, indolente e scansafatiche. Il padre teme di avergli trasmesso la malattia dell’umore nero. Charlotte, la più amorevole delle figlie, pratica e positiva, apre uno spiraglio nella buia vita di William: l’idea di un brevetto per un nuovo modello di arnia.

George Savage è un apicoltore americano. Un self-made man che dal nulla ha creato un’attività consolidata e redditizia. Nella sua azienda impiega due uomini, Rick e Jimmy. George fabbrica da sé le sue arnie, nel garage, con la sega elettrica, perché non ama quelle prefabbricate. Il modello per le arnie è spuntato da un vecchio baule tenuto in soffitta, appartenuto a una trisavola, Charlotte, emigrata dal Vecchio Continente. George litiga con le banche locali per avere prestiti e, di recente, discute con la moglie Emma, che vorrebbe vendere tutto e trasferirsi in Florida. La vita di George, però, sono le api. George vorrebbe restare nel suo podere per poi lasciarlo al figlio Tom, studente al college. Il padre ha riposto in lui tutte le sue speranze. Per Tom, però, la scrittura e la letteratura sono più importanti dell’apicoltura. Tom è diverso, ha talento, vuole studiare ed essere altro. «Eredità. Avrei dovuto dirgli, è la tua eredità. È quello che sei, Tom. Le api, avrei dovuto dirgli, in una pausa parlata, è nelle api il tuo futuro, dagli una possibilità. Dai alle api una possibilità. Ma non una di quelle parole mi arrivò alle labbra». Padre e figlio non si capiscono, sono distanti. Che ne sarà dell’azienda di famiglia? Ma un pericolo insidioso è alle porte. Il 2007 è l’anno del Colony Collapse Disorder, l’anno della scomparsa di milioni e milioni di insetti impollinatori.

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La storia delle api è un romanzo sui sentimenti e sul desiderio di discendenza, una narrazione dolente sulla guerra quotidiana che combattiamo per strapparci al buco nero chiamato oblio. Cosa lasceremo alle generazioni che verranno? Cosa diranno dei nostri errori? Il romanzo di Maja Lunde ci interroga nel profondo. L’orizzonte è la questione ecologica, ma al centro stanno i temi del rispetto e della fiducia. Fatichiamo ad amarci e non riusciamo a comunicare agli altri i nostri bisogni. Il degrado dei rapporti umani e dell’ambiente è il riflesso di una violenza silenziosa perpetrata a noi stessi. Spesso i fatti ci sono ostili e il silenzio ci avvolge. Il destino è una mannaia sulle nostre teste. Tuttavia, William, George e Tao non demordono. Animati da passioni non sopite, cadono e si rialzano. E se sperimentano il tragico dell’esistenza, se alla fine perdono tutto, è il corso della Storia, o forse la semplice energia che scaturisce dalla tenacia umana, generazione dopo generazione, a portare avanti, astutamente, un discorso che non si interrompe.

Tao va alla ricerca di Wei-Wen, ricoverato a Pechino dopo il misterioso malore. Dov’è il figlio? Le autorità non rivelano nulla. Reduce da un disperato vagabondaggio tra ospedali fatiscenti, Tao si convince che solo lo studio può aprire un varco nel muro della menzogna. «In biblioteca avevo trovato delle interviste che erano state fatte ad apicoltori di ogni parte del mondo. La rassegnazione dominava». Sola, nell’immensa sala di lettura, consulta manuali e libri di storia. «Se avessi visto prima questi filmati non ci avrei prestato grande attenzione. Erano testimonianze di un’epoca lontana… Adesso invece prestavo attenzione a ognuno di loro singolarmente, a ogni catastrofe personale che avevano vissuto. Ognuno di loro lasciava una traccia dentro di me». Grazie a quelle pagine sbiadite, si fa strada in Tao un sospetto che diventa consapevolezza.

Maja Lunde ci avverte sui pericoli insiti nell’ingenuo ottimismo tecnologico dei nostri tempi. Le pagine su Pechino sono le più angoscianti. La capitale della Cina è ridotta a una successione di palazzi deserti e di infrastrutture decrepite. La popolazione è emigrata verso le campagne. Spietate bande giovanili si contendono le ultime briciole di cibo. L’illusione di un infinito avanzamento scientifico è collassata con la Natura. È un’umanità disumana, pre-moderna, simile a quella raccontata da Michael Haneke ne Il tempo dei lupi.

Quando Tao si imbatte nell’Apicoltore cieco, un testo scritto nel 2037 da Thomas Savage, il figlio ribelle di George, emerge la vena epica del romanzo. La scommessa sul futuro è un sapere tramandato, un fragile sogno appeso al chiodo della speranza. Le memorie della famiglia Savage sono l’ultimo lascito di una lunghissima tradizione. La fine dell’apicoltura è un disastro per l’umanità, ma tra le rovine si apre un varco sottile: la trasmissione di tutta la conoscenza accumulata, un seme gettato nell’arido deserto dei tempi a venire. «Dai alle api una possibilità». O forse saranno le api a non concedercene più una?

Alessandro Vergari

(Maja Lunde, La storia delle api, Marsilio 2017)

Vittorio Sereni, poeta del nostro tempo

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Il Saggiatore ripubblica Stella Variabile, che fu l’ultimo libro di Vittorio Sereni, uscito da Garzanti nel 1981.

Questa edizione ha una prefazione di Franco Fortini. Il poeta e critico ha ragione, riferendosi a Stella Variabile e non solo, quando scrive che « Pochi libri  di poesia italiana del secolo, come quelli di Sereni, così fermamente fondati su di un patto con la negazione».

Il poeta di Luino con le poesie di questo libro ha voluto accomodarsi nel vuoto che vive a fianco agli esseri umani e attraversarne tutti i pensieri di calamità che raccontano la catastrofe.

Stella variabile è un libro fondato sulle negazioni e il poeta racconta tutto l’orrore di un silenzio esistenziale: « Stecchita l’ironia stinto il coraggio / sfatto il coraggio offesa l’allegria».

In queste poesie si avverte tutto il disfacimento del Novecento uscito da una guerra e in cui la guerra sembra non avere mai fine.

Sereni oltraggia la vanità del suo e del nostro tempo, le sue parole sono lame che feriscono le coscienze, la sua penna come un pugnale si conficca nelle ferite della carne viva degli esseri umani che hanno smarrito da tempo gli strumenti di un’umanità morente, agonizzante, ipocrita.

«Semmai a dettare il verso – scrive Damiano Scaramella nella postfazione – è la necessità di esprimere una compresenza di impotenza e potenzialità, quella difficoltà a capire il mondo in cui viviamo e al tempo stesso l’impulso a cercarvi nuovi e nascosti significati, la coscienza di una condizione dimidiata e infelice e l’ipotesi di una vita diversa, tanto vaga e sfuggente».

Stella variabile fa di Vittorio Sereni un poeta necessario. Qui la sua poesia si veste di una ferocia sibillina che squarta il tempo, elencando tutte le cadute di cui gli uomini sono protagonisti.

Poesia di azzardi esistenziali in cui il poeta non ha paura di osare e nel pronunciare con parole forti  il sonno senza tempo, dove si sprofonda come in un baratro in cui l’esistenza non esiste, Sereni firma  quel patto con la negazione che in sé contiene tutto il grigiore della condizione umana.

Nei suoi versi il vuoto e il male di vivere ci sono sempre e grazie all’immediatezza della sua scrittura questi temi il poeta li comunica con forza e incisività.

Stella variabile lo rileggiamo come un libro per questi giorni. Adesso che quella volontà di impotenza ci stringe in un assedio opprimente, ora che dal «belvedere di non ritorno» siamo tragicamente precipitati nel tempo della Storia che ha smesso di essere maestra di vita.

La poesia di Vittorio Sereni, e in modo particolare questa di Stella variabile,  oggi sta in mezzo a noi  – con i suoi brividi che spaventano – a dirci che  nel grigiore echeggia in profondo il sonno e l’ora del tempo non è più una stagione dolce.

Nicola Vacca