La stranezza è disperata bellezza

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Angeli minori di Antoine Volodine, tradotto in italiano da Albino Crovetto per L’Orma Editore, è un romanzo composto da quarantanove piccoli racconti interconnessi o, come li battezza l’autore, “narrat”. Secondo le intenzioni di Volodine, i narrat sono «istantanee romanzesche che fissano una situazione, delle emozioni, un conflitto vibrante fra memoria e realtà, fra immaginazione e ricordo, sequenze poetiche a partire dalle quali ogni fantasia è possibile». I narrat appartengono alla cosiddetta letteratura “post-esotica”, altra invenzione terminologica e concettuale di Volodine che rimanda ad una particolare sfumatura estetica del genere fantascienza. Perché Angeli minori è un romanzo fantascientifico ma, come si accorge presto il lettore, la scrittura opera uno scarto verso la surrealtà e la sfera onirica.

Se nell’esotismo ottocentesco l’immaginario occidentale è sedotto dal fascino idealizzato di luoghi lontani nel tempo e nello spazio, se Charles Baudelaire, nella celebre poesia Parfum exotique contenuta ne I fiori del male (1857), chiudendo gli occhi, in una calda serata d’autunno parigina, riesce a scorgere “isole pigre, corpi vigorosi, alberi bizzarri e frutti saporosi”, nel post-esotismo il gusto per l’evasione è portato all’assurdo. Il senso del terribile e la percezione dello spaventoso (si pensi alla Tahiti misteriosa di Gaugain) sono per la letteratura di Volodine retaggi concettuali da accogliere e condurre ad esiti paradossali. Non più civiltà primitive e incontaminate da venerare, non più contrasto insanabile tra una società corrotta e una natura primordiale, non più desideri di fuga realizzabili, ma uno sguardo spalancato sull’orrore di un mondo devastato e irriconoscibile, in cui l’umanità è alle prese con mutazioni irreversibili e incontrollabili. Qui non è un Altro da sé a sedurre, ma il Noi mostruoso che si palesa a mutazione avvenuta.

Angeli minori è un romanzo che pone una sfida permanente alla comprensione dei fatti. Vi è descritto un mondo oltre la fine del mondo. Indizi disseminati nei vari narrat suggeriscono un disastro causato da guerre nucleari, da invasioni extraterrestri e da cambiamenti del clima, non è dato sapere in quale successione. Poiché la storia si è fermata e le fonti di conoscenza svanite, la cronologia degli avvenimenti risulta impossibile da verificare. L’umanità è quasi estinta, e ciò che ne rimane è solo la traccia di un esperimento sociale e antropologico fallito. Ne sono un esempio alcune donne di età indefinita, addirittura pluricentenarie, deliranti nonnine abbandonate da secoli presso la casa di riposo del Grano Volpato.

La volontà di potenza tecno-scientifica di epoche addietro (del nostro tempo?) avrebbe voluto fare di Laetitia Scheidmann, di Varvalia Lodenko, di Solange Bud e delle altre, i prototipi di una razza immortale. In loro, quasi sole in un pianeta desolato e sempre più simile a Marte che alla Terra, resta impressa la memoria (vera? falsata?) di un’epoca di radicale egualitarismo. Mosse da istinti rivoluzionari, decidono di fabbricare un nipote, Will Scheidmann, attraverso un rito a metà strada tra un sabba infernale e un racconto mitico-religioso delle origini. «Sentivo su di me le mani sciamaniche delle vecchie. Le loro dita sciamaniche si accanivano a plasmare quel che in me era ancora informe, mi occorreva un’infanzia e loro impastavano per me un surrogato d’infanzia, mi serviva una giovinezza incosciente e dei sogni e loro me li trasmettevano con muggiti magici di un’intensità atroce, poiché ogni muggito equivaleva a duemilaquattrocentouno immagini di sogno e trecentoquarantatré giorni di incoscienti follie».

Il suo compito, insufflato nella testa da una delle vecchie megere, integerrima custode dell’ortodossia, è riportare la civiltà ad una presunta epoca felice, quella dei campi (di rieducazione). Ma Will tradisce: anziché puntare ad un rinnovato comunismo, firma i decreti per ristabilire il capitalismo. Sul nipote si abbatte la rabbia delle pluricentenarie. Legato a un palo nel mezzo di un altopiano desertico, esposto alle intemperie e ai venti radioattivi che imprimono al suo corpo terrificanti mutazioni genetiche, Will resta in attesa di una fucilazione che non avverrà mai.

Volodine si serve di un espediente metanarrativo. «Io impastavo quella prosa nello stesso spirito delle precedenti, tanto per me quanto per voi,mettendovi in scena per preservare la vostra memoria dall’usura dei secoli». È dal petto di Will, aedo mostruoso, che sgorgano i quarantanove narrat del libro. Will riversa nella coscienza delle vecchie megere «immagini destinate a radicarsi nel loro inconscio, che sarebbero riaffiorate molto tempo dopo, nei loro pensieri e nei loro sogni». Affidandosi alla trasmissione orale, il nipote degenere dà origine a una nuova epica in grado di tessere i buchi della memoria e attribuire una parvenza di senso ad un mondo disfatto. Le vecchie, dopo averlo graziato, si affidano a lui, reclamando almeno una novella al giorno come il Re di Persia da Sherazade ne Le mille e una notte. Quando Will si rifiuta, le donne, assetate di verità, strappano lembi di pelle dal suo corpo devastato, sperando di trovarvi incisi altri narrat.

Spedizioni navali di novelli Argonauti in territori mefitici e ostili, alieni immersi in apnea nell’atmosfera terrestre «per valutare le condizioni del mondo e raccogliere elementi sulle popolazioni che lo abitavano ancora», sparuti eremiti dediti all’allevamento di galline in grattacieli spopolati «di fronte a rovine disabitate, di fronte a immense facciate che annerivano nel silenzio del mattino, di fronte a distese di macerie che sembravano una megalopoli dopo la fine della civiltà e anche dopo la fine della barbarie», e ancora scrittori ideologizzati, di cui restano vaghe tracce e  testimonianze in rifugi postatomici blindati, vagabondi cenciosi dediti al cannibalismo, amanti divisi da secoli di oblio che riescono a rivedersi solo in sogni più concreti della realtà… La lettura, in Angeli minori, si espone ad un senso di perturbamento costante.

Ogni narrat è dedicato ad un personaggio specifico e i personaggi si incrociano per formare un reticolo di storie e di nuovi miti, per un’umanità scivolata oltre ogni logica e razionalità. Se nell’esotismo “classico” erano contenuti in nuce molti temi poi sviluppati dalla psicanalisi freudiana, qui la narrazione si fonde direttamente con l’inconscio, in un intreccio inestricabile di realtà, sogno e delirio. In ogni narrat «come sopra una fotografia leggermente truccata, si potrà scorgere la traccia lasciata da un angelo», purtroppo incapace di recare alcun aiuto ai personaggi, aggiunge Volodine (da qui l’ironica minorità della presenza angelica).

Lily Young, una delle vegliarde, in un narrat si chiede: «chi altri se non Will Scheidmann potrà narrare aneddoti sulla nostra lunga esistenza? Chi potrà tornare a far rivivere la nostra giovinezza, e in seguito i crolli, e le catastrofi, e come siamo state messe in disparte in una casa di riposo? E in seguito la resistenza, il saccheggio della casa di riposo, gli appelli all’insurrezione?» Il romanzo di Volodine è una metafora fantascientifica dalla forte carica politica. Le ideologie, di qualunque tipo, hanno distrutto l’umanità. Comunismo, liberismo, scientismo, utopie progressiste e violenza reazionaria si sono contese il campo, lasciando a terra miliardi di vittime. La memoria stessa è stata annientata. Nemmeno le vegliarde, questo è il paradosso più crudele, sono in grado di ricordare alcunché. Volodine affida a Will un pensiero lucido e straziante, quasi un manifesto della propria estetica: «la stranezza è la forma che prende il bello quando il bello è disperato».

Il post-esotismo è parente stretto dello Stalker del maestro Tarkovskij e, di conseguenza, della meravigliosa prosa distopica dei fratelli Strugackij (Picnic sul ciglio della strada, Un miliardo di anni prima della fine del mondo). Le “rovine” radioattive di Pripyat, la città evacuata dopo il disastro nucleare di Chernobyl e immortalate in molti servizi fotografici, divenute oramai parte del nostro immaginario collettivo, potrebbero essere lo sfondo ideale di un narrat. La “zona” proibita, in Volodine, ha ingoiato l’intero pianeta. Angeli minori è il romanzo di un’umanità che non si riconosce più. E noi quanto ci riconosciamo in questa “futura umanità”?

Alessandro Vegari

(Antoine Volodine, Angeli minori, L’Orma 2016)

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Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

La voce di Fernando Pessoa

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Antonio Tabucchi quando la morte lo colse stava lavorando, insieme a Maria José Lancastre, a una nuova edizione del Pessoa «ortonimo». Con il titolo Poesie di Fernando Pessoa finalmente Adelphi pubblica il volume nel 2013.

Di fronte alla galassia eteronimica, l’io di Pessoa scava nel cuore di tenebra della sua esistenza inquieta.

Tabucchi giustamente definisce Pessoa il poeta più complesso e vasto del ventesimo secolo. Con tutto il suo baule pieno di gente, lo scrittore portoghese ha attraversato il proprio tempo elaborando formidabili intuizioni razionali, sentimentali e soprattutto epifaniche.

In queste pagine  i lettori troveranno l’anima del poeta che scruta attraverso  la divina irrealtà delle cose. Nei suoi versi c’è sempre la capacità di percepire il mistero del tutto. Ogni personaggio che viene  fuori dalla sua immaginazione è un sognatore ironico, un testimone  infedele alle promesse segrete, ma soprattutto un’ incognita metafisica che si dona con il suo carico di rivelazioni.

Pessoa ortonimo è la voce essenziale dei suoi amici immaginari, la summa di quella sua  sola moltitudine in cui i suoi stessi eteronimi si ritrovano, fianco a fianco, a redigere quel libro dell’inquietudine dove l’anima è il fondamento di tutto.

Riccardo Reis, il neoclassicista  emigrato  in Brasile per disprezzo della repubblica, Alberto Cairo,  scettico, uomo solitario e schivo morto di tubercolosi e Álvaro de Campos, energico futurista in gioventù e nichilista sono gli stati d’animo più rappresentativi di Pessoa. Ma sono anche  le tre anime di un poeta drammatico e lirico, multiforme e contraddittorio, che come pochi ha saputo scendere negli abissi dell’inconscio e della crisi .

Il Pessoa ortonimo è la sintesi del suo mondo affascinante in cui si accede e ci si perde  come nei meandri di un labirinto.

Fernando Pessoa che firma le poesie con il proprio nome è l’ autore al di fuori di se stesso, come se volesse ricomporre il suo interiore baule pieno di gente per poi dissolverlo immediatamente negli infiniti rivoli dei suoi amici immaginari a cui si sente legato.

Nelle poesie ortonime di Pessoa c’è l’ennesima intuizione: l’autore e il personaggio che dell’autore porta il nome  sono distinti.

Un altro geniale paradosso di uno dei poeti più grandi del Novecento. Un vero poeta che soprattutto nelle poesie firmate con il suo nome ha sostenuto che esiste un momento in cui il cuore e il pensiero sono la stessa cosa.

Nicola Vacca

 

Storie straordinarie di musica e musicisti

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Guido Guglielminetti è un musicista affermato, attualmente è il bassista di Francesco De Gregori.

Nella sua lunga carriera ha avuto il privilegio di collaborare con i mostri sacri della nostra migliore musica leggera, ma anche con cantautori importanti.

In questi giorni esce un suo libro in cui racconta la sua vita professionale e soprattutto i suoi rapporti con gli artisti più noti della musica italiana contemporanea.

essere…basso. Piccole storie di musica(L’ArgoLibro edizioni, www.largolibro.blogspot.it, largolibro@gmail.com, 339 5876415) è un piccolo e prezioso memoir in cui il musicista piemontese, con umiltà, leggerezza e una scrittura incisiva e ironica, racconta il meglio del mondo della musica italiana attraverso i suoi protagonisti che prima di tutto sono diventati suoi amici e fratelli di un cammino artistico e umano.

Nel 1972 Guido ha collaborato a Il mio canto libero, il disco più bello e più importante di Lucio Battisti.

Nel suo libro parla ampiamente di questa esperienza e ci racconta Battisti da vicino. Uomo e artista sensibile che considerava i suoi collaboratori prima di tutte delle persone.

Guglielminetti con Ivano Fossati ha scritto Un’emozione da poco, la canzone che nel 1978 portò al successo Anna Oxa.

Preziosa e fondamentale per la sua carriera di bassista è stata la collaborazione con Ivano Fossati, uno dei più geniali cantautori, Con lui collaborò nel 1984 alla realizzazione di Ventilazione, ancora oggi considerato uno dei dischi più innovativi della canzone d’autore made in Italy.

Preziosa la collaborazione con Mia Martini. Davvero toccanti le pagine che l’autore dedica nel libro a Mimì: « Suonare con Mimì era un’emozione unica, richiedeva una forte concentrazione, perché era estremamente difficile non rimanere incantati, non essere profondamenti scossi da quel suo modo veramente unico di cantare».

Nel libro occupa un posto di rilevo la sua amicizia e la sua collaborazione con Francesco De Gregori con cui Guglielminetti ha fatto un lungo pezzo di strada sempre con entusiasmo e voglia di rinnovarsi.

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All’amicizia tra Lucio Dalla e Francesco De Gregori, l’autore dedica pagine davvero intense. La «strana coppia» che ha cambiato la canzone d’autore.Due caratteri diversi che hanno imparato l’uno dall’altro e ci hanno regalato esperienze straordinarie come Banana Republic e Work in progress.

Guido Guglielminetti ha vissuto gli anni d’oro della Numero uno e della Rca, dove ha avuto anche la fortuna di sfiorare anche se solo per un attimo Rino Gaetano.

Pagine piacevoli e dense di memoria in presa diretta. L’autore di questo libro  ha il grande merito di condurci con una scrittura necessaria e semplice nel suo mondo di artista, avvicinando a noi fraternamente  i grandi artisti che abbiamo amato attraverso le loro canzoni.

Un libro davvero bello in cui l’autore ci fa conoscere un pezzo importante della mostra musica raccontando da vicino i suoi protagonisti, di cui ci rivela anche siparietti simpatici e umani.
Una lettura interessante: piccole storie che raccontano la grande storia della nostra musica.

Nicola Vacca

Salvatore Satta, il giudizio della memoria

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Non solo un romanziere, ma anche un attento osservatore dei fatti storici. Salvatore Satta ha raccontato la Sardegna e l’Italia attraverso due libri fondamentali: Il giorno del giudizio e De profundis.

Bisogna leggerli uno dopo l’altro per comprendere la profondità di questo scrittore, conosciuto soprattutto come giurista. Eppure, nonostante la fama da letterato arrivi solo dopo la sua morte, Satta ha scritto uno dei romanzi più interessanti del nostro secolo. Il giorno del giudizio è stato tradotto in diciassette lingue, pur narrando della sua Sardegna: isola di demoniaca tristezza, dove la vita scorre senza un perché.

Ambientata a Nuoro, l’opera cavalca gli anni tra la fine del XIX secolo e la prima guerra mondiale. Satta ci racconta di una città immersa nella campagna, dove i padroni sono più poveri dei servi, in cui nulla sovverte l’ordine “naturale” delle cose, ossia, ciò che è stato reso così dall’umana consuetudine. I suoi personaggi sono parte di un gioco del destino, che li ha relegati a una tradizione accettata, ma mal sopportata; sotto cui arde timida la fiamma di una rivoluzione solo sognata. L’importante è credere che prima o poi qualcosa cambi. Basta questa convinzione ai nuoresi, i quali si affidano alla benevolenza del tempo.

Cos’è quindi il giorno del giudizio? Semplicemente, è un momento che non esiste. Infatti, il verdetto è stato emesso fin dalla nascita per ogni disgraziato che calpesta il suolo di Nuoro. Così, in questo cimitero in cui la voce narrante va a fare incetta di ricordi, non v’è l’eterno riposo o la beatitudine, ma il nulla… polvere che seppellisce altra polvere.  Eroi, nobili, contadini e servi, qui marciscono tutti. I loro volti e le loro gesta tornano in vita solo perché qualcuno se ne ricorda; quando anche questi ultimi testimoni moriranno, l’oblio sarà il peggiore dei giudizi.

Eppure, tra la culla e la tomba vi è la vita e la vita non ha una trama, ma è un susseguirsi di azioni che il tempo giudica, anche quando queste tentano di essere nascoste. Satta accorda a qualcosa di superiore il diritto di emettere il verdetto. È un dio paziente, un tenace osservatore che sa di avere il coltello dalla parte del manico. E la sua vendetta si compie lì, nel cimitero, dove ognuno viene dimenticato. Satta popola il suo romanzo di tanti personaggi, uno più interessante dell’altro. Ognuno è un frammento ben definito, incastonato in un disegno chiaro, ma complesso. Lo scrittore sardo ci descrive tutto con un linguaggio raffinato, evocatore di un disincanto necessario senza il quale non riusciremmo a seguire il racconto con un pizzico di nostalgia.

Il mondo di cui parla Satta non esiste più; è già stato giudicato e dimenticato. Di questo ambiente bucolico, dove la libertà è sinonimo di ricchezza e la roba è il lasciapassare per la felicità, non ricordiamo nulla; ne conserviamo solo un vago ma tremendo giudizio. Di qui, la potenza di questo romanzo, ossia, aver anticipato i nostri pensieri e i nostri verdetti. Il passato che svanisce, che non lascia traccia di sé nelle generazioni future. Così, rievocare gli altri è un po’ ricercare se stessi, nella speranza di non svanire prima ancora che le trombe del giudizio suonino.

Meritevole di attenzione anche il De profundis, nel quale lo scrittore sardo prova a capire i motivi che hanno spinto gli italiani ad abbracciare il Fascismo. Ma di questo vi parlerò la prossima volta.

Martino Ciano

La poesia di un uomo in rivolta

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La poesia di Giovanni Peli è in disarmonia con la propria epoca. Babilonia non dà frutti, la nuova raccolta uscita per Eretica (pagine 56, euro 13, http://www.ereticaedizioni.it/) è un cortocircuito di pungente antiretorica in cui il poeta naviga in direzione ostinata e contraria contro tutte le convenzioni sociali e soprattutto culturali del suo tempo.

Versi pungenti che si scagliano contro la morale perbenista di imbonitori e affabulatori che sono soliti ciarlare il loro niente da social e che nella vita e nella letteratura sanno vendere bene il loro apparire dietro il quale mai non c’è nessun modo di essere qualcosa e soprattutto qualcuno.

«Non c’entro niente con voi», scrive con un’essenzialità feroce e pungente il poeta consapevole che quello che sta vivendo è un tempo in cui nessuno deve aspettarsi nessuna consolazione.

Amarezza, lucido disincanto contro l’ovvio e il banale che hanno ucciso ogni cosa e che oggi possono contare su un sistema di illusioni per divulgare il loro credo nelle menti vuote di anime morte che non hanno nessuna intenzione di riscattare i loro neuroni addormentati : «Non abbiamo bisogno di risorgere / ma di ricordare ciò che non siamo:  / animali tesi nella caccia  attivi e senza memoria o pietà».

Giovani Peli non si nasconde e nei suoi versi distrugge gli idoli del nichilismo contemporaneo, sputa in faccia alle maschere che indossiamo e soprattutto con coraggio azzarda un poesia schietta per cercare barlumi di io in un mondo popolato dalla danza macabra e presuntuosa dell’ego.

Babilonia non dà frutti è il libro di un uomo in rivolta che vede nella poesia una forma di lotta e di resistenza.

Giovanni scrive contro il proprio tempo con la consapevolezza di essere eretico e impopolare, ma è l’unico modo di fare poesia . Perché la poesia, come scrive Alfonso Gatto, è la realtà che deve mettere ognuno di fronte alla lotta.

«Questi sono i tempi nefasti in cui la nebbia arriva come fosse firmamento che abbaglia, arriva anche in forma di fuoco, in forma di ingiustizia, tu nella nebbia mi dimostri di essere diverso soltanto da me, lasciando me inadeguato, tu sei conforme alla legge di ognuno, conosci l’odio e l’amore, puoi darmi la parte del negletto ma tu sai anche che mi sfinirò pur di lottare, saprò benissimo lottare convincendomi della nostra incompatibilità e consacrandomi ad essa»; «La maggior parte della gente lì si mette in posa e sorride e non mi interessa il motivo, vanno alle feste: quella è la loro vita in-franta e nella scheggia che si produce si immortalano, condivi-dono in rete perché loro sono gli dei e non esistono e io li amo, vorrei essere divino come loro nell’illusione, nel nulla e nella nebbia».

Babilonia non dà frutti è necessaria poesia della crudeltà in grado di procurare fastidio e con la sua schiettezza sferzante cerca di scuotere i dormienti proponendo loro lo schianto.

«Questi sono i tempi peggiori perché alcuni scrittori che si dovevano uccidere sono qui ancora a parlarci della loro Babilonia, metaforicamente o sul serio suicidi e poi salvati in extremis da blogger faciloni annegati in una battuta di Jerry Calà».

Qui un applauso ci sta tutto, mentre ciarlatani e imbonitori continuano a recitare la commedia.

Babilonia non dà frutti e quello che voi credete di raccogliere sono marci.

Nicola Vacca

 

Saramago, il poeta della cecità

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José Saramago nasce come poeta. Il suo esordio in letteratura avvenne nel 1966 con Le poesie possibili, la sua prima raccolta che influenzerà e non poco il suo futuro di narratore. Poi nel 1970 arriva  Probabilmente allegria, il suo secondo libro di versi.

Premiato con il Nobel per la letteratura nel 1998, lo scrittore portoghese rimarrà sempre affezionato alla sua poesia e forse non ha mai smesso di essere poeta.

«La mia poesia, in fondo, è una sorta di prologo dei romanzi che verranno», affermò Saramago e non non possiamo dargli torto dopo aver letto i suoi capolavori narrativi.

Nel 2002 Einaudi pubblicò (Le poesie, traduzione a cura di  Fernanda Toriello) l’opera poetica di Saramago, fino a quel momento sconosciuta al lettore italiano.

Adesso Feltrinelli, in un’edizione ampliata, rimanda in libreria Le poesie di José Saramago.

Opera poetica che merita una rilettura e una rivisitazione, alla luce dei romanzi che Saramago ha scritto e che da quei versi sono praticamente nati.

Alla parola della poesia  spetta il compito di denunciare il tempo della cecità. Il poeta Saramago, senza rinunciare mai all’essenzialità, affonda coraggiosamente la penna come un bisturi nella carne lacerata della sua epoca e ne fa sanguinare tutte le sue storture.

Siamo davanti a una poesia sferzante che deflagra e con pessimismo estremo si affaccia sull’apocalisse dei nostri giorni, anzi nei suoi versi lo scrittore mette in scena in maniera cruda e vera lo spettacolo desolante di una condizione umana che è già precipitata nel baratro.

«La poesia  di Saramago – scrive Fernanda Toriello – umanissima e dolente, intrisa di pena e struggimento, vive anche di profonda indignazione per le tante vite non vissute, per le occasioni mancate, per le energie sperperate in danno dell’intera umanità».

Disilluso e poeticamente scorretto, da poeta, ma lo sarà anche da narratore, Saramago squarta le parole e quando esse diventano versi la poesia lascia dietro di sé una poco metaforica scia di sangue con cui ogni giorno noi persi nell’inferno della terra siamo costretti a fare i conti senza alcuna possibilità di riscatto, anche se non dobbiamo smettere di indignarci davanti allo sfacelo.

«La poesia è un cubo di granito, /mal tagliato, rugoso, distruttivo.  / Mi ci sfrego la pelle, e il nero della pupilla, / e so che un po’ più avanti /c’è una scia di sangue che m’aspetta /sulla strada dei cani, /e non la primavera».

La poesia forte, ruvida, aspra e graffiante di Saramago azzanna la realtà, lacera con una sintesi estrema il suo tempo  in cui il silenzio e il grido dell’orrore si abbattono sulle macerie della storia, sotto le quali ormai è sepolto l’Uomo.

Il poeta Saramago è vigile quando scrive che questo mondo non va, avanti un altro.

È inutile fingere ragioni sufficienti, qui la cecità è dappertutto. Il poeta prima, e il romanziere in seguito, affondano i denti  fino al midollo dell’esistere, alla ricerca della parola vera , che suoni nel suo sanguinare come mai detta prima.

Nicola Vacca

Lettera aperta al sindaco di Camaiore

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Caro Sindaco,

le scrivo non come intellettuale, nemmeno come poeta e critico letterario e neanche come vincitore della XXVIII edizione del Premio Letterario Camaiore. Ma come amante appassionato della poesia. Lei ha il privilegio di essere il primo cittadino di Camaiore, che grazie al Premio fondato da Francesco Belluomini è diventata la  Città internazionale della poesia. Non stiamo qui a ricordare  la storia prestigiosa di questo  premio che ha portato in Versilia  il meglio della poesia nazionale e internazionale. In questi trenta anni, grazie alla determinazione e alla tenacia passionale di Francesco, Camaiore viene citata sempre come la ridente cittadina  che ha dato ospitalità alla poesia.

In questi anni Francesco Belluomini ha lavorato con tutte le sue forze e la sua cultura immensa per fare di questo Premio un evento la cui eco è arrivata oltre i confini nazionali,sempre nel nome e per conto della poesia.

Adesso che Francesco non c’è più, a tutti noi , ma anche alla città che lei amministra, ha lasciato in eredità questo grande Premio, tra i più importanti che si svolgono in Italia e che ha il pregio di coinvolgere  gli amanti della poesia.

Camaiore deve molto a Francesco e il suo prestigioso Premio Letterario dedicato alla poesia deve avere il suo nome. Lui ci ha insegnato che  la poesia  fa parte del nostro esistere come il pane che spezziamo ogni giorno per nutrire il corpo.
Francesco Belluomini  in questi trenta anni ha portato la poesia in alto e nel cuore di ognuno di noi. Il suo premio è diventato il premio di tutti, come di tutti è la poesia di cui non possiamo fare a meno.

Sinceramente non capisco perché ci sono resistenze nel intitolare il Premio Letterario Camaiore al suo fondatore. A me, ma non è soltanto la mia opinione, sembra un atto doveroso.

A pochi giorni dalla  serata che chiuderà  la XXIX edizione, nonostante i ripetuti appelli, su questa iniziativa da parte delle istituzioni non è stata spesa nemmeno una parola.

Sinceramente non comprendo il suo silenzio sulla faccenda. Il premio letterario internazionale Viareggio venne intitolato al suo fondatore quando egli venne a mancare. Infatti oggi si chiama Premio internazionale letterario Viareggio Rèpaci.

Premio letterario Camaiore Francesco Belluomini.  Non ci sono altre strade. Lo dobbiamo tutti a Francesco, soprattutto la città di  Camaiore, di cui lei è il primo cittadino. Sono convinto che lei  ha  a cuore le sorti e il prestigio di questo grande Premio e inoltre ritiene che la memoria di Francesco Belluomini, uomo libero, grande poeta e suo concittadino illustre, debba essere onorata.

Quindi sciolga la sua riserva e faccia sentire la sua voce, insieme a noi che amiamo la poesia: Premio Letterario Camaiore Francesco Belluomini è la sola cosa giusta da fare.

Nicola Vacca

L’estasi dell’unicità

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Capita, talvolta, di leggere romanzi di densità e ricchezza tali che producono in noi un sentimento di ammirazione. Più ci vengono incontro le predilezioni dell’autore in termini di letture, studi, approfondimenti e passioni, più ci meravigliamo di quanto egli abbia investito di sé nelle pagine che leggiamo.  Solo sabbia tranne il nome. Apax legomena segue l’eccellente Fu chiaro appena oltre lo zenith. Paolo Fiore si rivela, ancora una volta, scrittore di rara sensibilità, perché, nel disseminare la narrazione di idee e di illuminazioni concettuali, nulla nasconde della sua cultura senza cadere in vuoti citazionismi. Operazione ardita, se pensiamo che la lettura ci pone al cospetto di “ pesi massimi “ di tutte le epoche, da Walter Benjamin a Paolo di Tarso, da Kierkegaard a Flavio Giuseppe, da Cioran ad Ovidio.

L’atto del nominare nel romanzo ha un’importanza fondamentale.

Marco, il giovane protagonista, è uno studente di letteratura alle prese con il tema dell’apax legomenon, espressione tecnica che, nella linguistica, indica quei rari termini detti una volta sola “ nell’intero corpus scritto di una lingua, nel lavoro di un singolo autore o – più estensivamente, ma forse più impropriamente – in una singola opera letteraria “ ( cito da Treccani ). Si tratta di occorrenze nominali che brillano di luce, come, ad esempio, il nome Lilith, la moglie di Adamo, anteriore a Eva nella tradizione ebraica, presente nella Bibbia solo in Isaia 34:14.

Il sinonimo di apax è unicismo, termine che ben conoscono anche i cultori dell’omeopatia, essendo l’unicismo una delle scuole più diffuse di questa discussa pratica terapeutica. Marco è figlio di una madre vegetariana, salutista, fissata con il biologico e, immancabilmente, in cura da un omeopata. Marco, anch’egli in cura dal dottor Nux, ha un’abitudine, se non una necessità, quella di indicare le persone con un appellativo, il simillimum.

Al medico, come al linguista, tocca un lavoro di scavo. Secondo la scuola omeopatica il fine consiste nel trovare un filo conduttore che caratterizzi l’esistenza del soggetto preso nella sua globalità olistica di persona. Si presume che l’unica chiave da muovere sia già inserita nel carattere e nelle pagine della vita di ognuno.

Grazie a Marco, alias Phosphorus, conosciamo Sulphur, Luesinum e soprattutto Lycopodium, Platina e Tarentula… Uomini e donne che corrispondono al proprio spazio vitale di appartenenza, secondo un concetto che possiamo riscontrare anche nella filosofia buddhista sotto il nome di esho-funi, traducibile come unicità tra esistenza individuale ed ambiente.

Se nel romanzo precedente l’architrave della storia narrata era il pensiero rivoluzionario di Giordano Bruno, qui il totem attorno al quale ruotano i personaggi è la figura dell’Angelus Novus, opera pittorica di Paul Klee, divenuta pietra angolare della cultura letteraria del Novecento in virtù dell’interessamento di Walter Benjamin.

Il filosofo berlinese la acquistò nel 1921 e ne fece oggetto di una celebre speculazione contenuta nelle Tesi di filosofia della storia e in altri scritti frammentari ( in particolare nella lettera scritta da Ibiza il 31 agosto 1933 intitolata Agesilaus Santander ), da cui è opportuno estrapolare alcuni passaggi, accostandoli a Solo sabbia tranne il nome, non per cercare una derivazione diretta ma per far risuonare assonanze e suggestioni.

“ La qabbalah racconta che Dio crea ad ogni istante un numero sterminato di angeli, ciascuno dei quali è destinato soltanto a cantare per un attimo le sue lodi davanti al suo trono, prima di dissolversi nel nulla. L’Angelo Nuovo si palesò per tale prima di volersi nominare “.                           Ogni angelo vive il tempo di un istante e, attraverso il proprio nome, glorifica il Dio creatore.    Come vuole la tradizione ebraica, il nome aggiunto ai figli resta celato fintanto che i genitori, a pubertà raggiunta, glielo comunicano, beninteso, “ esso resta il nome che serra le energie vitali in un nodo strettissimo e che deve essere protetto dai profani “.

Marco si comporta allo stesso modo. Un po’ come un rabdomante che intercetta fluidi magnetici e pianta la bacchetta nel punto di maggiore vibrazione, lo studente concentra la sua attenzione sulla fenomenicità di ciascuno, sulla dimensione tipica dei disturbi, dei tic comportamentali, delle stranezze, dei tratti lombrosiani, fino a sciogliere il nodo, l’appartenenza segreta, mettendo in atto una costante e a tratti spassosa ricerca idiografica. Il nome però, secondo Benjamin, “ non rappresenta in alcun modo un arricchimento per colui che nomina. Al contrario, molte cose toglie alla sua immagine, non appena è proferito “. Più che una benedizione, è una rottura d’incanto. Accadrà forse qualcosa a Platina, madre di Tarentula, donna dalle molte maschere ?                        Chi è veramente Lycopodium, l’infiammabile professore di Marco, perso nei suoi interessi accademici, nelle sue manie palesi e nei suoi vizi nascosti?

Paolo Fiore, come nella Traumnovelle di Schnitzler, ci accompagna in luoghi e situazioni vissute due volte… ma se vi è un prima in cui tutto accade in uno stato di felicità, di esuberanza erotica o di confusione onirica, vi è anche un dopo in cui nulla si ripete. Anche l’età sfiorisce, compresa la presunzione di fare della bellezza un simulacro eternamente presente allo sguardo altrui.

Marco deve fare i conti con la condizione di non-riproducibilità dell’esperienza. E’ questo il suo apprendistato, perché Solo sabbia tranne il nome è anche un Bildungsroman ( romanzo di formazione) del XXI secolo.

Seguiamo lo studente da Roma, città di ambientazione del romanzo, fino a Berna. Qui, al Paul Klee Zentrum, è esposta per pochi giorni l’opera d’arte epicentro di tutto. Ed è qui che a Marco appaiono Lycopodium e Platina, nello stesso momento, in contemplazione di fronte al piccolo quadro.           Quale arcano legame potrà mai spingere entrambi verso il futuro ?

 Leggiamo in Benjamin: “ Non appena quest’uomo si è imbattuto nella donna che lo ha ammaliato, si è improvvisamente deciso a mettersi in agguato sulla strada della vita di lei, ad attendere finché ella, malata, invecchiata e in vesti logore, fosse caduta nelle sue mani”. Il futuro è un angelo in agguato, con il viso rivolto al passato, ripiegato con i suoi artigli sulla preda ignara. “Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”, ma una tempesta che soffia dal paradiso “lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle… mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”.

 La summa delle Tesi di filosofia della storia è in queste parole di rara acutezza filosofico-teologica, in cui, come scrisse Th. W. Adorno, “per un’ultima volta si sono ritrovati misticismo e illuminismo”, nel paradosso della “possibilità dell’impossibile”. Paradosso che non si può risolvere. Per i reduci dal disastro, seduti sulle proprie macerie, la salvezza è un salto che si può solo evocare messianicamente. Una folgore, uno squarcio improvviso come un’epifania, è un evento che può cogliere al volo mentre l’Angelus Novus apre le ali. E portare lontano.

Testo colto, ironico, avvolto nelle stesse fascinazioni che racconta, Solo sabbia tranne il nome assorbe linfe da molteplici vene di pensiero. Paolo Fiore, medico di professione ( non omeopata ) e scrittore per talento, si spinge alla ricerca di una sacralità immanente, sottesa alle cose, e stimola il lettore ad interrogarsi sul mistero che è in lui, a porsi domande sul senso dell’identità personale in questi tempi di grande incertezza.

Cosa e quanto possiamo preservare della nostra dignità, di fronte all’astuta invasione della tecnica ? Ha senso tramutarci in statue senz’anima, inseguendo un ideale di perfezione, se questo ci rende inautentici e soli ? Desideriamo davvero essere eterni ?

Nel suo romanzo affiorano tracce di possibili evocazioni.

Paul Klee ispezionò la terra dei morti e dei mai nati per dare valore al suo quadro e, prima ancora, all’esistenza. La tempesta del progresso solleva la polvere sotto cui riposano simboli e segni archetipici, semplici presenze da decodificare, angoli bui sui quali dovremmo avere il coraggio di gettare lo sguardo. I grandi dilemmi sono affrontabili solo nello spazio di una distanza critica, coniugando, come pensava Benjamin, l’estasi dell’unicità alla necessità del ritorno su noi stessi. Vita, morte, amore, dolore sono temi che ci inchiodano ad una visione di angelo, ad una narrazione avvincente, al rovello ultimo delle nostre, uniche, coscienze.

Alessandro Vergari

(prefazione al libro di Paolo Fiore, Solo sabbia tranne il nome.Apax legomena, Manni editore, pagine 252, euro 18,  www. mannieditori.it)

 

Un vino e un libro (a cura di R. Saporito)

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“A che punto, Vince si era chiesto di tanto in tanto, la vita quotidiana avrebbe smesso di essere solo una serie continua di piccole minacce?” (Chris Bachelder “L’infortunio”)

Vino: Soave classico Levarìe, 2015, Masi, Gargagnago di Valpolicella – VERONA

Libro: Chris Bachelder “L’infortunio”, Big Sur Edizioni