Nei giardini della memoria

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Gli Anni di Annie Ernaux, è un’autobiografia sociale, o antropologica. Annie parla di sé alla terza persona, per il tramite d’immagini attraverso ricordi che sono suoi e di un’epoca. Le prime pagine paiono un’ouverture e un monito allo stesso tempo: tutte le immagini scompariranno. Evocazione di figure immateriali cui fa eco il finale: salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più.

Dunque da scomparsa a scomparsa. Dall’anteriore che ha preceduto la nascita al posteriore di cui non saremo più parte: il tempo diminuisce davanti a lei, ma si allunga sempre più, ben al di qua della sua nascita e ben al di là della sua morte.

Nel mezzo c’è tutta la storiacoloniale, politica, militare, sociale, culturale, della Francia tra gli anni quaranta e gli anni zero quando evolvevamo nella realtà di un mondo di oggetti senza soggetti , nomi, eventi, bombe, programmi televisivi, brani musicali, filosofi, scrittori, scrittrici, l’Algeria, la periferia parigina, la scuola, i pranzi, la religione cattolica, i centri commerciali, i poeti, l’11 settembre quotidiano che si trasforma in extraquotidiano, nell’esercizio giornaliero della meditazione che vuole cogliere l’essenza e l’azione degli anni.

La luce immobile dell’immagine e l’evolversi degli eventi. Il ciottolo e la corrente. Il fiume e la stasi.

La musica e il corpo prima di tutto, musica di immagini. Trasformazione della materia di una ragazzina che diventa, pagina dopo pagina, una donna, una moglie, una madre e una nonna. La vita di Anne è abbastanza tranquilla, e di speciale ha questa nota perfettamente individuale nel mare burrascoso della storia con i pochi momenti di calma piatta prima d’una nuova tempesta. Ma fosse questa la trama, non saremmo di fronte a un capolavoro: la trama è, credo, quel nodo fondamentale che tenta di coniugare parola e memoria, lo scorrere del tempo e l’incompossibilità di irretirlo nella parole.

E avevamo in noi una grande memoria confusa del mondo. Di pressoché ogni cosa conservavamo soltanto parole, dettagli, nomi, tutto ciò che faceva dire, sulla scia di Georges Perec, «mi ricordo» […]

Ernaux passeggia nei giardini della memoria, flânerie dell’intangibile: tra un boccone e una facezia, si costruiva la realtà immateriale del pranzo di festa.

Psicogeografia dei moti interiori e delle interiora, il rognone di Leopold Bloom, psicometria degli oggetti e delle catastrofi.

Diciotto pagine d’ouverture il cui spartito è ritmato dalle battute delle sequenze di immagini che dissolvono tra loro e senza interpunzione in pose di ritratto, fotografie su un muro, bianco spazio della riflessione o della meditazione. Diapositive imperlate al collo della storia trans-dividuale.

Interpunzione filmica che trascina la camera della memoria su attori famosi, gente di strada, nomi illustri, oggetti… oggetti che diventano cose oggetti sottratti all’inerzia della loro anomia e indefinibile usabilità cose, di cause, il tempo delle cose: Eravamo sopraffatti dal tempo delle cose, una rabdomanzia traslucida che rapina il senso comune del possesso del proprio passato per elargirne il succo della saggezza.Le parole stesse si annienteranno. Le parole che nominavano, uccidendole, le cose.

Presentare l’assenza è presentire la vorace presenza del tempo che ingoiando vita la restituisce sulla pagina come un pellicano, la metafora di Strindberg, mi viene questa associazione, non so perché, pellicano che rigurgita il cibo per sfamare i suoi piccoli. Lei come madre si preoccupa, fino all’ultima scena del pranzo di Natale, che i suoi figli abbiamo mangiato bene. Nutrire.

Descrivere il tempo: tutto il romanzo è, aldilà della fenomenologica storico-biografica, un tentativo, egregiamente riuscito, di portare sulla pagina la filosofia quantistica dei ricordi nel loro essere corpo ed energia, flusso e incatenamento.

Ma la domanda è: su cosa si regge un’autobiografia quando l’io, l’ego, viene mandato a quel paese in cui, il paese del popolo Aymara, il futuro è alle spalle e il passato davanti?

Scrive di sé: in quella che vede come una sorta di autobiografia impersonale non ci sarà nessun «io», ma un «si» e un «voi», come se anche lei, a sua volta, svolgesse il racconto dei tempi andati.

Che tempo è quello in cui la clonazione è possibile?

Amore morte amorte: si compare in un mondo di segni già dati e di corpi svaniti, già morti.

Cosa è il tempo in questo ricamo del monologo di Molly Bloom, nell’arabesco del tempo perduto di Proust? Il tempo non è un oggetto, ma davvero il soggetto inconsapevole che ci abita e che poco ha a che spartire con l’io, grande prova di rinuncia all’io, corpuscolo ondivago e ostacolo al flusso del soggetto del tempo. Le frasi cristallizzate, i modi di dire, i mondi da fare, le scelte stilistiche. Simone de Beauvoir.

Il sudario di luce che fa vedere bene. Scorgere la verità.

Poi saltiamo alle ultime pagine, ma ora, soltanto ora, dopo la traversata degli anni, guadagniamo l’altra riva, quando il presente del romanzo coincide con il presente della scrittura, ora che stiamo scrivendo il romanzo della nostra memoria, il sentimento di urgenza, la forma da trovare introvabile, il cerchio che chiude i vari io dell’epoca, più che l’ego privo di eco storica, i futili io svaniti nel letargo da cui la pagina desta per un attimo a breve futura memoria,un imperfetto che umilmente superbo racconta la vita sciogliendola sulla cera di una candela poetica.

L’invisibile è essenziale quanto il fondamento materico del tangibile.

Questo mi piace: allo stesso modo in cui, guidando in autostrada, da sola, si sente presa nella totalità indefinibile del mondo presente, dal vicinissimo al lontanissimo.

È che il ricordo è tale se diventa narrazione, è il linguaggio che presenta la memoria, l’immagine come tale resta nel serbatoio mnestico come ammasso di luce cui abbisogna lo schermo a tracciare la diagonale della traiettoria.

Una storia del soggetto nella storia, erto a modello Marcel Proust.

All’estremo opposto, invece, il Male Oscuro di Giuseppe Berto, dove l’io deborda nella nevrosi di una scrittura viscerale e intrisa del sentimento dell’autore. Ma per Gli Anni, più che altro, vale l’esergo di Paul Valery, che Aldo Busi, altro grande maestro, a mio parere, di un’eterna biografia romanzata che si è sbarazzata dell’io, pose a linea guida del suo Sodomie in corpo 11, esergo che dice: ho in sospetto la facilità dei mezzi ricavati dai sentimenti. Fornire i propri sentimenti non spetta all’autore, spetta all’altro. Per contrario l’io ipertrofico di tanti esiti attuali, che fanno del romanzo un lunghissimo autorimprovero alla propria mancanza di perfezione assoluta, esplicitando una funzione inversa e a mio parere orrorifica, pur non trattandosi di letteratura horror: ortopedizzano l’io del lettore incipriando la vanità narcisistica dell’identificazione che concede quel tempo necessario di notorietà scritta. Questo piace, evidentemente, questa esaltazione del proprio io nella proiezione televisiva che rende telenovela la propria squallida vita: e ci si illude d’eterno mentre si sguazza nell’infimo nulla.

Non così in Ernaux, credo. Dalla lettura se ne viene fuori come da una psicoanalisi ben riuscita, come lo sono tutte quelle sedute che frustrano l’ego perché mostrano il mostro che ci abita, la merda, ma non ci indìcono gli strumenti illusori di correzione a una presunta e presuntuosa normalità: convivere con la malattia degli anni, con il gusto della morte, con la pienezza della vita. Siamo meglio nauseati, sartrianamente parlando, dalla pratica della vita che confusi dalla sua immagine finta cui l’ideale io affida la manchevolezza del proprio ego. Alla lunga, è proprio la nuda essenza della cosa-essere umano che ci desta alla luce della ragione e alle sragioni del cuore non viziato da ipocriti sentimentalismi.

Il romanzo è un romanzo del tempo, ma non del passato, né dell’imperfetto, che pure è la cifra stilistica e ontologica che nel romanzo indica il trascorrere e il mai perfezionarsi dell’atto: stavamo mutando. Non conoscevamo la nostra nuova forma.

Questo è: la forma. Mentre scrive di lei, scrive di lei che scriverà il romanzo sul “mentre scrive di lei”: avrà scritto il travaglio di dare forma alla scrittura uscendone fuori, trasparendo via dal corpo proprio in dimensione parallela e mai ortogonale. Lo scrive chiaramente nelle ultime pagine, nella coda di questa partitura in musica, nella sinfonia, ritmo da camera che coincide con il mondo: la forma del suo libro può dunque emergere soltanto da un’immersione nelle immagini della sua memoria per esporre in dettaglio i segnali specifici dell’epoca, dell’anno […] Si guarderà dentro solo per ritrovarci il mondo, la memoria e l’immaginario dei suoi giorni passati, per cogliere i cambiamenti di idee, credenze e sensibilità, la trasformazione delle persone e del soggetto […]

Non c’è fine al romanzo, ma il fine, non ricercato, necessario comunque come la morte, per quanto la si possa scegliere e autosomministrare, lentamente per tutta la vita o in punto preciso di tronco, non importa, il fine, sboccio di fiore fuori stagione sui rami lunghi dell’esistere, non del tutto pregno di senso, è salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Gianluca Garrapa

(Annie Ernaux, Gli anni, L’orma editore –  traduzione di Lorenzo Flabbi)

 

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Così muore un “cauboi”

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Pochi eventi storici contemporanei si sono impressi nel mio immaginario come la guerra in Jugoslavia dei primi anni Novanta. Ricordo lo sconcerto di fronte alle immagini dei massacri, proposte dai telegiornali di allora. Cosa stava accadendo nei Balcani? Quali valori si stavano frantumando e quali, invece, affermando al loro posto? Affiora, nella memoria, l’incontro con un ragazzo sfollato da Sarajevo, promosso da un gruppo di liceali “impegnati” in occasione di un’occupazione studentesca nel lontano 1994. Avevamo di fronte un nostro coetaneo, uguale eppure così diverso da noi. Avvertivamo il desiderio di ascoltare una testimonianza diretta di fatti inediti, e incomprensibili, per una generazione cresciuta nel mito apparentemente incrollabile della pace continentale. Tentavamo di capire le ragioni della fine di un mondo. Non vi erano dubbi che gli equilibri europei si fossero definitivamente incrinati, mentre serpeggiava in tutti la paura del nazionalismo, veleno presto insinuatosi nei gangli delle democrazie occidentali. Quello studente bosniaco, di cui non rammento più il nome, con una curiosità stampata in volto pari alla nostra e uno spaesamento dato dalle circostanze, era l’incarnazione fisica di un momento di rottura geopolitica, minaccioso e irreversibile.

Addio, cowboy della quarantatreenne Olja Savičević, edito dalla casa editrice L’Asino d’oro nella traduzione di Elisa Copetti, è un romanzo ambientato nella città natale della scrittrice, Spalato, «nell’estate del 200X», in un anno quindi imprecisato, imprecisabile, a guerra terminata. Nella scelta di situare la narrazione in un tempo sospeso, leggiamo il disincanto dell’autrice di fronte all’evoluzione storica e sociale della Croazia post-bellica, come se, dopo gli avvenimenti, un anno fosse equivalente ad un altro. «Alcuni giovani del Vecchio Quartiere, di alcuni anni più grandi di noi, sono morti in guerra. Tutti abbiamo pianto. Altre persone del posto sono state portate via e le ha inghiottite il buio. Tutti abbiamo taciuto». Nei “ragazzi di vita” provenienti dai cosiddetti “quartieri ferroviari” cova l’istinto del male, eredità del tempo feroce della grande carneficina balcanica, sorda eco di una violenza radicale e profonda. La ricerca del Nemico produce i suoi frutti malvagi: ora la diversità assume le forme di un veterinario omosessuale, Herr Professor, e, di riflesso, dell’unico ragazzo che ne prende le difese, Danijel, fratello di Dada, la ragazza protagonista del romanzo.

Nel racconto delle vicende, Olja Savičević si affida a continui scarti temporali, a sottolineare l’antilinearità della materia narrata. Un tempo che ha smarrito i suoi eventi, recuperabili solo scavando a fondo nel terreno rimosso delle storie personali. Dada, studentessa fuori corso, detta Rugginosa, torna da Zagabria per accudire una madre perduta nelle spire degli psicofarmaci. Ha una sorella imbevuta di cinismo e una gatta furba, Jill, letteralmente rubata ai “Fratelli Irochesi”, una banda di teppisti locali. Il ricordo del padre, che gestiva una sala cinematografica, si lega alla fine di un’epoca breve e spensierata, ed è fonte delle sue uniche nostalgie.

Ma il vero motivo del ritorno di Dada è un altro: Danijel, il fratello diciottenne, si è suicidato gettandosi sotto un treno. Cosa è accaduto veramente? Insospettita da un filmato porno visto per caso, comincia un’indagine personale. L’uomo inquadrato da quel cineoperatore amatoriale è Herr Professor e il suo “partner” nascosto nell’ombra… è forse Danijel? In Dada nasce il sospetto che la morte del fratello, visionario e sensibile, sia collegata «all’incidente», un’efferata spedizione punitiva ai danni del veterinario, da quel momento sparito dalla circolazione e poi altrettanto misteriosamente ritornato a casa. Un pensiero avvalorato da una tardiva lettera, scritta a mano, indizio di una più fitta corrispondenza tra Danijel e il Professore. Intanto, nelle pieghe di una passione che potrebbe preludere ad una svolta esistenziale (la conoscenza del playboy Anđelo), si annida la serpe del tradimento.

Il Vecchio Quartiere della città dalmata, dove Rugginosa, Danijel, i “Fratelli Irochesi” e gli altri protagonisti di Addio, cowboy trascorrono l’adolescenza, è un posto duro, sporco e cattivo come solo un villaggio del wild west avrebbe potuto essere. Il giovane Danijel si atteggia a “cauboi” e gira per le strade polverose e luride con una colt regalatagli dal padre, arma risultata non efficace, però, nel difendersi dagli “indiani” e nell’evitare la tragedia conseguente. Questa è la spettrale Jugoslavia dell’ultimo Tito, questo, sembra volerci dire la scrittrice con cruda ironia, è il risultato politico e sociale della successiva ondata nazionalista. Il capitalismo predatorio, poi, ha completato il disastro.

La periferia di Spalato è la perfetta location per Ned Montgomery, un vecchio attore di spaghetti-western, indebitato e quasi incapace di reggersi in piedi, che decide di ambientare qui il suo nuovo, sconclusionato film, con la partecipazione di comparse locali. Olja Savičević ha una felice intuizione nello scomodare questo genere cinematografico, inattuale per eccellenza. La scrittrice fa sua la logica sottesa alla nascita del western in America e, forte di un’ironia caustica e provocatoria, la ribalta, trasformando l’evento in efficace metafora: non più ricerca di un mito fondativo a sostegno di una nazione lanciata verso il progresso, ma, al contrario, sigillo trash di una subcultura stagnante, in un contesto segnato da rassegnazione e votato al declino morale e culturale. Intanto, nel Quartiere, si aggira la stracciona folle, Marija Carija, strega o profetessa portatrice di verità intollerabili. In lei, pistolera solitaria a protezione della sua amata gallina, cova inavvertito il seme della vendetta, nelle forme di un surreale mezzogiorno di fuoco in salsa balcanica.

La guerra che si combatte non è più tra serbi e croati, tra slavi e musulmani, ma tra un passato che ostinatamente tenta di sopravvivere (la processione di “San Fiacco”, i graffiti sul molo, gli anziani seduti al “Tavolo della menzogna”) e un presente di falsa innovazione innestato sul motore economico degli sventramenti urbanistici operati dai nuovi arricchiti. Qui è la linea di frontiera, qui i nuovi pionieri. La città, dal passato ricco e complesso, è ora «un enorme deposito, fango e ulivi, prodigio di polvere, serate sulla terrazza abbandonata dell’hotel Illirija, metalli pesanti nell’aria, rifiuti e pineta, gatti e lische scivolose di pesci sullo scalo unto di barche». Alcuni quartieri sono stati spianati per fare posto a edifici anonimi e inquietanti, in nome del “progresso”. Un modello di crescita nel quale i poveri dei quartieri desolati della periferia e del porto sono rifiuti sociali non redimibili, esseri umani sconfitti, destinati ad un’esistenza perennemente affogata nel degrado.

Il Vecchio Quartiere, «con la posta e la chiesa e la molle fanghiglia scura del porto inquinato è solo un villaggetto ridicolo sotto ai grattacieli lontani che di notte ci osservano dall’alto». Da cartelloni scoloriti, lo sguardo severo di vecchi capi militari incombe sui passanti. Herr Professor, un resistente all’evoluzione tecnologica, usa ancora i floppy disk. Questo accanimento verso la custodia del passato suscita in Dada una lucida confessione di stampo generazionale, degna delle riflessioni sulla postmodernità di Zygmunt Bauman: «sono nata nel regno delle apparecchiature oggi perdute, di forme passeggere che non si sono mantenute, sebbene sembrasse che la loro epoca sarebbe durata in eterno e per sempre rimasta giovane. Chi avrebbe immaginato che una cosa così moderna e contemporanea come un mangianastri sarebbe finito in un museo così velocemente e definitivamente?»

A Olja Savičević dobbiamo una scrittura dal taglio cinematografico, votata all’azione, e una prosa pirotecnica, costruita attraverso un impasto linguistico in cui termini di derivazione italiana, veneta e croata si accostano uno all’altro e si intersecano con la nuova sintassi dell’epoca digitale (e-mail, emoticons) e le parlate gergali. Così, elementi della cultura pop influenzano l’immaginazione dei personaggi, fino all’indistinzione tra il vissuto e il mediatico. La commistione di stili e registri rivela un lavoro sulla lingua, da intendersi come veicolo privilegiato di espressione e, più in generale, sulla psicologia collettiva di un popolo, terreno di significati comuni. Spalato, città dal passato multiculturale, svela così la sua anima indomabile, il suo humor nero e la sua insopprimibile varietà di voci, segni di vitalità disperata, a dispetto dei tentativi di rimozione ideologica o di livellamento coatto, spesso ridicoli. «Sui giornali si protrasse per qualche giorno il caso del nome della riva del Vecchio Quartiere: si doveva rinominare la Passeggiata Jero Botušić (combattente della Lotta di liberazione, nato nel 1921, dilaniato da una bomba a mano nel 1943) come Passeggiata Jero Botušić  (soldato croato, nato nel 1969, fatto a pezzi da una granata nel 1993). Alla fine sulla riva posizionarono una nuova targa con la scritta: Passeggiata Jero Botušić».

Soprattutto, la scrittrice dalmata ci regala una panoramica di personaggi perfettamente delineati, vulcanici, dolenti, affranti, spezzati e picareschi. Nel finale, Olja Savičević suggerisce che l’unica possibile via di fuga è verso un altrove, a ben vedere altrettanto “contaminato” (Dada decide di andare a lavorare a Berlino, in un ristorante messicano gestito da una sua compagna di università, croata), e che la letteratura è solo un furto di storie altrui. Il passato è la nostra valigia. Sul treno, risuonano nella testa di Dada le parole di Herr Professor: «Questa città non si può conquistare in nessun modo preciso, la si eredita come una malattia». Addio, cowboy.

(Olja Savičević, Addio, cowboy, L’Asino d’oro 2017)

Cioran: l’avvento del Creatore malvagio

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Il cristianesimo è una religione totalitaria, a differenza del paganesimo che nel mondo antico rappresentava una religione liberale (n’est supportable qu’une religion – ou une idéologie – superficielle). Così tuona Emil Cioran nella sua opera Il funesto demiurgo, opera annoverata fra i testi più scabrosi del Novecento. Sotto il «regime di molti dèi» – spiega il pensatore romeno – il fervore viene diviso mentre quando è rivolto a un solo dio il sentimento religioso si esaspera, stravolgendosi in aggressività. La libertà è diritto alla differenza, la pluralità postula lo sbriciolamento dell’assoluto in un pulviscolo di verità locali e provvisorie. Nelle democrazie liberali, ad esempio, vi è un politeismo soggiacente, al contrario dei regimi autoritari che nascondono un monoteismo camuffato. Non appena una divinità (o una dottrina) pretende la supremazia, la libertà è minacciata. I cristiani furono coloro che portarono all’esasperazione la cosiddetta dialettica oppressori-oppressi, vendicando con maggiore accanimento di ogni altro prima i propri martiri. Ogni tipo di monoteismo contiene in «germe ogni forma di tirannia», il dio unico «rende irrespirabile la vita».

Uno dei pochi che intuì il pericolo dell’avvento del cristianesimo, scrive Cioran, fu l’imperatore Giuliano. L’Apostata che aveva letto Omero e Platone, comprese che sarebbe stato impossibile contrapporre alla sapienza antica i Vangeli. Giuliano era consapevole di dover fare i conti con «dei fanatici», contro i quali non avrebbe potuto far nulla. Egli sapeva che era troppo tardi per fermare l’espansione del cristianesimo e per questo andò a morire contro i Parti. I filosofi greci attaccando gli dèi e distruggendoli, credevano di aver contribuito in modo capitale alla liberazione degli uomini. Essi ignoravano che una nuova «servitù più opprimente di quella vecchia» fosse ormai imminente. Se la filosofia non è la responsabile diretta dell’avvento del nuovo Dio, ad essa è comunque imputabile la colpa di aver ignorato che «nella Storia quasi sempre il male a cui ci si oppone è rimpiazzato da un male maggiore». «Il monoteismo giudaico-cristiano è lo stalinismo dell’Antichità». Il «concetto» nacque e fece crollare il monte Olimpo, pensare significò mettere termine ad ogni tipo di venerazione, almeno fino a quando la ragione fu «confiscata dai Padri della Chiesa». Paolo di Tarso – «le plus considérable agent électoral de tous les temps» – è stato colui che ha reso il cristianesimo una religione peggiore, introducendovi: intolleranza, brutalità e provincialismo. Le sue considerazioni sulla verginità, sull’astinenza e sul matrimonio hanno alimentato pregiudizi plurisecolari, paralizzando gli istinti umani. Paolo fu colui che annunciò la novella peggiore di tutte; ancora una volta l’eco nietzscheano risuona fra le righe di Cioran:

Invano i Celso, i Porfirio, i Giuliano l’Apostata si ostinano ad arrestare l’invasione di quel nebuloso sublime che trabocca dalle catacombe: gli apostoli hanno lasciato le loro stigmate nelle anime e moltiplicato le devastazioni nelle città. L’èra della grande Laidezza incomincia: un’isteria senza qualità si estende sul mondo. […] Un epilettico [San Paolo] che trionfa su cinque secoli di filosofia! La Ragione confiscata dai Padri della Chiesa! E se cerco la data più mortificante per l’orgoglio dello spirito, se scorro l’inventario delle intolleranze, non trovo niente di paragonabile a quell’anno 529 in cui, per ordine di Giustiniano, fu chiusa la Scuola di Atene. Soppresso ufficialmente il diritto alla decadenza, credere diventa un obbligo… È il momento più doloroso nella Storia del Dubbio.

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Dio – se questa parola può avere il minimo senso – è l’unico essere in grado di capire e di ascoltare i nostri dolori, è una necessità per i deboli di spirito. Tant’è vero, scrive Cioran, che se egli avesse la fede vivrebbe «avec la peur constante de la perdre». Il cristianesimo nasce dal Ressentiment, le religioni – in particolare la fede cristiana e quella buddhista – non sono «che vendetta e invidia da parte dei sofferenti». Secondo il pensatore romeno, Dio è per gli uomini nient’altro che un «tappabuchi» (utilizzando un’espressione di Bonhoeffer). Cioran ricorda un aneddoto utile a comprendere questa sua posizione: un giorno mentre si trovava seduto ad un tavolo di discussione con al centro del dibattito la teologia, molti intellettuali espressero diverse posizioni. La cameriera, una contadina analfabeta, intervenne dicendo di credere in Dio soltanto quando soffriva di qualche malanno. Cioran dopo qualche anno scriverà che l’intervento di quella cameriera era stato l’unico che valesse ancora la pena di ricordare.

Quella di Dio è una favola che si nutre di lacrime, dato che le sconfitte sono all’ordine del giorno Egli gode ancora di una certa popolarità, grazie al delirio della preghiera e al sacrilegio dell’imprecazione. Se per assurdo scomparisse l’idea di sofferenza, nell’istante successivo si disgregherebbero tutti culti religiosi ancora esistenti. Sono state le malattie, scrive Cioran, ad avvicinare il cielo e la terra, due mondi che altrimenti si sarebbero ignorati reciprocamente: «La leucemia è il giardino in cui fiorisce Dio». Il credente ha bisogno di Dio per scaricare su di esso le proprie miserie e Dio, viceversa, ha bisogno delle miserie dell’uomo per poter “sussistere” ancora. Dunque, il cristianesimo è una crisi di lacrime di cui resta soltanto un sapore amaro:

Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l’avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po’ di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell’insolubile, fuori dall’incubo della promessa. Il suo merito è, in verità, impareggiabile: ci dispensa anche dai rimpianti, poiché ha preso su di sé l’iniziativa dei nostri insuccessi.

Vincenzo Fiore

 

Vincenzo Fiore (Solofra, 1993) si è laureato e specializzato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno, prima con Franco Ferrari e successivamente con Francesco Tomatis. Ha esordito a vent’anni con il romanzo “Io non mi vendo” (Mephite). Ha pubblicato nel 2014 il racconto “Esilio metafisico” prima su “Il Mattino” e successivamente nella raccolta “Cairano. Relazioni felicitanti” (Mephite). Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Nessun titolo” (Nulla die). Nel 2017 ha pubblicato lo studio “Platone totalitario” (Historica). Fa parte del gruppo di ricerca “Progetto Cioran” sotto la direzione del Prof. Rotiroti (Università Orientale di Napoli) e del Prof. Ciprian Vălcan (Università Tibiscus di Timisoara, Romania). Giornalista presso “Il Quotidiano del sud”, collaboratore esterno presso diversi quotidiani e riviste.

 

(in copertina: Cioran visto da Angela Varani)

Il diario di un’altra America

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Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.

Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down(2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders

Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.

In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta  «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.

Wim Wenders sì innamorò dei racconti di Motel Chronicles  e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.

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Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni  di questo libro non si seppe più nulla
Nel 2016 il Saggiatore  riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.

Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.

Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.

Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard ( di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Motel Chronicles  e gli altri suoi libri  raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.

Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.

Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin,  nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.

E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo   i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.

Lo scorso anno esce per i tipi di Playground  Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro.  Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri  si trova sempre la fotografia di un’America che cambiava mentre stava tradendo se stessa. Shepard di tutto questo è stato un lucido testimone.

Nicola Vacca

 

Nella notte della vita

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Non so quanto sia necessario scrivere ancora di Viaggio al termine della notte. Un capolavoro come questo non va presentato, semplicemente ne va consigliata la lettura; eppure, man mano che sfogliavo per la seconda volta le pagine di questo libro, mi sono detto: “voglio parlare di te”.Come scriveva Bernhard nel suo Perturbamento: “l’amore è qualcosa che in natura non c’è”; si tratta di un sentimento creato ad hoc per sopravvivere alla solitudine. E proprio mentre questa frase mi rimbalzava in mente, ho deciso di rituffarmi nel capolavoro di Céline. L’ho riletto a luglio, dopo circa dodici anni dalla prima “occhiata”. Infatti, la prima volta lo abbandonai a metà perché mi annoiò e non mi coinvolse. Addirittura, persi il libro. Poi, quest’anno è riapparso tra le mie mani, in formato regalo.

Ed ecco, è cominciato così il mio lungo viaggio in una scrittura cruda, grezza, priva di dolcezza… naturale. Le trincee della prima guerra mondiale, i sobborghi di Parigi, la decadenza del positivismo, l’America capitalista, il colonialismo, le grandi catene di montaggio, la disperazione di un secolo e la solitudine di uomini privati d’ogni sentimento. Già, l’amore è un sentimento che in natura non esiste, vige la legge del più forte. Céline racconta di tale assenza con un taglio ironico, che prima consola, poi, sul più bello, schiaffeggia.

La notte di Céline è come l’Apocalisse, ma ad esser giudicati non sono gli uomini, bensì i loro sentimenti. Più se ne privano, più diventano “naturali” ed eccessivamente lucidi; così la morte diventa simile alla vita e la follia è una via di fuga dall’apatia. E lui, Ferdinand, in cerca di qualcosa da salvare, non riesce a salvare neanche se stesso, perché questa neo-umanità tecnocrate, burocrate, positivista e avida, lo ha inghiottito. Non vale la pena combattere, non vale la pena cambiare il mondo, non vale la pena ambire.

L’unica certezza della vita è la morte. Ed ora non rompetemi i coglioni. Così dirà uno sconfitto psichiatra, che giunto ormai alla vecchiaia, può solo giudicare i danni di una scienza senza cuore e disumana, che ha separato gli uomini, senza dar loro un avvenire. In tutto il libro di Céline echeggia la mancanza di un futuro roseo per l’umanità. Pertanto, la notte che lo scrittore francese racconta è simile all’esodo biblico. L’umanità ha fatto il suo ingresso nel deserto, ma pensa di trovarsi in un nuovo Eden. E questa incapacità di riconoscere il disastro aumenta man mano che ci addentriamo nei sobborghi di Parigi, laddove il medico Ferdinand presta servizio. Qui, infatti, a rende ancora più precaria la condizione degli uomini non è solo il degrado morale, ma anche la malsana idea che nel mondo ci sia spazio per tutti. La speranza di farcela è peggio della peste. Invece, basterebbe semplicemente vivere.

Vivere per vivere, che gattabuia! La vita è una classe in cui la noia è il professore, è lì tutto il tempo che ti spia, bisogna aver l’aria di essere indaffarati, costi quel che costi, in qualcosa di appassionante, altrimenti arriva e ti mangia il cervello. Un giorno, che sia solo un giorno di 24 ore non è tollerabile. Non dev’essere altro che un lungo piacere quasi insostenibile, una giornata, un lungo coito, una giornata, con le buone o con le cattive.

Così scrive Céline a pagina 391 di questo capolavoro, in cui l’uomo, nella sua naturale bestialità, è cacciatore e preda in una notte nella quale è impossibile intravedere punti di riferimento.

Martino Ciano

 

 

Lettere dal disagio della taranta

gorgoni

Adoro gli scrittori che hanno il coraggio di togliersi i sassolini dalle scarpe.Così fa Raffaele Gorgoni, gioranalista di Rai3, nel suo Lettere dalla taranta.I Ragni e la politica pubblicato per i tipi de i Quaderni del Bardo di Stefano Donno.

L’autore nel libro dà la parola alla Lycosa, impropriamente detto ragno lupo. Nella tradizione pugliese viene chiamato tatarnta o tarantola, diventato il simbolo dell’ormai nota Notte della taranta.

La Lycosa prende carta e penna e in maniera indignata scrive novantanove lettere a un giornalista, l’unico disposto a ascoltarlo. Nelle missive la Lycosa sfoga la propria amarezza e si scaglia contro il mercato e i politici che con la notte della Taranta hanno svuotato la tradizione per fare di quell’evento un affare politico e commerciale.

Vale la pena leggere l’indignazione della diretta interessata, la Lycosa che rivendica la sua dignità: «Sono passati vent’anni da quando sono stata messa in mezzo, usata e blandita, vezzeggiata e maltrattata, discussa e ignorata, processata e condannata, accusata e assolta, trasformata in un brand, passata per etichetta commerciale, comprata e venduta, se non di peggio». Pubblichiamo volentieri alcuni frammenti  del bel libro di Raffaele Gorgoni.

Nicola Vacca

 

….

inaudita altera parte

Inutile che rammenti Lettere da una tarantata di cui queste paginette hanno la luciferina pretesa di essere una sorta di calco.
Il punto è che da tempo immemorabile moltissimi sembranoavere diritto di parola su di me.Da remotissimi scribi fino all’ultimo grido dell’antropologia e dell’etnologia, decine, centinaia di umani hanno potuto parlare di me. Sono stata oggetto di scritture, disegni, dipinti, film, fotografie.
Pretesto per suonare, cantare e ballare e non ti parlo dei convegni e delle conferenze.
Ovvio che su di me qualcuno abbia anche tratto del lucro. Mio malgrado sono finita al centro di una macchina politico-accademico-
economica che ha generato un’altra macchina turisticospettacolar- elettoral-mondana che mi crea alquanto disagio.
Non c’è bisogno di essere aracnologi per sapere della mia ritrosia a frequentare luoghi particolarmente affollati e soprattutto rumorosi.
D’altra parte è banale osservare che il frastuono dei tamburelli, dei violini e degli organetti sia sempre servito a mettermi in fuga, a dissolvere gli effetti del mio ipotetico morso.
È ben noto nel nostro ambiente che ad agosto è meglio sloggiare dalle piazze della Grecìa e soprattutto dal grande prato davanti agli Agostiniani di Melpignano e trovare riparo in remote specchie e lontane pagliare.
Tuttavia, come già praticava l’Inquisizione per i presunti rei sfuggiti ai suoi sgherri, subisco da tempo una sorta di condanna in effigie.

Durante la Notte della Taranta, una sgraziata stilizzazione del mio profilo (mai stata così sovrappeso) è esposta agli sguardi degli umani e a quell’immagine è inflitta la tortura di una prolungata esposizione a un’abnorme amplificazione sonora.
Come se dovessi confessare una colpa, un’eresia, un commercio con potenze infere se non addirittura diaboliche. Me ne sono fatta una ragione.
In qualche modo sono passati vent’anni da quando sono stata messa in mezzo, usata e blandita, vezzeggiata e maltrattata, discussa e ignorata, processata e condannata, accusata e assolta, trasformata in un brand, passata per etichetta commerciale, comprata
e venduta, se non di peggio. Purtroppo tutto questo è accaduto nella più perfetta modalità
praticata dagli umani quando trattano col vivente non umano, soprattutto se questo è segnato dal mito.
La tecnica è sempre la stessa: si intraprende, si decide, si commercia,
inaudita altera parte.
Di un ragno si parla e si straparla ma con un ragno, con me, con Lycosa Tarantula, ahimè, non parla nessuno.

(Raffaele Gorgoni, Lettere da una taranta. I Ragni e la politica. i Quaderni del Bardo edizioni, 2017)

(info link: http://iqdbedizionidistefanodonno.blogspot.it/ http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it)

Un dialogo libero sul nostro tempo

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Viviamo un tempo in cui abbiamo disarmato le parole. Il risultato è un’omologazione che è diventata una trappola in cui ci siamo arresi completamente al virtuale, diventato la fine certa delle nostre esistenze e delle nostre relazioni.

La generazione 2.0 ci ha trasformato in un popolo di bestie da tastiera comodamente nascosto dietro la maschera di un monitor, e ci sentiamo parte di una civiltà globale che nei fatti non è civiltà.

Per fortuna che esiste una minoranza di persone che ancora preferisce la modalità offline. Annalisa Miceli e Elvira Sessa sono due di queste e scrivono poesie. Hanno deciso di scrivere un libro a quattro mani che si intitola Generazione 2.0 tra centro e periferia ( L’Argolibro editore, www.largolibro.blogspot.it, largolibro@gmail.com,  – 3395876415)

Due voci che si cimentano in un dialogo (illustrato dai disegni di Virgilio Colicino) in cui le parole vengono armate di tensione forte e vibrante per mettere in atto una denuncia argomentata del nostro tempo in cui siamo diventati « dita veloci che scorono sui tasti», «Fluidi nella boutique del mondo palmare /Emozioni digitali».

Ha ragione Francesco Sicilia quando nella prefazione scrive della voce dell’artista impegnato nella ricerca sociale teso nello sforzo di comprendere oltre la superficie della velocità e dell’approssimazione. Perchè l’artista che comprende e sa comunicare, di conseguenza fa comprendere.

Annalisa e Elvira nel loro dialogo non hanno paura di usare le parole giuste e forti per denunciare l’armonia soffocata che nega l’uomo di questa modernità che ha presso il sopravvento sbagliato attraverso l’avanzare devastante di una tecnologia che ha annullato le distanze affettive tra gli esseri umani creando una serie infinita di nonluoghi per la nostra definitiva solitudine.

Generazione 2.0 è una testimonianza civile di un pensiero che ha il coraggio di essere differente rispetto a questo eterno presente in cui si vive con la minaccia dello scompenso del futuro, persi nel nonluogo in cui si è smarrita ogni identità.

Annalisa e Elvira sono coraggiosamente in disarmonia con la loro epoca, la attraversano in modalità offline perché non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi all’omologazione delle parole disarmate e a quella apparente felicità da display che ogni giorno fa di questo vivere una tundra in cui si è inaridita la voce del cuore.

Nicola Vacca

Carmelo Bene: essere altrove  

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«Non essere dove si è, essere altrove, smarrirsi per non più ritrovarsi». Il cammino umano e artistico di Carmelo Bene andava nella direzione del de-collocarsi, del togliersi dalla scena, dell’allontanarsi dal Sé. E non era affatto una via facile da percorrere. Nel momento in cui Parmenide s’iniziò all’essere, l’uomo incominciò a complicarsi l’esistenza. Carmelo Bene non aveva nessun dubbio a riguardo: una miriade di questioni nasceva dal volersi confrontare con una (ir)realtà così spinosa e vaga. Sono passati millenni e il problema – ontologico, gnoseologico, etico, storico – miete ancora vittime tra estimatori e detrattori, non ultimo Heidegger, cui Bene rimandava a chi gli rompeva i cosiddetti con il Sein e con l’ontologia. Poi, all’orizzonte, ecco pararsi la speculazione deleuziana, impegnata nell’ardua prova di rivoltare uno dei più stigmatizzanti dualismi filosofici e umani, quello “Io-Altro”, che aveva trovato crogiuolo nell’universo antropocentrico occidentale (ma non solo), e Carmelo Bene, incarnazione di rottura, lacerazione, fenditura, trovò nel pensiero del filosofo francese materia di scambio e di confronto (a modo suo, naturalmente). Non tutti i defunti sono buoni, amabili e seguaci di rette vie, bisogna farsene una ragione. Nel caso del nostro, poi, il disertare tutto ciò che era già stato battuto, anche se attraente, rappresentava la “buona cattiveria”, il ghigno liberatorio, contro la pseudo bontà dell’ufficialità e della cultura generalista. Che Bene fosse la testimonianza vivente del potere sovversivo dell’arte (ma guai a parlare del sociale e del politico davanti al campiota) è cosa da tenere in grande considerazione, affinché ricordare il maestro in occasione dell’anniversario della sua nascita non diventi l’ennesima scritta sulla lapide di una memoria istituzionalizzata e, cosa ben peggiore, edulcorata.

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Quella di Bene è stata una figura unica, irripetibile nella storia dell’arte: teatro, cinema, poesia, scrittura e, suo malgrado, televisione hanno tribolato non poco sotto i colpi del suo genio irrequieto, quasi teppistico. Attenzione: stiamo parlando di arte non di cultura. Egli odiava quel termine così ambiguo, così servile, fin nell’etimo. Più volte il nostro si era preoccupato di associare la parola cultura al colonizzare e al colonizzato. Sorte migliore non toccò all’informazione, soprattutto quella giornalistica, vero male dei tempi (Nietzsche ne sapeva già qualcosa), cui il nostro riservava grandiose stilettate. Tuttavia, Carmelo Bene non era solo un provocatore, uno che si divertiva a farsi odiare, spesso riuscendoci. Egli era un inattuale o, come lui stesso affermava (nevvero?), un classico tra i classici e, cosa importantissima, vivente. E poi la voce, quel grande, immenso organo di devastazione di stereotipi, di abitudini, di conoscenze. Dare voce non tanto a Majakovskij o a Campana – lì l’effetto era quasi scontato – ma a Leopardi è stato qualcosa di dirompente, di inaspettatamente estremo. Trasformare l’Infinito leopardiano in qualcosa di lunare, marziano, venusiano; trovarsi in presenza di un Pierrot o-sceno che inquieta non solo le viscere ma la mente; anticipare i tempi della tecnica, amplificando, meccanizzando, disumanizzando pur servendosi di un cuore, di una bocca, di un volto: tutto ciò ha del prodigioso. Farsi macchina attoriale e, forse, macchina tout court, strizza l’occhio all’apocalisse dell’umano, dimensione spazio-temporale dove valori e disvalori si annullano nel sommo niente. Un niente dal sapore tutt’altro che pessimistico ma futuristicamente primitivo, lontano, inattuale. Alfine, realizzare non solo un annientamento della scena, del corpo, ma una scomposizione della parola, del verbo, sostare presso un “Ni-Ente” che possa, in qualche modo, portare all’avvento di quell’agape schopenhaueriana che di volta in volta faceva capolino dalla macchina beniana. In questa dimensione o-scena, de-strutturata, anche la morte, come noi la conosciamo (e temiamo) non ha più senso, poiché è l’intero insieme della s-oggettità a perdere senso. Chi ha la ventura di addentrarsi nell’opera di Bene può godere di qualcosa che non troverà altrove: la sensazione vivida di trovarsi di fronte a un’arte maledettamente autentica, folle e spietata. E questo, a molti, fa paura.

Gianluca Conte

 

Il carnevale degli egoismi umani

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«Si era tolto i guanti… Piegato in due sul gradino, sfiorava il tessuto rosso della valigia, tracciando oscure curve con il dito. Le guance screpolate luccicavano. Credevo fosse la pioggia, invece piangeva». Jean-Lino Manoscrivi ha appena ucciso, in un impeto d’ira, Lydie Gumbiner, sua moglie. Élizabeth Jauze, la vicina di casa del piano di sotto, è con lui, improvvisata complice di occultamento di cadavere. «Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci sedemmo e piangemmo al ricordo di Sion». Questo il passo dei Salmi che il padre di Jean-Lino leggeva al figlio, da piccolo. Élizabeth e Jean-Lino si conoscono, ma non sono amanti, forse non sono nemmeno amici. Eppure, si ritrovano accomunati nell’esperienza del crimine. Pierre, il marito di Élizabeth, dorme placidamente nel suo letto, sebbene sia a conoscenza del reato. Erano saliti entrambi, da Jean-Lino, dopo che questi, in evidente stato confusionale, aveva suonato alla porta di casa, in piena notte. Se Pierre decide di abbandonare l’assassino a se stesso e di tornare sotto le coperte, in Élizabeth scatta qualcosa.

Solidarietà? Pietà? Brivido dell’avventura? Jean-Lino è uno schivo impiegato, di origini ebraico-italiane, che mendica affetto dal nipotino egoista di Lydia. Élizabeth si prodiga per quell’uomo di mezza età, timido, claustrofobico e con un gatto malandato. Gli procura una valigia rossa per nascondere il cadavere ed acconsente a trascinarla, pesantissima, nell’ascensore e poi nell’atrio. Il ritorno non preventivato di una giovane vicina, alle tre del mattino, getta la donna nel panico. Sono stati scoperti? Finiranno in galera? Élizabeth cerca, da questo momento in avanti, di costruirsi un alibi per essere scagionata. Jean-Lino accetta di non coinvolgerla, senza patemi. Per onestà verso di lei o perché vuole essere riconosciuto come l’unico, indiscusso, mattatore sul palcoscenico?

Babilonia di Yasmina Reza, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Maurizia Balmelli, è una satira amara, ironica e sferzante sulla nostra società esanime e dissanguata. L’assassinio è solo un’increspatura sulla superficie di un’epoca svuotata di logica e di pietà. I contrasti, le sofferenze, i motivi della tragedia restano sepolti, mai interrogati. La scrittura dell’autrice parigina incastra gli individui nella propria aura di banalità borghese e nell’entropia del chiacchiericcio quotidiano. I protagonisti di Babilonia siedono su una giostra di parole senza conducente. Il pettegolezzo si innalza a regola di comunicazione, dove il messaggio si sfalda in un rumore di fondo che sottrae di senso ogni frase. Per illudersi di essere ancora vivi, i personaggi si aggrappano a termini come legame sociale, dovere della memoria o elaborazione del lutto, concetti che Élizabeth decostruisce con lucidità, salvo, poi, cadere nella trappola linguistica ed etica delle astrazioni, come tutti gli altri.

In Babilonia è rappresentato il carnevale degli egoismi umani. Yasmina Reza narra il fallimento morale di una generazione, quella dei sessantenni figli del boom economico. Essi stessi ne sono gli artefici e, contemporaneamente, le vittime designate. I Lallemant, gli El Ouardi, i Dienesmann, Bernard, Catherine, Georges, Jeanne e tutti gli altri ospiti dei coniugi  Jauze sono i protagonisti di un vaudeville degno de La regola del gioco di Jean Renoir (1939). Anche qui è messa in scena una danza macabra, un’inavvertita ombra di sortilegio, un passaggio simbolico verso la dimensione del male. «Ridevano tutti. Ridevano i Manoscrivi. È l’immagine che è rimasta di loro. Jean-Lino, in camicia color malva, con i suoi nuovi occhiali gialli semitondi, in piedi dietro il divano, rosso in viso a causa dello champagne o dell’eccitazione… Lydie, seduta sotto di lui, gonna allargata da entrambi i lati, volto inclinato verso sinistra, che rideva a crepapelle. Probabilmente l’ultima risata della sua vita. Una risata che scruto all’infinito».

Yasmina Reza sovverte con crudele paradosso il principio connaturato, per definizione, ad una festa di primavera: la celebrazione della fecondità cede il passo, ironicamente, alla morte. Subito dopo il party, avviene il gesto assassino. La disperazione si annida tra le tende, i bicchieri, le posate, le risate forzate. Il casus belli prende le forme di un pollo bio. «Lydie ha chiesto se il pollo del polpettone di pollo dei Lallemant veniva da una filiera biologica. Marie-Jo ha detto in tono impacciato, mah, onestamente non saprei». Jean-Lino, esasperato dalle manie salutiste della consorte, la sbeffeggia di fronte ai convitati. Lydie vorrebbe mangiare solo polli che, durante l’allevamento, abbiano avuto l’opportunità di «appollaiarsi tra gli alberi». La lite successiva, tra le mura dell’appartamento al quinto piano, sopra quello dei Jauze, sfocia nel delitto per soffocamento.

La morte di Lydie è l’unico fatto irreversibile di tutta la narrazione. Ben presto l’implacabile tritacarne dei rapporti umani sminuzza i contorni della tragedia fino a dissolvere le figure di vittima e carnefice nell’anonimo paesaggio quotidiano. Non a caso, Élizabeth, voce narrante di Babilonia, cita spesso, a testimonianza e a parziale conforto, The Americans di Robert Frank, «uno dei libri più tristi del mondo», ma soprattutto una delle pietre miliari della fotografia del Novecento: «sfogli le pagine e sotto gli occhi ti sfilano i juke-box, i televisori, gli oggetti della recente prosperità. Sono lì, solitari come l’uomo, questi nuovi venuti sovradimensionati, troppo pesanti, troppo luminosi, posti in spazi impreparati. Un bel mattino qualcuno li porta via». Non diversamente dagli oggetti, gli uomini fissati dall’obiettivo del maestro americano vanno incontro ad un destino di oblio, in luoghi fisici (e oggi virtuali) incommensurabili, soverchianti. Nell’accumulazione di beni e proprietà, nella riduzione delle relazioni a pura formalità comunicativa, l’uomo ha dimenticato se stesso.

Lo sfondo ingoia le figure. Ecco gli interni illuminati, il buio fuori, il nevischio che diventa oggetto di conversazione solo per ingannare il tempo. Perfino la discussione sui cambiamenti climatici è ridotta ad uno stanco leitmotiv, a consumata traccia del dicibile, password utilizzata per essere ammessi nel circolo vizioso dei rapporti (post)umani. Le intemperie dialettiche di Georges Verbot contro il lavoro di Catherine Mussin all’Ufficio Brevetti («voi siete la bassa manovalanza del mondo industriale»), solitario tentativo di smascheramento delle ipocrisie dello status quo, sono presto declassate dai convitati a semplici vaneggiamenti di un ubriaco molesto.

Emblematica la sorte toccata alla politica («a un certo punto abbiamo sentito Lambert dire, a poco a poco le idee di sinistra mi stanno abbandonando una per una»), discussione affondata nelle sabbie mobili della comunicazione autoreferenziale e senza scopo («al che Jeanne ha replicato, con un’audacia che nel medesimo consesso qualche anno fa sarebbe stata suicida, in me non ce ne sono mai state»). Durante la serata anche gli ammiccamenti, le moine e i corteggiamenti appaiono mosse deprivate di carica erotica, semplici reazioni alla noia e allo stile di convivialità borghese. Antropologicamente desiderosi “di essere come tutti”, i personaggi di Babilonia sono esponenti di una middle-class crollata su se stessa, mediocri banderuole in balia delle mode sociali e culturali.

Il quadro di meschinità umana è suggellato con ironia e cattiveria in un finale rivelatore. La polizia ricostruisce il reato nella palazzina. Tutti i protagonisti tornano sul luogo del delitto, da attori, compreso Jean-Lino, ora a suo agio nei panni di assassino conclamato. Dove finisce la verità e dove la finzione? Siamo commedianti di un’opera scritta da altri? La sceneggiatura del nostro tempo ci è sfuggita di mano? «Crocchi che si fanno, che si disfano. Si può vederla così, la vita degli uomini».

Alessandro Vergari

(Yasmina Reza, Babilonia, Adelphi 2017)

Il mio incontro con Proust

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Non so perché ma ricordo il mio primo incontro con Proust. In realtà, per essere onesto, so molto bene perché me ne ricordo. C’era una biblioteca municipale scura e polverosa. Una vecchia bibliotecaria, miope come una talpa, vestita sobriamente e desiderosa di far rispettare un silenzio assoluto sul suo posto di lavoro. Non perché desiderasse rendere la lettura dei visitatori più gradevole, bensì perché non sopportava il minimo rumore. Il movimento brusco di una sedia la faceva trasalire, il rumore di un libro caduto la faceva alzare sulle sue due gambe corte avvolte, in estate come d’inverno, da calze opache. All’uscita da scuola, aspettavo l’autobus che mi portava a casa proprio davanti la biblioteca. Per ammazzare il tempo e ripararci dalle gocce di pioggia, io e i miei amici finivamo spesso dietro la porta dell’edificio municipale. Certo non per leggere. La pioggia non si fermava quasi mai. Tra me e la realtà c’erano le lenti umide dei miei occhiali e le vetrate della biblioteca. Non dovevo perdere l’autobus, altrimenti avrei camminato diversi chilometri sotto la pioggia battente per poi affrontare mia madre, ad attendermi sulla soglia di casa. Non dovevo perdere l’autobus, che sarebbe arrivato da sinistra, nel punto in cui la vetrata era appannata. I libri si trovavano dietro di me. La strada, davanti. Il tempo passava lentamente. Era tutto. Tempo allo stato puro. Il tempo dell’attesa, quello in cui si immaginano mille scenari che non si realizzano mai.

Un giorno, l’autobus non arrivò. Un impiegato della compagnia venne ad affiggere un piccolo manifesto alla fermata. Lo riconobbi dalla sua giacca di colore verde, come il logo della società. Corsi a leggere. Naturalmente pioveva. I miei passi nelle pozzanghere, l’acqua sugli occhiali e sui capelli.

“L’autobus delle 17 è annullato. Prossima corsa alle 18.”

Tornai di fretta a ripararmi nella biblioteca. Non serviva più a nulla voltare le spalle ai libri e guardare la strada in attesa di quel maledetto autobus, divenuto fantasma. Invertii le posizioni. La strada dietro di me, i libri davanti. La bibliotecaria mi vide arrivare, tutto gocciolante ad ogni movimento. Temeva sicuramente che la pioggia finisse su di uno dei libri, poiché mi tese uno strofinaccio i cui colori originari erano spariti a forza di essere lavati. Uno strofinaccio talmente usurato che le cuciture laterali erano saltate. Mi asciugai le mani ringraziando l’anziana donna che non era poi così anziana, da vicino. Mi sorrise affettuosamente. Ero nella sua trappola.

  • Cerchi qualcosa, giovanotto?
  • Sì, credo che sia da questa parte…

E mi diressi verso uno scaffale a caso, nonostante dessi l’idea di conoscere perfettamente il posto. Come se, per magia, avessi disegnato la piantina di questa biblioteca di cui conoscevo soltanto il corridoio situato all’ingresso. E lavetrata che mi divideva dalla strada. Una vetrata di cui conoscevo ogni centimetro, ogni graffio.

Lo scaffale era largo e alto, più alto di me. I miei occhiali appannati dall’escursione termica non mi consentivano di distinguere molto bene le opere che lo popolavano. Scorgevo soltanto una fila di libri dalla copertina grigia. E la polvere che mi s’incollava sulle dita quando iniziai a sfiorarli. Polvere che intravedeva una buona opportunità di lasciare infine la biblioteca. Ero il suo salvatore!

Girai la testa e vidi, tra due macchie di vapore, che la bibliotecaria non smetteva di guardarmi. Non volevo che si avvicinasse. Le avevo mentito. Non cercavo nulla quando ero entrato. Ed è per questo che avrei trovato.

Si alzò, ben decisa ad aiutarmi.

Afferrai il primo libro grigio, quello all’estrema sinistra, senza nemmeno distinguerne il titolo. I passi si avvicinavano. Lo sfogliai rapidamente come se fossi sicuro del fatto mio. La vecchia non così vecchia si piazzò alle mie spalle. Lo aprii alla prima pagina. Prima frase. Senza più muovermi. L’immobilità mi conferiva la sicurezza di cui avevo bisogno in quel momento e che avrebbe fatto andar via la bibliotecaria.

“A lungo, mi sono coricato di buon’ora…”

La trappola si richiuse…su di me.

Michaël Uras

(Traduzione a cura di Carmen Ranfone)

 

proust

Je ne sais pas pourquoi mais je me souviens de ma rencontre avec Proust. Ou, pour être plus honnête, plus franc, je sais très bien pourquoi je m’en souviens. Il y a avait une bibliothèque municipale sombre et poussiéreuse. Une vieille bibliothécaire,  myope comme une taupe, habillée pauvrement et désireuse de faire respecter un silence absolu sur son lieu de travail. Non parce qu’elle souhaitait rendre la lecture des visiteurs plus aisée, non, elle ne supportait aucun bruit. Un mouvement brusque de chaise la faisait tressaillir, une chute de livre la faisait se dresser sur ses deux petites jambes recouvertes, été comme hiver, de bas opaques. Lorsque je sortais de l’école, j’attendais le bus qui me ramenait à la maison juste devant cette bibliothèque. Avec mes amis, pour tuer le temps et éviter les gouttes de pluie, nous finissions souvent derrière la porte de l’établissement municipal. En aucun cas pour lire. La pluie ne cessait presque jamais. Il y avait les verres de mes lunettes humides et encore les vitres de la bibliothèque avant de rejoindre la réalité. Il ne fallait pas rater le bus, sous peine de marcher plusieurs kilomètres sous la pluie battante et d’affronter ma mère qui m’attendrait sur le seuil de la maison. Il ne fallait pas rater le bus qui arriverait de la gauche, là où la vitre était embuée. Les livres étaient derrière. La rue, devant. Le temps passait lentement. Il était tout. Du temps à l’état pur. Le temps de l’attente, celui où l’on façonne mille scénarii qui ne se réalisent jamais.

Un jour, le bus n’arriva pas. Un employé de la compagnie vint placarder sur l’abribus une petite affiche. Je le reconnus à son veston de couleur verte, comme le logo de sa société. Je courus pour lire. Il pleuvait, bien sûr. Mes pas dans les flaques, l’eau sur mes verres et mes cheveux.

« Le bus de 17h00 est annulé. Prochain départ, 18h00. »

Je retournai à toute allure me protéger dans la bibliothèque. Il ne servait plus à rien de tourner le dos aux livres et de regarder la rue dans l’attente de ce satané bus, devenu fantôme. J’inversai les positions. La rue derrière, les livres devant. J’avançai. La bibliothécaire me regarda arriver, gouttant à chaque seconde, à chaque mouvement. Elle redoutait sans doute que ne pleuve sur l’un des ouvrages car elle me tendit un torchon dont les couleurs originelles avaient disparu dans la machine à laver. Un torchon si usé que les coutures latérales éclataient. J’essuyai mes mains et remerciai la vieille femme qui n’était pas si vieille, de près. Elle me sourit avec tendresse. J’étais dans son piège.

  • Tu cherches quelque chose, jeune homme ?
  • Oui, je crois que c’est par là…

Et, je me dirigeai vers une étagère, au hasard, tout en donnant l’air de connaître parfaitement les lieux. Comme si, par magie, j’avais dessiné les plans de cette bibliothèque dont je ne connaissais que le vestibule situé à l’entrée. Et la vitre qui me séparait de la rue. Une vitre dont je maitrisais chaque centimètre, chaque rayure.

L’étagère était large et haute, plus haute que moi. Mes lunettes embuées par l’amplitude thermique ne me permettaient pas de distinguer parfaitement les ouvrages qui la peuplaient. Je ne percevais qu’une rangée de livres à la couverture grise. Et la poussière qui s’agrippait à mes doigts quand je commençai à les poser sur la série. La poussière qui voyait là une bonne occasion de quitter enfin cette bibliothèque. J’étais son sauveur !

Je tournai la tête et vis, entre deux taches de buée, que la bibliothécaire ne cessait de me regarder. Je ne voulais pas qu’elle approche. Je lui avais menti. Je ne cherchais rien en entrant. Et, c’est pour cela que j’allais trouver.

Elle se leva, bien décidé à me renseigner.

Je saisis le premier livre gris, celui tout à gauche, sans même en distinguer le titre. Les pas se rapprochaient. Je le feuilletai rapidement comme si j’étais sûr de mon fait. La vieille pas si vieille se posta derrière moi.  Je l’ouvris à la première page. Première phrase. Sans plus bouger. L’immobilité me conférerait l’assurance dont j’avais besoin en cet instant et ferait fuir la bibliothécaire.

« Longtemps, je me suis couché de bonne heure… »

Le piège se referma…sur moi.

Michaël Uras

Michaël Uras est né en 1977. D’origine sarde, par son père, il a suivi des études de lettres à la Sorbonne. Il est aujourd’hui professeur de lettres modernes. Il a publié trois romans : Chercher ProustNos souvenirs flottent dans une mare poisseuse et Aux petits mots les grands remèdes. Tous les trois au Livre de Poche. En mars 2018 paraitra son nouveau récit.