Perdere l’anima nel minimalismo

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Patrick Bateman, ventisei anni, ricco, bello, facoltoso. Veste abiti firmati, frequenta locali famosi e palestre esclusive, lavora a Wall Street, abita a Manhattan.

Patrick Bateman, ventisei anni, di notte si trasforma in un serial killer. Uccide per noia, tortura per rabbia, alcune volte cucina e assapora le sue prede. Le sue vittime sono soprattutto giovani donne.

Patrick Bateman, ventisei anni, ama la pornografia, il suo idolo è Donald Trump, il suo film preferito è Omicidio a luci rosse. Beve solo acqua Evian, è fanatico dall’alta tecnologia, secondo lui per l’umanità non c’è salvezza e non c’è redenzione.

American Psycho esce nel 1991. È ambientato negli anni ’80. Sono gli anni in cui la società consumistica implode. Il benessere è lo spettacolo più interessante che la democrazia Made in Usa, imposta all’Europa, allestisce per l’occidente. L’ingresso è libero. Tutti possono sedersi e godersi lo show, pochi possono salire sul palco, ma questa è un’altra storia. Fatto sta, che tanto gli astanti, quanto gli attori sono soggetti alle medesime regole: deificazione della merce, spersonalizzazione e disintegrazione dell’individuo in favore di un atteggiamento egoistico astratto. In poche parole, l’essere perde la propria anima e colma il vuoto con miti e modelli usa e getta e con un vocabolario minimo che sconvolge il linguaggio.

In tutto questo che valore ha la vita umana?

Questo libro è compulsivo come il suo personaggio. È il protagonista che ci racconta ogni istante della sua vita. I suoi pensieri sono meccanici, freddi, privi di sentimenti. Non c’è traccia di amore in Bateman, ma anche rabbia, violenza e malvagità sono senza colore. Per lui, uccidere è normale come acquistare una cravatta. Ma c’è un particolare che prende forma pagina dopo pagina: anche gli amici di Patrick sono come lui, non uccidono solo perché conservano l’ultimo barlume di lucidità.

Nella società spersonalizzata l’individuo è in guerra contro se stesso. La violenza, la droga, il sesso, la ricerca della fama, del potere e della ricchezza sono le armi messe a disposizione dell’uomo post-contemporaneo. Paradossalmente, l’obiettivo non è annientare il nemico, il sé, ma renderlo socialmente accettabile. Logicamente, più in alto si sale, più si è accettati.

Ma si può soffocare la propria essenza? No, ognuno è ciò che è.

American Psycho è questo: un decalogo morboso sugli anni Ottanta, decennio in cui hanno preso vita vizi che ben conosciamo. Bret Easton Ellis ha scritto una piccola profezia. Ha usato la narrativa per raccontare una tragedia ben più grande, che ancora si consuma davanti ai nostri occhi. Patrick Bateman non è solo un killer, ma un uomo senza personalità, intrappolato nelle regole della sua classe sociale. La violenza e la pornografia sono forme di ribellione e di evasione che riportano in vita la sua onnipotenza. La sua psiche non è solo malata, ma è anche condizionata dalla paura per la semplicità e la sobrietà.

American Psycho è soprattutto un romanzo che delinea i connotati di tanti nostri eroi odierni, che, anche senza spargere sangue, uccidono con la loro anonima disumanità.

Martino Ciano

(foto di Roberto Saporito)

Storia di un’adolescenza

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Annie John è il primo romanzo di Jamaica Kincaid, uscito nel 1985 e ora tradotto da Adelphi, casa editrice cui si deve la proposta al pubblico italiano delle opere della scrittrice antiguana. Derek Walcott, poeta tra i più grandi del Novecento e premio Nobel per la letteratura, fu il vero nume tutelare di Kincaid. La incoraggiò a scrivere e, una volta pubblicato At the Bottom of the River (In fondo al fiume), raccolta di racconti brevi originariamente apparsi sul New Yorker, si espresse così: «Questo libro canterà sul vostro scaffale… è così impressionante da non poter eludere lo stupore».

Ciò che affascina della prosa di Jamaica Kincaid è la forza magnetica dell’io narrante, un io che tutto assorbe e tutto descrive. L’origine delle parole è un sé esotico, baricentro di ogni prospettiva. L’incedere narrativo incanta il lettore, trascinandolo nell’universo luminoso e sgargiante delle isole caraibiche. Annie John non sfugge a questa regola. È un romanzo di formazione ambientato ad Antigua, luogo natale della scrittrice. Protagonista è Annie, colta nel suo giovane percorso di vita, da bambina curiosa ad adolescente irrequieta, tragitto che corrisponde ad un esercizio di emancipazione sempre più doloroso nei confronti della figura materna. Pagina dopo pagina si evidenzia la linea di fuga, il desiderio di nuovi orizzonti.

Annie è Jamaica Kincaid? La scrittrice, oggi sessantottenne, ha alle spalle una storia di conflitti e incomprensioni con la propria cerchia di origine, basti ricordare la decisione di cambiare il nome, una volta emigrata in America, per esorcizzare il passato e per superare, in particolare, la disapprovazione familiare nei confronti della sua passione presto manifestata, la scrittura. Tuttavia, la vera letteratura non può mai essere mera autobiografia. Sulle ceneri di vicende realmente vissute Jamaica Kincaid ha costruito l’epica dei suoi romanzi, sposando i fatti all’immaginazione, trasfigurando la realtà in mito (come Derek Walcott nei suoi versi dal lungo e antico respiro), partendo dal contesto abbacinante della natura caraibica.

Annie, a dieci anni, “frequenta” di nascosto i funerali di persone sconosciute, finché «un giorno morì una bambina della mia età. […] Il giorno del funerale scappai via da scuola subito dopo l’ultimo amen delle preghiere pomeridiane, e mi diressi verso la camera ardente. Al mio arrivo trovai la via piena di bambine della sua scuola, tutte con l’uniforme bianca delle grandi occasioni. Erano tante, e gironzolavano lì intorno chiacchierando a bassa voce con aria di importanza. Non avevo tempo di fermarmi a invidiarle; raggiunsi la porta ed entrai nella camera ardente. Eccola lì». Significativo che Annie John si apra con una riflessione sulla morte: l’esperienza dell’ignoto, il sentimento di quanto sia provvisorio il nostro cammino.

La madre di Annie è una donna dominicana, giovane e bellissima. «Il suo profilo poteva figurare su una moneta da sei penny, con quel bel collo lungo e i lunghi capelli intrecciati, che raccoglieva in cima alla testa perché sciolti le facevano venire il caldo. Il naso aveva la forma di un fiore sul punto di sbocciare. La bocca… era così bella che avrei potuto guardarla per sempre senza mai stancarmi». Una divinità, agli occhi della piccola Annie. Il padre è un falegname, un uomo forte, anziano. Le donne sedotte e abbandonate dal padre nei suoi trascorsi giovanili gettano maledizioni dagli angoli delle strade, minacciano la salute della famiglia. In Annie John i culti, i riti, i misteri della religione caraibica non sono “folklore”, ma punti fermi nel tessuto sociale della comunità.

Il nido familiare e la scuola sono le due polarità attorno alle quali ruota tutta la trama del romanzo. Da una parte la sicurezza, la continuità, l’abbraccio inclusivo, dall’altra l’incertezza, la scoperta, la seduzione della diversità. Il risveglio della sessualità è la cesura tra due dimensioni e periodi dell’esistenza, spaccatura lenta e costante. Gwen, l’amica del cuore, è anche la fonte dei primi turbamenti, abbraccio di carne che porta con sé un rifiuto, una trasgressione verso l’ordine costituito. Le gerarchie vacillano pericolosamente. «Le dicevo che quando ero più piccola avevo paura che mia madre morisse, ma da quando avevo conosciuto lei non mi importava più tanto. Ogni volta che le parlavo di mia madre, mi assicuravo di abbassare gli angoli della bocca per mostrare il mio disprezzo». L’amore si tramuta in odio. Jamaica Kincaid ci rende partecipi di una metamorfosi umana in uno strano lembo di mondo, Antigua, paradiso tropicale dove l’inglese è la lingua ufficiale ma persistono i dialetti patois, propaggine di un impero coloniale con le sue chiese anglicane nascoste nel fitto della foresta pluviale. L’austera immagine della Queen Victoria, stampata sulle copertine dei quaderni di scuola, sembra un monito contro l’azzurro eccessivo del cielo ed il blu inenarrabile dell’oceano. Intanto, la vitalità delle giovani studentesse è una febbre divorante, un tormento tenuto in circolo dal calore del sangue e degli umori.

Annie si avventura nel proibito. Molla la compagnia di Gwen, si invaghisce della ragazzina più sporca dell’isola, “la Rossa”, inventa scuse per incontrarla, diventa una campionessa di biglie, pratica ritenuta scandalosa, ruba i libri della biblioteca, costruisce nascondigli per la refurtiva. Bravissima a scuola, è eletta capoclasse, ma più eccelle più avvampa in lei uno spirito di ribellione contro le convenzioni, contro gli insegnanti, fino ad insultare “l’eroe” dell’isola, Cristoforo Colombo. Declassata dalla preside ad alunna semplice, non ritrova più, nella madre, alcun sollievo, dolcezza o conforto. La madre scorge nella figlia un profilo nuovo, i segni di un’inimicizia sottilmente ricambiata. A quindici anni Annie si definisce «più infelice di quanto avrei mai creduto possibile». Sente di avere in grembo «una pallina nera tutta coperta di ragnatele… pesante quanto il mondo». I sensi sono otturati da una nebbia fuligginosa. Sono queste, forse, le pagine migliori del romanzo. In quanti modi si può descrivere l’adolescenza? Quanta profondità è necessaria? Jamaica Kincaid riesce a farci percepire il tocco urticante di un’età difficile.

La schermaglia cede il passo alla guerra aperta, il bisbiglio all’insulto, la madre, da figura attorniata di luce, regredisce ad ombra minacciosa. Arriva il tempo di affrontare la prova decisiva. Annie si ammala e per tre mesi è sospesa in un limbo. Guarirà? Donne esperte di obeah, una pratica contro il malocchio, contendono al dottore “occidentale” il corpo della malata. Per esercitare maggiore protezione, dalla Dominica arriva per magia Ma Chess, la nonna di Annie, in una giornata senza piroscafi. Comincia a cadere una pioggia prima sottile, poi torrenziale, tanto insistente e rabbiosa da modificare la geografia dell’isola. Nel tema simbolico del “diluvio”, associato al malessere reale di Annie, Jamaica Kincaid ci lascia intravedere il riferimento ad una soglia, ad un varco da attraversare. Oltre, è salvezza, è palingenesi. Il delirio di Annie, il suo vaniloquio, i gesti di profanazione compiuti in stato catatonico contro le foto di famiglia, possono essere letti come momenti di un rito di passaggio. Madre e padre trattano la figlia, in questo interregno, al pari di una bambina, la chiamano «la Piccolina», vegliano su di lei, tornano ad esercitare un’attenzione  impensabile nei momenti di salute. È il “regressus ad uterum seguito da una nuova nascita” (Mircea Eliade), la strozzatura prima della trasformazione. La pioggia termina, Annie guarisce e scopre di essere cresciuta in altezza, di aver superato sua madre. Il distacco è compiuto.

«Tutto quello che avrei fatto quel mattino, fino al momento di salire sulla nave che mi avrebbe portata in Inghilterra, lo avrei fatto per l’ultima volta, perché avrei deciso che, qualunque cosa accadesse, ormai la mia strada andava in un’unica direzione: lontano da casa mia, lontano da mia madre, lontano da mio padre, lontano dal cielo eternamente azzurro, lontano dal sole eternamente caldo». Sul pontile si consuma un breve addio. É un commiato di forza epica, duro e inevitabile.

Jamaica Kincaid si dimostra, fin dal suo esordio, un’autrice talentuosa, in grado di scrivere storie universali a partire da vicende personali, legate ad angoli di mondo apparentemente destinati all’oblio. Una dote rara che nei romanzi successivi diventerà ancor più evidente. Si rimanda il lettore allo splendido Vedi adesso allora (Adelphi 2014), per il piacere di un’ulteriore conferma.

Alessandro Vergari

(Jamaica Kincaid, Annie John, Adelphi 2017)

Voce per una poesia che non si arrende

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Chiara Evangelista ha venti anni e un mondo di poesia da esprimere. Felice è il suo esordio. Per i tipi  de i Quaderni del Bardo di Stefano Donno pubblica In medias res.

Il suo rapporto con il verso è da subito orientato verso la chiarezza. Quello che mi piace della sua poesia è aver scelto immediatamente l’essenzialità.

Intorno al pianeta dell’esistere, la giovane poetessa si muove con la consapevolezza cioraniana che tutto quello che non è diretto è nullo.

Così, tra i pensieri che fendono la mente, si leva la sua voce per tracciare percorsi di assertività dove a ogni cosa bisogna dare il suo nome.

In medias res (nelle cose di mezzo) indica ogni modo di narrare che spezzi l’ordine naturale della fabula.

Chiara Evangelista si insinua tra le cose di mezzo dell’esistenza e sceglie la poesia come codice comunicativo per raccontare il suo tempo di fare, disfare e pensare, per colmare  tutti quei vuoti immanenti con cui ogni giorno abbiamo a che fare.

«Tutti qui nella stessa gabbia siamo». La poetessa rivendica la sua diversità dagli esseri – massa e dice chiaramente che in quella gabbia non ci vuole stare. Scrive versi per lottare e conquistarsi con le unghie del pensiero e dell’azione un dignitoso posto al sole.

La poesia di Chiara Evangelista è tentativo chiaro di rovistare tra le rovine del nostro tempo e annotare gli smarrimenti che coincidono con i ritrovamenti.

La forza dei suoi versi sta in un’ assertività che non si arrende allo status quo.

La sua poesia è bisogno di lotta, anche se la resa cinge pericolosamente l’assedio.

I suoi versi cercano l’amore, anche se nell’ombra dell’avvenire siamo ammassati e gli occhi sono annebbiati dalla cecità dell’epoca.

Chiara Evangelista scrive poesie perché non ha nessuna intenzione di tacere e diventare complice di un’omologazione che annienta.

Ha deciso di essere una voce libera, di manifestare la sua indignazione e la sua sensibilità con la verità di una poesia schietta e essenziale.

«Barcollare tra il detonativo e connotativo, acquadernare e squadernare, animare l’inanimato, vedere e non guardare, rendere fluorescenti le tinte pastello».

Così Chiara si presenta nella quarta di copertina ai suoi lettori. In medias res, appunto, per entrare direttamente e senza maschere nel cuore di questa vicenda chiamata vita, tenendo sempre gli occhi aperti.

Nicola Vacca

(Info link: http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it)

JAMES GRAY: CIVILTA’ PERDUTA

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In poco più di vent’anni di carriera (l’esordio, Little Odessa, è del 1995), James Gray si è fatto portavoce di un’idea di cinema ostinata e coerente, classica ma digressiva, fortemente ancorata alla generazione immediatamente precedente la sua, vale a dire quella della New Hollywood.

Nell’orgia citazionista, artatamente ironica e inevitabilmente postmoderna che, da due decenni a questa parte, continua a informare il cinema americano, Gray sembra un po’ un alieno. Le sue storie sono racconti esistenziali, stagliati sullo sfondo dei generi classici (il noir, il melò) e danno vita a film senza tempo che sembrano provenire da un altro immaginario: gli amati anni 70, certo, ma opere come, per esempio, I padroni della notte custodiscono nel loro cuore un nucleo pulp che ricorda le grandi narrazioni criminali dei Siodmak e dei Lang. Non è l’unico, Gray, a collocarsi sulle sponde di un immaginario resistente. Ultimamente ci sono i giovani Cianfrance e Nichols a dargli man forte e, in parte, anche il meno dotato Scott Cooper ha l’aria di essere sintonizzato su quest’onda. Tutto questo, insomma, per dire che con Civiltà perduta Gray non solo prosegue nel suo cammino irto e solitario ma rilancia e ci consegna il suo Cuore di tenebra.

La storia dell’ufficiale Percy Fawcett (Charlie Hunnam, già protagonista della serie cult Sons of anarchy), esploratore in Amazzonia nei primi del ‘900 e in seguito ossessionato dalla ricerca della fantomatica città di Z, pone Gray sulle tracce della struggente mitologia conradiana/coppoliana.

Civiltà perduta inizia con una dinamica e bellissima sequenza di caccia; ci fa entrare nei salotti dell’aristocrazia per raccontarci un mondo di caste e incolmabili differenze di classe con l’efferatezza sfoggiata da Scorsese ne L’età dell’innocenza. Poi ci cala nell’inferno verde della giungla amazzonica, dove troviamo Franco Nero, signorotto locale in un teatro nascosto dalla vegetazione lussureggiante, eroe allucinato degno di Herzog, capace di impartire a Fawcett una crudele lezione gattopardesca. Prosegue lungo il corso di un fiume, con l’attacco di una tribù di indigeni che cita esplicitamente Apocalypse Now, così come la prima conferenza del nostro eroe dopo il viaggio viene ricalcata sul discorso ad Harvard di John Hurt ne I cancelli del cielo: stessa scansione delle inquadrature e stesso rapporto verticalità /orizzontalità nella disposizione degli arredi e degli attori per marcare l’esclusione delle donne dalle decisioni che contano. D’altra parte, la teorica passività della figura femminile all’interno di un racconto d’avventura che si vuole old style viene tematizzata da Gray grazie al personaggio di Sienna Miller, compagna di vita indomita di Fawcett che, tra l’altro, si fa carico del bellissimo e malinconico epilogo.

Avvolto dalla fotografia brumosa di Darius Khondji, come sempre geniale ma qui programmaticamente e letteralmente erede di Gordon Willis e Vilmos Zsigmond, Civiltà perduta è un’opera che vive di una quantità enormi di dettagli che immagino sapranno rivelarsi ad ogni nuova visione, illuminanti e inaspettati.

Mi chiedo se e quanto pubblico incontrerà un film così spontaneo, sentito, viscerale ma allo stesso tempo così pensato, sofisticato e cesellato. Io spero che abbia successo perché l’immaginazione di James Gray è un’ipoteca sicura sul cinema che verrà.

Fabio Orrico

Negli inferni con i versi della felicità

Ulisse Casartelli

Attraversare il proprio inferno per non lasciare nulla di intentato nella partita personale che ognuno gioca con l’essere e con l’esserci. Questa è la scommessa di un poeta come Ulisse Casartelli che fa della poesia un attraversamento di se stesso per raggiungere l’ altro e diventare gli altri.

La balena azzurra è il suo ultimo libro uscito per i tipi di Acquaviva edizioni di Giuseppe D’Ambrosio Angelillo.

Si tratta di «esercizi di felicità» che hanno una volontà di potenza. Ulisse fuori dalla stanza n. 12  della clinica psichiatrica di Villa Baruzziana trova nella parola una potenza vulcanica da cui si lascia penetrare.

«Ogni cosa / per bruciare / ha bisogno di respirare» scrive l’uomo – poeta con l’intenzione di voler dare alla poesia  la prospettiva di un volo dopo aver provato sulla sua pelle la caduta incandescente.

Questo libro arriva dopo Stanza n. 12 (uscito da Pendragon lo scorso anno). In quella stanza il poeta ha vissuto e soprattutto ha attraversato il suo inferno. Qui è nata quella poesia che lo ha aiutato a vedere il mondo oltre le sbarre. Quella poesia che ho ha riportato al mondo, liberandolo.

La libertà che coglie un germe di felicità. Ed ecco che arrivano i versi de La balena azzurra scritti nel dicembre 2016 in un eremo della Valpusteria in cui il poeta si è nascosto al mondo per ritrovarlo.

Le poesie di Ulisse escono dalle bocche degli altri. In questo canzoniere  le parole sono cariche di vita e soprattutto sono dedicate alla battaglia più difficile, quella felicità che molti hanno la presunzione di conoscere.

La balena azzurra altro non è che la prosecuzione di un viaggio, il diario in versi di un attraversamento in cui il poeta, inciampando tra carte, scartoffie e taccuini, si accorge di non essere mai solo.

Sempre in bilico tra vetta e precipizio con i suoi infiniti punti di domanda che non vogliono alcuna risposta.

Quello che conta per il poeta e intingere la sua penna stilografica nell’inchiostro dei giorni e scoprire che la profondità del baratro può essere uguale a quella della luce.

Così nasce la poesia di Ulisse Casartelli che in questo viaggio intorno alla montagna ha ritrovato se stesso, anche se continua a attraversare ( come noi tutti) l’inferno della quotidianità.

Nicola Vacca

Le trame crude della realtà

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Non è luce che rischiara, alleggerisce, rappacifica: è Lucore, una parola antica, desueta, a definire un chiarore opaco, lattiginoso e incerto, che comprende nel suo spettro – nell’intenzione dichiarata dell’autrice, l’esordiente Elisa Origi –  “il colore della non infelicità, che non è mai felicità allo stato puro”.

Sceglie opportunamente di affidarsi alla forma del racconto, la giovane scrittrice originaria di Gallarate che vive ora a Cardano al Campo: una modalità narrativa che possiede già salda e sicura e dove vanno ad accomodarsi come lampi brevi piccole, dense porzioni di vita:  pagine delicate di rapporti familiari colti in un equilibrio fragilissimo, ‘accartocciati’, scrive, su se stessi, dopo aver toccato e superato punti di non ritorno.

Storie di aspettative e delusioni, di felicità di superficie, di un male già in seme, come nel brevissimo Ismede, istantanea di un’epica contadina eppure universale, di crudeltà primordiale, universale.

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“Nella consapevolezza e nell’aspettativa puntualmente ripagata dalla bambina”’ che attende “con manine opportunamente colma di pane raffermo” che un pollo le si avvicini al di là di una rete, non ci attendiamo  che le mani accoglienti, materne si protraggrano veloci verso la testolina dell’animale a torcerla verso il basso con insospettabile forza, “lasciando che le cannette dell’esile collo scrocchiassero a dovere.  Un sussulto soltanto e il soffice animale rimaneva così impiccato” : un segreto rito di passaggio, a segnare la fine della bestiola così come quella dell’innocenza.

Le trame sono crude, il ritmo sostenuto, cadenzato, musicato da ripetute onomatopee.

Ma a colpire davvero è la cifra stilistica di Origi, già personale: il suo è un linguaggio spesso sorprendente, denso, ricercato – “occhi uncinanti”, un “filone di pane tempestato di semi di sesamo”, persone che sciamano a “frotte sincrone” spinte singolarmente ognuna da ragioni del singolo che si fanno massa, fluido.

Una lingua del tutto peculiare che a volte si fa limite – giustificabile in un’esordiente –  e le si ritorce contro, sconfinando in un palese sforzo per evitare ripetizioni di vocaboli, e talora in una sorprendente obsolescenza di termini (allocchi, giovinastra…).

Nonostante qualche inciampo e irregolarità, restano però in Lucore (pubblicato da L’erudita, Giulio Perrone Editore) gli accostamenti più felici:  quelli materici, inattesi, quel “vociare pacato e borghese che sobbolliva lento” in un teatro, un momento di catarsi da cui si esce “lividi e prosciugati”, o ancora nelle descrizioni del paesaggio, gli scogli “da frustare”, i “corsi d’acqua inspessiti e […] offesi da scarichi industriali”.

Intuizioni felici e, va riconosciuto, ricercate con intuibile cura e amore per la parola, che con una capacità di introspezione già profonda e qualche finale secco, inatteso, da favola nera, rendono questo esordio particolarmente interessante, di certo promettente.

 Anna Vallerugo

 

Un vino e un libro (a cura di R. Saporito)

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“Una volta, non molto tempo addietro, giovani uomini e donne erano venuti in città perché amavano i libri, perché volevano scrivere romanzi, racconti o addirittura poesie, o perché volevano partecipare alla produzione e distribuzione di questi manufatti e conoscere le persone che li creavano. Per coloro che bazzicavano le biblioteche di periferia e le librerie di provincia, Manhattan era l’isola splendente delle lettere. New York, New York: era proprio lì sul frontespizio – il centro da cui si irradiavano i libri e le riviste, sede di tutte le case editrici, patria del “New Yorker” e della “Paris Review”, dove Hemingway aveva malmenato O’Hara e Ginsberg sedotto Kerouac, dove Hellman aveva fatto causa a McCarthy e Mailer aveva picchiato un po’ tutti.” (Jay McInerney “La luce dei giorni”)

 Vino: Cinerino, Langhe (Viognier), Bianco, Abbona, 2016

 Libro: Jay McInerney “La luce dei giorni”, Bompiani

Letteratura e altri mondi

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Jan Kott è stato un saggista e critico teatrale polacco naturalizzato statunitense, nacque a Varsavia  nel 1914 e si spense a Santa Monica, in California, nel 2001. In vita, in seguito ad una prima fase di zelante adesione, fu un forte oppositore del regime comunista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale iniziò a lavorare per  Kuźnica, ma nel 1949 le autorità socialiste assunsero il controllo totale della rivista. Kott andò a insegnare a Wrocław, concentrandosi sul teatro e abbandonando la vita politica. Nel 1951 pubblica “O teatr godny naszej epoki” (Il valore del teatro nella nostra epoca ). Secondo la storica Teresa Wilniewczyc lo zelo verso il controllo culturale del governo dell’epoca “era molto più di quello richiesto”. Comincia però a cambiare idea con la fine dello Stalinismo e nel 57 abbandona il partito. Il suo primo successo mondiale fu il saggio pubblicato nel 1956 “Szice o Szekspire” (1961; tradotto in Italia come  “Shakespeare nostro contemporaneo”). Nel 1966 fu costretto a emigrare negli USA, dove insegnò in varie università, tra cui Yale e Berkley. Scrisse più di 30 libri sul teatro, oltre che ad un innumerevole quantità di articoli apparsi su prestigiose riviste come The New Republic e The New York Review of Books.

 

 Shakespeare nostro contemporaneo

Si tratta di un’ acuta lettura di Shakespeare ispirata ai principi e alle idee del teatro dell’assurdo. Da profano lettore di periferia qual sono insisto con il dire che ci sono libri che vanno letti e libri che non vanno letti. Quest’opera, ovviamente, appartiene alla prima categoria. Un must. Kot rilegge qui il teatro shakesperiano interpretandolo in chiave filosofica ed esistenzialista, applicando anche il filtro delle sue esperienze personali. Questo accento autobiografico diventa il suo segno di riconoscimento. Riesce a influenzare anche Hollywood, attraverso questo suo testo, tanto che pellicole come il Re Lear di Peter Brooks e il Macbet di Polanski, usciti entrambi nel 1971, sono influenzati dall’incubo della storia proposto da Kott in questo testo.

Ma è possibile accostarsi a Shakespeare come lo si fa ad un autore contemporaneo senza falsare quei valori storici, dai quali tuttavia non può prescindere la lettura di un testo poetico? Non solo è possibile, ma sempre secondo Kott, questo è l’unico modo che ci permette di comprendere davvero l’opera del grande drammaturgo elisabettiano. L’originalità dell’interpretazione passa attraverso questa intuizione di fondo: l’uomo, stritolato nell’ingranaggio della storia, ritrova la propria dimensione umana, la dimensione dell’intelligenza, interrogandosi sul senso della vita e del proprio destino.

“…lasciano che si muoia di fame,mentre i loro granai sono pieni, fanno editti sull’usura, che proteggono gli usurai:aboliscono ogni giorno le leggi salutari stabilite contro i ricchi: e ogni giorno mettono fuori aspri decreti per incatenare e tenere schiavo il popolo. Se le guerre non ci divorano, penseranno loro a farlo…”

Coriolano, Shakespeare

Shakespeare nostro contemporaneo

Autore Kott Jan, Traduttore Petrelli V., Editore Feltrinelli

Divorare gli Dei

Tra i volumi scritti nel paese d’adozione, il più significativo resta sicuramente “The eating of Gods”,  pubblicato negli Usa nel 1970 e tradotto nel nostro paese solo nel 1977. Possiamo dire che si tratta di un’originale e aggiornata interpretazione della tragedia greca.  Il saggista nato a Varsavia in questa sua opera ci spiega l’attualità di questi testi classici immortali, sviscerandoli, esaminandoli attraverso filtri provenienti da altri discipline umanistiche, ricorrendo all’utilizzo di chiavi sociologiche, psicologiche, antropologiche e religiose. In queste pagine si trova tutta la storia del teatro: da Prometeo a Beckett, passando da le Baccanti a Sofocle. Nulla risulta essere più attuale della tragedia, sembra suggerirci l’autore mentre scompone e ricompone meticolosamente la tragedia classica, unendo la religiosità del sacro alla finzione del teatro in una mediazione tra umano e divino perfettamente riuscita.

“La società greca è stata sopraffatta da una folle corsa sguinzagliata dalla follia della storia” ma il suo influsso è ancora enorme e attuale, non lo pensereste mai ma anche un area di studi moderna come il Marketing applica e conosce le regole degli antichi drammi ellenici.

Ma trovate tutto qui dentro e non vi resta che Divorare gli dei per capire meglio i tempi che viviamo.

Per farvi venire l’acquolina in bocca e la voglia di leggere questo libro, qui di seguito vi riporto il suo indice:

-L’asse verticale o le ambiguità di Prometeo

-Aiace tre volte ingannato o l’eroismo dell’assurdo

-Alcesti velata

-“Dov’è adesso quel famoso Eracle?”

-Divorare dio, o Le baccanti

-Appendici

-Medea a Pescara

-Oreste, Elettra, Amleto

-Luciano in Cimbelino

 

Divorare gli dei. Un’interpretazione della tragedia greca

Autore: Kott Jan

Traduttore: Capriolo E.

Editore: Mondadori Bruno

 

Fabio Izzo

La poesia nelle radici della memoria

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La memoria ha bisogno di distacco per diventare poesia. Il poeta deve scavare tra  le macerie dei propri ricordi senza mai tradire l’essenza delle radici.

Leggendo I Mè, il libro  del poeta comasco Vito Trombetta uscito per i tipi de I Quaderni del Bardo, mi sono trovato a fare i conti con quella memoria capace di lasciare tracce e con i suoi racconti universali.

Vito non a caso usa il suo dialetto, metafora immanente delle sue radici, per raccontare il suo romanzo familiare tenendo conto di quella Storia di cui tutti facciamo parte con le nostre memorie care e a volte dissipate.

«Nella poesia di Vito Trombetta- scrive Wolfango Testoni  nella prefazione – il dialetto è il sapore che dà corpo a cose e persone del cui corpo non resta più nulla. Gli oggetti si mostrano nell’uso caldo e a volte spregiudicato di una lingua masticata, ora dolce, ora più ostica e difficile da pronunciare: pelòcch, schisciabignùnn, ruerzàss. La lingua scivola e rimbalza, il respiro soffia o si trattiene. Si deglutisce, si respira. Non è un poeta dialettale, ma, un poeta che scrive in dialetto come altri scrivono in italiano  o inglese. È grazie a questa lingua che le sue figure, la famiglia, si mostrano e si nascondono, parlano o ammiccano. Sorgono e si spengono sorrisi e gesti, parole e luci in un gioco a volte tragico e a volte scherzoso, dietro alla siepe delle apparenze».

Per il poeta la memoria è un brutto vizio che va assolutamente coltivato. Nel buco della storia la salvezza viene, forse, dai ricordi che si fanno vita. Trombetta intinge la penna nelle sue radici di uomo per farsi poeta: «E adesso da qui in avanti/ cosa dico?/ che ho già l’età del lamentoso/ e delle parole sementi/ non me ne resta nemmeno una briciola/ rischio anche di perdere l’immagine / di me che mi assomiglia/ e alla fine/ ilraccontare/ è un mondo che si sbriciola».

Il poeta racconta le sue radici e quando parla della madre, del padre e del fratello apre soprattutto il sipario della sua coscienza e lo dona alla lingua della poesia per farne materia immanente e testimonianza per questi giorni di smarrimento.

Alla sua radice paterna il poeta chiede il perché di ogni cosa. Nella memoria, e soprattutto nel suo distacco, Vito Trombetta cerca il filo che unisce il passato e il presente. Forse non esiste, o forse si chiama memoria, senza la quale, come scriveva Leopardi, non siamo niente, non sappiamo niente.

«Io sono il sogno di una radice/ che si smarrisce/ in un cantare di foglie». Il poeta  sa che è difficile stare dentro la storia e nel vizio della memoria si perde, correndo il rischio anche di non ritrovarsi più.

Nicola Vacca

http://iqdbedizionidistefanodonno.blogspot.it

http://catalogoiqdbedizioni.blogspot.it

Un laboratorio sul racconto breve

1.1 autori lab-Bortoluzzi

Pensavo che fare un laboratorio supplementare di scrittura sul racconto breve in un liceo fosse come chiedere a dei muratori, di ritorno la sera dal cantiere, perché non fate un po’ di movimento che vi fa bene alla linea? E quindi trovarmi di fronte a studentesse e studenti con espressioni del tipo: ma sta scherzando? Il tizio vuol parlare di libri e farci anche scrivere un racconto con cui partecipare a un concorso letterario tra diversi licei per il Premio Comisso? Qualcuno gli dica che siamo a maggio e praticamente sfiniti!

E invece nell’aula del liceo Marconi a Conegliano (TV) ho trovato curiosità e attenzione fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, dell’ultima storia utile. E ho imparato un bel po’ di cose dai quei 24 studenti.

1 Liceo Marconi Conegliano TV

Quello che mi sono permesso di dire il primo giorno, per tranquillizzare me e loro, è che tutti quelli che scrivono, e  a tutti i livelli, hanno frequentato almeno tre scuole di scrittura: la prima è la scuola dell’obbligo, quella che dà la base comune ed essenziale (gratuita e obbligatoria) per impostare una qualsiasi attività di scrittura o lettura; la seconda scuola è la vita, la dimensione spazio-temporale in cui ci accade di vivere, incontrare persone, fare lavori, amare, odiare, andare a spasso; fare alcune esperienze personali o collettive che rimangono come un pungolo nell’animo; la terza scuola di scrittura sono i libri che abbiamo letto, amato e ci hanno dato parole, visoni, coscienza e dai quali siamo tornati ogni volta che ne avevamo bisogno e il mondo sembrava inospitale, incomprensibile, nemmeno tanto meritevole di essere attraversato.

Siccome ero al liceo e questi studenti avevano già un’ottima grammatica e un buon senso della frase, e così a occhio, anche le loro vite avevano spessore (perché secondo me, a sedici anni, sai già un bel po’ di cose, magari poi le dimentichi per il resto della vita, ma a quell’età le sai); come da manuale abbiamo lavorato sulla descrizione, il punto di vista, i personaggi, abbiamo letto, fatto esercizio di scrittura e commentato tra noi i primi testi prodotti.

Siamo andati al sodo analizzando alcuni racconti brevi. L’invito è stato grossomodo questo: andiamo a casa di alcuni scrittori, vediamo come arredano le pagine dei loro libri, osserviamo con attenzione le suppellettili, sentiamo che profumo c’è, cerchiamo di notare se manca qualcosa e perché. Per arrivare alla domanda più grande nell’epoca dell’obsolescenza supersonica: mi piace ancora oggi il loro scrivere?

Quindi abbiamo dormito una notte con il soldato ferito e i bachi da seta di Ernest Hemingway (Insonnia); abbiamo fatto la guardia agli alberi di cachi di Italo Calvino (Alba sui rami nudi); siamo stati nel fango delle Langhe con Beppe Fenoglio (Pioggia e la sposa); abbiamo visto l’umiltà e la profondità di Mario Rigoni Stern scrittore e maestro di vita (Quando scopersi Hemingway); quindi siamo stati ragazzini pistoleri con John Fante (La grande fame), e abbiamo visto crollare, per colpa nostra, un grande edificio con Dino Buzzati (Il crollo della Baliverna); poi abbiamo ragionato sulla brevità del testo e sulle idee folgoranti di Fredrick Brown (La sentinella); abbiamo visto Pasolini con gli occhi di  Goffredo Parise nei suoi Sillabari (Antipatia). Abbiamo anche spizzicato tra le Pagine di Luigi Meneghello (Libera nos a malo) e di Mario Rigoni Stern (Il sergente nella neve), senza dimenticare il buon vecchio Emilio Salgari (Il Corsaro Nero).

Abbiamo anche ragionato insieme come valutare un racconto, perché la giuria che premierà i racconti del concorso sarà formata dagli stessi studenti partecipanti al concorso e i vincitori saranno parte della Grande Giuria dell’edizione 2018 del Premio Comisso.

Questo bel progetto ha coinvolto, oltre al liceo Marconi di Conegliano, il liceo Giorgione di Castelfranco Veneto e il liceo Canova di Treviso; è stato pensato dall’Associazione Amici del Premio Comisso che ha voluto l’iniziativa nelle scuole trevigiane. Gli altri scrittori coinvolti, e con cui ho condiviso l’avventura, erano: Isabella Panfido (giornalista, poetessa e traduttrice) e Alessandro Cinquegrani (scrittore e docente di letteratura comparata a Ca’ Foscari Venezia che è stato l’ideatore del progetto).

Due cose importanti, che non scorderò per un bel po’ ti tempo, le ho incontrate 35 anni dopo aver lasciato i banchi di scuola: si tratta della fiducia e della giovinezza.

La fiducia è quel clima che si è instaurato in classe tra di noi e soprattutto tra gli studenti (i partecipanti al laboratorio venivano da classi e indirizzi diversi); e non era una generica fiducia nelle proprie capacità, oppure sul fatto di diventare “scrittori”, ma era una disposizione a far conoscere i propri sentimenti, le inquietudini, i pensieri leggendo i propri testi ad alta voce. E poi con loro ho rivisto la giovinezza, che accade sempre una sola volta nella vita e, quando la rivedi, ti lascia stupefatto. Era tra i banchi, nelle voci, che dall’aula con le finestre aperte, usciva verso gli alberi del viale. Era la stessa giovinezza che ben conosceva Giovanni Comisso (già cent’anni fa) e che trasuda dai suoi “Giorni di guerra”, il libro che è stato al centro dell’iniziativa per i licei trevigiani.

Antonio G. Bortoluzzi

ANTONIO G. BORTOLUZZI è nato in provincia di Belluno nel 1965 dove tutt’ora vive con la famiglia. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) terzo classificato alla tredicesima edizione del premio letterario del CAI Leggimontagna e finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il premio Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Il suo esordio risale al 2010 con il romanzo per racconti Cronache dalla valle (Ed. Biblioteca dell’Immagine). Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino nelle edizioni 2008 e 2010 è membro accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

https://www.antoniogbortoluzzi.it/

Link Premio Comisso in cui viene spiegata l’attività

http://www.premiocomisso.it/scrivere-e-un-gioco-da-ragazzi-il-progetto-per-i-licei/