Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

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Il diario di un’altra America

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Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.

Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down(2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders

Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.

In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta  «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.

Wim Wenders sì innamorò dei racconti di Motel Chronicles  e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.

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Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni  di questo libro non si seppe più nulla
Nel 2016 il Saggiatore  riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.

Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.

Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.

Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard ( di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Motel Chronicles  e gli altri suoi libri  raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.

Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.

Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin,  nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.

E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo   i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.

Lo scorso anno esce per i tipi di Playground  Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro.  Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri  si trova sempre la fotografia di un’America che cambiava mentre stava tradendo se stessa. Shepard di tutto questo è stato un lucido testimone.

Nicola Vacca

 

Carmelo Bene: essere altrove  

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«Non essere dove si è, essere altrove, smarrirsi per non più ritrovarsi». Il cammino umano e artistico di Carmelo Bene andava nella direzione del de-collocarsi, del togliersi dalla scena, dell’allontanarsi dal Sé. E non era affatto una via facile da percorrere. Nel momento in cui Parmenide s’iniziò all’essere, l’uomo incominciò a complicarsi l’esistenza. Carmelo Bene non aveva nessun dubbio a riguardo: una miriade di questioni nasceva dal volersi confrontare con una (ir)realtà così spinosa e vaga. Sono passati millenni e il problema – ontologico, gnoseologico, etico, storico – miete ancora vittime tra estimatori e detrattori, non ultimo Heidegger, cui Bene rimandava a chi gli rompeva i cosiddetti con il Sein e con l’ontologia. Poi, all’orizzonte, ecco pararsi la speculazione deleuziana, impegnata nell’ardua prova di rivoltare uno dei più stigmatizzanti dualismi filosofici e umani, quello “Io-Altro”, che aveva trovato crogiuolo nell’universo antropocentrico occidentale (ma non solo), e Carmelo Bene, incarnazione di rottura, lacerazione, fenditura, trovò nel pensiero del filosofo francese materia di scambio e di confronto (a modo suo, naturalmente). Non tutti i defunti sono buoni, amabili e seguaci di rette vie, bisogna farsene una ragione. Nel caso del nostro, poi, il disertare tutto ciò che era già stato battuto, anche se attraente, rappresentava la “buona cattiveria”, il ghigno liberatorio, contro la pseudo bontà dell’ufficialità e della cultura generalista. Che Bene fosse la testimonianza vivente del potere sovversivo dell’arte (ma guai a parlare del sociale e del politico davanti al campiota) è cosa da tenere in grande considerazione, affinché ricordare il maestro in occasione dell’anniversario della sua nascita non diventi l’ennesima scritta sulla lapide di una memoria istituzionalizzata e, cosa ben peggiore, edulcorata.

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Quella di Bene è stata una figura unica, irripetibile nella storia dell’arte: teatro, cinema, poesia, scrittura e, suo malgrado, televisione hanno tribolato non poco sotto i colpi del suo genio irrequieto, quasi teppistico. Attenzione: stiamo parlando di arte non di cultura. Egli odiava quel termine così ambiguo, così servile, fin nell’etimo. Più volte il nostro si era preoccupato di associare la parola cultura al colonizzare e al colonizzato. Sorte migliore non toccò all’informazione, soprattutto quella giornalistica, vero male dei tempi (Nietzsche ne sapeva già qualcosa), cui il nostro riservava grandiose stilettate. Tuttavia, Carmelo Bene non era solo un provocatore, uno che si divertiva a farsi odiare, spesso riuscendoci. Egli era un inattuale o, come lui stesso affermava (nevvero?), un classico tra i classici e, cosa importantissima, vivente. E poi la voce, quel grande, immenso organo di devastazione di stereotipi, di abitudini, di conoscenze. Dare voce non tanto a Majakovskij o a Campana – lì l’effetto era quasi scontato – ma a Leopardi è stato qualcosa di dirompente, di inaspettatamente estremo. Trasformare l’Infinito leopardiano in qualcosa di lunare, marziano, venusiano; trovarsi in presenza di un Pierrot o-sceno che inquieta non solo le viscere ma la mente; anticipare i tempi della tecnica, amplificando, meccanizzando, disumanizzando pur servendosi di un cuore, di una bocca, di un volto: tutto ciò ha del prodigioso. Farsi macchina attoriale e, forse, macchina tout court, strizza l’occhio all’apocalisse dell’umano, dimensione spazio-temporale dove valori e disvalori si annullano nel sommo niente. Un niente dal sapore tutt’altro che pessimistico ma futuristicamente primitivo, lontano, inattuale. Alfine, realizzare non solo un annientamento della scena, del corpo, ma una scomposizione della parola, del verbo, sostare presso un “Ni-Ente” che possa, in qualche modo, portare all’avvento di quell’agape schopenhaueriana che di volta in volta faceva capolino dalla macchina beniana. In questa dimensione o-scena, de-strutturata, anche la morte, come noi la conosciamo (e temiamo) non ha più senso, poiché è l’intero insieme della s-oggettità a perdere senso. Chi ha la ventura di addentrarsi nell’opera di Bene può godere di qualcosa che non troverà altrove: la sensazione vivida di trovarsi di fronte a un’arte maledettamente autentica, folle e spietata. E questo, a molti, fa paura.

Gianluca Conte

 

Il mio incontro con Proust

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Non so perché ma ricordo il mio primo incontro con Proust. In realtà, per essere onesto, so molto bene perché me ne ricordo. C’era una biblioteca municipale scura e polverosa. Una vecchia bibliotecaria, miope come una talpa, vestita sobriamente e desiderosa di far rispettare un silenzio assoluto sul suo posto di lavoro. Non perché desiderasse rendere la lettura dei visitatori più gradevole, bensì perché non sopportava il minimo rumore. Il movimento brusco di una sedia la faceva trasalire, il rumore di un libro caduto la faceva alzare sulle sue due gambe corte avvolte, in estate come d’inverno, da calze opache. All’uscita da scuola, aspettavo l’autobus che mi portava a casa proprio davanti la biblioteca. Per ammazzare il tempo e ripararci dalle gocce di pioggia, io e i miei amici finivamo spesso dietro la porta dell’edificio municipale. Certo non per leggere. La pioggia non si fermava quasi mai. Tra me e la realtà c’erano le lenti umide dei miei occhiali e le vetrate della biblioteca. Non dovevo perdere l’autobus, altrimenti avrei camminato diversi chilometri sotto la pioggia battente per poi affrontare mia madre, ad attendermi sulla soglia di casa. Non dovevo perdere l’autobus, che sarebbe arrivato da sinistra, nel punto in cui la vetrata era appannata. I libri si trovavano dietro di me. La strada, davanti. Il tempo passava lentamente. Era tutto. Tempo allo stato puro. Il tempo dell’attesa, quello in cui si immaginano mille scenari che non si realizzano mai.

Un giorno, l’autobus non arrivò. Un impiegato della compagnia venne ad affiggere un piccolo manifesto alla fermata. Lo riconobbi dalla sua giacca di colore verde, come il logo della società. Corsi a leggere. Naturalmente pioveva. I miei passi nelle pozzanghere, l’acqua sugli occhiali e sui capelli.

“L’autobus delle 17 è annullato. Prossima corsa alle 18.”

Tornai di fretta a ripararmi nella biblioteca. Non serviva più a nulla voltare le spalle ai libri e guardare la strada in attesa di quel maledetto autobus, divenuto fantasma. Invertii le posizioni. La strada dietro di me, i libri davanti. La bibliotecaria mi vide arrivare, tutto gocciolante ad ogni movimento. Temeva sicuramente che la pioggia finisse su di uno dei libri, poiché mi tese uno strofinaccio i cui colori originari erano spariti a forza di essere lavati. Uno strofinaccio talmente usurato che le cuciture laterali erano saltate. Mi asciugai le mani ringraziando l’anziana donna che non era poi così anziana, da vicino. Mi sorrise affettuosamente. Ero nella sua trappola.

  • Cerchi qualcosa, giovanotto?
  • Sì, credo che sia da questa parte…

E mi diressi verso uno scaffale a caso, nonostante dessi l’idea di conoscere perfettamente il posto. Come se, per magia, avessi disegnato la piantina di questa biblioteca di cui conoscevo soltanto il corridoio situato all’ingresso. E lavetrata che mi divideva dalla strada. Una vetrata di cui conoscevo ogni centimetro, ogni graffio.

Lo scaffale era largo e alto, più alto di me. I miei occhiali appannati dall’escursione termica non mi consentivano di distinguere molto bene le opere che lo popolavano. Scorgevo soltanto una fila di libri dalla copertina grigia. E la polvere che mi s’incollava sulle dita quando iniziai a sfiorarli. Polvere che intravedeva una buona opportunità di lasciare infine la biblioteca. Ero il suo salvatore!

Girai la testa e vidi, tra due macchie di vapore, che la bibliotecaria non smetteva di guardarmi. Non volevo che si avvicinasse. Le avevo mentito. Non cercavo nulla quando ero entrato. Ed è per questo che avrei trovato.

Si alzò, ben decisa ad aiutarmi.

Afferrai il primo libro grigio, quello all’estrema sinistra, senza nemmeno distinguerne il titolo. I passi si avvicinavano. Lo sfogliai rapidamente come se fossi sicuro del fatto mio. La vecchia non così vecchia si piazzò alle mie spalle. Lo aprii alla prima pagina. Prima frase. Senza più muovermi. L’immobilità mi conferiva la sicurezza di cui avevo bisogno in quel momento e che avrebbe fatto andar via la bibliotecaria.

“A lungo, mi sono coricato di buon’ora…”

La trappola si richiuse…su di me.

Michaël Uras

(Traduzione a cura di Carmen Ranfone)

 

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Je ne sais pas pourquoi mais je me souviens de ma rencontre avec Proust. Ou, pour être plus honnête, plus franc, je sais très bien pourquoi je m’en souviens. Il y a avait une bibliothèque municipale sombre et poussiéreuse. Une vieille bibliothécaire,  myope comme une taupe, habillée pauvrement et désireuse de faire respecter un silence absolu sur son lieu de travail. Non parce qu’elle souhaitait rendre la lecture des visiteurs plus aisée, non, elle ne supportait aucun bruit. Un mouvement brusque de chaise la faisait tressaillir, une chute de livre la faisait se dresser sur ses deux petites jambes recouvertes, été comme hiver, de bas opaques. Lorsque je sortais de l’école, j’attendais le bus qui me ramenait à la maison juste devant cette bibliothèque. Avec mes amis, pour tuer le temps et éviter les gouttes de pluie, nous finissions souvent derrière la porte de l’établissement municipal. En aucun cas pour lire. La pluie ne cessait presque jamais. Il y avait les verres de mes lunettes humides et encore les vitres de la bibliothèque avant de rejoindre la réalité. Il ne fallait pas rater le bus, sous peine de marcher plusieurs kilomètres sous la pluie battante et d’affronter ma mère qui m’attendrait sur le seuil de la maison. Il ne fallait pas rater le bus qui arriverait de la gauche, là où la vitre était embuée. Les livres étaient derrière. La rue, devant. Le temps passait lentement. Il était tout. Du temps à l’état pur. Le temps de l’attente, celui où l’on façonne mille scénarii qui ne se réalisent jamais.

Un jour, le bus n’arriva pas. Un employé de la compagnie vint placarder sur l’abribus une petite affiche. Je le reconnus à son veston de couleur verte, comme le logo de sa société. Je courus pour lire. Il pleuvait, bien sûr. Mes pas dans les flaques, l’eau sur mes verres et mes cheveux.

« Le bus de 17h00 est annulé. Prochain départ, 18h00. »

Je retournai à toute allure me protéger dans la bibliothèque. Il ne servait plus à rien de tourner le dos aux livres et de regarder la rue dans l’attente de ce satané bus, devenu fantôme. J’inversai les positions. La rue derrière, les livres devant. J’avançai. La bibliothécaire me regarda arriver, gouttant à chaque seconde, à chaque mouvement. Elle redoutait sans doute que ne pleuve sur l’un des ouvrages car elle me tendit un torchon dont les couleurs originelles avaient disparu dans la machine à laver. Un torchon si usé que les coutures latérales éclataient. J’essuyai mes mains et remerciai la vieille femme qui n’était pas si vieille, de près. Elle me sourit avec tendresse. J’étais dans son piège.

  • Tu cherches quelque chose, jeune homme ?
  • Oui, je crois que c’est par là…

Et, je me dirigeai vers une étagère, au hasard, tout en donnant l’air de connaître parfaitement les lieux. Comme si, par magie, j’avais dessiné les plans de cette bibliothèque dont je ne connaissais que le vestibule situé à l’entrée. Et la vitre qui me séparait de la rue. Une vitre dont je maitrisais chaque centimètre, chaque rayure.

L’étagère était large et haute, plus haute que moi. Mes lunettes embuées par l’amplitude thermique ne me permettaient pas de distinguer parfaitement les ouvrages qui la peuplaient. Je ne percevais qu’une rangée de livres à la couverture grise. Et la poussière qui s’agrippait à mes doigts quand je commençai à les poser sur la série. La poussière qui voyait là une bonne occasion de quitter enfin cette bibliothèque. J’étais son sauveur !

Je tournai la tête et vis, entre deux taches de buée, que la bibliothécaire ne cessait de me regarder. Je ne voulais pas qu’elle approche. Je lui avais menti. Je ne cherchais rien en entrant. Et, c’est pour cela que j’allais trouver.

Elle se leva, bien décidé à me renseigner.

Je saisis le premier livre gris, celui tout à gauche, sans même en distinguer le titre. Les pas se rapprochaient. Je le feuilletai rapidement comme si j’étais sûr de mon fait. La vieille pas si vieille se posta derrière moi.  Je l’ouvris à la première page. Première phrase. Sans plus bouger. L’immobilité me conférerait l’assurance dont j’avais besoin en cet instant et ferait fuir la bibliothécaire.

« Longtemps, je me suis couché de bonne heure… »

Le piège se referma…sur moi.

Michaël Uras

Michaël Uras est né en 1977. D’origine sarde, par son père, il a suivi des études de lettres à la Sorbonne. Il est aujourd’hui professeur de lettres modernes. Il a publié trois romans : Chercher ProustNos souvenirs flottent dans une mare poisseuse et Aux petits mots les grands remèdes. Tous les trois au Livre de Poche. En mars 2018 paraitra son nouveau récit.

 

 

L’attualità senza tempo di Bolesław Prus

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Bolesław Prus, pseudonimo di Aleksander Głowacki (1847-1912), è ritenuto il maggiore romanziere della sua epoca,  una delle più importanti figure del positivismo varsaviano.

Negli anni 1857-60 Prus iniziò a essere noto per i suoi articoli pubblicati su “Kurier Warszawski”. Testi che diventarono un forte stimolo per la nuova generazione degli artisti dell’epoca. A partire dall’anno 1879 inizia a intensificarsi l’attività di Prus come scrittore. La sua produzione era sicuramente influenzata dall’opera di Dickens e, proprio come lo scrittore di oltremanica, spesso i protagonisti delle sue narrazioni sono i poveri, gli ultimi, persone lasciate ai margini dalla società. Prus, che conosceva bene tutti i quartieri di Varsavia, riusciva abilmente a rendere realistico il loro profilo psicologico.

Prus fu uno dei fondatori del gruppo di letterati positivisti formatosi a Varsavia nei primi anni Settanta del XIX secolo. Il suo atteggiamento verso il romanticismo fu comunque duplice. Prus sembra non volerne contestare i principali valori, ma la passività a cui esso era andato incontro, insieme all’inerte idealizzazione del passato lo lasciavano perplesso. Prus si era accorse che i polacchi, popolo eletto secondo la corrente messianica, stavano aspettando il volere divino in maniera decisamente passiva; mentre il resto del mondo guardava al progresso la Polonia non faceva altro che restare indietro. Egli stesso era ben consapevole dell’arretratezza del paese non solo a livello materiale, ma anche spirituale, in quanto certi valori tradizionali erano oramai andati perduti. I positivisti polacchi vedevano il popolo polacco come un organismo e in quanto tale esso doveva essere soggetto a un’evoluzione, non solo tecnologica e economica, ma soprattutto culturale. Nonostante tutti questi nuovi ideali l’anima di Prus rimase inevitabilmente impregnata di romanticismo. Continuò a ritenere il sentimento come elemento prevalente sul razionalismo. Fu proprio questa unione il punto di forza dell’opera di Prus: fondere il suo velato ma profondo romanticismo con il realismo allora imperante.

La Bambola -Lalka

Lalka venne pubblicato a puntate su “Kurier Codzienny” a partire dal 1887 per poi essere portata a termine nel 1889. All’inizio il romanzo passò in sordina, forse in virtù del pessimismo in esso contenuto, della narrazione doppia e per la figura psicologica del protagonista,  ritenuta poco credibile, e volendo, anche per la scelta infelice del titolo, che inizialmente sarebbe dovuto essere Trzy pokolenia (Tre generazioni) a richiamare le tre età e i tre modi di vita differenti di tre personaggi: Rzecki, un romantico idealista di altri tempi,  Wolkulski, che rappresenta la fase di passaggio e Ochocki che insieme agli studenti rappresentano il nuovo, ovvero la generazione dei nuovi idealisti che si contrappongono ai vecchi con la loro visione di positivismo scientifico, a volte addirittura incline al socialismo. Prus stesso affermò che  il titolo La bambola era puramente casuale e si riferiva solamente al giocattolo di Helunia Staszewska e alle informazioni sul processo riguardante un furto di giocattoli. Negli anni seguenti le interpretazioni del titolo si sono moltiplicate: alcuni affermarono che nascondeva un significato retorico, ovvero il vuoto dell’alta società i cui componenti sono semplicemente delle bambole. Di sicuro ciò ci riporta alla memoria Casa di Bambole di Ibsen, dove il significato del titolo rispecchia appunto questa teoria. Altri affermano che non solo l’alta società, bensì tutti sono delle bambole, delle marionette manovrate e Wolkulski ne è la massima espressione. Per altri (tra cui la scrittrice Olga Tokarczuk), la bambola rappresenta l’elemento onirico dell’illusione.

Il romanzo può essere interpretato come un’opera dal carattere politico; dove tutto è costruito intorno a un vuoto, intorno a un nucleo, a qualcosa di completamente assente, ma allo stesso tempo, proprio con la sua assenza, è fortemente presente. Si tratta di un centro di cui non si fa menzione; il lettore comprende senza troppo difficoltà che ci si riferisce qui alla proibizione di scrivere liberamente imposta dalla censura russa dell’epoca, così come non si può parlare della fallita insurrezione del 1863, quella a cui lo stesso Prus ha partecipato e che ha poi in maniera autobiografica trasferito al personaggio di Wokulski. Secondo l’interpretazione di Frederic Jameson[1] esistono due centri del romanzo, uno decisamente più evidente, quasi palese, che muove la vita di Wokulski, ovvero la passione, e uno più occulto che è appunto la sconfitta dopo la tentata rivoluzione.

Si tratta di una grande testimonianza della vita degli strati sociali della Polonia di allora, ma che mette in evidenza l’inerzia della società, passiva e rinunciataria. In particolar modo l’aristocrazia viene qui rappresentata come una classe che ha perso il suo ruolo guida, come qualcosa di anacronistico, chiusa in sé stessa con la convinzione della propria superiorità. Gli studenti, allora una piccola parte della società varsaviana, controllatissimi dal regime zarista, sono rappresentati come il nuovo, ma sembrano lasciar traspirare tendenze socialiste che, secondo alcuni studiosi, Prus avrebbe criticato, facendo fare loro gesti stupidi.

Il faraone

Una pietra miliare della produzione di Prus fu Faraon, dove l’autore polacco riesce a trasferire su carta una tematica assai cara, la lotta per il potere nella società a lui contemporanea. Non potendo scrivere direttamente dell’invadenza del potere contemporaneo, l’autore si rifugia culturalmente nell’antico Egitto. Prus realizza un romanzo sui complessi ingranaggi che muovono il potere politico, in particolar modo quello di uno Stato ingombrante, ma anche l’influenza dell’importante ruolo della religione nella vita di ognuno di noi.

I fatti storici riportati nel romanzo ci permettono di percepire Prus come un ottimo autore di cronaca, nonostante alcune imprecisioni anacronistiche che trovano comunque il perdono del lettore, considerata l’enorme documentazione che l’autore inserisce nell’opera e le poche fonti che allora lo scrittore polacco aveva a disposizione.

La figura del faraone Ramsete XIII si presenta di grande interesse. Sovrano ‘illuminato’ che, mostrando un vero amore verso il suo popolo, decide di intraprendere delle riforme. Questa sua moderna visione trova l’opposizione della classe dei sacerdoti, ma in alcuni casi anche l’ignoranza del popolo manipolato dai primi. Il faraone si troverà così a dover far fronte a epidosi contrastanti come tentativi di seduzione e corruzione, ma anche di diffamazione. Per finire poi con il venire assassinato. In questa importante opera Prus propone in maniera assai drammatica il conflitto tra il singolo individuo e la collettività, trasmettendo al lettore il suo forte pentimento verso il sociale, verso i poveri e i deboli. Il male qui è più forte e il bene, per una volta incarnato in un uomo di potere, non può che soccombere. Alcuni critici inglesi hanno riscontrato delle sorprendenti analogie ante litteram con il presidente americano J.F. Kennedy.

Prus è uno scrittore da scoprire o da riscoprire, da ripresentare nei cataloghi delle case editrici italiane per la sua attualità senza tempo, per la capacità di scavare nel dolore e nel vuoto delle persone come in Bambola, o per dirla alla De André, di andare in destinazione ostinata e contraria, sempre e comunque, in nome di una romantica verità che rende liberi nel nome della più pesante delle sconfitte: l’aver vissuto guidati dalla paura.

Fabio Izzo

Luca Palmarini

[1]

                        [1] Frederic Jameson, Il borghese fuori posto, in Il romanzo, Cinque lezioni, Rusconi, Bologna 2003, pp. 380-381.

Boris Vian, antipoeta e genio

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Boris Vian, nello spirito della migliore tradizione francese, è immortalato nella serie degli scrittori maledetti.

Tra i più antipoetici poeti francesi, Vian era un personaggio eclettico che spesso fu ignorato dall’editoria ufficiale.

Fu scoperto e amato dai contestatori del maggio francese che videro in lui «l’uomo nuovo» capace di preparare l’avvento di una società governata dall’immaginazione poetica piuttosto che dal profitto.

Tra i suoi libri più belli è immaginifici c’è appunto La schiuma dei giorni, romanzo surreale, dolce e pirotecnico, surreale fiaba d’amore e feroce denuncia del conformismo, piena di invenzioni che fanno ridere e piangere.

Questo libro è il capolavoro di un genio ventisettenne.

Boris Vian era davvero un genio che non si preoccupava di scandalizzare, anzi la sua penna affondava nel torbido di una società ipocrita.La sua scrittura  fa saltare  i nervi ai benpensanti della cultura francese.

Con il romanzo Sputerò sulle vostre tombe fu condannato per offesa della morale e distrutto dalla critica. Il libro fu censurato ma in pochi giorni divenne un best –seller.

Nella poesia si sente davvero un uomo libero che si diverte a reinventare la parola per muover l’attacco al mondo con le sue costruzioni incongrue.

Il suo fare poetico si tiene lontano dall’intimo e dall’autoreferenzialità lirica. I suo versi uccidono l’esibizionismo dell’ego.

Quando nel 1946 pubblica Cantilènes en Gelée, Vian non è ancora conosciuto. Ma leggendo i dodici pezzi che costituiscono il libro subito ci si rende conto che sta nascendo un autentico antipoeta di nome Boris Vian.

Versi come intelligenti parodie che negano atmosfere poetiche per azzardare un scomoda lettura del reale e soprattutto inventano situazione assurde che creano capovolgimenti incredibili e radicali.

Le opere di Boris Vian scaturiscono da una meditazione sofferta sulla crisi di una società e di una morale lacerati nel loro intimo.

La sua penna si scaglia sempre contro la corruzione e l’ipocrisia.

La sua prosa sempre eccentrica non smette mai di essere provocazione: una rivolta nei confronti del mondo che respinge e non include.

Boris Vian è soprattutto un uomo libero che rifiuta il compromesso, ed è proprio nella libertà e nella ricchezza della povertà troverà il senso profondo e vitale dell’esistere.

Per Boris la vita è come un dente, così scrive in una bellissima poesia tratta dal libro Non vorrei crepare, che si guasta e si cura. Ma per essere veramente guariti «Bisogna strapparlo, la vita».

Vian, poliedrico individuo geniale, nella sua breve vita ha dissacrato il mondo. Eclettico e patafisico e con in mano un mazzo di chiavi dell’assurdo come pochi ha indigato le profondità dell’attività umana.

Lo ha fatto in maniera insolita, evitando etichette e definizioni, distruggendo le gabbie e le accademie e soprattutto vivendo nell’assoluta povertà di uomo libero.

Nicola Vacca

Le intuizioni di un giornalista scomodo

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Leo Longanesi è stato uno dei protagonisti più poliedrici e geniali del panorama letterario italiano.

Giornalista, editore e scrittore, sempre eccentrico e irriverente nei suoi scritti con sarcasmo e ironia pungente ha raccontato gli anni cinquanta con il loro conformismo e la loro retorica schierandosi sempre dalla parte di chi non tollera mai le parate della menzogna e dell’ipocrisia.

Longanesi ci ha lasciato una serie di libri in cui, tramite la scrittura breve, l’aforisma e l’epigramma, da osservatore arguto del costume e della cultura della nostra società con la sua penna come un bisturi avvelenato ha fornito un ritratto amaro e disperato di un’Italia piccola piccola che profeticamente somiglia a quella dei nostri giorni.

Ci salveranno le vecchie zie?, Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Una vita, questi sono alcuni dei titoli pubblicati da Longanesi.

Adesso torna in libreria dopo quarantadue anni La mia signora, il taccuino di Leo Longanesi che contiene le sue intuizioni fulminanti e soprattutto raccoglie i suoi scritti che vanno dal 1947 al 1957.

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Il librò uscì immediatamente dopo la morte del giornalista e in seguito non venne più pubblicato. La sua signora torna con la storica introduzione di Indro Montanelli e una postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

«Ora che è morto, – scrive Montanelli –  possiamo dirlo, senza timore delle sue diaboliche e scottanti rivalse: era un grane Maestro, Insopportabile, cattivo, ingiusto ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo».

Longanesi aveva nel suo dna le grandi intuizioni dei moralisti francesi e intingeva la penna nel veleno per affondare –  senza pensarci due volte –  la retorica e il conformismo del suo tempo.

La cosa straordinaria è che se si leggono alcuni passi sferzanti della sua opera ritroviamo il caos e l’omologazione dei giorni che stiamo vivendo.

La sua signora, per esempio, inizia con questo frammento datato 5 febbraio 1947: « Una letteratura senza contorni, la nostra, come certi dipinti di Monet, di cui non si sentono che gli sbalzi di temperatura».

Con un malinconico sarcasmo Longanesi bastona l’impersonale freddezza di comodo della letteratura del proprio tempo. Ma questo suo pensiero scritto nel lontano 1947  ha pieno diritto di cittadinanza nel nostro di tempo in cui la nostra cultura è alle prese, oggi più di ieri, con una letteratura incolore e pallida completamente prostituita a un mercato in cui gli scrittori sono numeri da fatturato.

Questo suo taccuino contiene i suoi aforismi più famosi e le sue intuizioni più irriverenti che tanto fastidio hanno dato ai benpensanti di allora.

«Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma coi piedi scalzi»; «Mentivo, ma il personaggio  che rappresentavo era sincero»; «Libertà di opinione in un paese senza opinioni»; «L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica».

Leo Longanesi un uomo in disarmonia con la propria epoca, un intellettuale dissidente che non amava la banalità e il conformismo e nei suoi scritti smascherava tutti i luoghi comuni e difetti di un’Italia  in cui non è la libertà che manca ma gli uomini liberi.

Nicola  Vacca

Halina, l’amore per la vita

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“Il mio racconto: chissà se mai lo leggerai. Guardo con diffidenza il fascio dei fogli scritti: sapranno le parole difendermi meglio del silenzio? E’ ancora possibile esprimere qualcosa con le parole? E se sì, con quali? Le ho cercate con fatica, riguardandole più volte una per una, confrontandole con il mio amore e con il mio dolore. Confrontavo il desiderio con la parola desiderio, e per il mio amore più grande – quello per la vita- cercavo le definizioni più belle. Amo la vita, amico mio, e neanche quando mi ha ferito al punto da farmi, sia pur fuggevolmente, desiderare la morte, l’ho tradita. Non dimenticare che la morte mi è stata sempre vicina, troppo vicina per non abituarmi al sollievo del suo tocco freddo, troppo prossima per non costringermi alla sua abitudine. Ricorda pure che ho amato e che l’amore mi ha condannato alla morte. E tuttavia eccomi qua, a parlare con te. Ancora una volta il mio unico amore ha vinto: sono viva, posso guardare gli alberi piegati dal vento: i miei occhi colgono lo scintillio lontano del faro. Fuori di me sento il rombo dell’acqua schiumosa; dentro al petto sento pulsare, delicatissimo, il più sensibile tra gli strumenti che misurano il tempo: il cuore. E’ ancora debole, ma batte regolare e pompa, impavido, il sangue caldo.

Ascolta amico mio: queste pagine non sono altro che il suo ritmo”

C’è un libro che si dovrebbe tenere bene a mente, idealmente piazzato lì, a portata di mano, sopra al comodino della nostra memoria, vicino al cassetto dei sogni leggeri della vita, sempre pronto a essere aperto, ogni qualvolta se ne dovesse avere la necessità umana di assistenza, perché i libri, in fondo a questo servono, tra le altre cose.

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Si tratta di’ un libro, piccolo, piccino,  dove in copertina domina, il nero, dietro alla foto dell’autrice.
Un libro piccolo quanto grande, non per spessore o volume, ma sicuramente per intensità.

In queste sue vive pagine scorre l’amore ultimo per la vita che la sua autrice, la poetessa polacca Halina Poświatowska, ha provato e raccontato in un modo originale, unico quanto inarrivabile.

Voglio precisare che qui dentro non si trova il significato della vita, ahinoi, non ci potrà mai essere scritto su nessuna pagina ma in queste parole si trova, assolutamente sì, il significato dell’amore per la vita, raccontato da chi la vita ha rischiato di perderla ad ogni passo e a ogni respiro, a causa di un organo traditore, un cuore malato.

Halina in vita era una poetessa di Cracovia, misconosciuta ai più, afflitta da gravi problemi cardiaci, però grazie alla sua ostinazione e alla sua forza nelle sue poesie, e in questo suo memoriale, è riuscita a vincere la sua debolezza, andando letteralmente oltre il cuore.

Riuscì a ottenere i soldi per farsi operare negli Stati Uniti e partire per andare al di là dell’oceano, in una terra tutta nuova, dove l’unica cosa che le restava, per l’ appunto, come unica certezza era la vera forza della sua poesia, cioè la debolezza del suo cuore. Passo dopo passo, viaggio dopo viaggio, dove il viaggio qui è anche solo una gita in bicicletta o un’uscita per andare al cinema, dopo l’operazione, tutto viene raccontato ad un amico, reale o immaginario che sia.

Ma tutto potrebbe anche essere raccontato ad un’amica con la A maiuscola, cioè la vita, che giorno dopo giorno resta con noi ostinatamente, anche solo per sfuggire  via, scivolando tra i nostri sogni, i nostri respiri e i nostri desideri, restando con noi anche  quando siamo immersi in un oceano di problemi.

Fabio Izzo

Halina Poświatowska,  nacque nel 1935 e morì nel 1967 in Polonia, all’età di trentadue anni. Malata di cuore fin dall’infanzia, tra il 1958 e il 1967 pubblicò quattro volumi di poesie, racconti e una piéce teatrale. Era una grande poetessa, amata e venerata dai giovani del suo paese. Racconto per un amico apparve nel 1967 pochi mesi prima della sua morte. E’ un’opera autobiografica in cui emerge l’indissolubile legame tra scrittura e vita che caratterizza, in un modo assolutamente particolare, il suo stile. Poetessa è scrittrice è una delle più importanti figure della letteratura polacca moderna/ contemporanea. Famosa per le sue liriche e per la sua passionale, intellettuale poesia capace di toccare con tatto le corde della morte, dell’amore, dell’esistenza, e della sensualità, amando la parola, usandola fino a farci desiderare la sua ultima goccia di verso distillato

Dividilo con me
Poesia di Halina Poświatowska,

(Traduzione di Fabio Izzo)

Dividilo con me
il pane quotidiano della mia solitudine

riempi con la tua presenza
le parenti assenti
dorata
la finestra inesistente

Sii una porta

Sopra tutta le altre porte
che possa essere gettata

Largamente aperta

JONATHAN DEMME

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E così dal 26 aprile siamo orfani anche di Jonathan Demme, cineasta tra i più imprendibili e originali del cinema americano contemporaneo. Probabilmente il suo film più famoso, quel Silenzio degli innocenti premiato da plurimi Oscar, nonché all’origine del franchising a base di film e serie tv legato al truce Hannibal Lecter, era anche quello che gli somigliava meno. Thriller magistrale, potente e controllato, non aveva però le caratteristiche di quasi tutti gli altri lavori del cineasta, cioè l’ariosità della struttura, la disponibilità allo scarto e alla contaminazione, il continuo e prolifico franare delle piste narrative. Perché Demme è stato soprattutto questo, uno sperimentatore liberissimo e dolce, un regista innamorato dei suoi personaggi e indulgente nei loro confronti, uno che amava l’happy end, ma senza mai scadere nella melassa e nella compiacenza. Se dovessi indicare un film che meglio esprima il Demme’s touch allora direi Qualcosa di travolgente. Scelta scontata, per carità ma è chiaro che quella pellicola possiede un magnetismo particolare. All’epoca, la metà esatta degli anni 80, si parlò di cinema-cocktail, perché Demme passava dalla commedia al dramma nello spazio di un’inquadratura e i tempi non erano decisamente ancora maturi per questo tipo di consapevolezza postmoderna. Ma Demme girava come un poeta, pervicacemente ancorato ai suoi personaggi, circondandoli della musica che amava quanto il cinema (ne fa fede l’amicizia decennale con David Byrne, ai cui Talking heads dedica il bellissimo film-concerto Stop making sense). Qualcosa di travolgente si inserisce in un sottogenere che include titoli importanti come Fuori orario di Scorsese e Tutto in una notte di Landis e che prevede un personaggio maschile, più o meno goffo, più o meno infelice, la cui vita viene sconvolta e infine salvata da un personaggio femminile, agente del caos ma anche angelo benefico. All’interno della coppia Melanie Griffith / Jeff Daniels Demme faceva deflagare il marito folle interpretato da Ray Liotta e ci consegnava un bel saggio, denso e inquietante, di dialettica dei sessi. Lo sfondo era quello dell’America periferica, amatissima dal regista.

Fin dai suoi esordi, sotto l’egida del grande Roger Corman (presente in gustosi ruoli cameo in quasi tutti i film dell’allievo), Demme sceglie di addentrarsi nel paese profondo e minimale, non disdegnando i generi più popolari e deteriori. Il suo primo film è un WIP (acronimo che sta per women in prison) e si intitola programmaticamente Femmine in gabbia, mentre l’opera seconda, Crazy mama interpretato da una strepitosa Cloris Leachman, occhieggia fin dal titolo al Bloody mama del maestro Corman, recuperandone il tema della famiglia criminale ma virandolo verso tinte grottesche e parodistiche e sostituendo la crudeltà del modello con una resa affettuosa e divertita seppure chiaramente satirica del gruppo famigliare.

La promozione al cinema di serie A avviene con un thriller, Il segno degli Hannan, che è un meticoloso omaggio alle atmosfere hitchcockiane e che rivela quanto sia eclettica la tastiera espressiva manovrata del nostro. Nel suo carnet c’è pure una rischiosissima e in parte riuscita traduzione in immagini di Beloved, il grande romanzo di Toni Morrison che Demme, con l’abituale understatement, considerava un’opera in tandem con la produttrice e protagonista Oprah Winfrey. Organico agli studios, Demme non perdeva occasione per scompigliarne le logiche, vedi The truth about Charlie, il bizzarro remake di Sciarada di Stanley Donen che, nelle sue mani, diventa una sophisticated comedy girata con stile da nouvelle vague.

Demme ci lascia facendo in tempo a licenziare due film belli e importanti come Rachel sta per sposarsi e Dove eravamo rimasti. Il primo, un melò famigliare, girato in appena cinque giorni con modi da home movie, il secondo una commedia dominata da una gigantesca Meryl Streep, rocker fallita che tenta una disperata riconciliazione con una famiglia abbandonata in gioventù e ora rancorosa e distante. Entrambi i film hanno una festa matrimoniale sullo sfondo e un’eredità di frustrazioni e acredine da amministrare. Entrambi sono racconti tenerissimi e dolenti sulla possibilità del perdono e del perdonarsi. Sono i film di un uomo che non chiude gli occhi sul male del mondo ma nemmeno nega l’eventualità del bene possibile. Sono film che fanno sorridere, ridere e spezzano il cuore (non necessariamente in quest’ordine). E per tutto questo Demme ci mancherà davvero, perché era ancora giovane e di altro cinema così ce ne saremmo aspettato ancora.

Fabio Orrico

La lezione di Pupi Avati

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Pupi Avati è uno dei registi e sceneggiatori italiani più prolifici ed eclettici. Da Balsamus, l’uomo di Satana del 1968 a Il fulgore di Dony, film che dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2017, il cinema di Avati ha attraversato tutti i generi, toccando con acuta leggerezza e lucido disincanto i nervi scoperti del nostro tessuto sociale e le fragilità dei rapporti umani. Opere come Una gita scolastica (1983), Impiegati (1984), Regalo di Natale (1986), Storie di ragazzi e di ragazze (1989), Il cuore altrove (2003), per citare alcune delle migliori, hanno scandagliato gli interni della vita borghese, l’ipocrisia delle convenzioni e i precipizi della meschinità. Ex dirigente di una grande azienda di surgelati, Avati ha il merito di aver sempre intuito il lato freddo del cuore dell’uomo restituendoci un cinema caldo e, sul piano tecnico, di aver gestito, con perizia da antico maestro di bottega, la macchina filmica e attoriale, doti che sempre più di rado si riscontrano nelle nuove generazioni di cineasti italiani.

La spudoratezza del sogno

Martedì 25 Aprile, nell’ambito del Bari International Film Festival 2017, in un teatro Petruzzelli gremito, il regista bolognese è stato protagonista di un’intervista a cura del critico Enrico Magrelli. Non una canonica lezione di cinema, ma una lezione di vita ed una dimostrazione di freschezza mentale, ironia e intelligenza che ha lasciato il segno nei presenti, fin dall’esordio: «oggi vorrei parlarvi soprattutto di felicità». Sì, perché per Avati il desiderio di miglioramento, la voglia di sconfessare le perplessità sollevate dal mondo intero nei nostri confronti, è un impetus che mai deve venir meno: «io preparo ogni sera il mio discorso di ringraziamento per l’Oscar, tutto in inglese, breve e coinciso. A Hollywood rimarranno tutti sbalorditi». Ma tutto parte da Bologna, negli anni Cinquanta «la città dove c’erano le donne più brutte d’Italia. Però, in compenso, ne nascevano alcune, poche, davvero magnifiche. Ragazze così belle oggi non ce ne sono più». Avati dice di non essere stato mai né bello, né ricco, né simpatico, e di essersi sentito relegato, nelle feste, a ballare con la ragazza scartata da tutti, lui, molto attratto dalla bellezza femminile. La vera molla del suo interesse giovanile per la musica jazz, «la forma d’arte più innovativa del XX secolo», è in questo bisogno di riscatto che alimenta la «spudoratezza del sogno».

Lucio Dalla

Avati entra nell’Orchestra dell’Università (formata in gran parte da medici ginecologici!) e diventa il miglior clarinettista di Bologna. «Mi innamorai del clarinetto, me lo porto ancora adesso sul set anche se da trent’anni non lo suono più». Così, un giorno, «il capo dei ginecologi mi disse di andare in via Paolo Fabbri, dove c’erano dei ragazzi molto giovani, che suonavano tutti malissimo, in particolare il clarinettista, un certo Lucio». Lucio non sa nemmeno come tenere in mano il clarinetto però è un tipo sveglio, che accetta consigli e lezioni private dallo stesso Avati, e in poco tempo viene chiamato a suonare con l’Orchestra in tournée in giro per l’Europa, solo per riempire gli intermezzi. Questo Lucio è un «finto timido falso, falsissimo timido, buono, nei suoi limiti musicali estremi». Dopo un inizio pessimo, costellato da performance disastrose, a Francoforte Lucio «improvvisò un assolo che tutti, ginecologi compresi, restarono allibiti, e da quella sera inventò assoli sempre più belli». Qui, Avati intuisce che qualcosa sta cambiando. Nonostante i suoi sforzi, l’assiduità nello studio dello strumento, l’ascolto di dischi di grandi jazzisti americani, chi migliora costantemente è Lucio, non lui. «Dio era ingiusto, perché preferiva lui a me… La cosa più bella sarebbe stato che morisse sul palco, e invece no, godeva di ottima salute. Provai invidia, è solo la competizione che ti fa progredire». Così, Lucio, che di cognome fa Dalla, diventa il nuovo clarinettista della band. Non senza aver rischiato la vita. A Barcellona, in cima alla Sagrada Familia, che «è stata costruita perché ci portassi Lucio», Avati sente l’impulso di gettare il rivale dall’alto… È un episodio quasi leggendario, raccontato dal regista di Bologna con il suo classico black humor. «Lui si sporse dalla balaustra e a un certo punto sentì dietro di sé l’ansimo dell’assassino. Voltandosi vide i miei occhi iniettati di sangue. Se ne uscì con un: “ma sei scemo?”, lanciandosi poi per le scale, in salvo». Grazie a Lucio Dalla, a 23 anni, il futuro regista scopre di non avere il talento sufficiente per fare il musicista. Sotto le braci della rivalità covano una grande amicizia ed una futura collaborazione artistica, interrotte solo dall’improvvisa morte del cantautore nel 2012.

Cronaca di un amore

«Cosa volevo fare, a questo punto? Avevo forse capito che sarei diventato un normale borghese? Vita regolare, una famiglia come le altre, vacanze a Riccione? La prospettiva mi faceva orrore». Nel 1961 Avati conosce, quasi per caso, la futura moglie, all’epoca fidanzata con il conte Gianluigi Zucchini. La prima volta, la vede che è mano nella mano con lui, giovani e molto belli, insieme, sotto i portici di Bologna. Apparentemente una coppia inossidabile. Cicci Foresti, un comune amico, suggerisce a Pupi di partecipare ad una caccia al tesoro, a cui anche lei è stata invitata e, a fine serata, lo sollecita ad accompagnarla a casa. Avati è timidissimo, «in quel viaggio in macchina non mi veniva in mente nulla, e mi dicevo: “possibile che nessuno mi aiuti dall’alto?» Accostata l’auto vicino casa, lei sta per scendere e lui, con un gesto da attore consumato in quella che definisce la più bella sequenza della sua vita, le chiede, indicando l’orologio al polso:

«Cos’è questo?»

«Un orologio.»

«Che ore sono?»

«Mezzanotte meno cinque.»

«Di che giorno?»

«Del 18 febbraio. E allora?»

«Fra cinque minuti non sarà più il mio compleanno. E nessuno oggi mi ha fatto gli auguri, né mia madre, né i miei amici del bar Margherita.»

A quel punto, lei lo bacia. È la cronaca di un amore che dura da cinquanta anni, ma che comincia con una menzogna. Sì, perché… il compleanno del regista non è il 18 febbraio, è il 3 novembre! «Mi ha fatto scoprire la bellezza che c’è dentro le storie d’amore, lei sa tutto di me, mi conosce meglio di me, è il mio hard disk». Secondo Avati è molto importante stabilire dei rapporti di lunga durata, per radicare una memoria condivisa nell’animo di due esseri umani.

La circolarità della vita

«La vita ha una sua circolarità, è un’ellisse». Secondo Avati, man mano che ci si allontana dall’infanzia si cresce, ma ritornando progressivamente su se stessi. Anche se all’inizio non è chiaro, avviene un’inversione proustiana. All’improvviso arrivano i ricordi, prima sotto forma di «nostalgia della giovinezza», poi una vera e propria curvatura del tempo fa riaffiorare i temi e le storie che ci affascinarono da bambini. Il regista rivela di avere un doppio progetto, film e serie televisiva, motivati dalla gran voglia di rappresentare sullo schermo la figura del Male, così come ce lo si immaginava nell’Italia preindustriale. «Amavo il cinema fantastico e dell’impossibile, le storie contadine, la religiosità ingenua antecedente il Concilio. Sono stato educato ad avere paura, a riconoscere il sacro, a proteggermi dalla malvagità delle cose». Un fatto storico farà da sfondo al  plot narrativo, ovvero l’alluvione del Po del 1951, quando l’acqua del fiume inondò i cimiteri e sollevò le bare dalle loro fosse, per disperderle nei paesi là attorno. E un episodio, in particolare, resta inciso nell’immaginario di Avati: «Soltanto due bare non furono mai ritrovate. Contenevano le salme di due fratelli, uno dei quali sepolto nel “campo dei suicidi”, che non era “santo” perché chi si ammazzava per la Chiesa era maledetto. Una suggestione macabra, spaventevole, che ora voglio riprendere».

La triste parabola del cinema italiano

Secondo Pupi Avati il cinema italiano sta attraversando la sua crisi definitiva. I film d’autore latitano e si producono troppe pellicole dal sapore giovanilistico, che nessuno vede (una considerazione simile a quella di Dario Argento, intervistato due giorni dopo sempre nell’ambito della stessa rassegna). «Forse, per rivitalizzare la nostra produzione, è necessario tornare ai film di genere». D’altronde Pupi Avati è un autore che ha respirato l’aria del grande cinema anche per aver partecipato, come sceneggiatore, a film epocali, in primis il controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), ultima fatica di Pier Paolo Pasolini. Ma è sul rapporto con Vittorio De Sica, «un uomo di grandissimo fascino», che il regista bolognese si sofferma maggiormente. Con il maestro del neorealismo, ormai malato, Avati avrebbe dovuto lavorare ad un film su Rodolfo Valentino, poi realizzato da Ken Russell nel 1977, con Rudolf Nureyev come protagonista. Tra i due l’incontro si consuma in un dialogo ridotto all’osso dalle sfumature surreali, che vanifica i lunghi studi preliminari di Avati sulla biografia e sullo stile registico di De Sica:

«Ma lei di dov’è?»

«Di Bologna.»

«Allora va benissimo.»

(Silenzio)

«Maestro, come fa ad ottenere tanto dagli attori che interpretano i suoi film?»

(Lunga pausa)

«Amandoli… (Pausa) Ma lei è proprio sicuro di essere di Bologna?»

«Sì.»

(Incontro finito)

L’arte della recitazione

Pupi Avati è riuscito a far recitare, e con buoni risultati, anche non attori come Katia Ricciarelli. «Recitare è prima di tutto ASCOLTO, e lei sapeva ascoltare. Dal terzo giorno di riprese non le ho dovuto dire più nulla, perché imparava da sola guardando gli altri attori». I ricordi di Avati vanno al 1970, anno in cui gira un fanta-horror dal titolo Thomas e gli indemoniati, finanziato da un misterioso magnate per la somma di 110 milioni di lire. «Il mio film precedente, sostenuto economicamente da quella stessa persona, era stato un flop commerciale e perciò eravamo molto nervosi». Per la parte femminile di Zoe, Avati attende che da Milano arrivi una giovane attrice, accuratamente selezionata per la sua somiglianza a Grace Kelly. «Giravamo in una chiesa sconsacrata, a Ferrara. Ad un certo punto, mi avvisarono che l’attrice era arrivata. Ma, entrata dal portale, più si avvicinava a me più mi sembrava diversissima da chi mi aspettavo. Non era lei! Era bruna e mi ricordava Irene Papas…» Da Milano si presenta un’amica dell’attrice originariamente scelta da Pupi Avati per quella parte. «Mi adirai molto. Le dissi di andare via alzando il tono della voce. Era una situazione mai vista!» La giovane attrice sconosciuta si siede ad un bar, fuori dalla chiesa, attendendo la fine delle riprese fino a sera inoltrata. «Stava lì, al freddo, appoggiata ad un muro… Le andai incontro dicendole: “Tu hai fatto una cosa che non si fa, lo capisci?”» Ma l’umanità di Avati prende il sopravvento sul disappunto per il tentativo di scambio. «La guardavo e pensavo che era lontanissima da ciò che volevo. Tuttavia, mi impietosii… “Siccome sono un coglione, ti affido la parte. Presentati domani mattina al trucco. Vediamo come te la cavi”». Il giorno dopo, al primo ciak, Avati avverte subito qualcosa, un’energia strana, «come se quell’attrice portasse una verità dentro il mio cinema, una verità che non avevo mai sentito». La troupe si tacita e alla fine, evento inusuale, applaude. «Io la presi per mano, affascinato: “ma come ti chiami?” E  lei: “Mi chiamo Mariangela Melato”».

Federico Fellini

Avati deve a Fellini il fatto di essere diventato regista. Un punto di riferimento ineludibile, tanto da rivolgere un’esortazione al pubblico del Petruzzelli: «Voi dovete vedere solo due film, 8½ di Federico Fellini e Il posto delle fragole di Ingmar Bergman». Il giovane regista bolognese conosce il già affermato maestro riminese a Roma, in un bar tra via del Babuino e via Margutta. «All’epoca vestivo sempre con un cappottone di pelle. Sembravo una specie di nazista, un tipo strano in confronto a lui, che caratterialmente era piuttosto codardo… Lui stava al bar, io passavo di là e lo guardavo, lo pedinavo. Il terzo giorno ebbi il coraggio di attraversare la strada per presentarmi. Lui pensò che fossi là per aggredirlo! Non mi aveva riconosciuto. “Ma come, sono Pupi Avati!”; il Maestro allora mi salutò: “Pupone!”, abbracciandomi». Nasce tra di loro un rapporto di assoluta amicizia, che si trasforma in un progetto di collaborazione, un piccolo film segreto coprodotto dai due, però mai portato a termine. «Fellini era soffocato dalla macchina della produzione, voleva girare qualcosa senza che nessuno lo sapesse». Avati ha l’onore di vedere, in “copia privata”, gli ultimi due film di Fellini. «La voce della luna non è tanto bello. Comunque fui invitato in una saletta di via Margutta con una decina di altre persone, tra cui Sergio Zavoli e Giulietta Masina, per una prima visione tra pochi intimi». Durante la proiezione, per tre volte si sente suonare un citofono.

«Piace?»

«Si, piace.»

«Hanno riso?»

«Si, hanno riso tutti.»

Con l’immagine di un Federico Fellini impaziente di sapere, dalla sua Giulietta, se il film è gradito ai presenti, a loro volta intimoriti e quasi ipnotizzati dalla malìa prodotta dal genio, Avati chiude la sua lezione. È la prova del magnetismo esercitato dalle grandi menti: «Anche se avessero proiettato due ore di pellicola totalmente nera, avremmo detto che era un capolavoro».

Alessandro Vergari