Carmelo Bene, il genio del vaffanculo

CB

«Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza  del talento.

Fin dal nostro fiorire – sfiorire alla cecità della luce, l’orale ha la precedenza sullo scritto: lo scritto come orale».

Così Carmelo Bene, il grande e irriverente genio del depensamento totale, si definisce  – senza  mai prendersi sul serio – nell’ Autografia d’un ritratto.

Carme Bene genio lo è stato davvero, una macchina attoriale che  ha demolito – senza fare sconti a nessuno – la cultura e tutte le sue forme istituzionalizzate, compresi quei luoghi comuni che hanno formato interi eserciti di cretini e di imbecilli.

Una macchina attoriale capace di andare oltre se stesso e dissacrare tutto, comprese le forme narcise di vanità che in ogni momento condannano a morte la cultura.

«Si deve depensare e basta, c’è chi non ci pensa o ci pensa fin troppo fin troppo a  guastare le cose» (Carmelo Bene, Cos’è il  teatro? La lezione di un genio, Marsilio  2014).

Carmelo Bene è il genio che nega tutto, forse per questo motivo è diventato un personaggio scomodo.

I suoi depensamenti hanno distrutto ogni forma d’arte, intesa nei suoi accademismi più banali e perversi, ma soprattutto Carmelo ha distrutto se stesso, andando oltre se stesso, la cultura e il teatro.

«Stavo dicendo prima che una delle chance di cui non bisogna privarsi è detestare quello che si è, non condividere quello che si fa, non essere d’accordo non tanto con gli altri, ma soprattutto con se stessi». Così ancora Carmelo Bene  in  Cos’è il teatro,  per sottolineare che l’unico comportamento è dare di fuori ( come Artaud), altro che amore per l’arte, a Carmelo Bene fa schifo l’arte, l’arte consolatoria, l’arte della committenza, l’arte della storia, l’arte nell’espressione.

Carmelo Bene è un genio assoluto perché ha avuto il coraggio di  essere sempre contro tutti, non dimenticando prima di tutto di essere contro se stesso a cui non ha fatto mai sconti.

«Andava bene d’accordo con la sua umiltà perché Carmelo non è mai stato vanitoso, non sapeva cosa fosse la vanità. Era talmente autentico in maniera divina, tant’è che non aveva la minima difficoltà a parlare di se stesso come se fosse qualcun altro. Aveva una visione obiettiva di se stesso, una visione obiettiva reale. Insomma, il genio è umile perché perfettamente cosciente che una buona metà del suo valore gli veniva da fuori». Queste parole del suo amico Eraldo Faldini fanno immediatamente capire quello che è Carmelo Bene: genialità pura.

Carmelo  Bene aveva tutte le qualità, le virtù e i difetti dell’uomo di genio. Egli incarnava una figura di teatrante, e non solo, completa, ma in maniera assurda.

Inventando il Teatro senza spettacolo C.B. è senza dubbio diventato una creatura dell’aldilà, un artista, un poeta e uno scrittore, cosciente di rappresentare qualcosa oltre se stesso, fino al paradosso di apparire alla Madonna.

Carmelo Bene è una macchina attoriale unica, un genio  che poteva permettersi un vaffanculo in cui era racchiuso tutto il suo disprezzo autentico per ogni forma di conformismo.

Nicola Vacca

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IL VOLO DELLA SPOSA UCCELLO

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Tiziana Cera Rosco, poetessa, artista  e performer di grande talento, sta portando avanti da tempo un progetto performativo/fotografico denominato “La Sposa Uccello”. Giocando con la tradizione Surrealista di Max Ernst in vari contesti urbani e naturali sino ai deserti di ghiaccio dell’Islanda di questa estate, o contestualizzando in performance artistico/fotografiche in sinergia con altri artisti.

Donato Di Poce poeta e critico d’arte, particolarmente interessato alla sua opera e alle contaminazioni tra poesia e arte, ne fa un ritratto originale in versi che qui proponiamo.

                    Per Tiziana Cera Rosco

I

Viviamo nei bassifondi dell’essere

Tra larve di illuminati

E un rettilario di sogni mai nati.

Ma tra i nidi di ferro arrugginito

E trappole di ragnatele estetiche

Il ragno della CreAttività

Srotola i suoi vagiti eclettici

Mentre la ciotola degli idioti

Raccoglie le gocce d’acqua azzurra

E il tuono della morte

Riecheggia ogni giorno

Tra le ferite del mondo

Nei deserti mediatici ingozzati

Di avanzi cerimoniali di senso.

Solo la Sposa Uccello

Sorvola i vulcani del silenzio

E parla con le pietre

II

La Sposa Uccello

Osserva dall’alto del suo volo

Spirali di fumo e cenere

Che salgono dai crateri del nulla

Poi svetta altezzosa e vendicativa

Sulle cime più alte della terra

In cerca d’indizi di vita estrema

Su cui tuffarsi senza riserve

Assetata d’ogni vibrazione dell’Universo

E in cerca del lago dei cigni

Per incontrare il suo sposo

E specchiare nel lago delle visioni

Le sue grandi ali nere bruciate dall’amore.

III

E quando il sangue mestruale

Macchia le sue lunghe gonne nere

Cammina con eleganza

Sulla passerella della solitudine

E il suo respiro è concime di bellezza

Un rigurgito di grazia senza limiti e senza orizzonti.

Poi si stende in un lenzuolo nero

E dipinge l’uovo cosmico della creazione.

Accanto ai tre legnetti bruciati dal dolore

Le vene di vento di una Venere mai nata

E ascolta il respiro esplosivo

Del cuore triadico di un manichino

UTO è tornato è dentro di lei è lei.

La danza delle reputazioni tace

E la terra finalmente profuma di vita

E la Sposa Uccello  sferra

Le sue sciabolate di grazia musicale

Sulle pagine bianche di una estetica plurale

E vola libera verso l’infinito

Come una nomade stella di senso perduta e ritrovata

Tra incubazioni, sconfinamenti e contaminazioni.

                                               Donato Di Poce

Barrea/Sora/Milano, 15-19 Agosto 2017.

*Nato a Sora(FR), vive a Milano da oltr 30 anni. Poeta, critico d’arte, fotografo, aforista.

Sua ultima pubblicazione: UT PICTURA POESIS. Vedi sito internet: www.donatodipoce.net

 

Tiziana Cera Rosco . Artista. Nasce a Milano nel ’73, dove ora vive, ma continua a crescere nel Parco Nazionale D’Abruzzo.

Attratta fin da bambina dalle Sacre Scritture e dalla Natura, è esponente della poesia mistica e selvatica, poesia visionaria che ha trasportato sia nelle sue opere fotografiche (lavori per i quali ha inventato una tecnica di lavorazione manuale) che nelle performance. Nel suo lavoro si rintraccia l’idea umanista di artista totale che usa ogni mezzo artistico e naturale disponibile per la manifestazione di una visione che ha sempre a che fare col sacro, anche il sacro naturale.  Le sue fotografie sono immerse in un orizzonte quasi religioso in cui le figure spesso nascono dal buio. Ha sempre lavorato sul tema del Corpo Iconicizzato e con il suo corpo anche quello del nudo e ha affrontato con le installazioni, la musica, la fotografia, la parola, l’immagine, le performance i temi della preghiera, del corpo familiare, dell’icona domestica, del doppio, della deposizione, della dedizione e della castità selvatica. Gli ultimi lavori si svolgono sul tema del Perdono, della Caduta e della Protezione e la sua figura è fissata su gonne altissime che lei stessa costruisce.
La sua ultima sperimentazione è con la motion capture per scrivere musica live muovendosi nello spazio e diventare un vero strumento umano, un controller  di suoni e immagini usando il corpo.
Conduce in monastero corsi di trascrizione di testi a mano e corsi di autobiografia fotografica.
Ha pubblicato diversi libri di poesia, è tradotta in 4 lingue, ospite di numerosi festival nazionali ed internazionali, di residenze d’arte, gallerie, convegni e monasteri.
Nei teatri è impegnata con la trilogia degli animali sulla femminilità e testi di poeti da cui è ispirata.
Ha esposto e performato in numerosi musei e gallerie sia in Italia che all’estero.
E’ ora impegnata nella scrittura multimediale del Requiem per Olmo e nel Commento alle Ultime Sette Parole di Cristo sulla Croce.
Dalla primavera del 2015 inizierà Corpus, un progetto sugli alberi e sulle radici ( che lei già espone, nudi, ripuliti, sollevati da terra ad altezza uomo come totem dal titolo “la scrittura non si immagina” ) e Aspera un progetto di eremitaggio artistico nella piccola Casa Del Senza in territorio Valdese.

Ha una passione per i cervi, i lupi, le icone bizantine e quando sarà molto vecchia farà il falconiere.

DAL SUO SITO: http://www.tizianacerarosco.it

 

Salvemini, un grande socialista del Sud

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Gaetano Salvemini è stato un grande italiano. Nato a Molfetta l’8 settembre 1873, da convinto uomo del Sud deciso a riscattare la sua terra dalla miseria, ancora oggi può considerarsi uno dei più illustri meridionalisti e soprattutto è il padre del socialismo liberale.

Aderì al Partito Socialista Italiano nel 1897, sposando la causa della corrente meridionalista e iniziò la sua collaborazione con Critica sociale, la rivista fondata da Filippo Turati, sostenendo il suffragio universale e il federalismo, considerata l’unica via per risolvere la questione meridionale.

Nella sua attività cercò sempre di sensibilizzare il movimento socialista al meridionalismo. Salvemini individua la causa principale del Sud nella mancanza  di una classe media autonoma dal potere politico, ma critica anche il movimento socialista che difende i lavoratori del nord e trascura i diritti dei contadini del meridionali, mentre lui auspicava un collegamento sulle due realtà.

Mi piace definire Gaetano Salvemini un grande socialista che sposò una certa idea di sinistra distinta e distante da quella marxista e comunista. In due articoli del 1920  Salvemini condanna sia il socialismo rivoluzionario  del suo tempo, sia il socialismo di Stato, quello burocratico per intenderci. Che tende ad asservire il movimento proletario a un dispotismo di una classe sociale – la burocrazia – infinitamente peggiore della borghesia. Il socialismo nel quale crede Salvemini era quello riformista, il cui ideale e il cui metodo non hanno esaurito il compito nella storia. Infatti, Salvemini può considerarsi il padre di una  generazione di antifascisti democratici tra cui Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli. Con loro fonda il periodico clandestino Non mollare.

Sono molte le battaglie che Salvemini fece in prima persona da socialista, da laico e da meridionalista. Come non ricordare la denuncia del malcostume politico di Giolitti al quale dedicò Il ministro della mala vita, un libro coraggioso e documentato che inchioda lo statista liberale alle sue responsabilità.

Quando nel 1911 uscì dal Partito Socialista, per dissensi con Filippo Turati, Salvemini fondò L’Unità, giornale da cui continuò la sua battaglia federalista di appassionato meridionalista.

Durante il fascismo fu esule, prima in Francia, dove con i fratelli Rosselli fondò il movimento Giustizia e Libertà, poi in Gran Bretagna, e infine negli Stati Uniti dove insegnò all’Università di  Harvard.

Da sostenitore della laicità si impegnò per una scuola laica libera e mai posta sotto la sorveglianza della gerarchia ecclesiastica. Che cos’è la laicità”. Diceva il politico pugliese: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose”, così scrive Gaetano Salvemini.

Da socialista, fu un uomo moderno che sapeva vedere già oltre il suo tempo essedo dotato di uno spirito riformista autentico capace di coniugare il socialismo con il liberalismo.

Gaetano Salvemini si è distaccato dal Partito Socialista di Turati nel 1911 però all’XI congresso, svoltosi l’anno precedente, preparò una relazione sul problema della riforma elettorale al quale il partito, sino ad allora, non aveva prestato molta attenzione. Scriveva in quella relazione: “Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze … dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme … la precedenza sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta … è un partito che non sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa.”

La centralità politica della legge elettorale, la centralità dei diritti politici: i diritti politici sono le premesse necessarie per qualsiasi riforma.

Questo pensava ieri Gaetano Salvemini. Il dramma è che le sue parole fotografano oggi  l’inerzia di una classe politica  che in queste ore cerca di fare una legge elettorale che non mette al centro i diritti politici, ma li calpesta.

La lezione di Gaetano Salvemini è ancora attuale.

Nicola Vacca

Cantarella: Ulisse tra eroismo e giustizia

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Domenica 8 ottobre, al teatro Petruzzelli di Bari, Eva Cantarella ha inaugurato il secondo ciclo di Lezioni di storia, organizzato anche quest’anno dalla casa editrice Laterza. Tema dei sei incontri è Il viaggio. L’esordio è stato affidato ad una celebre studiosa della storia e del diritto antico, docente in prestigiose università italiane e straniere nonché prolifica scrittrice di testi sulla civiltà greca e romana. Il titolo della lezione è significativo: “La libertà. Ulisse e i suoi compagni”. Chi, più del viaggiatore Ulisse, può incarnare l’anelito alla libertà connaturato nel viaggio? E, d’altro canto, cos’è la libertà, se non un superamento degli istinti e una trasformazione graduale delle pulsioni in scelte dettate dal senso di responsabilità verso se stessi e verso gli altri? Eva Cantarella ha evidenziato il cammino etico-politico percorso dall’uomo greco, dalla dimensione premoderna della vendetta allo sviluppo di una primordiale logica di giustizia, un’evoluzione poi compiutamente realizzata nelle istituzioni della  polis.

La studiosa ha esordito con una domanda relativa all’antropologia dell’uomo omerico, ancora senza risposta, nonostante i ventiseimila versi complessivi de L’Iliade e de L’Odissea siano stati letti e dibattuti, nel corso di millenni, da menti geniali: i personaggi cantati da Omero erano il riflesso di un’umanità completamente eterodeterminata oppure capace di agire, seppur parzialmente, in autonomia? In altre parole, non è chiaro se, nei secoli che vanno dalla fine della civiltà micenea (XII a.C.) fino all’affermazione delle póleis (VIII a.C.), le regole di appartenenza ai grandi clan familiari costituissero gli unici moventi del comportamento umano.

Nell’epoca precedente la costituzione della polis, la Grecia era dominata dalla cultura orale trasmessa dagli aedi, poeti itineranti  nelle strade oppure ospitati nelle reggie. Gli aedi svolgevano una duplice funzione, formativa e pedagogica: in primis veicolavano il sapere e i valori di una comunità, analogamente ai nostri mezzi di comunicazione di massa, e poi, dato fondamentale, senza di loro non si sarebbe mai affermata, nell’ambito di un’aggregazione sociale, una paideia condivisa. Si spiega così il fiorire, nei poemi omerici, di polarizzazioni esemplari. Per esempio, a Penelope, moglie fedele, veniva contrapposta l’adultera e assassina Clitennestra. Il popolo ascoltava i poeti e si rafforzava nella convinzione che le donne dovessero assomigliare più alla prima, virtuosa, che alla seconda, viziosa. Identico discorso per la coppia Ulisse/Tersite, personaggi che incarnavano due differenti modelli di mascolinità: la forza fisica e il coraggio dell’eroe virtuoso risaltavano contro le miserevoli fattezze di un personaggio meschino e inadatto alla battaglia.

Eva Cantarella si è soffermata su uno dei capitoli più oscuri della storia antica, l’epoca antecedente i miti omerici. Fino alla decifrazione della scrittura “Lineare B” non tutti gli storici erano d’accordo nel collocare la civiltà minoico-micenea all’interno della cultura greca. Michael Ventris, architetto e pilota della RAF, rimasto incantato da questi argomenti dopo aver assistito a una conferenza da bambino, nel 1952 spiazzò gli accademici dichiarando alla BBC di aver decodificato quella strana scrittura, vergata su tavolette di terracotta vecchie di millenni, e solidificatesi in occasione dei colossali incendi che distrussero i palazzi del potere. Effettivamente, la “Lineare B” era lingua greca! Ora possiamo affermare, senza incertezze, che il nome Agamennone deriva dal miceneo anax (sovrano). Le tavolette ci hanno restituito l’immagine di una civiltà molto differente da quella successiva delle póleis. In mezzo, solo Omero, definito da Giambattista Vico il primo storico dell’umanità, può esserci d’aiuto per capire l’evoluzione della società ed il passaggio dalla rigidità dinastica al dinamismo competitivo delle oligarchie.

Venuto meno un sistema di potere piramidale, ha proseguito Eva Cantarella, sono intere comunità di famiglie ad entrare in competizione. Il valore per eccellenza è identificato dal termine timé, l’onore del guerriero e l’intangibilità della reputazione personale e familiare, un principio da difendere a costo di reagire con la forza. È il dovere sociale della vendetta, basato sulla legittimazione della risposta violenta come conseguenza di un atto offensivo. Per limitare la belligeranza continua, valori collaborativi si affiancano a quelli competitivi. Nel mondo omerico, ha ricordato Eva Cantarella, non esiste un concetto di giustizia paragonabile al nostro, ma è altrettanto vero che ci troviamo in un momento di transizione. Zeus, ad esempio, pur essendo una divinità, non sfugge ad alcune caratterizzazioni inedite: sa usare il setaccio della giustizia al momento opportuno. I modelli positivi sono gli eroi, ed è paradigmatica la figura di Achille o, in minore, quella di Nestore, però assistiamo ad un progressivo sgretolarsi dei rigidi codici etici della civiltà monarchica e palaziale.

Odissea[350]

La figura di Ulisse è stata illustrata da Eva Cantarella in tutta la sua complessità. Non è esagerato considerarlo un anticipatore della modernità. Permangono in lui i tratti dell’eroe antico, subordinato al valore dell’onore, però emerge un tratto differente, perché, in certi casi, le sue decisioni manifestano sia la volontà di controllare gli impulsi (non uccide il Ciclope nonostante l’istinto lo spinga a farlo), sia la capacità di autodeterminarsi, cioè di valutare le scelte da compiere seguendo criteri di prudenza (tornato a casa, il suo petto e il suo cuore disputano attorno alla possibilità di punire immediatamente le ancelle infedeli). In questo modo, l’eroe sa di poter raggiungere i suoi obiettivi, liberandosi da una bramosia ferina e omicida. Vi è, in Ulisse, un sentimento nuovo legato al bisogno di compiere giustizia, anziché mera vendetta. Questa assunzione di responsabilità, prefigurazione di un agire libero, è invece assente in Achille, rispettabile uccisore seriale di nemici, guerriero spinto, sempre, dall’esigenza di difendere la sua qualità essenziale di eroe, la timé. Quando gli viene sottratta la schiava Briseide, Achille si ritira dalla battaglia, disinteressandosi dell’effetto pernicioso  di tale decisione per il suo campo: è il suo onore a essere stato leso, e ciò basta a determinarne l’azione. Appagato da tale risarcimento, Achille non esita a tornare nella mischia solo quando viene ucciso il suo amante Patroclo.

Eva Cantarella, durante la sua lezione, ha insistito molto su questa scissione etica ricomposta nell’animo dell’eroe: se Ulisse non esita a massacrare i Proci, incurante dell’elemento soggettivo del reato perché uomini indistintamente colpevoli di aver offeso la sua reputazione, nel caso dei suoi “dipendenti” opera una selezione, distinguendo tra atto volontario e non. Femio, il suo aedo, ha cantato per il nemico invasore, ma lo ha fatto per necessità (ananke, costrizione fisica o morale), come gli spiega suo figlio Telemaco, e non merita di essere ucciso. Risponde dell’atto solo chi è responsabile. È punito chi, volontariamente, si è macchiato di colpe. Si staglia, qui, il profilo di un Ulisse moderno. Il XXII canto dell’Odissea, quello della vendetta contro i Proci, è pertanto paradigmatico di una divisione tra diverse forme di giustizia, o, per meglio dire, tra la persistenza di una brutale modalità operativa, dentro uno scenario di guerra tra nemici alla pari, e l’irruzione della vera amministrazione di giustizia nell’ambito domestico (òikos), previa attenta valutazione delle cause sottese all’agire individuale. Emerge quella che, weberianamente, si definisce etica della responsabilità.

Solo nel 621 a.C., con le leggi draconiane, ad Atene viene messa al bando la vendetta come regola di risoluzione delle controversie. Eva Cantarella ha sottolineato come sia improprio parlare di giusto o di ingiusto prima dell’istituzione delle leggi. Senza un’istituzione superiore che avochi a sé la punizione dei reati, finalmente differenziati e graduati, non sarebbe mai possibile uscire dalla logica delle faide. Perché la legge venga applicata, e la giustizia amministrata, Dracone sa che le norme devono essere sostenute da un sentire comune e quindi inserisce, molto opportunamente, delle eccezioni, ovvero delle occorrenze in cui l’esercizio di antiche abitudini è ancora consentito. Un accorgimento che rivela la saggezza del legislatore greco.

In chiusura, la studiosa, rispondendo a una domanda posta dal pubblico, ha espresso la sua opinione in merito all’attuale incapacità legislativa del nostro ceto politico: troppe leggi su un unico argomento, abborracciate, confuse, e per questo oggetto di infinite dispute interpretative. Ecco perché, dai greci, dovremmo adottare la tecnica di fare buone leggi. L’epoca attuale, ha detto Eva Cantarella, sembra molto simile a quella che portò la civiltà minoica al collasso, una rivoluzione sociale e culturale contrassegnata dalle imponenti migrazioni di popoli da un continente all’altro. Resta da vedere quando e come i nostri palazzi bruceranno, e, domati gli incendi, quale umanità e quali valori verranno dopo di noi.

Alessandro Vergari

 

 

Tondelli, un classico contemporaneo

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«Tondelli fu uno dei primi intellettuali a tentare di raccontare e descrivere il presente non da una prospettiva distaccata, ma vivendoci dentro e mettendoci le mani e il corpo. Facendosi lui stesso presente, senza però cedergli. Aveva pudore, e una chiarissima coscienza della serietà del lavoro intellettuale: per indole e convinzione rifiutò per tutta la vita di farsi spettacolo, di trasformarsi in un simbolo o in un personaggio TV». Così ha scritto Giacomo Papi per ricordare lo scrittore a venticinque anni dalla morte, avvenuta il 16 dicembre 1991.

Tondelli è stato l’ultimo scrittore italiano che è stato in  grado di rappresentare un’intera generazione .

Senza dubbio è stato l’ultimo grande scrittore del Novecento italiano. Se  Altri libertini rappresentò il simbolo di una nuova generazione di scrittori, Camere separate, uscito da Bompiani nel 1989, è il romanzo che incarna la ricchezza culturale e le contraddizioni un’epoca, quella degli anni Ottanta vissuta intensamente da Tondelli che nei suoi scritti già aveva aperto le porte a un futuro che non riuscirà a vedere.

A venticinque anni dalla sua scomparsa Bompiani pubblica nella collana Classici contemporanei una nuova edizione del romanzo curato da Fulvio Panzeri.

Nel volume è presente una sezione intitolata Bonus Track in cui il curatore raccoglie materiale che riguarda la scrittura e la personalità di Tondelli ( lettere, interviste, scritti e altre stesure)  e che arricchisce di nuove intuizioni  quello che è stato definito il testamento spirituale dello scrittore.

Tornare a leggere i tre movimenti da cui è composto il libro coraggioso che ha il coraggio di mettere a nudo le parti più intime dello scrittore che in queste pagine si racconta attraverso la figura di Leo, significa rendersi conto che sono ancora validi tutti i ruoli di riferimento generazionale che fanno oggi di Tondelli uno scrittore imprescindibile per comprendere questo tempo.

« La forza di Tondelli – scrive Fulvio Panzeri in un articolo pubblicato su Avvenire per i venticinque anni della sua morte – è stata quella di essersi posto nell’ottica dell’osservatore curioso e attento di tutte quelle tendenze che allora caratterizzavano la “nuova” realtà giovanile e che creavano un paesaggio diverso anche per la letteratura, in quanto cambiavano i punti di riferimento della società, con l’imporsi della musica e del rock come realtà vissute in forma collettiva, attraverso la nascita delle radio libere, i concerti, il fenomeno aggregante e disgregante al contempo delle discoteche, ma anche di una creatività diversa che iniziava a porre le basi di quella che sarebbe esplosa come rivoluzione informatica, allora agli albori, con i primi videogame, l’utilizzo dell’elettronica e della computer art nei primi video musicali. Era una scena, quella degli anni Ottanta, che vedeva su un palcoscenico immaginario, dislocato in varie zone d’Italia, i “nuovi” creativi che volevano innovare i linguaggi, dal teatro alla musica fino al fumetto, non più considerato come genere di consumo popolare, ma utilizzato come forma d’arte applicata (si vedano, su tutti, gli esempi di Pazienza e di Mattotti)».

Camere separate è un romanzo felice e straordinario in cui amore, morte e nostalgia si contaminano per rappresentare la crisi di un tempo, il nostro che ha dissipato ideali per fare spazio un post- postmodernismo in cui tutto siè perso.

Sarà lo stesso Tondelli in una conversazione con Luigi Romagnoli a dire: « Negli altri miei libri credo di essere stato un po’ sulla superficie, di avere volutamente raccontato la superficie delle cose. Preferivo la descrizione di certi ambienti, di certa fauna, di certe città, mentre in Camere separate  volevo cercare le ragioni più profonde del mio modo di scrivere, del mio modo di vivere».

Camere separate è un alto momento di riflessione in cui Tondelli cerca di  vedere dentro se stesso, avendo il coraggio di identificarsi con il protagonista.

È un esame di coscienza laico che diventa un testamento di distillati sentimentali unici e irripetibili, come lo sono stati gli straordinari Biglietti agli amici, senza i quali Tondelli non avrebbe scritto questo suo ultimo e grande libro.

Nicola Vacca

 

Il conservatore senza fissa dimora

Giuseppe-Prezzolini

Prezzolini è stato il padre indiscusso del pensiero conservatore. Padre spirituale, spesso non riconosciuto, e filosofico dei valori  della cultura moderata, intellettuale politicamente scorretto, conservatore senza fissa dimora, pensatore libero .

Ai primi del Novecento svolse un ruolo importante nel rinnovamento della cultura italiana con le riviste «Leonardo» e «La voce». Da nemico di qualsiasi ideologia conservatrice,  ha realizzato con la sua intera opera un ritratto ideale di destra legata in maniera imprescindibile alla realizzazione di un partito conservatore di massa che ancora oggi tarda a venire.

Infatti basta leggere il suo «Manifesto dei conservatori», pubblicato per la prima volta nel 1972, per capire ancora quanta strada oggi bisogna percorrere per dare a chi si sente alternativo alla Sinistra, e quindi conservatore,  una casa  comune. Sergio Romano, nella prefazione alla nuova edizione del libro più famoso di Prezzolini  pubblicata per Mondadori nel’95, ebbe a scrivere: «Se fosse vivo, Prezzolini, constaterebbe che, nel momento, in cui il suo Manifesto, ritorna in libreria, il Vero Conservatore, non ha ancora una casa. E rimarrebbe probabilmente  a Lugano , in attesa di sapere se mai vi sarà una casa in Italia per il conservatore italiano».

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Prezzolini è molto di più di un difensore del termine conservatore. Il suo pensiero è interprete di un conservatorismo moderno. Infatti più volte ha affermato: «il conservatorismo non è semplicemente un partito; è una struttura della mente umana».

Prezzolini intellettuale scomodo e politicamente scorretto può considerarsi un conservatore atipico che aveva a cuore il primato della politica :« La politica è immaginazione e realismo, lotta e compromesso, intelligenza e passione, mescolati insieme in dosi diverse, a seconda dei popoli e dei paese e dei tempi. La politica sfrutta le qualità e i difetti degli uomini, e perciò la politica delle mani nette non è mai durata. Chi la fa deve sporcarsi le mani, se rimestola nel fango».

Nell’itinerario del pensiero politico-filosofico di Prezzolini c’è il Riformismo Conservatore, principio che parte  principalmente  dalle ragioni  speculari di fondo delle sue idee, tutte politicamente scorrette. Le sue intuizioni fanno di lui  di uno dei protagonisti più rappresentativi del Novecento.

Se si legge  bene il pensiero e l’opera di Giuseppe Prezzolini si coglieranno  nella sua oceanica produzione  gli aspetti tipici che hanno fatto di Prezzolini  «L’Italiano Politicamente Scorretto».

La sua irrefrenabile sete di cultura  lo portò ad interessarsi, impadronirsi, e poi abbandonare  movimenti, filosofie, idee e tendenze. Da uomo libero fu sempre  propositivo pensatore dalle idee conservatrici. «La natura mi fece anarchico, la ragione e l’esperienza della vita mi hanno fatto conservatore»,  era solito dire. Ed è proprio sul Prezzolini anarchico-conservatore  che bisogna insistere per comprendere la sua centralità nella cultura italiana.

Da Conservatore senza partito, Prezzolini  parte da un’idea disincantata e revisionista della Storia per spiegare in maniera dettagliata  le molteplici caratteristiche  del pensiero conservatore.  Fu così che nel «Manifesto dei conservatori» Prezzolini userà il termine di «conservatori», al posto di  quello di destra.

«Invece la parola conservatore ha un significato  che corrisponde  ad un contenuto politico e filosofico e proviene  da una radice  antichissima  indoeuropea che fornisce  già un’immagine di quello  che la tendenza  conservatrice è stata sempre  nel mondo occidentale. Destra è il posto dove generalmente seggono i conservatori; ma conservazione è l’idea per cui essi vi seggono».Parte da questa intelligente analisi semantica  il viaggio culturale di Giuseppe Prezzolini  alla ricerca  di un modello culturale da offrire alla cultura  moderata del futuro:il partito conservatore di massa.

La lezione di questo grande conservatore atipico, che guarda alla giustizia  piuttosto che all’uguaglianza astratta e livellatrice, che non è contrario alle novità perché nuove, che non scambia l’ignoranza degli innovatori per novità, che esalta il senso  delle responsabilità contro la leggerezza, l’improvvisazione, la negligenza, la procrastinazione, che accetta la necessità di cambiamenti politici, poiché la Storia è un cambiamento continuo, che considera  l’idea di progresso come un errore  logico, perché non si sa se si progredisce se non si sa  in quale direzione si va e dove ci si vuole fermare, perché non sempre quello che viene dopo è migliore di quello che lo ha preceduto, è il punto di partenza con il quale una destra moderna e competitiva deve fare assolutamente i conti per diventare il perno attraverso cui costruire un vero polo conservatore che sappia aggregare intorno alle proprie idee tutti coloro che  si sentiranno sempre alternativi alla sinistra.

La destra italiana non ha mai capito il pensiero di Giuseppe Prezzolini e quindi ha perso l’occasione per essere una destra moderna e aperta.

Al ritratto ideale del Vero Conservatore, a cui Prezzolini  con coraggio e fermezza ha dedicato la sua opera, doveva guardare senza pregiudizi intellettuali la destra di ieri, e abbracciare  senza riserve mentali il centrodestra di oggi.

Ma sappiamo benissimo che se la sinistra ha smesso di pensare,la destra non ha mai cominciato a studiare.

La lezione di Prezzolini resta tuttora valida  in gran parte dei suoi capisaldi: il senso d’identità e quindi di appartenenza; l’esaltazione delle diversità in un mondo che si muove  verso la massificazione  e l’uniformità: il rispetto della Tradizione; lo studio del passato senza nessuna chiusura aprioristica verso la modernità. «Il Vero Conservatore è persuaso di essere se non l’uomo di domani, certamente l’uomo del dopodomani».

Una grande lezione che, soprattutto in tempi di omologazione e pensiero unico, non possiamo permetterci di ignorare.

Nicola Vacca

 

Eugenio Barba e l’essenza del teatro

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Il teatro sperimentale del Novecento deve molto ad Eugenio Barba. Nato a Brindisi 81 anni fa da una famiglia originaria di Gallipoli, presto orfano di padre, studia al collegio militare della Nunziatella, a Napoli. Resta affascinato dalla cultura classica e in particolare dal teatro. A 18 anni emigra in Norvegia dove lavora come lattoniere e saldatore, prima di imbarcarsi su un cargo come marinaio. Si laurea in letteratura francese e norvegese e in storia delle religioni all’Università di Oslo, poi, grazie a una borsa di studio, frequenta un corso di regia presso la Scuola Teatrale di Varsavia. Nel 1961 a Opole, una piccola cittadina polacca, avviene l’incontro decisivo con Jerzy Grotowski, un giovane regista teatrale, allora sconosciuto, di cui diventa amico e collaboratore. Nel 1964 fonda l’Odin Teatret, a Oslo, e nel 1966 emigra con la compagnia a Hostelbro, in Danimarca. In cinquant’anni di attività, Eugenio Barba ha rivoluzionato il teatro contemporaneo.

Lo scorso 2 Ottobre, a Bari, presso la Libreria Laterza, il regista ha presentato al pubblico la sua ultima fatica letteraria, “I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell’attore” (Edizioni di Pagina, 2017), scritto a quattro mani con lo storico del teatro Nicola Savarese, una collaborazione rinnovata a molti anni di distanza dal saggio monumentale “L’arte segreta dell’attore” (1983), un manuale di istruzioni sulle tecniche dell’attore in scena, vera bibbia dell’antropologia teatrale. A intervistare gli autori, Maria Grazia Porcelli, docente dell’Università degli Studi di Bari, e il giornalista Egidio Pani.

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“I cinque continenti del teatro” è un libro imponente, corredato da 1500 foto, un volume composto in venti anni di ricerche e redatto sulla base di conversazioni “politicamente scorrettissime”, con l’obiettivo esplicito di scrivere una storia del teatro dal punto di vista dell’attore. La struttura del libro si conforma a cinque domande, ricalcate sulle cinque regole auree del giornalismo anglosassone (Who, What, Where, When e Why / Chi, Cosa, Dove, Quando e Perché), interrogativi che puntano all’essenza del teatro ed introdotti in forma di dialogo da due personaggi presi in prestito dall’ultimo romanzo, rimasto incompiuto, di Gustave Flaubert, i copisti Bouvard e Pécuchet. Ne deriva un approccio scanzonato, divertente e dissacrante al tema, rispetto al classico alone di seriosità, che generalmente avvolge le narrazioni sul fare teatro.

Eugenio Barba si contraddistingue per una presenza magnetica e per una naturale predisposizione al racconto orale di sé, del proprio essere uomo di teatro, una missione inestricabilmente legata a vicende esistenziali avventurose e dense di insegnamenti, umani e culturali. Nella voglia di fare teatro, secondo Barba, non può mancare il desiderio di conoscenza. A tal proposito, in apertura del suo intervento, ha raccontato un aneddoto. Durante il primo viaggio in India, nel 1963, il regista fu colpito dalle capacità vocali di un cantante locale e alla domanda su come come avesse potuto apprendere tutta quella tecnica straordinaria, il cantante rispose che aveva avuto bisogno di 40 anni di studio assiduo per potersi esprimere a quei livelli, decenni di fatica concentrati in un assolo. La conoscenza, ha aggiunto Barba, non è mai semplice erudizione, perché necessita di un contrappunto fisico, di sensorialità, di un’organicità che lasci trasparire la fatica del lavoro di apprendimento. Così, anche i libri devono scansare l’eccesso di nozionismo e “bruciare” nelle mani del lettore.

Chi inizia a cimentarsi nel teatro, chi trova il coraggio di esibirsi in scena di fronte ad un pubblico (ultima forma di spettacolo che ri-crea una comunità sottraendola alla virtualità, ha sottolineato la professoressa Porcelli), si pone domande che, ha affermato Barba, non possono essere evitate. Nel libro scritto con Savarese, dalla vocazione quasi enciclopedica, emerge il profilo antropologico  dell’attore, l’intreccio di pensiero e condizioni materiali, aspirazioni poetiche e realtà quotidiana, elaborazione intellettuale e sostanza corporea del gesto attoriale. Non è casuale, secondo il regista, che il teatro sia nato, a tutte le latitudini, nelle baracche e sia stato avviato da persone bisognose, non da uomini colti. L’attore di teatro, ancora oggi, deve combattere con la fame, deve nutrire se stesso prima di nutrire i propri sogni. La sua performance è esposta a qualunque tipo di giudizio, e lui, o lei, dev’essere predisposto allo schianto, all’urto anche fisico, perché teatro è trasmissione.

In una delle sue precedenti pubblicazioni, “La canoa di carta” (Il Mulino, 1993), Eugenio Barba  confessava che si diventa attori per intimi motivi personali. Nella sua biografia, come ben messo in evidenza dalla professoressa Porcelli, il tema della migrazione e quello della mescolanza di saperi sono un tutt’uno. Lo stesso regista, rispondendo a una domanda, ha riconosciuto il peso delle storie e delle provenienze reciproche, perché l’elemento biografico è un pre-giudizio che ci costituisce, ma sono altrettanto importanti altre categorie. Nell’attore scorrono flussi complementari, tensioni di un rapporto non dialettico, in quanto la sintesi è impossibile, tra il lato emotivo e la componente intellettuale delle conoscenze acquisite. Barba ha ricordato come l’Odin Teatret sia stato formato, e costruito negli anni, da persone con biografie segnate dal tema della mancanza, dell’abbandono e della perdita. Dietro ognuno di noi, ha incalzato, c’è una casa, una famiglia o una patria che prima o poi siamo costretti a dimenticare. Molti attori negli anni Sessanta e Settanta facevano esperienza di droghe o erano reduci da utopie fallite, e tutte questi elementi personali si avvertono nel rapporto che si instaura con lo spettatore. Un attore che non trasmette irrequietezza o non colpisce la platea non è un buon attore.

Centrale, nelle parole di Barba, è la relazione che si instaura tra i protagonisti del teatro, soprattutto gli attori, ed il pubblico. Se l’Odin Teatret ritorna a Lecce, in questi giorni, con un nuovo spettacolo intitolato “L’albero”, non è per nostalgia del Salento, ma perché con alcune città la compagnia ha instaurato, nel corso del tempo, un rapporto dialogico intenso, perfino ereditato dalle nuove generazioni, quasi come si trattasse di amicizie di lunga data (l’esordio dell’Odin in Italia avvenne proprio a Lecce nel 1976). A volte si può percepire anche ostilità nello spettatore, ma è sempre preferibile all’indifferenza di luoghi senza appeal emotivo. Nel teatro di Barba lo spettatore è la celebre “quarta parete”, un soggetto attivo, ma ciò può avvenire solo se lo spettacolo riesce ad intrattenere il pubblico come una cosa essenziale, al pari di un’esperienza ultima e definitiva. Il teatro, ha espresso con forza Barba, non è routine, e chi lo ammanta di inutile prestigio, lo uccide.

Nicola Savarese, uno dei maggiori studiosi europei di teatro giapponese e coautore del libro, si è dichiarato testimone dell’immane lavoro di scandaglio operato da Eugenio Barba nell’ambito dei suoi studi di antropologia teatrale, un’attitudine mantenuta durante la ricerca di materiale utile al volume, fino a setacciare millecinquecento foto ritenute degne di essere inserite a fronte delle iniziali undicimila. “Abbiamo incontrato attori e professionisti del teatro di tutto il mondo”, un colossale scambio di informazioni paragonato da Savarese a quanto avveniva nell’antichità presso l’oracolo di Delfi, da lui accostato agli odierni database… L’oracolo era una persona in carne e ossa che comunicava con l’esterno, ricevendo e dando notizie in pari misura. Savarese ha anche ringraziato Barba per averlo strappato alle sue abitudini di topo da biblioteca, perché, ha ammesso, per essere veri esperti e critici del teatro è necessario “seguire il processo di formazione di uno spettacolo”. L’attore, da par suo, deve essere in grado di mesmerizzare lo spettatore, ovvero di incantarlo fino a vincerne la naturale passività, ma il vero miracolo avviene quando alcuni luoghi diventano unici e irripetibili, tanto da attrarre uomini e donne da città lontane, come avviene con La Cartoucherie a Vincennes, vicino Parigi, o con lo stesso Odin Teatret in Danimarca.

Egidio Pani, compagno di liceo di Eugenio Barba alla Nunziatella, ha ricordato lo stupore provato nel ritrovare, nel 1969, il suo amico a Venezia, già affermato regista all’estero. Faceva un teatro in grado di emozionare, perché ogni parte (attori, spettatori, costumi) si fondeva in un tutto. “È un uomo della contemporaneità, con molta mediterraneità dentro di sé, un vero figlio della Magna Grecia”. Pani ha ribadito la comunanza tra pratica teatrale e assimilazione del sapere, tra consapevolezza di sé dell’attore e sensibilità politica, perché “teatro non è recitare, ma relazione con il mondo”. Una domanda posta direttamente a Barba, sul futuro dell’Europa, ha dato al regista la possibilità di parlare di sé, del suo vissuto di giovane emigrato in Scandinavia. Passare da essere intelligenti ad apparire stupidi, da un giorno all’altro, è quanto di più scioccante vi possa essere, ha sostenuto Barba. Da ragazzo dovette confrontarsi con una lingua barbara, con i rumori dell’officina, con richieste che non riusciva a decodificare. Il migrante sperimenta la perdita della lingua. Gli italiani, ha continuato Barba, a causa dell’impronta del Fascismo e dei trascorsi bellici, ancora negli anni Cinquanta erano considerati dei voltagabbana, dei vigliacchi, mentre la classe operaia norvegese si era distinta per aver partecipato, volontariamente, alla guerra civile di Spagna e ad altre esperienze di resistenza europee. Se un’idea di Europa si è fatta strada in lui, ha risposto, questa è derivata da incontri che hanno dato un senso alla sua vita, marinai anarchici, autisti cui chiedeva autostop che raccontavano di aver sorvolato i cieli nemici al tempo della seconda guerra mondiale, uomini con un’etica del lavoro autentici eredi dello spirito illuministico. Quei principi, ovvero i diritti dell’Uomo, ha sostenuto Barba, sono la ragion d’essere del nostro continente, ma molti valori sono andati perduti. Anche la Catalogna da patria di Durruti si è trasformata in sostenitrice di un patriottismo fittizio. Ma un tratto identitario, ha concluso, può essere ancora richiamato a marchio indistruttibile dei valori europei, e lo si può esprimere così: “In Europa vige l’aristocrazia del buongusto”.

Eugenio Barba ha attraversato le inquietudini del teatro contemporaneo e ne ha toccato l’essenza più intima. Il teatro è “un mestiere di solitudine che crea legami”, un’esperienza ineffabile che scortica registi, attori e spettatori fino al midollo, e diversamente non potrebbe essere.

Alessandro Vergari

 

Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

Il diario di un’altra America

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Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.

Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down(2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders

Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.

In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta  «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.

Wim Wenders sì innamorò dei racconti di Motel Chronicles  e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.

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Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni  di questo libro non si seppe più nulla
Nel 2016 il Saggiatore  riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.

Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.

Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.

Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard ( di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.

Motel Chronicles  e gli altri suoi libri  raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.

Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.

Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin,  nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.

E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo   i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.

Lo scorso anno esce per i tipi di Playground  Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro.  Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri  si trova sempre la fotografia di un’America che cambiava mentre stava tradendo se stessa. Shepard di tutto questo è stato un lucido testimone.

Nicola Vacca

 

Carmelo Bene: essere altrove  

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«Non essere dove si è, essere altrove, smarrirsi per non più ritrovarsi». Il cammino umano e artistico di Carmelo Bene andava nella direzione del de-collocarsi, del togliersi dalla scena, dell’allontanarsi dal Sé. E non era affatto una via facile da percorrere. Nel momento in cui Parmenide s’iniziò all’essere, l’uomo incominciò a complicarsi l’esistenza. Carmelo Bene non aveva nessun dubbio a riguardo: una miriade di questioni nasceva dal volersi confrontare con una (ir)realtà così spinosa e vaga. Sono passati millenni e il problema – ontologico, gnoseologico, etico, storico – miete ancora vittime tra estimatori e detrattori, non ultimo Heidegger, cui Bene rimandava a chi gli rompeva i cosiddetti con il Sein e con l’ontologia. Poi, all’orizzonte, ecco pararsi la speculazione deleuziana, impegnata nell’ardua prova di rivoltare uno dei più stigmatizzanti dualismi filosofici e umani, quello “Io-Altro”, che aveva trovato crogiuolo nell’universo antropocentrico occidentale (ma non solo), e Carmelo Bene, incarnazione di rottura, lacerazione, fenditura, trovò nel pensiero del filosofo francese materia di scambio e di confronto (a modo suo, naturalmente). Non tutti i defunti sono buoni, amabili e seguaci di rette vie, bisogna farsene una ragione. Nel caso del nostro, poi, il disertare tutto ciò che era già stato battuto, anche se attraente, rappresentava la “buona cattiveria”, il ghigno liberatorio, contro la pseudo bontà dell’ufficialità e della cultura generalista. Che Bene fosse la testimonianza vivente del potere sovversivo dell’arte (ma guai a parlare del sociale e del politico davanti al campiota) è cosa da tenere in grande considerazione, affinché ricordare il maestro in occasione dell’anniversario della sua nascita non diventi l’ennesima scritta sulla lapide di una memoria istituzionalizzata e, cosa ben peggiore, edulcorata.

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Quella di Bene è stata una figura unica, irripetibile nella storia dell’arte: teatro, cinema, poesia, scrittura e, suo malgrado, televisione hanno tribolato non poco sotto i colpi del suo genio irrequieto, quasi teppistico. Attenzione: stiamo parlando di arte non di cultura. Egli odiava quel termine così ambiguo, così servile, fin nell’etimo. Più volte il nostro si era preoccupato di associare la parola cultura al colonizzare e al colonizzato. Sorte migliore non toccò all’informazione, soprattutto quella giornalistica, vero male dei tempi (Nietzsche ne sapeva già qualcosa), cui il nostro riservava grandiose stilettate. Tuttavia, Carmelo Bene non era solo un provocatore, uno che si divertiva a farsi odiare, spesso riuscendoci. Egli era un inattuale o, come lui stesso affermava (nevvero?), un classico tra i classici e, cosa importantissima, vivente. E poi la voce, quel grande, immenso organo di devastazione di stereotipi, di abitudini, di conoscenze. Dare voce non tanto a Majakovskij o a Campana – lì l’effetto era quasi scontato – ma a Leopardi è stato qualcosa di dirompente, di inaspettatamente estremo. Trasformare l’Infinito leopardiano in qualcosa di lunare, marziano, venusiano; trovarsi in presenza di un Pierrot o-sceno che inquieta non solo le viscere ma la mente; anticipare i tempi della tecnica, amplificando, meccanizzando, disumanizzando pur servendosi di un cuore, di una bocca, di un volto: tutto ciò ha del prodigioso. Farsi macchina attoriale e, forse, macchina tout court, strizza l’occhio all’apocalisse dell’umano, dimensione spazio-temporale dove valori e disvalori si annullano nel sommo niente. Un niente dal sapore tutt’altro che pessimistico ma futuristicamente primitivo, lontano, inattuale. Alfine, realizzare non solo un annientamento della scena, del corpo, ma una scomposizione della parola, del verbo, sostare presso un “Ni-Ente” che possa, in qualche modo, portare all’avvento di quell’agape schopenhaueriana che di volta in volta faceva capolino dalla macchina beniana. In questa dimensione o-scena, de-strutturata, anche la morte, come noi la conosciamo (e temiamo) non ha più senso, poiché è l’intero insieme della s-oggettità a perdere senso. Chi ha la ventura di addentrarsi nell’opera di Bene può godere di qualcosa che non troverà altrove: la sensazione vivida di trovarsi di fronte a un’arte maledettamente autentica, folle e spietata. E questo, a molti, fa paura.

Gianluca Conte