Due poeti nella carne delle parole

Francesco Cagnetta e Michele Paoletti sono entrambi poeti e tutti e due sono  nati nel 1982.

In questi giorni Francesco e Michele hanno dato alle stampe i loro rispettivi libri.

Pianeti di carne (Transeuropa, pagine 63, € 15,00) è il libro d’esordio di Francesco Cagnetta, Foglie altrove (Arcipelago Itaca, pagine 71, €13,00) è il terzo libro di versi per Michele Paoletti.

Gli autori, oltre all’anno di nascita, hanno molto in comune. Entrambi scrivono una poesia materica dove la fisicità della parola è attenta a scavare nella carne dei pensieri che divengono versi.

Francesco Cagnetta è attento e sensibile a una poesia che ha i piedi per terra. Nel suo libro scomoda la lontananza dei pianeti per parlare della carne   di cui siamo fatti sulla Terra.

Ha ragione Pasquale Vitagliano nella prefazione quando scrive che la poesia di Cagnetta è un inventario delle cose della vita.

Scrittura immediata e estroversa con cui il poeta è attento alla fisica del pensiero. Ogni suo verso dà conto dei tagli, guarda in faccia la realtà e coglie nel visibile anche l’invisibile di una metafisica che allude alle contraddizioni rumorose del presente.

«Cediamo a pezzi / come i balconi delle case / non abbiamo travi / a reggere i pensieri / il corpo si ammala / diventa inerme».

Ha una parola forte, molto tagliente, la poesia di Francesco Cagnetta che prima di tutto è una corposa scrittura esistenziale che sanguina e non perdona.

Anche l’altrove di Michele Paoletti è materico, immanente. Quando leggiamo le sue poesie ci sembra di toccarlo con le mani nude e sensibili.

Foglie altrove è la conferma di un poeta sensibile che sa essere attento interprete dello scorrere della vita.

«Siamo nei nostri respiri contro i vetri / impaginando silenzi con le dita / e i cani fuori a bere la notte / a sorsi prima che finisca / in un fracasso di alba all’orizzonte. / Stiamo alla catena dei giorni / senza peso. / Intorno il vento odora d’abbandono».

Maria Grazia Calandrone nella prefazione scrive che Paoletti prova a tradurre sulla pagina il nucleo silenzioso delle cose e del mondo.

Come le foglie, anche noi siamo destinati alla caduta. Michele Paoletti sta con la sua poesia nel rigido e perenne inverno dell’esistenza, cerca la luce nel buio dei cortili, sempre ancorato sul fondo delle cose non rinuncia  al tentativo di azzardare una parola – salvagente, il seme che germoglia di un altrove che ci spetta, come a una salvezza che da qualche parte ci attende.

«Ci credi quando dico / che le parole avevano un odore / anche se non le capivo anche se / restavano appese, capovolte».

Michele Paoletti ha una sua lingua, riconoscibile, delicata e la sua poesia sa essere voce del mondo.

Nicola Vacca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...