La stranezza è disperata bellezza

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Angeli minori di Antoine Volodine, tradotto in italiano da Albino Crovetto per L’Orma Editore, è un romanzo composto da quarantanove piccoli racconti interconnessi o, come li battezza l’autore, “narrat”. Secondo le intenzioni di Volodine, i narrat sono «istantanee romanzesche che fissano una situazione, delle emozioni, un conflitto vibrante fra memoria e realtà, fra immaginazione e ricordo, sequenze poetiche a partire dalle quali ogni fantasia è possibile». I narrat appartengono alla cosiddetta letteratura “post-esotica”, altra invenzione terminologica e concettuale di Volodine che rimanda ad una particolare sfumatura estetica del genere fantascienza. Perché Angeli minori è un romanzo fantascientifico ma, come si accorge presto il lettore, la scrittura opera uno scarto verso la surrealtà e la sfera onirica.

Se nell’esotismo ottocentesco l’immaginario occidentale è sedotto dal fascino idealizzato di luoghi lontani nel tempo e nello spazio, se Charles Baudelaire, nella celebre poesia Parfum exotique contenuta ne I fiori del male (1857), chiudendo gli occhi, in una calda serata d’autunno parigina, riesce a scorgere “isole pigre, corpi vigorosi, alberi bizzarri e frutti saporosi”, nel post-esotismo il gusto per l’evasione è portato all’assurdo. Il senso del terribile e la percezione dello spaventoso (si pensi alla Tahiti misteriosa di Gaugain) sono per la letteratura di Volodine retaggi concettuali da accogliere e condurre ad esiti paradossali. Non più civiltà primitive e incontaminate da venerare, non più contrasto insanabile tra una società corrotta e una natura primordiale, non più desideri di fuga realizzabili, ma uno sguardo spalancato sull’orrore di un mondo devastato e irriconoscibile, in cui l’umanità è alle prese con mutazioni irreversibili e incontrollabili. Qui non è un Altro da sé a sedurre, ma il Noi mostruoso che si palesa a mutazione avvenuta.

Angeli minori è un romanzo che pone una sfida permanente alla comprensione dei fatti. Vi è descritto un mondo oltre la fine del mondo. Indizi disseminati nei vari narrat suggeriscono un disastro causato da guerre nucleari, da invasioni extraterrestri e da cambiamenti del clima, non è dato sapere in quale successione. Poiché la storia si è fermata e le fonti di conoscenza svanite, la cronologia degli avvenimenti risulta impossibile da verificare. L’umanità è quasi estinta, e ciò che ne rimane è solo la traccia di un esperimento sociale e antropologico fallito. Ne sono un esempio alcune donne di età indefinita, addirittura pluricentenarie, deliranti nonnine abbandonate da secoli presso la casa di riposo del Grano Volpato.

La volontà di potenza tecno-scientifica di epoche addietro (del nostro tempo?) avrebbe voluto fare di Laetitia Scheidmann, di Varvalia Lodenko, di Solange Bud e delle altre, i prototipi di una razza immortale. In loro, quasi sole in un pianeta desolato e sempre più simile a Marte che alla Terra, resta impressa la memoria (vera? falsata?) di un’epoca di radicale egualitarismo. Mosse da istinti rivoluzionari, decidono di fabbricare un nipote, Will Scheidmann, attraverso un rito a metà strada tra un sabba infernale e un racconto mitico-religioso delle origini. «Sentivo su di me le mani sciamaniche delle vecchie. Le loro dita sciamaniche si accanivano a plasmare quel che in me era ancora informe, mi occorreva un’infanzia e loro impastavano per me un surrogato d’infanzia, mi serviva una giovinezza incosciente e dei sogni e loro me li trasmettevano con muggiti magici di un’intensità atroce, poiché ogni muggito equivaleva a duemilaquattrocentouno immagini di sogno e trecentoquarantatré giorni di incoscienti follie».

Il suo compito, insufflato nella testa da una delle vecchie megere, integerrima custode dell’ortodossia, è riportare la civiltà ad una presunta epoca felice, quella dei campi (di rieducazione). Ma Will tradisce: anziché puntare ad un rinnovato comunismo, firma i decreti per ristabilire il capitalismo. Sul nipote si abbatte la rabbia delle pluricentenarie. Legato a un palo nel mezzo di un altopiano desertico, esposto alle intemperie e ai venti radioattivi che imprimono al suo corpo terrificanti mutazioni genetiche, Will resta in attesa di una fucilazione che non avverrà mai.

Volodine si serve di un espediente metanarrativo. «Io impastavo quella prosa nello stesso spirito delle precedenti, tanto per me quanto per voi,mettendovi in scena per preservare la vostra memoria dall’usura dei secoli». È dal petto di Will, aedo mostruoso, che sgorgano i quarantanove narrat del libro. Will riversa nella coscienza delle vecchie megere «immagini destinate a radicarsi nel loro inconscio, che sarebbero riaffiorate molto tempo dopo, nei loro pensieri e nei loro sogni». Affidandosi alla trasmissione orale, il nipote degenere dà origine a una nuova epica in grado di tessere i buchi della memoria e attribuire una parvenza di senso ad un mondo disfatto. Le vecchie, dopo averlo graziato, si affidano a lui, reclamando almeno una novella al giorno come il Re di Persia da Sherazade ne Le mille e una notte. Quando Will si rifiuta, le donne, assetate di verità, strappano lembi di pelle dal suo corpo devastato, sperando di trovarvi incisi altri narrat.

Spedizioni navali di novelli Argonauti in territori mefitici e ostili, alieni immersi in apnea nell’atmosfera terrestre «per valutare le condizioni del mondo e raccogliere elementi sulle popolazioni che lo abitavano ancora», sparuti eremiti dediti all’allevamento di galline in grattacieli spopolati «di fronte a rovine disabitate, di fronte a immense facciate che annerivano nel silenzio del mattino, di fronte a distese di macerie che sembravano una megalopoli dopo la fine della civiltà e anche dopo la fine della barbarie», e ancora scrittori ideologizzati, di cui restano vaghe tracce e  testimonianze in rifugi postatomici blindati, vagabondi cenciosi dediti al cannibalismo, amanti divisi da secoli di oblio che riescono a rivedersi solo in sogni più concreti della realtà… La lettura, in Angeli minori, si espone ad un senso di perturbamento costante.

Ogni narrat è dedicato ad un personaggio specifico e i personaggi si incrociano per formare un reticolo di storie e di nuovi miti, per un’umanità scivolata oltre ogni logica e razionalità. Se nell’esotismo “classico” erano contenuti in nuce molti temi poi sviluppati dalla psicanalisi freudiana, qui la narrazione si fonde direttamente con l’inconscio, in un intreccio inestricabile di realtà, sogno e delirio. In ogni narrat «come sopra una fotografia leggermente truccata, si potrà scorgere la traccia lasciata da un angelo», purtroppo incapace di recare alcun aiuto ai personaggi, aggiunge Volodine (da qui l’ironica minorità della presenza angelica).

Lily Young, una delle vegliarde, in un narrat si chiede: «chi altri se non Will Scheidmann potrà narrare aneddoti sulla nostra lunga esistenza? Chi potrà tornare a far rivivere la nostra giovinezza, e in seguito i crolli, e le catastrofi, e come siamo state messe in disparte in una casa di riposo? E in seguito la resistenza, il saccheggio della casa di riposo, gli appelli all’insurrezione?» Il romanzo di Volodine è una metafora fantascientifica dalla forte carica politica. Le ideologie, di qualunque tipo, hanno distrutto l’umanità. Comunismo, liberismo, scientismo, utopie progressiste e violenza reazionaria si sono contese il campo, lasciando a terra miliardi di vittime. La memoria stessa è stata annientata. Nemmeno le vegliarde, questo è il paradosso più crudele, sono in grado di ricordare alcunché. Volodine affida a Will un pensiero lucido e straziante, quasi un manifesto della propria estetica: «la stranezza è la forma che prende il bello quando il bello è disperato».

Il post-esotismo è parente stretto dello Stalker del maestro Tarkovskij e, di conseguenza, della meravigliosa prosa distopica dei fratelli Strugackij (Picnic sul ciglio della strada, Un miliardo di anni prima della fine del mondo). Le “rovine” radioattive di Pripyat, la città evacuata dopo il disastro nucleare di Chernobyl e immortalate in molti servizi fotografici, divenute oramai parte del nostro immaginario collettivo, potrebbero essere lo sfondo ideale di un narrat. La “zona” proibita, in Volodine, ha ingoiato l’intero pianeta. Angeli minori è il romanzo di un’umanità che non si riconosce più. E noi quanto ci riconosciamo in questa “futura umanità”?

Alessandro Vegari

(Antoine Volodine, Angeli minori, L’Orma 2016)

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Nino Pedretti, poeta della gente comune

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Santarcangelo di Romagna è stato un grande laboratorio per la poesia . È un luogo che ha dato i natali  a poeti dialettali  importanti come Tonino Guerra, Raffaello Baldini e Nino Pedretti.

Dei tre, quello che ha avuto meno fortuna è Nino Pedretti, scomparso prematuramente il 30 maggio 1981, a soli 58 anni.

Leggere oggi i suoi versi per me è davvero una grande scoperta. Nino Pedretti ama da subito una poesia cruda e essenziale. Il poeta è inquieto e nelle sue poesie racconta la vita quotidiana: attraverso la considerazione delle piccole cose, dai più considerate inutili, Pedretti pone l’attenzione sul mondo subalterno degli invisibili.

In maniera onesta non si nasconde mai dietro le parole quando con franchezza e onestà fa poesia per parlare delle gente comune, dei soprusi , delle ingiustizie del mondo in cui vive.

Raffello Baldini scrive, infatti, che Nino incontrò il dialetto per strada e lo imparò dagli amici. Se per molti della sua generazione il dialetto era la lingua materna, per Nino era la lingua fraterna.

Nino Pedretti scriveva poesia in dialetto perché era la lingua della sua comunità. Passeggiava per le strade di Santarcangelo e sentiva parlare la sua gente. Poi scriveva le sue poesie e dentro ci metteva la sua gente con cui condivideva il collante vivo di una lingua e di un’ appartenenza.

Del dialetto romagnolo Nino Pedretti ha lasciato la seguente definizione: «A differenza dell’italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all’aperto come un’erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un’erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici».

Che poi è anche il cuore pulsante del suo modo onesto di fare e scrivere poesia.

Nel 2007 nella collana bianca di Einaudi esce Al Vòuşi, un volume che raccoglie le poesie santarcangiolesi di Nino Pedretti. L’edizione è curata da Manuela Ricci. Nell’ampia introduzione si legge che il poeta è una voce viscerale e materna e trova nel dialetto la forza di essere sempre essenziale e spontaneo.

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Nino Pedretti è stato un grande poeta perché ha saputo parlare all’uomo della strada dopo averlo attentamente ascoltato.

«Se la lingua muore / se si contamina, / se perde i suoi legami / come una vedova, / se piange in disparte / sepolta nel cuore dei vecchi/ nelle case buie, / allora il paese è finito, / non ha più storia»;  « Non ditemi che il mondo è brutto /ammalato, ridotto in merda. / Il mondo ha bisogno di bellezza / anche se ti urla il cuore / anche se ti mozzano le dita».

Questo è Nino Pedretti, poeta autentico che fa sanguinare le parole e nel suo dialetto la lingua si fa tragica e diventa la lingua dei poveri, della rivolta ma anche una voce intima in cui la lotta ripudia la rassegnazione.

Carlo Bo colloca Nino Pedretti tra i poeti che contano del Novecento. Leggetelo e vi accorgerete che è tutto vero.

Nicola Vacca

 

La voce di Fernando Pessoa

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Antonio Tabucchi quando la morte lo colse stava lavorando, insieme a Maria José Lancastre, a una nuova edizione del Pessoa «ortonimo». Con il titolo Poesie di Fernando Pessoa finalmente Adelphi pubblica il volume nel 2013.

Di fronte alla galassia eteronimica, l’io di Pessoa scava nel cuore di tenebra della sua esistenza inquieta.

Tabucchi giustamente definisce Pessoa il poeta più complesso e vasto del ventesimo secolo. Con tutto il suo baule pieno di gente, lo scrittore portoghese ha attraversato il proprio tempo elaborando formidabili intuizioni razionali, sentimentali e soprattutto epifaniche.

In queste pagine  i lettori troveranno l’anima del poeta che scruta attraverso  la divina irrealtà delle cose. Nei suoi versi c’è sempre la capacità di percepire il mistero del tutto. Ogni personaggio che viene  fuori dalla sua immaginazione è un sognatore ironico, un testimone  infedele alle promesse segrete, ma soprattutto un’ incognita metafisica che si dona con il suo carico di rivelazioni.

Pessoa ortonimo è la voce essenziale dei suoi amici immaginari, la summa di quella sua  sola moltitudine in cui i suoi stessi eteronimi si ritrovano, fianco a fianco, a redigere quel libro dell’inquietudine dove l’anima è il fondamento di tutto.

Riccardo Reis, il neoclassicista  emigrato  in Brasile per disprezzo della repubblica, Alberto Cairo,  scettico, uomo solitario e schivo morto di tubercolosi e Álvaro de Campos, energico futurista in gioventù e nichilista sono gli stati d’animo più rappresentativi di Pessoa. Ma sono anche  le tre anime di un poeta drammatico e lirico, multiforme e contraddittorio, che come pochi ha saputo scendere negli abissi dell’inconscio e della crisi .

Il Pessoa ortonimo è la sintesi del suo mondo affascinante in cui si accede e ci si perde  come nei meandri di un labirinto.

Fernando Pessoa che firma le poesie con il proprio nome è l’ autore al di fuori di se stesso, come se volesse ricomporre il suo interiore baule pieno di gente per poi dissolverlo immediatamente negli infiniti rivoli dei suoi amici immaginari a cui si sente legato.

Nelle poesie ortonime di Pessoa c’è l’ennesima intuizione: l’autore e il personaggio che dell’autore porta il nome  sono distinti.

Un altro geniale paradosso di uno dei poeti più grandi del Novecento. Un vero poeta che soprattutto nelle poesie firmate con il suo nome ha sostenuto che esiste un momento in cui il cuore e il pensiero sono la stessa cosa.

Nicola Vacca

 

Storie straordinarie di musica e musicisti

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Guido Guglielminetti è un musicista affermato, attualmente è il bassista di Francesco De Gregori.

Nella sua lunga carriera ha avuto il privilegio di collaborare con i mostri sacri della nostra migliore musica leggera, ma anche con cantautori importanti.

In questi giorni esce un suo libro in cui racconta la sua vita professionale e soprattutto i suoi rapporti con gli artisti più noti della musica italiana contemporanea.

essere…basso. Piccole storie di musica(L’ArgoLibro edizioni, www.largolibro.blogspot.it, largolibro@gmail.com, 339 5876415) è un piccolo e prezioso memoir in cui il musicista piemontese, con umiltà, leggerezza e una scrittura incisiva e ironica, racconta il meglio del mondo della musica italiana attraverso i suoi protagonisti che prima di tutto sono diventati suoi amici e fratelli di un cammino artistico e umano.

Nel 1972 Guido ha collaborato a Il mio canto libero, il disco più bello e più importante di Lucio Battisti.

Nel suo libro parla ampiamente di questa esperienza e ci racconta Battisti da vicino. Uomo e artista sensibile che considerava i suoi collaboratori prima di tutte delle persone.

Guglielminetti con Ivano Fossati ha scritto Un’emozione da poco, la canzone che nel 1978 portò al successo Anna Oxa.

Preziosa e fondamentale per la sua carriera di bassista è stata la collaborazione con Ivano Fossati, uno dei più geniali cantautori, Con lui collaborò nel 1984 alla realizzazione di Ventilazione, ancora oggi considerato uno dei dischi più innovativi della canzone d’autore made in Italy.

Preziosa la collaborazione con Mia Martini. Davvero toccanti le pagine che l’autore dedica nel libro a Mimì: « Suonare con Mimì era un’emozione unica, richiedeva una forte concentrazione, perché era estremamente difficile non rimanere incantati, non essere profondamenti scossi da quel suo modo veramente unico di cantare».

Nel libro occupa un posto di rilevo la sua amicizia e la sua collaborazione con Francesco De Gregori con cui Guglielminetti ha fatto un lungo pezzo di strada sempre con entusiasmo e voglia di rinnovarsi.

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All’amicizia tra Lucio Dalla e Francesco De Gregori, l’autore dedica pagine davvero intense. La «strana coppia» che ha cambiato la canzone d’autore.Due caratteri diversi che hanno imparato l’uno dall’altro e ci hanno regalato esperienze straordinarie come Banana Republic e Work in progress.

Guido Guglielminetti ha vissuto gli anni d’oro della Numero uno e della Rca, dove ha avuto anche la fortuna di sfiorare anche se solo per un attimo Rino Gaetano.

Pagine piacevoli e dense di memoria in presa diretta. L’autore di questo libro  ha il grande merito di condurci con una scrittura necessaria e semplice nel suo mondo di artista, avvicinando a noi fraternamente  i grandi artisti che abbiamo amato attraverso le loro canzoni.

Un libro davvero bello in cui l’autore ci fa conoscere un pezzo importante della mostra musica raccontando da vicino i suoi protagonisti, di cui ci rivela anche siparietti simpatici e umani.
Una lettura interessante: piccole storie che raccontano la grande storia della nostra musica.

Nicola Vacca

Salvatore Satta, il giudizio della memoria

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Non solo un romanziere, ma anche un attento osservatore dei fatti storici. Salvatore Satta ha raccontato la Sardegna e l’Italia attraverso due libri fondamentali: Il giorno del giudizio e De profundis.

Bisogna leggerli uno dopo l’altro per comprendere la profondità di questo scrittore, conosciuto soprattutto come giurista. Eppure, nonostante la fama da letterato arrivi solo dopo la sua morte, Satta ha scritto uno dei romanzi più interessanti del nostro secolo. Il giorno del giudizio è stato tradotto in diciassette lingue, pur narrando della sua Sardegna: isola di demoniaca tristezza, dove la vita scorre senza un perché.

Ambientata a Nuoro, l’opera cavalca gli anni tra la fine del XIX secolo e la prima guerra mondiale. Satta ci racconta di una città immersa nella campagna, dove i padroni sono più poveri dei servi, in cui nulla sovverte l’ordine “naturale” delle cose, ossia, ciò che è stato reso così dall’umana consuetudine. I suoi personaggi sono parte di un gioco del destino, che li ha relegati a una tradizione accettata, ma mal sopportata; sotto cui arde timida la fiamma di una rivoluzione solo sognata. L’importante è credere che prima o poi qualcosa cambi. Basta questa convinzione ai nuoresi, i quali si affidano alla benevolenza del tempo.

Cos’è quindi il giorno del giudizio? Semplicemente, è un momento che non esiste. Infatti, il verdetto è stato emesso fin dalla nascita per ogni disgraziato che calpesta il suolo di Nuoro. Così, in questo cimitero in cui la voce narrante va a fare incetta di ricordi, non v’è l’eterno riposo o la beatitudine, ma il nulla… polvere che seppellisce altra polvere.  Eroi, nobili, contadini e servi, qui marciscono tutti. I loro volti e le loro gesta tornano in vita solo perché qualcuno se ne ricorda; quando anche questi ultimi testimoni moriranno, l’oblio sarà il peggiore dei giudizi.

Eppure, tra la culla e la tomba vi è la vita e la vita non ha una trama, ma è un susseguirsi di azioni che il tempo giudica, anche quando queste tentano di essere nascoste. Satta accorda a qualcosa di superiore il diritto di emettere il verdetto. È un dio paziente, un tenace osservatore che sa di avere il coltello dalla parte del manico. E la sua vendetta si compie lì, nel cimitero, dove ognuno viene dimenticato. Satta popola il suo romanzo di tanti personaggi, uno più interessante dell’altro. Ognuno è un frammento ben definito, incastonato in un disegno chiaro, ma complesso. Lo scrittore sardo ci descrive tutto con un linguaggio raffinato, evocatore di un disincanto necessario senza il quale non riusciremmo a seguire il racconto con un pizzico di nostalgia.

Il mondo di cui parla Satta non esiste più; è già stato giudicato e dimenticato. Di questo ambiente bucolico, dove la libertà è sinonimo di ricchezza e la roba è il lasciapassare per la felicità, non ricordiamo nulla; ne conserviamo solo un vago ma tremendo giudizio. Di qui, la potenza di questo romanzo, ossia, aver anticipato i nostri pensieri e i nostri verdetti. Il passato che svanisce, che non lascia traccia di sé nelle generazioni future. Così, rievocare gli altri è un po’ ricercare se stessi, nella speranza di non svanire prima ancora che le trombe del giudizio suonino.

Meritevole di attenzione anche il De profundis, nel quale lo scrittore sardo prova a capire i motivi che hanno spinto gli italiani ad abbracciare il Fascismo. Ma di questo vi parlerò la prossima volta.

Martino Ciano

La poesia di un uomo in rivolta

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La poesia di Giovanni Peli è in disarmonia con la propria epoca. Babilonia non dà frutti, la nuova raccolta uscita per Eretica (pagine 56, euro 13, http://www.ereticaedizioni.it/) è un cortocircuito di pungente antiretorica in cui il poeta naviga in direzione ostinata e contraria contro tutte le convenzioni sociali e soprattutto culturali del suo tempo.

Versi pungenti che si scagliano contro la morale perbenista di imbonitori e affabulatori che sono soliti ciarlare il loro niente da social e che nella vita e nella letteratura sanno vendere bene il loro apparire dietro il quale mai non c’è nessun modo di essere qualcosa e soprattutto qualcuno.

«Non c’entro niente con voi», scrive con un’essenzialità feroce e pungente il poeta consapevole che quello che sta vivendo è un tempo in cui nessuno deve aspettarsi nessuna consolazione.

Amarezza, lucido disincanto contro l’ovvio e il banale che hanno ucciso ogni cosa e che oggi possono contare su un sistema di illusioni per divulgare il loro credo nelle menti vuote di anime morte che non hanno nessuna intenzione di riscattare i loro neuroni addormentati : «Non abbiamo bisogno di risorgere / ma di ricordare ciò che non siamo:  / animali tesi nella caccia  attivi e senza memoria o pietà».

Giovani Peli non si nasconde e nei suoi versi distrugge gli idoli del nichilismo contemporaneo, sputa in faccia alle maschere che indossiamo e soprattutto con coraggio azzarda un poesia schietta per cercare barlumi di io in un mondo popolato dalla danza macabra e presuntuosa dell’ego.

Babilonia non dà frutti è il libro di un uomo in rivolta che vede nella poesia una forma di lotta e di resistenza.

Giovanni scrive contro il proprio tempo con la consapevolezza di essere eretico e impopolare, ma è l’unico modo di fare poesia . Perché la poesia, come scrive Alfonso Gatto, è la realtà che deve mettere ognuno di fronte alla lotta.

«Questi sono i tempi nefasti in cui la nebbia arriva come fosse firmamento che abbaglia, arriva anche in forma di fuoco, in forma di ingiustizia, tu nella nebbia mi dimostri di essere diverso soltanto da me, lasciando me inadeguato, tu sei conforme alla legge di ognuno, conosci l’odio e l’amore, puoi darmi la parte del negletto ma tu sai anche che mi sfinirò pur di lottare, saprò benissimo lottare convincendomi della nostra incompatibilità e consacrandomi ad essa»; «La maggior parte della gente lì si mette in posa e sorride e non mi interessa il motivo, vanno alle feste: quella è la loro vita in-franta e nella scheggia che si produce si immortalano, condivi-dono in rete perché loro sono gli dei e non esistono e io li amo, vorrei essere divino come loro nell’illusione, nel nulla e nella nebbia».

Babilonia non dà frutti è necessaria poesia della crudeltà in grado di procurare fastidio e con la sua schiettezza sferzante cerca di scuotere i dormienti proponendo loro lo schianto.

«Questi sono i tempi peggiori perché alcuni scrittori che si dovevano uccidere sono qui ancora a parlarci della loro Babilonia, metaforicamente o sul serio suicidi e poi salvati in extremis da blogger faciloni annegati in una battuta di Jerry Calà».

Qui un applauso ci sta tutto, mentre ciarlatani e imbonitori continuano a recitare la commedia.

Babilonia non dà frutti e quello che voi credete di raccogliere sono marci.

Nicola Vacca

 

Saramago, il poeta della cecità

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José Saramago nasce come poeta. Il suo esordio in letteratura avvenne nel 1966 con Le poesie possibili, la sua prima raccolta che influenzerà e non poco il suo futuro di narratore. Poi nel 1970 arriva  Probabilmente allegria, il suo secondo libro di versi.

Premiato con il Nobel per la letteratura nel 1998, lo scrittore portoghese rimarrà sempre affezionato alla sua poesia e forse non ha mai smesso di essere poeta.

«La mia poesia, in fondo, è una sorta di prologo dei romanzi che verranno», affermò Saramago e non non possiamo dargli torto dopo aver letto i suoi capolavori narrativi.

Nel 2002 Einaudi pubblicò (Le poesie, traduzione a cura di  Fernanda Toriello) l’opera poetica di Saramago, fino a quel momento sconosciuta al lettore italiano.

Adesso Feltrinelli, in un’edizione ampliata, rimanda in libreria Le poesie di José Saramago.

Opera poetica che merita una rilettura e una rivisitazione, alla luce dei romanzi che Saramago ha scritto e che da quei versi sono praticamente nati.

Alla parola della poesia  spetta il compito di denunciare il tempo della cecità. Il poeta Saramago, senza rinunciare mai all’essenzialità, affonda coraggiosamente la penna come un bisturi nella carne lacerata della sua epoca e ne fa sanguinare tutte le sue storture.

Siamo davanti a una poesia sferzante che deflagra e con pessimismo estremo si affaccia sull’apocalisse dei nostri giorni, anzi nei suoi versi lo scrittore mette in scena in maniera cruda e vera lo spettacolo desolante di una condizione umana che è già precipitata nel baratro.

«La poesia  di Saramago – scrive Fernanda Toriello – umanissima e dolente, intrisa di pena e struggimento, vive anche di profonda indignazione per le tante vite non vissute, per le occasioni mancate, per le energie sperperate in danno dell’intera umanità».

Disilluso e poeticamente scorretto, da poeta, ma lo sarà anche da narratore, Saramago squarta le parole e quando esse diventano versi la poesia lascia dietro di sé una poco metaforica scia di sangue con cui ogni giorno noi persi nell’inferno della terra siamo costretti a fare i conti senza alcuna possibilità di riscatto, anche se non dobbiamo smettere di indignarci davanti allo sfacelo.

«La poesia è un cubo di granito, /mal tagliato, rugoso, distruttivo.  / Mi ci sfrego la pelle, e il nero della pupilla, / e so che un po’ più avanti /c’è una scia di sangue che m’aspetta /sulla strada dei cani, /e non la primavera».

La poesia forte, ruvida, aspra e graffiante di Saramago azzanna la realtà, lacera con una sintesi estrema il suo tempo  in cui il silenzio e il grido dell’orrore si abbattono sulle macerie della storia, sotto le quali ormai è sepolto l’Uomo.

Il poeta Saramago è vigile quando scrive che questo mondo non va, avanti un altro.

È inutile fingere ragioni sufficienti, qui la cecità è dappertutto. Il poeta prima, e il romanziere in seguito, affondano i denti  fino al midollo dell’esistere, alla ricerca della parola vera , che suoni nel suo sanguinare come mai detta prima.

Nicola Vacca

Nei giardini della memoria

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Gli Anni di Annie Ernaux, è un’autobiografia sociale, o antropologica. Annie parla di sé alla terza persona, per il tramite d’immagini attraverso ricordi che sono suoi e di un’epoca. Le prime pagine paiono un’ouverture e un monito allo stesso tempo: tutte le immagini scompariranno. Evocazione di figure immateriali cui fa eco il finale: salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più.

Dunque da scomparsa a scomparsa. Dall’anteriore che ha preceduto la nascita al posteriore di cui non saremo più parte: il tempo diminuisce davanti a lei, ma si allunga sempre più, ben al di qua della sua nascita e ben al di là della sua morte.

Nel mezzo c’è tutta la storiacoloniale, politica, militare, sociale, culturale, della Francia tra gli anni quaranta e gli anni zero quando evolvevamo nella realtà di un mondo di oggetti senza soggetti , nomi, eventi, bombe, programmi televisivi, brani musicali, filosofi, scrittori, scrittrici, l’Algeria, la periferia parigina, la scuola, i pranzi, la religione cattolica, i centri commerciali, i poeti, l’11 settembre quotidiano che si trasforma in extraquotidiano, nell’esercizio giornaliero della meditazione che vuole cogliere l’essenza e l’azione degli anni.

La luce immobile dell’immagine e l’evolversi degli eventi. Il ciottolo e la corrente. Il fiume e la stasi.

La musica e il corpo prima di tutto, musica di immagini. Trasformazione della materia di una ragazzina che diventa, pagina dopo pagina, una donna, una moglie, una madre e una nonna. La vita di Anne è abbastanza tranquilla, e di speciale ha questa nota perfettamente individuale nel mare burrascoso della storia con i pochi momenti di calma piatta prima d’una nuova tempesta. Ma fosse questa la trama, non saremmo di fronte a un capolavoro: la trama è, credo, quel nodo fondamentale che tenta di coniugare parola e memoria, lo scorrere del tempo e l’incompossibilità di irretirlo nella parole.

E avevamo in noi una grande memoria confusa del mondo. Di pressoché ogni cosa conservavamo soltanto parole, dettagli, nomi, tutto ciò che faceva dire, sulla scia di Georges Perec, «mi ricordo» […]

Ernaux passeggia nei giardini della memoria, flânerie dell’intangibile: tra un boccone e una facezia, si costruiva la realtà immateriale del pranzo di festa.

Psicogeografia dei moti interiori e delle interiora, il rognone di Leopold Bloom, psicometria degli oggetti e delle catastrofi.

Diciotto pagine d’ouverture il cui spartito è ritmato dalle battute delle sequenze di immagini che dissolvono tra loro e senza interpunzione in pose di ritratto, fotografie su un muro, bianco spazio della riflessione o della meditazione. Diapositive imperlate al collo della storia trans-dividuale.

Interpunzione filmica che trascina la camera della memoria su attori famosi, gente di strada, nomi illustri, oggetti… oggetti che diventano cose oggetti sottratti all’inerzia della loro anomia e indefinibile usabilità cose, di cause, il tempo delle cose: Eravamo sopraffatti dal tempo delle cose, una rabdomanzia traslucida che rapina il senso comune del possesso del proprio passato per elargirne il succo della saggezza.Le parole stesse si annienteranno. Le parole che nominavano, uccidendole, le cose.

Presentare l’assenza è presentire la vorace presenza del tempo che ingoiando vita la restituisce sulla pagina come un pellicano, la metafora di Strindberg, mi viene questa associazione, non so perché, pellicano che rigurgita il cibo per sfamare i suoi piccoli. Lei come madre si preoccupa, fino all’ultima scena del pranzo di Natale, che i suoi figli abbiamo mangiato bene. Nutrire.

Descrivere il tempo: tutto il romanzo è, aldilà della fenomenologica storico-biografica, un tentativo, egregiamente riuscito, di portare sulla pagina la filosofia quantistica dei ricordi nel loro essere corpo ed energia, flusso e incatenamento.

Ma la domanda è: su cosa si regge un’autobiografia quando l’io, l’ego, viene mandato a quel paese in cui, il paese del popolo Aymara, il futuro è alle spalle e il passato davanti?

Scrive di sé: in quella che vede come una sorta di autobiografia impersonale non ci sarà nessun «io», ma un «si» e un «voi», come se anche lei, a sua volta, svolgesse il racconto dei tempi andati.

Che tempo è quello in cui la clonazione è possibile?

Amore morte amorte: si compare in un mondo di segni già dati e di corpi svaniti, già morti.

Cosa è il tempo in questo ricamo del monologo di Molly Bloom, nell’arabesco del tempo perduto di Proust? Il tempo non è un oggetto, ma davvero il soggetto inconsapevole che ci abita e che poco ha a che spartire con l’io, grande prova di rinuncia all’io, corpuscolo ondivago e ostacolo al flusso del soggetto del tempo. Le frasi cristallizzate, i modi di dire, i mondi da fare, le scelte stilistiche. Simone de Beauvoir.

Il sudario di luce che fa vedere bene. Scorgere la verità.

Poi saltiamo alle ultime pagine, ma ora, soltanto ora, dopo la traversata degli anni, guadagniamo l’altra riva, quando il presente del romanzo coincide con il presente della scrittura, ora che stiamo scrivendo il romanzo della nostra memoria, il sentimento di urgenza, la forma da trovare introvabile, il cerchio che chiude i vari io dell’epoca, più che l’ego privo di eco storica, i futili io svaniti nel letargo da cui la pagina desta per un attimo a breve futura memoria,un imperfetto che umilmente superbo racconta la vita sciogliendola sulla cera di una candela poetica.

L’invisibile è essenziale quanto il fondamento materico del tangibile.

Questo mi piace: allo stesso modo in cui, guidando in autostrada, da sola, si sente presa nella totalità indefinibile del mondo presente, dal vicinissimo al lontanissimo.

È che il ricordo è tale se diventa narrazione, è il linguaggio che presenta la memoria, l’immagine come tale resta nel serbatoio mnestico come ammasso di luce cui abbisogna lo schermo a tracciare la diagonale della traiettoria.

Una storia del soggetto nella storia, erto a modello Marcel Proust.

All’estremo opposto, invece, il Male Oscuro di Giuseppe Berto, dove l’io deborda nella nevrosi di una scrittura viscerale e intrisa del sentimento dell’autore. Ma per Gli Anni, più che altro, vale l’esergo di Paul Valery, che Aldo Busi, altro grande maestro, a mio parere, di un’eterna biografia romanzata che si è sbarazzata dell’io, pose a linea guida del suo Sodomie in corpo 11, esergo che dice: ho in sospetto la facilità dei mezzi ricavati dai sentimenti. Fornire i propri sentimenti non spetta all’autore, spetta all’altro. Per contrario l’io ipertrofico di tanti esiti attuali, che fanno del romanzo un lunghissimo autorimprovero alla propria mancanza di perfezione assoluta, esplicitando una funzione inversa e a mio parere orrorifica, pur non trattandosi di letteratura horror: ortopedizzano l’io del lettore incipriando la vanità narcisistica dell’identificazione che concede quel tempo necessario di notorietà scritta. Questo piace, evidentemente, questa esaltazione del proprio io nella proiezione televisiva che rende telenovela la propria squallida vita: e ci si illude d’eterno mentre si sguazza nell’infimo nulla.

Non così in Ernaux, credo. Dalla lettura se ne viene fuori come da una psicoanalisi ben riuscita, come lo sono tutte quelle sedute che frustrano l’ego perché mostrano il mostro che ci abita, la merda, ma non ci indìcono gli strumenti illusori di correzione a una presunta e presuntuosa normalità: convivere con la malattia degli anni, con il gusto della morte, con la pienezza della vita. Siamo meglio nauseati, sartrianamente parlando, dalla pratica della vita che confusi dalla sua immagine finta cui l’ideale io affida la manchevolezza del proprio ego. Alla lunga, è proprio la nuda essenza della cosa-essere umano che ci desta alla luce della ragione e alle sragioni del cuore non viziato da ipocriti sentimentalismi.

Il romanzo è un romanzo del tempo, ma non del passato, né dell’imperfetto, che pure è la cifra stilistica e ontologica che nel romanzo indica il trascorrere e il mai perfezionarsi dell’atto: stavamo mutando. Non conoscevamo la nostra nuova forma.

Questo è: la forma. Mentre scrive di lei, scrive di lei che scriverà il romanzo sul “mentre scrive di lei”: avrà scritto il travaglio di dare forma alla scrittura uscendone fuori, trasparendo via dal corpo proprio in dimensione parallela e mai ortogonale. Lo scrive chiaramente nelle ultime pagine, nella coda di questa partitura in musica, nella sinfonia, ritmo da camera che coincide con il mondo: la forma del suo libro può dunque emergere soltanto da un’immersione nelle immagini della sua memoria per esporre in dettaglio i segnali specifici dell’epoca, dell’anno […] Si guarderà dentro solo per ritrovarci il mondo, la memoria e l’immaginario dei suoi giorni passati, per cogliere i cambiamenti di idee, credenze e sensibilità, la trasformazione delle persone e del soggetto […]

Non c’è fine al romanzo, ma il fine, non ricercato, necessario comunque come la morte, per quanto la si possa scegliere e autosomministrare, lentamente per tutta la vita o in punto preciso di tronco, non importa, il fine, sboccio di fiore fuori stagione sui rami lunghi dell’esistere, non del tutto pregno di senso, è salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

Gianluca Garrapa

(Annie Ernaux, Gli anni, L’orma editore –  traduzione di Lorenzo Flabbi)

 

Così muore un “cauboi”

addio

Pochi eventi storici contemporanei si sono impressi nel mio immaginario come la guerra in Jugoslavia dei primi anni Novanta. Ricordo lo sconcerto di fronte alle immagini dei massacri, proposte dai telegiornali di allora. Cosa stava accadendo nei Balcani? Quali valori si stavano frantumando e quali, invece, affermando al loro posto? Affiora, nella memoria, l’incontro con un ragazzo sfollato da Sarajevo, promosso da un gruppo di liceali “impegnati” in occasione di un’occupazione studentesca nel lontano 1994. Avevamo di fronte un nostro coetaneo, uguale eppure così diverso da noi. Avvertivamo il desiderio di ascoltare una testimonianza diretta di fatti inediti, e incomprensibili, per una generazione cresciuta nel mito apparentemente incrollabile della pace continentale. Tentavamo di capire le ragioni della fine di un mondo. Non vi erano dubbi che gli equilibri europei si fossero definitivamente incrinati, mentre serpeggiava in tutti la paura del nazionalismo, veleno presto insinuatosi nei gangli delle democrazie occidentali. Quello studente bosniaco, di cui non rammento più il nome, con una curiosità stampata in volto pari alla nostra e uno spaesamento dato dalle circostanze, era l’incarnazione fisica di un momento di rottura geopolitica, minaccioso e irreversibile.

Addio, cowboy della quarantatreenne Olja Savičević, edito dalla casa editrice L’Asino d’oro nella traduzione di Elisa Copetti, è un romanzo ambientato nella città natale della scrittrice, Spalato, «nell’estate del 200X», in un anno quindi imprecisato, imprecisabile, a guerra terminata. Nella scelta di situare la narrazione in un tempo sospeso, leggiamo il disincanto dell’autrice di fronte all’evoluzione storica e sociale della Croazia post-bellica, come se, dopo gli avvenimenti, un anno fosse equivalente ad un altro. «Alcuni giovani del Vecchio Quartiere, di alcuni anni più grandi di noi, sono morti in guerra. Tutti abbiamo pianto. Altre persone del posto sono state portate via e le ha inghiottite il buio. Tutti abbiamo taciuto». Nei “ragazzi di vita” provenienti dai cosiddetti “quartieri ferroviari” cova l’istinto del male, eredità del tempo feroce della grande carneficina balcanica, sorda eco di una violenza radicale e profonda. La ricerca del Nemico produce i suoi frutti malvagi: ora la diversità assume le forme di un veterinario omosessuale, Herr Professor, e, di riflesso, dell’unico ragazzo che ne prende le difese, Danijel, fratello di Dada, la ragazza protagonista del romanzo.

Nel racconto delle vicende, Olja Savičević si affida a continui scarti temporali, a sottolineare l’antilinearità della materia narrata. Un tempo che ha smarrito i suoi eventi, recuperabili solo scavando a fondo nel terreno rimosso delle storie personali. Dada, studentessa fuori corso, detta Rugginosa, torna da Zagabria per accudire una madre perduta nelle spire degli psicofarmaci. Ha una sorella imbevuta di cinismo e una gatta furba, Jill, letteralmente rubata ai “Fratelli Irochesi”, una banda di teppisti locali. Il ricordo del padre, che gestiva una sala cinematografica, si lega alla fine di un’epoca breve e spensierata, ed è fonte delle sue uniche nostalgie.

Ma il vero motivo del ritorno di Dada è un altro: Danijel, il fratello diciottenne, si è suicidato gettandosi sotto un treno. Cosa è accaduto veramente? Insospettita da un filmato porno visto per caso, comincia un’indagine personale. L’uomo inquadrato da quel cineoperatore amatoriale è Herr Professor e il suo “partner” nascosto nell’ombra… è forse Danijel? In Dada nasce il sospetto che la morte del fratello, visionario e sensibile, sia collegata «all’incidente», un’efferata spedizione punitiva ai danni del veterinario, da quel momento sparito dalla circolazione e poi altrettanto misteriosamente ritornato a casa. Un pensiero avvalorato da una tardiva lettera, scritta a mano, indizio di una più fitta corrispondenza tra Danijel e il Professore. Intanto, nelle pieghe di una passione che potrebbe preludere ad una svolta esistenziale (la conoscenza del playboy Anđelo), si annida la serpe del tradimento.

Il Vecchio Quartiere della città dalmata, dove Rugginosa, Danijel, i “Fratelli Irochesi” e gli altri protagonisti di Addio, cowboy trascorrono l’adolescenza, è un posto duro, sporco e cattivo come solo un villaggio del wild west avrebbe potuto essere. Il giovane Danijel si atteggia a “cauboi” e gira per le strade polverose e luride con una colt regalatagli dal padre, arma risultata non efficace, però, nel difendersi dagli “indiani” e nell’evitare la tragedia conseguente. Questa è la spettrale Jugoslavia dell’ultimo Tito, questo, sembra volerci dire la scrittrice con cruda ironia, è il risultato politico e sociale della successiva ondata nazionalista. Il capitalismo predatorio, poi, ha completato il disastro.

La periferia di Spalato è la perfetta location per Ned Montgomery, un vecchio attore di spaghetti-western, indebitato e quasi incapace di reggersi in piedi, che decide di ambientare qui il suo nuovo, sconclusionato film, con la partecipazione di comparse locali. Olja Savičević ha una felice intuizione nello scomodare questo genere cinematografico, inattuale per eccellenza. La scrittrice fa sua la logica sottesa alla nascita del western in America e, forte di un’ironia caustica e provocatoria, la ribalta, trasformando l’evento in efficace metafora: non più ricerca di un mito fondativo a sostegno di una nazione lanciata verso il progresso, ma, al contrario, sigillo trash di una subcultura stagnante, in un contesto segnato da rassegnazione e votato al declino morale e culturale. Intanto, nel Quartiere, si aggira la stracciona folle, Marija Carija, strega o profetessa portatrice di verità intollerabili. In lei, pistolera solitaria a protezione della sua amata gallina, cova inavvertito il seme della vendetta, nelle forme di un surreale mezzogiorno di fuoco in salsa balcanica.

La guerra che si combatte non è più tra serbi e croati, tra slavi e musulmani, ma tra un passato che ostinatamente tenta di sopravvivere (la processione di “San Fiacco”, i graffiti sul molo, gli anziani seduti al “Tavolo della menzogna”) e un presente di falsa innovazione innestato sul motore economico degli sventramenti urbanistici operati dai nuovi arricchiti. Qui è la linea di frontiera, qui i nuovi pionieri. La città, dal passato ricco e complesso, è ora «un enorme deposito, fango e ulivi, prodigio di polvere, serate sulla terrazza abbandonata dell’hotel Illirija, metalli pesanti nell’aria, rifiuti e pineta, gatti e lische scivolose di pesci sullo scalo unto di barche». Alcuni quartieri sono stati spianati per fare posto a edifici anonimi e inquietanti, in nome del “progresso”. Un modello di crescita nel quale i poveri dei quartieri desolati della periferia e del porto sono rifiuti sociali non redimibili, esseri umani sconfitti, destinati ad un’esistenza perennemente affogata nel degrado.

Il Vecchio Quartiere, «con la posta e la chiesa e la molle fanghiglia scura del porto inquinato è solo un villaggetto ridicolo sotto ai grattacieli lontani che di notte ci osservano dall’alto». Da cartelloni scoloriti, lo sguardo severo di vecchi capi militari incombe sui passanti. Herr Professor, un resistente all’evoluzione tecnologica, usa ancora i floppy disk. Questo accanimento verso la custodia del passato suscita in Dada una lucida confessione di stampo generazionale, degna delle riflessioni sulla postmodernità di Zygmunt Bauman: «sono nata nel regno delle apparecchiature oggi perdute, di forme passeggere che non si sono mantenute, sebbene sembrasse che la loro epoca sarebbe durata in eterno e per sempre rimasta giovane. Chi avrebbe immaginato che una cosa così moderna e contemporanea come un mangianastri sarebbe finito in un museo così velocemente e definitivamente?»

A Olja Savičević dobbiamo una scrittura dal taglio cinematografico, votata all’azione, e una prosa pirotecnica, costruita attraverso un impasto linguistico in cui termini di derivazione italiana, veneta e croata si accostano uno all’altro e si intersecano con la nuova sintassi dell’epoca digitale (e-mail, emoticons) e le parlate gergali. Così, elementi della cultura pop influenzano l’immaginazione dei personaggi, fino all’indistinzione tra il vissuto e il mediatico. La commistione di stili e registri rivela un lavoro sulla lingua, da intendersi come veicolo privilegiato di espressione e, più in generale, sulla psicologia collettiva di un popolo, terreno di significati comuni. Spalato, città dal passato multiculturale, svela così la sua anima indomabile, il suo humor nero e la sua insopprimibile varietà di voci, segni di vitalità disperata, a dispetto dei tentativi di rimozione ideologica o di livellamento coatto, spesso ridicoli. «Sui giornali si protrasse per qualche giorno il caso del nome della riva del Vecchio Quartiere: si doveva rinominare la Passeggiata Jero Botušić (combattente della Lotta di liberazione, nato nel 1921, dilaniato da una bomba a mano nel 1943) come Passeggiata Jero Botušić  (soldato croato, nato nel 1969, fatto a pezzi da una granata nel 1993). Alla fine sulla riva posizionarono una nuova targa con la scritta: Passeggiata Jero Botušić».

Soprattutto, la scrittrice dalmata ci regala una panoramica di personaggi perfettamente delineati, vulcanici, dolenti, affranti, spezzati e picareschi. Nel finale, Olja Savičević suggerisce che l’unica possibile via di fuga è verso un altrove, a ben vedere altrettanto “contaminato” (Dada decide di andare a lavorare a Berlino, in un ristorante messicano gestito da una sua compagna di università, croata), e che la letteratura è solo un furto di storie altrui. Il passato è la nostra valigia. Sul treno, risuonano nella testa di Dada le parole di Herr Professor: «Questa città non si può conquistare in nessun modo preciso, la si eredita come una malattia». Addio, cowboy.

(Olja Savičević, Addio, cowboy, L’Asino d’oro 2017)

Cioran: l’avvento del Creatore malvagio

funestodemiurgo

Il cristianesimo è una religione totalitaria, a differenza del paganesimo che nel mondo antico rappresentava una religione liberale (n’est supportable qu’une religion – ou une idéologie – superficielle). Così tuona Emil Cioran nella sua opera Il funesto demiurgo, opera annoverata fra i testi più scabrosi del Novecento. Sotto il «regime di molti dèi» – spiega il pensatore romeno – il fervore viene diviso mentre quando è rivolto a un solo dio il sentimento religioso si esaspera, stravolgendosi in aggressività. La libertà è diritto alla differenza, la pluralità postula lo sbriciolamento dell’assoluto in un pulviscolo di verità locali e provvisorie. Nelle democrazie liberali, ad esempio, vi è un politeismo soggiacente, al contrario dei regimi autoritari che nascondono un monoteismo camuffato. Non appena una divinità (o una dottrina) pretende la supremazia, la libertà è minacciata. I cristiani furono coloro che portarono all’esasperazione la cosiddetta dialettica oppressori-oppressi, vendicando con maggiore accanimento di ogni altro prima i propri martiri. Ogni tipo di monoteismo contiene in «germe ogni forma di tirannia», il dio unico «rende irrespirabile la vita».

Uno dei pochi che intuì il pericolo dell’avvento del cristianesimo, scrive Cioran, fu l’imperatore Giuliano. L’Apostata che aveva letto Omero e Platone, comprese che sarebbe stato impossibile contrapporre alla sapienza antica i Vangeli. Giuliano era consapevole di dover fare i conti con «dei fanatici», contro i quali non avrebbe potuto far nulla. Egli sapeva che era troppo tardi per fermare l’espansione del cristianesimo e per questo andò a morire contro i Parti. I filosofi greci attaccando gli dèi e distruggendoli, credevano di aver contribuito in modo capitale alla liberazione degli uomini. Essi ignoravano che una nuova «servitù più opprimente di quella vecchia» fosse ormai imminente. Se la filosofia non è la responsabile diretta dell’avvento del nuovo Dio, ad essa è comunque imputabile la colpa di aver ignorato che «nella Storia quasi sempre il male a cui ci si oppone è rimpiazzato da un male maggiore». «Il monoteismo giudaico-cristiano è lo stalinismo dell’Antichità». Il «concetto» nacque e fece crollare il monte Olimpo, pensare significò mettere termine ad ogni tipo di venerazione, almeno fino a quando la ragione fu «confiscata dai Padri della Chiesa». Paolo di Tarso – «le plus considérable agent électoral de tous les temps» – è stato colui che ha reso il cristianesimo una religione peggiore, introducendovi: intolleranza, brutalità e provincialismo. Le sue considerazioni sulla verginità, sull’astinenza e sul matrimonio hanno alimentato pregiudizi plurisecolari, paralizzando gli istinti umani. Paolo fu colui che annunciò la novella peggiore di tutte; ancora una volta l’eco nietzscheano risuona fra le righe di Cioran:

Invano i Celso, i Porfirio, i Giuliano l’Apostata si ostinano ad arrestare l’invasione di quel nebuloso sublime che trabocca dalle catacombe: gli apostoli hanno lasciato le loro stigmate nelle anime e moltiplicato le devastazioni nelle città. L’èra della grande Laidezza incomincia: un’isteria senza qualità si estende sul mondo. […] Un epilettico [San Paolo] che trionfa su cinque secoli di filosofia! La Ragione confiscata dai Padri della Chiesa! E se cerco la data più mortificante per l’orgoglio dello spirito, se scorro l’inventario delle intolleranze, non trovo niente di paragonabile a quell’anno 529 in cui, per ordine di Giustiniano, fu chiusa la Scuola di Atene. Soppresso ufficialmente il diritto alla decadenza, credere diventa un obbligo… È il momento più doloroso nella Storia del Dubbio.

emil

Dio – se questa parola può avere il minimo senso – è l’unico essere in grado di capire e di ascoltare i nostri dolori, è una necessità per i deboli di spirito. Tant’è vero, scrive Cioran, che se egli avesse la fede vivrebbe «avec la peur constante de la perdre». Il cristianesimo nasce dal Ressentiment, le religioni – in particolare la fede cristiana e quella buddhista – non sono «che vendetta e invidia da parte dei sofferenti». Secondo il pensatore romeno, Dio è per gli uomini nient’altro che un «tappabuchi» (utilizzando un’espressione di Bonhoeffer). Cioran ricorda un aneddoto utile a comprendere questa sua posizione: un giorno mentre si trovava seduto ad un tavolo di discussione con al centro del dibattito la teologia, molti intellettuali espressero diverse posizioni. La cameriera, una contadina analfabeta, intervenne dicendo di credere in Dio soltanto quando soffriva di qualche malanno. Cioran dopo qualche anno scriverà che l’intervento di quella cameriera era stato l’unico che valesse ancora la pena di ricordare.

Quella di Dio è una favola che si nutre di lacrime, dato che le sconfitte sono all’ordine del giorno Egli gode ancora di una certa popolarità, grazie al delirio della preghiera e al sacrilegio dell’imprecazione. Se per assurdo scomparisse l’idea di sofferenza, nell’istante successivo si disgregherebbero tutti culti religiosi ancora esistenti. Sono state le malattie, scrive Cioran, ad avvicinare il cielo e la terra, due mondi che altrimenti si sarebbero ignorati reciprocamente: «La leucemia è il giardino in cui fiorisce Dio». Il credente ha bisogno di Dio per scaricare su di esso le proprie miserie e Dio, viceversa, ha bisogno delle miserie dell’uomo per poter “sussistere” ancora. Dunque, il cristianesimo è una crisi di lacrime di cui resta soltanto un sapore amaro:

Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l’avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po’ di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell’insolubile, fuori dall’incubo della promessa. Il suo merito è, in verità, impareggiabile: ci dispensa anche dai rimpianti, poiché ha preso su di sé l’iniziativa dei nostri insuccessi.

Vincenzo Fiore

 

Vincenzo Fiore (Solofra, 1993) si è laureato e specializzato in Filosofia presso l’Università degli studi di Salerno, prima con Franco Ferrari e successivamente con Francesco Tomatis. Ha esordito a vent’anni con il romanzo “Io non mi vendo” (Mephite). Ha pubblicato nel 2014 il racconto “Esilio metafisico” prima su “Il Mattino” e successivamente nella raccolta “Cairano. Relazioni felicitanti” (Mephite). Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Nessun titolo” (Nulla die). Nel 2017 ha pubblicato lo studio “Platone totalitario” (Historica). Fa parte del gruppo di ricerca “Progetto Cioran” sotto la direzione del Prof. Rotiroti (Università Orientale di Napoli) e del Prof. Ciprian Vălcan (Università Tibiscus di Timisoara, Romania). Giornalista presso “Il Quotidiano del sud”, collaboratore esterno presso diversi quotidiani e riviste.

 

(in copertina: Cioran visto da Angela Varani)