Tanti mondi, tanta vita

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Ciò che colpisce di più, leggendo i racconti contenuti nel volume “Eco”, è la grande qualità di scrittura di entrambe le autrici. Bastano poche parole e siamo immersi nel ricordo di Buenos Aires, ne sentiamo gli odori, la vediamo. Così come possiamo percepire la potenza narrativa di un rito d’altri tempi, l’uccisione di un maiale, quando la ferocia era normalità, o il ricordo di un amore spezzato dalla tragedia, o ancora la strana richiesta di uno sconosciuto di entrare nel tuo appartamento delle vacanze, perché una volta ci veniva lui, con i suoi genitori, e vuole riassaporare quei momenti perduti.

Ci sono tante storie, in “Eco”, tanti mondi, tanta vita. Alle due autrici basta anche una stanza per costruire un racconto. Una stanza che assiste ad attimi di vita o una stanza dove i ricordi riaffiorano dagli oggetti.

“Eco” a volte fa male, come dovrebbe fare tutta la vera letteratura, fa sanguinare il cuore, evoca emozioni profonde. In ogni racconto c’è qualcosa di originale, di magico, e chi legge prova le stesse sensazioni del (o della) protagonista, come se avesse vissuto le stesse esperienze. Si piange per il destino di Paolino, o per un amore finito, si ha la sensazione di trovarsi in una trincea della Grande Guerra.

Ogni frase, ogni parola, è scelta con cura, con amore. Amore per la scrittura e la lettura. Ogni parola e ogni frase possiede qualcosa di magico, di sublime.

I racconti sono intervallati da brevi considerazioni sulla scrittura e la narrazione, piccole lezioni di scrittura creativa e introduzioni alle storie.

Una raccolta di racconti che spicca per il grande talento narrativo, maturo e cristallino, delle due autrici, che Alberto Garlini, nella fascetta, definisce “Scrittrici con un vasto futuro”. Un futuro che sarà sicuramente roseo e che speriamo possa darci presto altre opere di Carmen e Mariaelena.

Pierluigi Porazzi

(Carmen Gasparotto – Mariaelena Porzio – ECO Femminile, plurale,Editore: KappaVu Euro 15, pagine: 205)

 

 

 

 

 

La poesia si ama e si odia

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Ben Lerner è uno scrittore americano, autore di due romanzi davvero belli. Un uomo di passaggio (Neri Pozza) e Nel mondo a venire (Sellerio) sono stati pubblicati nel nostro paese e così abbiamo scoperto un vero autore di talento.

Lerner, prima di dedicarsi alla narrativa, è stato poeta e, forse, poeta lo è ancora.

Prima di pubblicare romanzi,  ha pubblicato tre raccolte di poesia.

Lerner, adesso, torna alla sua passione e scrive un interessante pamphlet davvero originale  dedicato alla denigrazione della poesia.

Odiare la poesia (appena pubblicato da Sellerio) è un personale atto d’amore dell’autore nei confronti della poesia.

Una grande passione che passa per il corrente disprezzo e denigrazione ma anche la scarsa considerazione che interessa nella vita quotidiana questa forma d’arte sublime e unica che si chiama poesia.

Ben Lerner passa in rassegna  i sentimenti che proviamo per la poesia.

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Parla della poesia come forma d’arte che paradossalmente non piace al suo pubblico, e anche a un pubblico più vasto.

L’autore passa da un paradosso all’altro per spiegare questa strana e assurda forma d’odio per la poesia come genere letterario.

Tra i denigratori della poesia c’è Platone che ne La Repubblica parlava di loro come dei retori che spacciano proiezioni fantastiche per verità e rischiano di corrompere i cittadini della città giusta, e in particolare la suggestionabile gioventù.

Lerner attraversa le opere di Keats,  Dickinson e Whitman. Parlando della grandezza di questi poeti, lo scrittore si avventura concretamente nell’analisi dei diversi tipi di poeti e allo stesso tempo cerca di spiegare e di comprendere le aspettative che tutti nutriamo nei confronti della poesia.

«I grandi poeti sfidano i limiti delle poesie reali, sconfiggono strategicamente o quantomeno sospendono quella realtà, a volte smettono  del tutto di scrivere e vengono onorati per il loro silenzio; i pessimi poeti lasciano inconsapevolmente intravedere un barlume di possibilità virtuale grazie alla loro assoluta incapacità».

Qui Ben Lerner è chiaro nel manifestare il suo pensiero sulla poesia e apertamente parla dell’importanza che i concetti di azzardo e coscienza devono avere nella poesia.

L’autore scrive che è una persona colui che riesce a trovare la coscienza condivisibile tramite la poesia.

Una buona poesia è quella che mette a disagio chi la legge. Quella che azzarda il deflagrare delle parole.

Contro il lirismo individuale Lerner sostiene, e ha ragione, che il problema dei poeti è che non riescono a essere universali.

Sono troppo concentrati sull’ego della propria voce individuale.

«Oggi sono pochi i poeti importanti che siano disposti ad azzardare quel ‘nostri».

Ben Lerner  ha ragione da vendere in queste pagine brillanti in difesa della poesia dedicate soprattutto a coloro che sono infastiditi dalla sua presuntuosa inutilità, ma soprattutto queste parole sono rivolte a quei poeti che scrivono poesie per celebrare  se stessi scrivendo e che prima di tutto danneggiano e fanno odiare la poesia.

«Il poeta è dunque una figura tragica. La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento».

Questo, secondo Lerner, fa la differenza tra la poesia virtuale (quella con la P maiuscola) e la poesia reale (quindi farcita di banalità).

La poesia non è difficile, è impossibile. Per questo si ama e soprattutto si odia.

Nicola Vacca

 

Cioran nel paradosso di un pensiero

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Tutte le sue migliori e vibranti stoccate Cioran le scrive affidandosi con una genialità unica al pensare per paradossi.

La sua scrittura deflagra proprio perché affida il suo dire estremo ai suoi  personali paradossi che squartano le parole.

Ai paradossi di Emil Cioran è dedicato l’ultimo volumetto curato da Antonio Di Gennaro, che da anni sta portando alla luce testi inediti del grande scrittore rumeno ( in modo particolare interviste e epistolari).

I miei paradossi è il titolo dell’ultimo libro uscito (La scuola di Pitagora editrice, curato da Antonio Di Gennaro e tradotto da Annunziata Capasso e Mattia Luigi Pozzi).

In realtà si tratta di  un’ intervista rilasciata a Parigi nella primavera del 1974  da Cioran a Leonhard Reinisch  e trasmessa il 10 agosto dello stesso anno dall’emittente radiofonica Bayerinscher Rundfunk di Monaco.

Questo, tra i vari libri curati da Antonio Di Gennaro, è il migliore proprio perché viene fuori, attraverso lo stile del paradosso, il Cioran tagliente, irriverente e soprattutto eretico.

Il paradosso caratterizza Cioran e l’anima più intima del suo pensiero. «Conosco pochi libri, e pochi uomini, – si legge nella postfazione di Reinisch – i cui paradossi si dissipano in un consenso così gioioso, cosi liberatorio come in Cioran e nella sua filosofia pirronista».

Se Cioran è lo scrittore che scrive per svegliare e soprattutto provocare le coscienze, il merito è tutto dei suoi paradossi che sfidano la lingua con le intuizioni radicali in cui c’è sempre un faccia a faccia con l’essere.

«Forse l’umanità scoprirà la verità – voglio dire la verità come completa chiaroveggenza -, quando non ci sarà più alcuna illusione. Ma allora la storia cesserà»; « Nella vita ci sono paradossi che bisogna accettare senza cercare di spiegarli. Io sono avversario della storia, e lei ha perfettamente ragione: io non appartengo a essa».

Questi sono alcuni dei frammenti dell’intervista in cui Cioran, incalzato dalle domande del giornalista, mostra tutta la lucidità del suo pensiero che prende di mira come un cecchino, passando appunto da un paradosso all’altro, la decomposizione dei suoi simili e delle loro idee.

Interessanti le note al testo curate sempre con dovizia di particolari e attenzione di studioso rigoroso da Antonio Di Gennaro.

Da leggere quella in cui si parla  della censura da parte del regime franchista  del Funesto demiurgo di Cioran, considerato libro eretico e blasfemo

In alcuni episodi risalenti al periodo, siamo nel 1974, Cioran esprime a modo suo il proprio disappunto.

In una lettera indirizzata a  Armel Guerne,  Emil Cioran da uomo libero si scaglia contro l’inquisizione che è sempre dura a morire.

Da leggere assolutamente I miei paradossi perché in questa intervista Cioran si mostra come lo scrittore che è riuscito a mandare in frantumi il mondo intero.

Grazie al suo modo di essere un uomo libero che esercita sempre il suo diritto  di essere eretico.

E soltanto gli uomini liberi e gli eretici possono e sanno coltivare i paradossi senza temere le conseguenze.

Niccola Vacca

 

L’ultima piastrella di Torsten

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«La giornata incominciò nell’unico modo possibile: l’erba già morsa dalla prima gelata, il cane sparito da giorni, tutto vago e incerto, la sua vita più di ogni altra cosa. Il giardino in disordine, l’aspetto dissestato. La casa era vecchia, di un legno che un tempo era stato verde, diventato ora di un azzurro quasi grigio e scrostato. Stanchi rami di vecchi meli pesanti pendevano minacciosi sopra la veranda marcia. Il giardino era un affastellato, confuso monumento a tutte le opere della sua vita. E qualcuno avrebbe forse detto: ai fallimenti.»

 Lars Gustafsson, già docente di storia della filosofia occidentale ad Austin, Texas, autore di Morte di un apicultore, forse il suo romanzo più famoso, ci ha lasciato nel 2016. Iperborea ripropone Il pomeriggio di un piastrellista in edizione speciale nella collana LUCI, con la traduzione di Carmen Giorgetti Cima e la postfazione di Emanuele Trevi.

Periferia di Uppsala, quarta città della Svezia per numero di abitanti. Qui vive un uomo di nome Torsten Bergman. Ha sessantacinque anni (siamo nel 1982) ed è in pensione da due. Incassa un’invalidità che a malapena gli basta per arrivare a fine mese e per arrotondare accetta lavoretti casuali, rigorosamente “in nero”. Negli spazi dove era impiegato, presso la grande fabbrica di piastrelle dismessa, sono ora collocati «laboratori terapeutici per la gioventù traviata». L’alcolismo è una piaga sociale, nel sud della Svezia. Anche Torsten beve, non sempre con moderazione. Torsten è la solitudine fatta persona. La moglie è morta, e prima di lei, in un incidente, il figlio.

Torsten agli occhi altrui è un misantropo senza qualità, un relitto, un semi-barbone affossato dai debiti. Al mattino preferisce restare immerso nei suoi sogni, e, una volta alzato, «non esistere» gli sembra preferibile ad esistere. Ha una cantina allagata, piena di piastrelle accumulate anno dopo anno, dove non mette piede. In un grigio giovedì mattina di novembre, il telefono squilla. È l’idraulico Pentti, un vecchio amico e collega. Gli offre di seguire un lavoro presso una vecchia villa di notevoli dimensioni, da trasformare in due appartamenti di pregio. Qualche operaio ha lasciato i lavori a metà, inspiegabilmente. Al piano superiore pare che abiti ancora qualcuno. Torsten accetta.

Arrivato a destinazione, alla guida della decrepita auto non revisionata, l’antieroe Torsten si accorge che qualcosa, in quella casa, non va. Nessuno lo attende. La porta è aperta. L’interno è stranamente buio, come se qualcuno avesse voluto oscurare le finestre. Un buio innaturale, inconsueto, metafisico. «Dovevano esserci altre stanze al di là, ma non era facile vedere attraverso la semioscurità che regnava nella casa… Torsten provava un certo senso di insicurezza, continuando a urtare contro maniglie che docilmente si aprivano su stanze nere come il carbone». Tornato sui suoi passi, non senza difficoltà, si concentra sui suoni provenienti dal piano di sopra. Sono reali o frutto di immaginazione? Perché la bella ringhiera che porta al secondo piano non è stata finita? Chi abita in quell’appartamento? Alla porta, al posto della targhetta è appeso un cartoncino con la scritta “SOFIE K”. Ma chi è la signora o signorina K.? Torsten suona il campanello, nessuno risponde.

Lo scrittore svedese assegna a Torsten il valore di una testimonianza esistenziale al massimo grado di purezza, vera perché affidata a un personaggio totalmente scevro da sovrastrutture. Il piastrellista avverte presenze che hanno la stessa consistenza dei sogni e dei ricordi di gioventù: la distribuzione dei giornali in treno quando aveva sedici anni, il negozio delle sorelle Molander, la giovanile passione per la fotografia, la fidanzata Iréne, oggetto dei suoi primi turbamenti sessuali… «Iréne era uscita dalla sua vita in maniera quasi altrettanto sorprendente di come vi era entrata… Ma ancora dopo tanti anni poteva riaffiorare nei suoi sogni. E sempre in inverno e con la neve. Iréne era per lui come una sorta di accesso, l’accesso a un mondo diverso e più caldo, nel quale in realtà non aveva mai osato rimanere. In qualche modo non era per lui».

 Anche la figura di Sofie K. (e un “K” puntato maiuscolo non è mai un riferimento casuale, in letteratura) è investita dalle sue fantasticherie. Ora è «una rossa di sorprendente bellezza vestita di velluto nero», invischiata in una losca banda di trafficanti di droga, ora è «Zia Sofie Karlsson dell’ufficio telefonico… una vecchietta dai capelli bianchi, così vecchia che pareva rinsecchita dagli anni», una conoscenza di gioventù, di quando Torsten abitava dallo zio stagnaio. Fantasie? Fantasmi? Tentativi di resistere alla noia mortale della realtà quotidiana?

L’inconscio di Torsten mischia le carte alla realtà. D’altronde, sembra chiedersi l’autore, cosa è rimasto là fuori, nel mondo, che non sia assurdo? Torsten si aggira in non-luoghi spettrali, periferie suburbane, che dell’indefinito fanno la propria cifra estetica: magazzini, interscambi, svincoli autostradali, cave di ghiaia, enormi camion, strutture anonime, dove l’uomo è inghiottito dalla macchina. Il piastrellista, sociologicamente, è il prototipo di un’umanità senza futuro, ridotta a manichino dai cicli di produzione e di consumo. Tuttavia, la vita è sempre una traccia, una muta domanda nei campi della banalità.

Come sottolinea Emanuele Trevi, “è la stessa esistenza di questo individuo a configurarsi come uno stato di eccezione in grado di sfidare il pensiero. Da farlo diventare un pensiero narrativo”. Un’esistenza apparentemente insignificante diventa così, nella penna di Gustafsson, corpo e anima di un romanzo scritto non sulla, ma dalla irripetibile esistenza di un singolo uomo. “La storia di una vita, quale che sia, è la storia di uno scacco”, recita l’esergo sartriano che apre il romanzo. Alla base del romanzo, quindi, l’esistenzialismo francese, ma non solo. Momenti beckettiani, rimandi al cinema comico muto, a Kaurismaki, al surrealismo, a David Lynch, a Kierkegaard. Sul fusto del nichilismo, Gustafsson innesta momenti di poesia involontaria.

La piastrellatura, che Torsten eredita da operai sconosciuti e maldestri, è metafora nemmeno tanto velata del nostro essere-nel-mondo. «La partenza era buona, vicino alla porta. Ottimo fissaggio e belle fughe e i pezzi piccoli lungo lo stipite posati alla perfezione… Ma la cosa strana di quella parete posteriore, che Torsten stava ora osservando alla luce di una lampadina tutta sporca di pittura, era come diventava sempre più irriconoscibile e diversa dall’originale man mano che si allontanava dalla porta. Prima le fughe si facevano sempre più irregolari. Era come se chi aveva posato quelle piastrelle avesse improvvisamente perso il filo, o fosse stato colto da qualche bizzarro terrore che il suo stucco dovesse finire… E più avanti, nella parete corta lasciata a metà, era ancora peggio.»

 Nell’assurdità della situazione, abbandonato dai committenti, incuriosito da Sofie K, distratto da molte stranezze sparse per le stanze, il piastrellista non cede alla tentazione della rilassatezza. Torsten,  uomo meticoloso, non si discosta mai dall’impegno preso, un dovere assoluto, perseguito a prescindere dalle circostanze. Non avendo con sé il capitale sufficiente per comprare stucco, collanti e arnesi vari, non esita a smontare due «costosi rubinetti tedeschi di marca Poggenpohl», per rivenderli e scambiarli con ciò che manca: razionalità che sconfina nell’ostinazione o solo il gesto naturale di un professionista orientato a finire il lavoro?

Ma questo è il romanzo del non-finito per eccellenza, un’esplorazione paradossale delle possibilità sottese a questa condizione di libertà (esistenzialismo, appunto!). Una libertà che l’uomo ha gettato via adeguandosi alle contingenze. Non a caso, Torsten odia il progresso e non crede ad alternative sociali. Le sue sbornie sono funzionali al mantenimento del lavoro, da sempre, per lui, una dura necessità. Aderente all’unica etica che conosce, Torsten considera gli altri adempimenti, come le bollette, inutili seccature. Accumula debiti per stanchezza e disincanto. Eppure, non manca di suscitare la nostra simpatia, come i grandi vecchi refrattari alle logiche della modernità; in questo, ci ricorda i personaggi dei film di Clint Eastwood, liricamente ostili alla cecità del potere.

E chi è Stickan, alias Stig, il vecchio amico incontrato casualmente, dopo aver venduto i rubinetti, all’autogrill della Esso? Già campione di moto, predicatore, impiegato ai cantieri navali, camionista e socio di una ditta di trasporti, killer mancato… «Torsten fu colpito da questo pensiero, un uomo dalle molte facce… È davvero straordinario quanto possono sembrare estranei gli amici di infanzia quando li si reincontra». Stig racconta storie. Vere? Verosimili? Stig è un povero cristo, molto simile a lui, un anziano dalla salute cagionevole. Si offre di dare una mano a Torsten per proseguire i lavori. Nella casa, sembra attirato da altro. Forza la porta del piano di sopra e non trova alcuna Sofie K., ma una misteriosa cassaforte. I suoi pensieri ruotano attorno alle infinite possibilità che potrebbero scaturire dall’acquisizione di un tesoro nascosto.

Il romanzo affronta i limiti e gli inganni (Wittgenstein docet!) del linguaggio, e solleva interrogativi sulle rappresentazioni falsate del mondo.  A metà pomeriggio, una donna bussa alla porta. È giovane, ben vestita, molto agitata, impaziente. Si chiama Seija. Ha con sé due bambini piccoli, piangenti. Chiede di poter usare il telefono per chiamare il marito. In casa, però, non ci sono telefoni. Cosa è accaduto? «Mi vergogno a dirlo, ma ci ha chiusi fuori, me e i bambini, e si rifiuta di lasciarci entrare. L’unica possibilità è che riesca a parlargli. Star lì a bussare alla porta non serve a niente». Stig decide di accompagnarla a casa e di affrontare il marito. E qui la situazione entra nel dominio del surreale. Chiusi fuori equivale a cacciati? Vi è stata volontà nel gesto? E se non vi è stata, il comportamento del marito è giustificabile? Conta più la causa o l’effetto? Gustafsson sembra divertirsi con noi, quasi volesse sottoporci ad un test di filosofia morale.

«La vita non sembra affatto servire i nostri scopi, questo è evidente. La troviamo dove la troviamo e ne facciamo quel che possiamo. Ma il fatto di esistere, di esserci, viene in realtà molto prima di sapere che cosa ne faremo». Spesso nella coscienza di Torsten si agitano dubbi, angosce, domande sotto forma di filosofemi, ovviamente senza trovare risposta.

Il pomeriggio di un piastrellista, verso la conclusione, regala un tragicomico coup de théâtre – non rivelo quale –, e si chiude su un finale anomalo, tronco, che spezza definitivamente l’illusione della linearità del tempo. Il collo del lettore resta appeso alla corda di una narrazione interrotta. Gustafsson lascia aperto l’orizzonte infinito delle possibilità, pur in quella che gli psicoanalisti definirebbero ‘coazione a ripetere’. Che senso ha vivere se il prima è uguale al dopo? Come leggiamo nel Qoelet, l’agitazione degli uomini è vana e in un mondo desacralizzato tutto è disperazione, sentimento radicale di cui Torsten, Charlot della civiltà postindustriale, è un portatore sano.

«L’eternità chiede a te, e a ognuno fra questi milioni e milioni, una sola cosa; se tu abbia vissuto disperato o no, se disperato in modo da non sapere di essere disperato o in modo da portare questa malattia nascosta nel tuo intimo, come un segreto che ti rodeva, come il frutto di un amore peccaminoso sotto il tuo cuore, o in modo che tu, un orrore per gli altri, smaniavi in disperazione.» Sören Kierkegaard, La malattia mortale

In bilico tra cultura continentale ed anglosassone, Gustafsson si è conquistato l’appellativo di “Borges svedese”. Torsten direbbe del suo creatore che è scrittore dalle molte facce: studioso di matematica, dotato di una scrittura agile e ironica, Gustafsson nella sua prosa svela passione e gusto per i nonsense della vita quotidiana. Dopo questo romanzo, per il lettore sarà più complicato scegliere un piastrellista per la ristrutturazione di casa.

Alessandro Vergari

(Lars Gustafsson, Il pomeriggio di un piastrellista, Iperborea – Collana Luci, 2017)

Le intuizioni di un giornalista scomodo

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Leo Longanesi è stato uno dei protagonisti più poliedrici e geniali del panorama letterario italiano.

Giornalista, editore e scrittore, sempre eccentrico e irriverente nei suoi scritti con sarcasmo e ironia pungente ha raccontato gli anni cinquanta con il loro conformismo e la loro retorica schierandosi sempre dalla parte di chi non tollera mai le parate della menzogna e dell’ipocrisia.

Longanesi ci ha lasciato una serie di libri in cui, tramite la scrittura breve, l’aforisma e l’epigramma, da osservatore arguto del costume e della cultura della nostra società con la sua penna come un bisturi avvelenato ha fornito un ritratto amaro e disperato di un’Italia piccola piccola che profeticamente somiglia a quella dei nostri giorni.

Ci salveranno le vecchie zie?, Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Una vita, questi sono alcuni dei titoli pubblicati da Longanesi.

Adesso torna in libreria dopo quarantadue anni La mia signora, il taccuino di Leo Longanesi che contiene le sue intuizioni fulminanti e soprattutto raccoglie i suoi scritti che vanno dal 1947 al 1957.

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Il librò uscì immediatamente dopo la morte del giornalista e in seguito non venne più pubblicato. La sua signora torna con la storica introduzione di Indro Montanelli e una postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

«Ora che è morto, – scrive Montanelli –  possiamo dirlo, senza timore delle sue diaboliche e scottanti rivalse: era un grane Maestro, Insopportabile, cattivo, ingiusto ingrato. Ma un grande Maestro. L’ultimo».

Longanesi aveva nel suo dna le grandi intuizioni dei moralisti francesi e intingeva la penna nel veleno per affondare –  senza pensarci due volte –  la retorica e il conformismo del suo tempo.

La cosa straordinaria è che se si leggono alcuni passi sferzanti della sua opera ritroviamo il caos e l’omologazione dei giorni che stiamo vivendo.

La sua signora, per esempio, inizia con questo frammento datato 5 febbraio 1947: « Una letteratura senza contorni, la nostra, come certi dipinti di Monet, di cui non si sentono che gli sbalzi di temperatura».

Con un malinconico sarcasmo Longanesi bastona l’impersonale freddezza di comodo della letteratura del proprio tempo. Ma questo suo pensiero scritto nel lontano 1947  ha pieno diritto di cittadinanza nel nostro di tempo in cui la nostra cultura è alle prese, oggi più di ieri, con una letteratura incolore e pallida completamente prostituita a un mercato in cui gli scrittori sono numeri da fatturato.

Questo suo taccuino contiene i suoi aforismi più famosi e le sue intuizioni più irriverenti che tanto fastidio hanno dato ai benpensanti di allora.

«Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma coi piedi scalzi»; «Mentivo, ma il personaggio  che rappresentavo era sincero»; «Libertà di opinione in un paese senza opinioni»; «L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica».

Leo Longanesi un uomo in disarmonia con la propria epoca, un intellettuale dissidente che non amava la banalità e il conformismo e nei suoi scritti smascherava tutti i luoghi comuni e difetti di un’Italia  in cui non è la libertà che manca ma gli uomini liberi.

Nicola  Vacca

Scrittura unica sopravvivenza

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“Ho detto spesso che Vite minuscole mi ha salvato la vita. Per la prima volta, a quarant’anni, ero finalmente riuscito a scrivere qualcosa di soddisfacente. Fino ad allora avevo avuto una vita sociale deludente e diversi problemi economici, ma grazie a quel libro le cose sono diventate più facili. In precedenza avevo scritto alcuni testi vagamente fantastici, forse per via delle molte letture di fantascienza, ma i risultati erano sempre molto deludenti. Con Vite minuscole ho imboccato invece la strada del reale e dell’intimità degli individui, la mia e quella degli altri. E se questo libro mi ha salvato la vita, è proprio perché mi ha permesso di accettare la realtà da cui provenivo e la possibilità di confessarla. Insomma, mi ha aiutato ad accettare la mia vita”.

Già da queste poche battute, estrapolate da un’intervista rilasciata lo scorso agosto a Fabio Gambaro per Repubblica, risalta l’onestà intellettuale di Pierre Michon, scrittore incapace di fare sconti a se stesso. Nato nel 1945 a Les Cards, nel cuore della Francia (Limosino), Michon è autore di culto in patria ma quasi sconosciuto in Italia. Finora si doveva a Passigli la traduzione, nel 2005, di un’originale biografia dedicata a Rimbaud. In Vite minuscole, probabilmente uno dei migliori titoli pubblicati da Adelphi negli ultimi anni, Michon esamina, complice una scrittura dal tratto miracoloso, una genealogia di uomini e di donne che, da un passato remoto, arriva al sé dello scrittore, alla coscienza di un uomo tormentato, in gioventù, dal proprio talento inespresso.

Questo libro unisce in un unico fascio narrativo biografie e autobiografia. Vite minuscole, nelle sue duecento pagine, straordinariamente dense, è la prova che la letteratura alta è quella in grado di conferire dignità al basso, allo scarto, alle esistenze fallite, ai dimenticati, agli sconfitti. La narrazione si staglia, purissima, nel recupero puntiglioso e poetico di volti e storie scivolate nel gorgo del tempo. Michon ha salvato la vita a se stesso, ma, prima di tutto, l’ha salvata ai protagonisti invisibili, minimi, minuscoli appunto, dei suoi racconti, accurati e preziosi come antiche miniature.

La dimensione della cura è la sostanza etica di Vite minuscole. E la cura si accompagna sempre alla memoria. Ad esempio, nella seconda Vita collezionata, quella del lontano parente Antoine Peluchet, l’autore si immerge tra le pieghe di una vicenda accaduta a metà Ottocento. A Mourioux, presso la dimora dei nonni materni, il piccolo Pierre scopre i Tesori, «chiamavo così due scatole di latta ingenuamente dipinte e ammaccate che un tempo avevano contenuto biscotti, ma che all’epoca custodivano ben altri nutrimenti». Da questi Tesori, la nonna materna Élise disseppelisce la reliquia dei Peluchet, unica testimonianza di una sparizione misteriosa, quella del giovane Antoine, fuggito di casa dopo un litigio col padre e mai più ritornato. Una storia di miseria contadina, come quasi tutte quelle narrate in queste Vite. Michon saggia il peso delle incomprensioni, il flagello dei silenzi, l’inesorabilità delle rotture. Il ramo dei Peluchet si estinse con Antoine. Tutti i racconti si muovono lungo la linea sottile che separa l’estinzione dalla salvezza, l’oblio dalla rammemorazione.

Da questo oceano di buio, che è il passato non-detto, occultato, Michon cerca di stillare parole che illuminino il sentiero battuto da esistenze malferme, incerte, sul punto di sprofondare nella dimenticanza, portandole sotto la luce del presente con la premura di chi impara, scrivendo, ad amare il prossimo e a non buttare via se stesso. Michon, con l’ago della letteratura, sutura, per quanto possibile, il taglio inferto alla sua anima. «A mio padre, inaccessibile e nascosto, al pari di un dio, riesco a pensare solo in modo indiretto». Un padre mai conosciuto, vivo ma scomparso, ombra sui suoi passi, presenza ingombrante per la sua assenza. In Eugène e Clara, nonni paterni, Michon riconosce  l’importanza di un contatto «angelico», un ponte tra il sé offeso e la verità. Una questione affrontata di riflesso, in strane sedute di famiglia, quasi spiritiche, evocatrici del padre morto/non morto. Ma la prosa di Michon è più penetrante ed espressiva di qualunque tentativo di sinossi:

«Il cadavere nascosto era l’unico pretesto per una simile proliferazione familiare; si erano riuniti soltanto per quel lutto; e quando i due miseri vecchi risalivano sulla loro macchina, altrettanto vecchia e ridicola, non sapevo a chi si rivolgessero la mia tristezza e la mia compassione: probabilmente a loro, che tanto più sparivano nel freddo, nelle lacrime e nella notte quanto meno conoscevo la casa dove avrebbero trovato il caldo e il riposo; al morto enigmatico; a me stesso, infine, ingenuo e spaesato, che non osavo indagare sull’identità del disperso e cercavo il cadavere nelle ombre sempre più lunghe, negli occhi nostalgici di mia madre, nel mio stesso corpo dalle ginocchia arrossate per il freddo. Mi stupivo di non essere morto, ma solo ignorante, addolorato e incompleto, infinitamente.»

Non c’è, in Michon, evidenza di pietà cristiana, e nemmeno il desiderio di aderire all’estetica della miseria, ma si avverte, netta e costante, una sofferta empatia  per uomini e donne il cui profilo si staglia nella penombra di un tempo perduto. È un sentimento di ritrovata appartenenza, avviluppato alle corde della sensibilità umana, indipendente da culti, ideologie o religioni. Michon descrive, senza mistificazioni né tantomeno nostalgie identitarie, uno spaccato di Francia centrale, una regione culturalmente aliena al cosmpolitismo della Ville Lumière, una nazione agricola, povera e orgogliosa, una terra scavata da mani callose. Nella citata intervista, l’autore interpreta in questo modo il suo prendersi cura della materia narrata: “Quando scrivo, faccio in modo che il mondo intero sia presente in ogni singola frase, anche se ogni singola frase è solo un frammento diverso e un’interpretazione differente di quel mondo. Ogni frase deve essere il sesamo che ci consente di entrare nel regno delle mille e una notte della realtà”. Nel particolare, condensato in una prosa ricca e realistica, si respira l’universale, un’energia circolare indomabile. Michon, d’altronde, ammette esplicitamente il suo debito con il grande Borges.

É il nervo scoperto delle origini quello su cui batte il martello della scrittura. Parole poggiate sulla pagina con perizia da scalpellino e arguzia di tessitore, per riannodare il dolore dell’esistenza ad un flusso di eventi che dia senso all’esperienza quotidiana e offra un antidoto alla meccanica implacabile della rimozione. Così, le esistenze minuscole dei giovani fratelli Bakroot, compagni di collegio di Pierre e visceralmente legati da un rapporto di amore-odio, sono innalzate a tensione epica e assimilate all’eterno combattimento tra spirito e materia, tra finezza e durezza, fino al drammatico scioglimento del “duello” per la morte di Rémi.

Allo stesso modo, quando l’anziano père Foucault adduce il proprio analfabetismo a motivo della decisione di non farsi curare a Parigi e di restare nell’ospedale di provincia, dove poi attenderà di morire, Michon ne intuisce la morale sottesa. È l’aura di vergogna che l’umile attribuisce a sé, è la pudica consapevolezza dei limiti dell’uomo di campagna di fronte all’invalicabile cultura cittadina profusa dai medici della capitale. Lo scrittore, ricoverato in quella stessa corsia dopo una violenta rissa causata da una delle sue ricorrenti intemperanze giovanili, percepisce nella risposta icastica «sono analfabeta» l’eco di una profonda fratellanza: «Mi lasciai andare sul cuscino; una gioia e un dolore inebrianti mi avvinsero; fui pervaso da un sentimento infinitamente fraterno: in quell’universo di sapienti e di parolai c’era qualcuno, forse qualcuno come me, che personalmente riteneva di non sapere nulla, e che di questo voleva morire. Nella corsia d’ospedale echeggiarono canti gregoriani.»

Nel microcosmo di Vite minuscole trovano posto anche i matti dell’ospedale psichiatrico di La Ceylette, in cui lo stesso Michon trascorre un periodo per riprendersi da un grave esaurimento nervoso, dovuto alla perdurante incapacità di trasformarsi in scrittore e alla conseguente rottura con Marianne, la donna amata, cui il giovane Pierre non ha il coraggio di dichiarare il  terrore della pagina bianca, la paralisi creativa che lo fa impazzire. «Ogni sbornia era per me una prova generale, un vaneggiamento delle forme corrotte della Grazia; pensavo infatti che lo Scritto, alla sua ora, sarebbe arrivato nello stesso modo, esogeno e straordinario, inconfutabile e transustanziale, mutando il mio corpo in parole come l’ubriachezza lo mutava in puro amore di sé».

 Attesa vana. Michon scivola nella spirale dell’autodistruzione, alla ricerca di qualcosa di indefinito e di ineffabile, come il parroco Bandy, un prete bello, di grande carisma e di rara abilità oratoria («Osservate i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Saolomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro»), rovinato, o forse semplicemente convinto, dai piaceri terreni e dall’amore carnale, che via via prende il posto di quello spirituale. Le due pagine di descrizione della morte di Bandy, sbalzato dalla moto nel fitto del bosco, «alla falsa aurora, quando i galli straniti cantano una volta, si stupiscono nell’isolamento del loro grido, si riassopiscono», varrebbero da sole, per bellezza e intensità, la lettura del libro.

Di fallimento in fallimento, dalla delusione con Marianne a quella con Claudette, Pierre Michon si aggrappa alla scrittura per sopravvivere. Sempre nell’intervista già riportata, lo scrittore afferma che “il testo ha sempre una dimensione sacrificale. Ha bisogno di tragedia e sacrificio. Un testo è una messa a morte, deve sanguinare. Per questo tutta la letteratura nasce dalla tragedia”. Alla tragedia toccata alla sorella, morta nel 1942 dopo pochi mesi dalla nascita, e quindi mai conosciuta, è dedicato l’ultimo capitolo delle Vite. Qui, lo scrittore svela che tra «la gente modesta» è proclamata l’eguaglianza tra morte e povertà, anzi, tra i contadini, «di morti, di defunti e di scomparsi» non si parla affatto. È la miseria a vincere nella rappresentazione collettiva, popolare. I cari estinti sono immaginati «tremanti chissà dove di freddo, di fame indefinita e di estrema solitudine».

L’autore scende in profondità verso le radici e si libera dai fantasmi del passato inglobandoli nella propria esperienza. Vita dopo Vita, il ricordo tira i fili del tempo e rende veri i legami sociali e familiari. Elaborato tra il 1977 e il 1983, il libro di Michon racconta una Francia rurale, decentrata e lentamente dimenticata dalla politica come tutte le periferie del mondo, con i guasti e le aberrazioni che ne conseguono. Michon ci consegna, indirettamente, anche un metodo di lavoro. La letteratura, se riesce ad aderire, con ragione e sentimento, al perimetro del narrato, è ri-costruzione di comunità, risposta culturale alle astrazioni dell’ideologia e della propaganda.

«Possa uno stile appropriato aver rallentato la loro caduta: la mia sarà forse più lenta; possa la mia mano aver dato loro la facoltà di aderire nell’aria a una fugacissima forma dalla mia sola tensione creata; possa prestandomi aver vissuto, in modo più autentico di come viviamo noi, quelli che a malapena furono e così poco tornarono a essere. Possano, forse, essersi manifestati, sorprendentemente. Nulla mi appassiona quanto il miracolo.»

Leopoldo Carra, traduttore di Vite minuscole, nella sua nota a fine volume, accosta l’impegno narrativo di Michon alla Recherche proustiana: l’autore si tormenta perché ha del suo compito un’idea assoluta”. Insomma, è vero che la letteratura è finzione, ma è altrettanto vero che solo essa può affrontare il nostro destino di sparizione e “farsi carne, quindi sede di dolore, di momentanea gioia, di vita, di morte e di rinascita”. Una considerazione di Walter Benjamin su Proust può essere qui ripresa: anche Michon “ha costruito dai favi del ricordo una casa per lo sciame dei pensieri”. Un puro desiderio di felicità si incunea nel disperato dolore che lo scrittore ha dentro di sé, “l’imperfection incurable dans l’essence même du present”.

Il libro che Michon lamenta, nel corso della narrazione, di non saper o poter scrivere è infine questo che abbiamo tra le mani. Un esperimento metaletterario, Vite minuscole, un fiore sbocciato in extremis sul dirupo del disastro scampato.

Alessandro Vergari

(Pierre Michon, Vite minuscole, Adelphi 2016)

Il quotidiano per una grande letteratura

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Emmanuel Carrère è uno dei pochi scrittori contemporanei che nei suoi libri si mette completamente a nudo, raccontando il suo vissuto e soprattutto ciò che conosce, e tutto questo materiale diventa  letteratura. E che letteratura.

È appena uscito da Adelphi Propizio è avere ove recarsi (il titolo viene da I Ching, esagramma 57).

Un tassello importante nella produzione dello scrittore francese: quattrocentoventotto pagine in cui Carrère racconta tutto il suo mondo, e lo fa attraverso una serie di testi (reportage, articoli, interventi pubblicate su riviste e quotidiani recensioni, elzeviri) nei quali è contenuto l’embrione dei libri che ha scritto, ma anche le esperienze di un vissuto intenso e significativo che scaturisce dagli incontri che ha fatto andando in giro per il mondo.

Fatti di cronaca nera che rimandano a La settimana bianca e a L’avversario, interviste, progetti di film, resoconti, questo è il materiale che esce dalla penna fertile e intraprendente di Carrère, scrittore che in ogni rigo soprattutto racconta una parte essenziale di sé, in cui è sempre aperto un duello con il mondo.

Propizio è avere ove recarsi è il libro in cui lo scrittore francese mette tutto il suo mondo e lo consegna ai suoi lettori, racconta come dalla sua vita sono nati tutti i suoi libri, avendo cura di non omettere nulla del suo infinito viaggiare.

Un libro – autoritratto in cui Carrère non rinuncia mai alla prima persona. Il giornalismo si fa letteratura e viceversa in una tensione narrativa in cui viene fuori un’unica opera ininterrotta: il modo di stare al mondo di uno scrittore che ha deciso di fare della sua esistenza la meravigliosa  non – fiction da raccontare.

Entrare nelle vite di grandi personaggi (Alan Turing e Limonov), raccontare gli scrittori che ha letto e amato (Capote, Leo Perutz, Balzac, Philip K.Dick), rivelare al lettore le sue pagine segrete di amori e incontri con le donne che ha amato e con la donna che ama ( nelle Nove cronache per una rivista italiana senza alcuna inibizione lo scrittore mette insieme i pezzi dei suoi personali e intimi  frammenti di un discorso amoroso).

Carrère, scrittore di storie vere che sente di avere delle responsabilità morali e, quindi, quando scrive ritiene vano contrapporre giornalismo e letteratura.

«Tutto ciò costituisce una cronaca, una galleria di ritratti, di bozzetti, non ancora una storia. Perché ci sia una storia, ci vorrebbe una crisi che metta a rischio quell’equilibrio…».

Lo stile Carrère continuerà ad appassionarci e siamo sicuri che le sue narrazioni non ci deluderanno mai.

Propizio è avere ove recarsi è il punto di vista di uno scrittore sulle cose come le vede e alle pagine dei suoi libri si rimane aggrappati perché l’immanente immersione nella realtà diventa la nostra.

Emmanuel Carrère quando scrive non gioca a nascondino con la sua vita e con quella degli altri.

Questo fa di lui un grande e unico scrittore sempre pronto a giocarsi la partita dell’esistenza con una verità da raccontare e da testimoniare.

Nicola Vacca

 

Cioran innamorato

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Cioran, è, in apparenza, un pessimista irriducibile, uno scrittore che pensa per frammenti  la vita nell’assenza dei significati.

Leggendolo ci accorgiamo che tutto il suo sconfortante pessimismo non è altro che il pretesto per mettere sulla pagina la sua lucida intelligenza fatta di disarmanti sillogismi dell’ amarezza, con i quali è difficile non fare i conti.

Per questa sua originalità accattivante E.M. Cioran è diventato un scrittore e pensatore dal fascino contagioso, che oggi conta un vasto pubblico di lettori.

Questo corrisponde al vero, anche se si prende in esame il suo lato privato. La lettura di un carteggio tra Cioran e una sua giovane amica rivela aspetti inediti che aggiungono novità sorprendenti rispetto alla sua intera opera.

Friedgard Thoma, giovane insegnante tedesca di filosofia e letteratura, folgorata dalla  lettura del libro  L’inconveniente di essere nati, scrive una lettera di ammirazione al settuagenario Cioran.

Lo scrittore le risponde e così nasce un’intensa amicizia sentimentale che avrà il suo coronamento in un romantico incontro parigino. La giovane insegnante raccoglierà il carteggio in Per nulla al mondo. Un amore di Cioran (adesso pubblicato per le edizioni La scuola di Pitagora a cura di Massimo Carloni nella traduzione di Pierpaolo Trillini e con la revisione di Massimo Carloni e Lilia Mentrasti)

I due si scrivono e s’incontrano, prima a Colonia poi a Parigi. Condividono i medesimi interessi culturali. Cioran, che quasi mai si concede all’autobiografismo, costruisce con la donna un rapporto confidenziale. Lo scrittore si lascia coinvolgere in un amore platonico.  Quello che viene fuori non sembra proprio il Cioran  che  conosciamo attraverso i suoi libri.

Egli scopre la serenità del «corso sotterraneo dei sentimenti». Di fronte alla sensibilità e alla dolcezza della sua ammiratrice Cioran sembra accantonare per un istante la sua misantropia. «Come mi spiace – da che la conosco – non aver trascritto ogni giorno, no ogni ora, ciò che Lei rappresenta per me! Sperimento le impressioni più contraddittorie che un essere vivente abbia mai previsto. Eppure tutte insieme avrebbero un’unità, una convergenza segreta: la paura che Lei mi sfugga».

Anche Cioran innamorato si affida alla verità della cenere  per vedere gli uomini e le cose alla luce abbagliante di una forma di coscienza lucida e radicale, che trova nella forma del frammento (lo stile che meglio aderisce alla vita spezzata dell’uomo moderno) la sua rivelazione.

«Il rapporto tra Cioran e l’universo femminile – scrive Massimo Carloni – è stato trascurato dai biografi e sottovalutato dalla critica, perdendo così di vista uno degli aspetti decisivi della sua contrastante personalità, vale a dire quella sotterranea sensualità che l’accompagnò di fatto, per tutta una vita. Non rimane dunque che chercher la femme…».

L’abisso personale dello scrittore rumeno si nutre anche di queste piccole gocce di felicità.

Cioran lo scettico di professione scopre che la «fortuna di essere cinico» l’ha abbandonato da quando la bellissima Friedgard è entrata nella sua vita.

Da questa esperienza epistolare, oltre che dai suoi libri, si capisce che la definizione «nichilista» non si addice a Cioran, che invece era ossessionato dal nulla e dal vuoto.

La passione per la giovane professoressa tedesca ci riporta al Cioran dei tempi di Al culmine della disperazione.

Alla fine di quel libro Emil annotava: «La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore».

Nicola Vacca

 

Rapsodia di uno scrittore della memoria

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Antoine Laurain è un brillante scrittore francese che meriterebbe di essere letto molto di più in Italia.

Einaudi dopo aver pubblicato nel 2015  La donna dal taccuino rosso, delizioso gioiello di scrittura che può anche considerarsi un omaggio di Laurain a Patrick Modiano, adesso dà alle stampe Rapsodia francese.

Anche con questo romanzo l’autore di conferma un narratore in grado di inventare atmosfere suggestive e intimiste in cui il lettore si perderà nel tempo sospeso della memoria e del passato che riporta al presente con i suoi rimandi di futuro.

Tra mistero, divertimento, leggerezza, come nei migliori romanzi del suo maestro Modiano, Laurain ha scritto un romanzo gradevole sulle magie e sulle dimenticanze del tempo e sull’intreccio delle nostre vite con gli istanti perduti e mancati.

Tutto ha inizio con una lettera recapitata per un disguido postale dopo trentatré anni a Alain, che fa il medico a Parigi, ma che negli anni ottanta sognava insieme a un gruppo di amici di fare il musicista e insieme fondano la rock band degli Hologrammes.

Quando  la lettera della casa discografica, che era scivolata dietro all’armadio dell’ufficio postale, giunge con un ritardo di anni nelle mani di Alain, il gruppo ha abbandonato il suo sogno e ognuno dei componenti è andato per la sua strada.

Inizia così il viaggio nel tempo passato ma anche perduto di Alain che si mette alla ricerca dei suoi amici e della cassetta con le canzoni del gruppo che avevano inviato alla casa discografica.

Alain si accorge che non è sempre una buona idea andare a cercare nel proprio passato.

Il medico attraversa in lungo e in largo Parigi, sulla nostalgia dei suoi meravigliosi anni Ottanta, si mette sulle piste degli altri componenti della band. Quel tuffo nel passato lo porterà alla scoperta dei piccoli e grandi segreti che il tempo aveva sepolto insieme a quella lettera mai arrivata che forse avrebbe cambiato il corso di un pugno di vite.

Antoine Laurain scrive un romanzo corale capace di legare con piani narrativi diversi gli anni Ottanta e la Francia di oggi con la durezza dei problemi legati alla crisi,

Ma soprattutto Rapsodia francese è un viaggio nella gioventù perduta in cui il tempo si prende una rivincita su un destino che doveva essere e mai fu.

Come in un romanzo di Modiano, Antoine Laurain sparisce e si perde nei suoi ricordi, si smarrisce nella sua Parigi e nella ricerca di indizi scava nella memoria un’inquietante ragnatela che lo porterà a fare i conti con una verità che non aveva mai conosciuto: nulla ritorna come prima perché il tempo, in cui ci si può perdere o sparire, inesorabile ci dice che la gioventù è passata e i sogni si sono dissolti.

Nicola Vacca

La vita è un gusto perduto

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L’umami inizia in bocca. Inizia al centro della lingua, si attiva la salivazione. Si risvegliano i molari, vogliono mordere, hanno bisogno di movimento. […]  Mordere è un piacere, e l’umami è la qualità di ciò che è mordibile. Mordibile non è una parola, ma masticabile non mi piace. Masticabile si dice della vitamina C in compresse. Mordibile mi sembra più ad hoc, è un capriccio, qualcosa di peccaminoso o, come direbbe Agatha Cristie: delish. […] A essere precisi, forse, l’umami non inizia in bocca ma con la vista, con la voglia.

 

Agatha Christie non è la vera Agatha Christie, bensì Ana, ragazzina in età preadolescenziale che vive con il padre Victor, la madre Linda, due fratelli e la presenza dolente, fantasmatica, di una sorellina morta annegata, in una delle villette del comprensorio di Villa Campanario, periferia di Città del Messico. Chi parla invece è Alfonso Semitiel, antropologo, vedovo di Noelia, amorevole padre di due reborn dolls, inquietanti bambole iperrealistiche, fabbricate a mano e generalmente destinate ad un pubblico di collezionisti. Alfonso narra di sé e del suo mondo dolceamaro, come tutti i protagonisti di Umami, romanzo di esordio della trentaquattrenne scrittrice messicana Laia Jufresa, pubblicato in Italia da SUR, con la traduzione di Giulia Zavagna.

Umami è un concetto di derivazione giapponese. Il termine esiste dal 1909. Non più solo acido, salato, dolce ed amaro, i gusti che abbiamo imparato a nominare fin da bambini. No. La scienza ha legittimato l’esistenza di un quinto gusto primario nel 1985, quando venne riconosciuto ufficialmente. Fu provata l’esistenza, nella lingua, di specifici recettori del gusto. L’umami è strettamente legato all’acido glutammatico, un amminoacido naturale che svolge la funzione essenziale di neurotrasmettitore. In parole povere, l’umami è ciò che dà gusto e sapore alle pietanze.

Villa Campanario si chiama così perché quando, nel 1985, la proprietà che avevano costruito i miei nonni è praticamente crollata, una campana di bronzo che c’era sul tetto si è staccata e si è conficcata – per l’enorme peso – in quello che era il cortile della casa e che ora è il vialetto centrale del comprensorio. Tutti quelli che vivono qui devono saltare il batacchio della campana (una protuberanza metallica che spunta da terra) per entrare e uscire dalle loro case.

 Nel 1985 Alfonso introduce l’umami in Messico, ma nessuno presta attenzione al suo articolo scientifico. Il motivo è semplice. In quei giorni un terremoto devastante colpisce la capitale, causando circa diecimila vittime. Il Paese centroamericano ne esce a pezzi e anche la vecchia villa dei Semitiel crolla. Al suo posto, Alfonso e Noelia costruiscono cinque alloggi. Ad ognuno di questi assegnano un nome corrispondente ad un gusto. Ne affittano quattro e nel quinto, ovviamente quello chiamato “umami”, vanno a vivere loro. Al centro del comprensorio si snoda un vialetto e dietro ogni casa si apre un cortile interno, ad uso privato.

Laia Jufresa associa ad ogni personaggio un gusto specifico, che ne è il riflesso del carattere e delle vicissitudini esistenziali, in un gioco di rimandi sinestetici. Ed è un gioco a carte scoperte. La metafora è esplicita, la scrittura delicata e mai banale. Nel perimetro di Villa Campanario si incrociano il dolore e la speranza, il ricordo e la compassione, antiche felicità e fresche malinconie.

A Casa Amaro vive la giovane Marina, pittrice anoressica (un popcorn per ogni pubblicità, questo è l’accordo che ha fatto con se stessa), poco produttiva sul piano artistico e perennemente in analisi, che inventa colori mescolando parole. Nettrico è il nero illuminato delle grandi città. Giarco è il giallo sporco dei bordi dei marciapiedi. Biancumero è il bianco effimero della schiuma. Rossido è il rosso delle cose ossidate. Marina è quasi fiera dell’amaro che sente in bocca… il sapore amaro sono gli ormoni dello stress.

A Casa Acido vivono Pina (chiamata così in onore della coreografa Pina Bausch) e suo padre Beto, dopo che la madre, Isabel alias Chela, è fuggita lasciando una lettera, che il marito tiene nascosta alla figlia. A Pina piace essere in viaggio, ma non quando finisce. Non le piace quando qualcuno dice: Siamo quasi arrivati. […] Le piace andare, non arrivare. Un giorno Chela torna a Villa Campanario, ma non trova il coraggio di bussare alla porta di casa. E quella lettera, si scoprirà, non contiene nulla di tragico, non un annuncio di suicidio, non una promessa, non la trasmissione di un segreto. Solo una banale raccomandazione, poche parole per sigillare il vuoto di una sparizione.

A Casa Salato vivono Linda Walker, americana, e Victor Perez, messicano. Sono marito e moglie e con loro tre figli, che, fino al 2001, erano quattro. La piccola Luz, come in una triste fiaba, annega in un laghetto mentre è in Michigan, in visita da Emma, la nonna materna. Emma apre di più la tenda per farmi vedere: dall’altra parte c’è mamma, è fradicia. I vestiti e i capelli le gocciolano sul tappeto del soggiorno e il fazzoletto con cui si lega i capelli è nero da quanto è bagnato. E poi ha un iris nella scollatura. Mamma è stata nello stagno! Ana/Agatha Cristhie è la sorella maggiore. Ana, durante un’estate afosa, decide di piantare sementi nell’orticello di casa, secondo una tecnica agricola maya, la “milpa”. Alf è mio amico. In realtà, è stato proprio lui a darmi l’ispirazione per questa storia della milpa. Se so seminare è grazie a lui. I Pérez Walker, musicisti, hanno preso in affitto anche l’appartamento di fronte, per farne la propria Accademia. È Casa Dolce, l’unico alloggio/gusto primario in cui nessuno trova stabile dimora.

 A Casa Umami, come detto, vive Alfonso Semitiel, antropologo, ricercatore esperto di antiche coltivazioni. La moglie Noelia, cardiologa, è morta anni prima. Hanno appena suonato alla porta Agatha Christie e la sua amica di fronte, la figlia di Beto, come si chiama? Pina. Che nome del cazzo, si salva solo perché diventerà bellissima. Mi hanno chiesto: La dottoressa ha una tomba? Gli ho detto di sì e mi hanno dato dei fiori. Dice Agatha Christie che li ha comprati per sua sorella. Perché Pina ha fatto i conti e oggi sono passati 353 giorni dalla morte di Luz […] Una cosa che non gli ho detto, ma che penso ora, dopo il maglione giallo, dopo i fiori, è che forse quello di cui hanno bisogno i Pérez Walker per consolarsi è una macchina come la mia, un pc Nina Simone, vaso comunicante con i morti. Nina Simone era la cantante preferita di Noelia.

La scrittura del tempo in Umami ha un’importanza decisiva. Tutto si svolge in un arco di anni che va dal 2000 al 2004 ma è come se il terremoto avesse sconvolto e rimescolato insieme alla terra anche i piani narrativi, intrecciati e capovolti. Ogni sezione di Umami, e sono quattro, è composta da cinque capitoli, ognuno dei quali collocato in un giorno preciso di un anno altrettanto preciso. Il 2004 è dedicato ad Ana, il 2003 a Marina, il 2002 ad Alfonso, il 2001 a Luz, il 2000 a Pina. Per ognuno viene presa in esame una giornata, molto particolare, perché caratterizzata da un evento (la semina della milpa per Ana, l’incontro con Chela per Marina, la stesura autobiografica delle memorie per Alfonso, l’annegamento per la povera Luz, la separazione dei genitori per Pina), carotaggio che consente al lettore di entrare nella vita del protagonista e di seguirne pensieri e traiettorie. La narrazione si interrompe e poi riprende nella sezione successiva. Ne risulta un andamento antilineare, stratificato, costruito sulla faglia di fratture temporali. Ogni tappa del romanzo è un mosaico di fatti, di relazioni e di memorie, un sedimento che affiora e si appoggia a quello immediatamente successivo, a scalare verso un’origine coincidente con un destino.

Centrale, nel romanzo, è il tema della perdita e del ricordo doloroso da cui non ci si riesce ad affrancare, della comunicazione malata tra persone, che pure tentano di decifrarsi a vicenda. Umami è una sinfonia di abbracci negati. Alfonso, nel suo commovente tentativo di serbare memoria della moglie defunta, scrivendo la storia del loro matrimonio su un pc nuovo di zecca, sembra appena uscito da un film di Atom Egoyan. Quando, già vedovo, incontra casualmente Linda Walker nel bar che è solito frequentare, inizia tra di loro un rapporto basato sulla mutua condivisione della sofferenza, una relazione umana di complicità, non a sfondo sessuale. A volte chiacchieriamo e a volte non ci diciamo altro che ciao. A volte anch’io piagnucolo… Se parliamo è sempre dei vecchi tempi: la sua infanzia negli Stati Uniti, la mia adolescenza a Città del Messico, epoche precedenti alla vita con le nostre morte. Le due morte: Luz e Noelia. E sempre nel solco di un’incomunicabilità à la Antonioni/Egoyan è il rapporto tra Isabel e la figlia Pina. Isabel, la moglie di Beto in fuga, torna a Villa Campanario e, sorpresa da un acquazzone, indecisa se bussare o no alla porta di casa, si ripara dalla giovane vicina, Marina, segnata da un rapporto conflittuale con il padre ristoratore (!) e da conseguenti disturbi dell’alimentazione. Dopo una lunga conversazione, interrotta da pause, silenzi, spinelli, con Marina chiamata a vestire, proprio lei, i panni dell’analista, in una specie di confessione tanto simile ad una seduta di psicanalisi, Isabel torna nell’ombra da cui era venuta, su una spiaggia nemmeno tanto lontana, un rifugio dove abbandonarsi.

Fiaccate da perdite e incomprensioni, le famiglie si scompongono. Se si ricompongono, sono restituite a se stesse grazie ad artifici faticosamente accettati o finzioni barocche. La verità acceca, la mente cede. Per curare la ferita della maternità negata, Noelia decide di “adottare” due bambole di vinile, una delle quali addirittura respira. Le reborn dolls, bambole così simili a bambini reali da sfidare le nostre abilità percettive, sono il simbolo di un’umanità che, abbracciando i canoni estetici della perfezione, cerca il falso per sentirsi vera. Il tentativo di mascheramento della realtà sfonda le pareti del ridicolo e l’imbroglio etico è talmente palese da risultare commovente.

Niente ti prepara davvero per l’iperrealismo. Per questo ci sono persone che lo odiano e non lo considerano arte: è una corrente superba, che mette costantemente alla prova la sanità mentale e sensoriale. […] Abbiamo aperto la scatola tra sospiri di ammirazione, stappato una bottiglia di spumante tiepido che avevamo portato per la reborner, e preso in braccia Maria a turno. Abbiamo imparato a vestirla, lavarla e cambiarle le pile.

Da quel momento, per Alfonso la vita ha un sapore strano. Suo malgrado, si trova incastrato in una situazione prima sconcertante, poi, col passare del tempo, accettata quasi fosse la normalità. Una prassi inesorabile nel suo manifestarsi, ed imporsi, non solo al diretto interessato ma all’intera comunità. Domande implicite affiorano nel romanzo. Sono possibili gesti in grado di riscattare la resa, l’impedimento, il distacco? Cos’è l’autenticità? Siamo forse destinati a vivere simulando?  La menzogna è funzionale alla sopravvivenza? Ci stiamo trasformando in macchine, mentre le macchine stanno acquisendo le nostre caratteristiche vitali? O, come scriveva il grande Pessoa a proposito dei poeti, si può fingere così completamente che si arriva a fingere che è dolore anche il dolore che uno davvero sente?

Laia Jufresa tende a vivisezionare il quadro generale delle relazioni umane. Un bisturi preciso, guidato da un’intelligenza empatica. A lettura completata restiamo con il sapore in bocca di una polifonia di voci. La scrittrice si cala nei vari personaggi, adattandosi di volta in volta al loro specifico punto di vista. Compie anche un lavoro di natura metalinguistica, sperimentando narratori multipli e vari registri a seconda del sesso e dell’età, scivolando dalla prospettiva dell’io narrante, ad esempio in Luz, alla terza persona, quando si tratta di descrivere la giornata di Marina. Laia Jufresa ci trasmette la convinzione che in ognuno di noi vi sia un gusto, intangibile nella sua essenza più profonda, unico timbro della nostra ineffabile identità. La difficoltà sta nel (ri)conoscerlo e svelarlo senza scendere a compromessi.

Dal paese della Santa Muerte sta affluendo narrativa di qualità. Scrittori nati a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, come Yuri Herrera e Diego Enrique Osorno, hanno avuto riscontri molto positivi dalla critica. Secondo Valeria Luiselli, altra conterranea di Laia Jufresa e autrice di Volti nella folla (La Nuova Frontiera), “leggere Umami è come viaggiare attraverso le menti di tutte le persone che conosciamo, guidati da una voce soave e affidabile che ci dice: fermati, ascolta, osserva”. Pur essendo un romanzo di respiro intimo e familiare, concentrato su un comprensorio di case, Umami riesce a donarci una rappresentazione vivace, e inedita, delle dinamiche sociali del Messico contemporaneo. Non è poco per un esordio.

Alessandro Vergari

(Laia Jufresa, Umami, SUR, 2017)