Adolfo Natalini Architettore

Scrivere di un proprio stimato professore è cosa ardua, perché si rischia di essere poco obiettivi, presi anche dal caro ricordo e a pochi mesi dal decesso, avvenuto il 23 gennaio del 2020. Per coloro che l’hanno conosciuto e avuto come docente (negli anni clou dell’avanguardia), Adolfo Natalini ha rappresentato un esempio positivo da seguire e studiare. Non a caso, infatti, molti talenti dell’architettura contemporanea sia italiani che stranieri sono stati suoi studenti, tra cui uno per tutti, Rem Koolhaas, che a lui deve molto, come egli stesso ha asserito più volte, per la sua formazione.

Nato nel 1941 a Pistoia – come il grande architetto Giovanni Michelucci -, è proprio nella sua città natale che inizia in età giovanile a cimentarsi con il disegno e la pittura fondando con altri talentuosi artisti, Roberto Barni, Umberto Buscioni e Gianni Ruffi, la “Scuola di Pistoia”, come denominata dal poeta Cesare Viviani, intenta alla sperimentazione e al rinnovamento anti informale e critico dell’arte figurativa (una storia di quell’italica Pop Art tutta da riscoprire): un sodalizio artistico il loro che non si interromperà mai, ed anzi pieno di collaborazioni nel corso di tutti questi anni. Una passione formativa per il disegno che Natalini coltiverà con cura maniacale, quasi da bottega rinascimentale, per tutta la sua vita, anche quando opterà per lo studio specialistico dell’architettura. Attraverso il disegno, infatti, perseguirà la ricerca costante delle leggi armoniche che la regolano, nonché gli aspetti relativi al processo di comprensione, ideazione e comunicazione dell’architettura, tanto da annotare sistematicamente su taccuini, i famosi “Quaderni Neri”, tutto dei suoi progetti con un tratto riconoscibilissimo: disegni dalla tecnica personalizzata alla pari dei grandi (Wright, Le Corbusier, Aalto, Khan, Rossi), dal significato “teorematico” (Sant’Elia, El Lissitzky, Vesnin, Ginzburg) e dalla espressività indagativa di modelli per nuove strutture urbane e territoriali (Friedman, Archigram, La Pietra). Egli stesso dice, infatti: “Disegno da 1954, senza talento ma testardamente ogni giorno: una sorta di respirazione.”

Quaderni che da sempre (1974) erano presenti ben allineati, custoditi e sistemati nelle librerie del suo studio-pensatoio. Alcuni di essi, inerenti l’organizzazione dell’evento, furono esposti a Bologna 2000 – Città Europea della Cultura durante la mostra a lui dedicata dal tema “Adolfo Natalini – Temporanea Occupazione”, tenutasi nel padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier, e uno ricordava proprio quando Natalini l’aveva incontrato a Firenze: 1.11.99 Nel febbraio del 1963, nel discorso d’inaugurazione della sua mostra a Palazzo Strozzi (Firenze) LC diceva: “Le cose grandi non sono che la somma delle piccole cose. Ogni piccola cosa è una grande cosa”. Ho lavorato alla mostra (l’allestimento era di Leonardo Savioli e Rino Vernuccio) e ho incontrato LC, che girava per le sale con una gran sciarpa bianca dall’aspetto irsuto, brontolando su tutto e spostando in continuazione le opere per dare più spazio alla pittura a scapito dell’architettura. Avevo ventun’anni facevo il pittore e studiavo architettura; alla mostra facevo la guida ai visitatori, cercando di rispondere alle loro e alle mie domande. Ho ripreso in mano il catalogo della mostra curato da Carlo Ludovico Ragghianti, ho riguardato alcune foto dell’inaugurazione con LC, mio padre e Leonardo Savioli.”

Adolfo Natalini si laurea in Architettura nel 1966, relatore il professore Leonardo Savioli, con una tesi di progettazione sul Cimitero dell’Antella a Firenze, dove nello stesso anno in piazza di Bellosguardo 1 fonda il Superstudio con Cristiano Toraldo di Francia, Gian Piero Frassinelli e i fratelli Roberto e Alessandro Magris: gruppo che, sulla scia del pensiero situazionista di Constant Nieuwenhuis espresso nel progetto Nuova Babilonia, è stato uno dei promotori della cosiddetta “Architettura Radicale”, termine coniato all’epoca dal critico d’arte Germano Celant. Il Movimento dell’Architettura Radicale si sviluppò principalmente a Firenze, dove vide come iniziatori, oltre a Superstudio, numerosi gruppi e singoli architetti fiorentini con il sostegno di nomi illustri operanti all’interno della Facoltà di Architettura: Leonardo Savioli, Leonardo Ricci, Giovanni Klaus Koenig e Umberto Eco.

Questa generazione si inserisce a pieno negli anni 60-70 della contestazione giovanile e studentesca, cresciuta nell’ambiente di straordinaria apertura e lungimiranza politico-culturale del Sindaco La Pira e con il pensiero di Herbert Marcuse che il mondo non vada dominato e controllato ma liberato: cerca la libertà (anche) dell’architettura con una nuova visione della disciplina secondo una singolare fusione che mette assieme l’utopia architettonica e le tecnologie futuriste, prosieguo critico di esperienze internazionali portate avanti in Inghilterra a Londra dagli Archigram capeggiati da Peter Cook, in Giappone a Tokio dai Metabolist, in Francia a Parigi da Yona Friedman, in Germania a Monaco da Frei Paul Otto, in Austria a Vienna da Hans Hollein, negli Stati Uniti a New York con Buckminster Fuller. Una visione spettacolare dell’abitare e del vivere, quella di Natalini e Superstudio, ma anche degli altri gruppi dell’Architettura Radicale, che si focalizzerà (concretizzerà) per il Superstudio nel 1969 con il varo del Monumento Continuo, una struttura architettonica senza fine costituita da moduli ripetuti e continui che giungono a coprire città, campagna, fiumi, laghi e oceani (un po’ come i teli di Cristho); per gli Archizoom nel 1970 con la No stop City, una struttura residenziale continua ed omogenea priva di vuoti e quindi di vedute architettoniche e composta di grandi piastre attrezzate servite da ascensori tali da garantire il parcheggio sotto casa; per gli Ufo con Urboeffimero, una serie di strutture tubolari gonfiabili in polipropilene da usarsi in azioni di “guerriglia urbana”, su cui proponevano slogan provocatori, da usarsi come strumenti di lotta del tipo “Potele agli studenti” o “Colgate con Vietcong”; per gli Zziggurat la Città lineare, un corridoio continuo per Firenze fatto da infrastrutture, spazi pubblici e tipologie abitative periferiche alternative e collegate al centro storico. Un messaggio politico di speranza per una città che vedeva esclusi la maggior parte dei fiorentini dal godimento dei suoi beni monumentali. Per Natalini e i suoi l’architettura diventa un’idea costruita all’interno dello spazio infinito che manifesta la potenza spirituale dell’uomo, del suo destino e della sua vita, segnata da una parte da monumenti continui e reticoli di reti tecnologiche sovrapposti a paesaggi naturali in un mondo in cui erano stati eliminati i beni di consumo, e dall’altra, da una prospettiva visionaria di megaliti impenetrabili fatti di tecnologie ironiche – vetri specchianti – con sottofondo musicale dei Beatles e dei Rolling Stones, tanto che Manfredo Tafuri e Francesco Dal Co nella Storia dell’Architettura Contemporanea così la descrivono: “…la “liberazione” nell’ironia ripercorre le utopie dell’avanguardie storiche: i progetti di deserti occupati da superoggetti metafisici – come nelle esercitazioni dei gruppi italiani “Archizoom” o “Superstudio” – consumano fino alla nausea gli aneliti tardoromantici della tautiana “Auflösung der Städte”.

Nel 1979 si chiude (termina) la “Rivoluzione Borghese” della neoavanguardia e della sperimentazione del Superstudio. Il gruppo si scioglie e Adolfo Natalini inizia la sua attività professionale autonoma alla ricerca della “lingua dei luoghi” con l’esecuzione di alcuni progetti per città storiche, oltre che italiane, tedesche e olandesi. Nel 1991 fonda con Fabrizio Natalini (solo omonimia, nessuna parentela come precisava il professore) la Natalini Architetti con studio nel Capanno degli Attrezzi posto nel giardino del Salviatino – l’ex ospedale psichiatrico di Firenze. Il trittico di opere architettoniche composto da Banca di Alzata Brianza (1978-83), Centro elettrocontabile di Zola Pedrosa (1979-81), Concorso del Teatro Galli e piazza Malatesta a Rimini (1985, definitivo 1993-95) che inaugura la stagione del fare è da considerarsi come la prima architettura della nuova fase ma l’ultima del periodo avanguardistico: opere realizzate con strutture regolari portanti in vista, con rivestimento in lastre di serizzo lucidato, granito chiaro fiammato opaco o mattoni e considerate un ritorno all’ordine e un avvicinamento ai nuovi interessi per la ricostruzione della città, che lo porteranno, nel solco dell’ideale michelucciano di un’architettura come “assoluto naturale” fatto di connubio tra vernacolo e tradizione moderna ma con qualche surplus ecclettico aggiungerei, un vero pastiche stilistico secondo alcuni critici, alla realizzazione di un isolato nel Centro Storico di Ferrara (1989-‘95), della Waagstraat a Groningen, Olanda (1991-96), di un isolato sulla Manetstrasse a Lipsia, Germania (1993-94), del Muzenplein a L’Aja, Olanda (1993-98), del Centro Universitario a Porta Tufi a Siena (1995-2000), di un isolato urbano a Dogana, Repubblica di San Marino (1985-2000), del quartiere di Boscotondo a Helmond – Olanda (1995-2000), del Castello di Haverleij a s’-Hertogenbosch, Olanda (1997-2001), della Sala del Pellegrino del Santuario di Montenero a Livorno (1997-2000), dell’isolato Het Elland a Zwolle, Olanda.

A chiusura di queste note vorrei sottolineare che Adolfo Natalini, pur in continuità con il vecchio ceppo dell’anarchismo toscano ispirato dai caratteri tradizionali della cultura costruttiva popolare, a mio avviso si pone comunque pienamente nello spirito dei Maestri del Moderno architettonico e della contemporaneità: dunque, a ben vedere, al di sopra delle classificazioni stilistiche in nome della continuità storica, tanto da superare lo schieramento tra modernità e tradizione.

E infine, lascerei alle sue stesse parole, pronunciate in occasione di una mostra sul suo lavoro presso la Fondazione Ludovico Ragghianti di Lucca, la più esaustiva sintesi della sua vita e della sua opera: “Avrei voluto fare il pittore, poi sono diventato architetto e avrei voluto essere un costruttore. Poi tra il volere e il diventare mi sono accorto d’esser sempre stato un disegnatore, così quando in un testo antico mi sono imbattuto nel termine “architettore” mi è sembrato quello giusto per dire cos’ero e cosa volevo essere…” 

Alfredo Vacca

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