La bestemmia laica di Nicola Vacca

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Se il dovere della poesia è quello di essere ostacolo alle certezze e, ancor più, come già ho avuto modo di scrivere, quello di tendere agguati alla coscienza, allora questa raccolta di Nicola Vacca assolve in pieno a questo dovere. Potremmo addirittura azzardarci a parlare di “assolvimento di una vocazione” intesa non tanto come destino, tendenza a ma, ancor più come chiamata. Almeno un grammo di salvezza è prima di tutto questo perché vocazione è una chiamata attraverso e con la parola. E vista la genesi di questa raccolta poetica non è fuori luogo pensare all’inizio di tutto: “In principio era la parola.”

La parola di Dio e la sua assenza, la parola poetica e la sua consapevolezza di non poter mai evitare lo scettiscismo e il fallimento. Bisogna fare attenzione alle parole e questo “florilegio di ispirato ed altissimi versi” come giustamente li definisce Gianfrancesco Caputo nella prefazione, di attenzione alle parole ne mette tanta, come cerchiamo di fare noi. Per questo scriviamo fallimento nell’accezione che non è quella a cui più comunemente si pensa ma quella di mancanza. La mancanza di Dio e la ricerca laica che se ne può fare. E da qui una laica preghiera in forma di poesia.

“Almeno un grammo di salvezza

ci sarà concesso

dalla preghiera che apre la mente.”

Questa la vocazione, vocazione alla croce come ascolto e come apertura. La salvezza è solo una possibilità, come ci ricorda Nicola Vacca perché essa non è tanto nell’evitare l’abisso quanto nell’attraversamento dello stesso. Che è inevitabile

“Per questo forse abbiamo anche bisogno

della notte di Dio

per seminare le lacrime

E la notte di Dio non sempre è oscurità”

Perché un’acuta attenzione al Dio veterotestamentario? Perché, forse, il suo essere alieno è la più alta esperienza dell’Altro (con la maiuscola) che un poeta possa fare, possa esperire. La poesia, nella sua etimologia di fare, realizzare, si confronta proprio con ciò che si sottrare e che lascia un vuoto in cui ciascuno ha la responsabilità e la possibilità di trovare una salvezza.

“Anche Dio sa

che il vuoto esiste.

La sua scienza conosce

le disarmonie dell’assenza

A nessuno egli dice

come il nulla sarà sconfitto.

Intanto pagheremo l’incapacità

di riempire il vuoto che ferisce.”

Non vi sono risposte in questa raccolta poetica di Nicola Vacca, questo non è un catechismo. Questa  è preghiera laica come l’eterno interrogativo

“Davanti al mistero si può solo stare

con la sapienza dell’attraversamento.”

Perché il punto interrogativo è un gancio capovolto e la salvezza, forse, è solo in ciò che sta sotto.

Leggiamo anche solo i titoli di questa raccolta, Non so, Lieto fine, L’anima e il grido, L’alfabeto di Dio, La notte di Dio, Coscienza del vuoto, Alcune parole non sono chiare. Sono essi stessi l’attraversamento dell’apocalisse, del baratro, nell’impossibile tentativo di un dialogo perché, come diceva Cristo:” Tu dì soltanto una parola e io sarò salvato.”

Non è pessimismo quello di Nicola Vacca. Solo chi è malato di ideologia potrebbe arrivare a questa conclusione. È semmai la lucida consapevolezza etica, prima ancora che poetica, di una eterna ferita di cui però è la parla stessa ad avere bisogno:

“Un taglio inferto dalle parole alla parola

poi le cose iniziano a sanguinare.

La salvezza è nell’emorragia che non si ferma

e in tutti i nodi alla gola che soffocano.”

Sia chiaro, non si può qui contrapporre il credente al non credente. Non lo si può fare semplicemente perché credere non vuol dire avere fede. Il poeta ha fede nella parola non certo per una sua presunta capacità consolatoria ma, al contrario, per la possibilità di una salvezza che arriva dallo squartamento, dallo squarcio. Che è quello di cercare Dio dove, forse, è impossibile trovarlo. Poesia etica e, anche se pare strano, anche poesia civile. Almeno un grammo di salvezza è la resa delle certezze, la sconfitta della preghiera di comodo.

Geraldine Meyer

(Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, L’Argolibro editore,  http://www.largolibro.blogspot.it, pagine 61, 14 euro )

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