Lettere a Cioran. Riflessioni di un illetterato

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Se avessi letto Cioran quando avevo vent’anni, forse, non sarei qui a leggerlo ora, 40 anni dopo. Non avevo la forza, allora, per affrontare le motivazioni, il perché quella falesia ispirasse nefaste idee a Cioran, quella sera ad Ibiza. Avevo bisogno, al contrario, di unire i troppi pezzi di “vuoti di senso”. Cioran, che scopro adesso, mi aiuta a comprenderlo. Questi vuoti interiori, figli non desiderati della mia giovane mente, erano incomprensibili percezioni e non davano nessuna possibilitá, già allora, all’autocostruzione di una benché minima utopia che mi consentisse di vivere. Trovai, per fortuna ed esattamente al contrario di Cioran, ancora forse, la forza di cominciare a “frammentare”, esaminare accuratamente, anche se solo  istintivamente, le assenze, le paure, i fatti, i luoghi, grazie a quanto scoprii, quanto mi parve di intravedere negli occhi, di quella che a me sembrava, una meravigliosa, incantevole fanciulla. Fu lei ad offrirmi quel breve istante, rivelatosi poi immenso, nel quale potei cominciare a raccogliere ed unire le migliaia di pezzi di vuoto e farne un solo piccolo spazio, che avesse un minimo di pienezza, di consistenza. Spazio al quale io potessi, proprio in quel minimo, isolato barlume e solo momentaneamente, aggrapparmi. Così che io riuscissi, costruendo virtualmente quel labile appiglio, ad intravedere almeno una possibilità, seppur tutta da dimostrare a me stesso, di continuare a guardare quegli occhi.

Penso è una fortuna per me, ancora oggi, riuscire a vederli. Mi basta chiudere i miei per materializzarli immediatamente, limpidi,  immutati, esattamente come allora.

Credo sia il momento, adesso, di arrivare al dunque. Meraviglioso Cioran! Grazie Nicola Vacca. Con le tue Lettere a Cioran hai fatto sì che un illetterato come me, a cui a scuola era bastato incontrare qualche riga del  Petrarca, ne il suo “Passaggio inesorabile del tempo”, perché gli svanissero, allora poco più che quindicenne, le già poche, residue, microscopiche certezze. È bello appurare, trovare conferma, rendersi conto ora, attraverso le illuminanti, strabilianti visioni e considerazioni di Cioran, colorate magicamente da te, che l’allora me povero, aveva istintivamente intravisto giusto. Avevo, per dirla in semplici parole, e senza saperlo, direi istintivamente, intrapreso la strada, seppur nel mio caso irrazionale, non ragionata, non ne avevo e non ne ho i mezzi, della “frammentazione” sistematica dei singoli elementi. Trovare alcune, poche certezze, che mi consentissero di vivere.  Scopro oggi che leggere di Cioran mi conforta, consola, arricchisce. Mi rianima. Stupendo! Mi sorprende, quanto lo straordinario percorso di Cioran chiarifichi postumo, aggiunga tanti pezzi mancanti al mio personale, umile percorso. Quarant’anni fa mi avrebbe distrutto! Oggi mi consolida! Mi indica, pur senza una precisa semiotica, quanto infinito ancora c’è da “frammentare, squartare, squarciare”, quanta strada io abbia da fare, quanto ancora, io debba imparare, quanti motivi per continuare. Il punto, comunque, non è questo e qui, oltretutto, il personale è poco importante. Quanto sopra esposto e personalizzato, vuole solo evidenziare perché la scoperta di Cioran, attraverso “Lettere a Cioran”, abbia tanto colpito un ormai vecchio, semplice coltivatore d’orto e di pensieri che, tra le altre ormai, inesorabilmente tendono al passato ed ai quali, puntualmente e quotidianamente, devo imporre il futuro.

Vorrei che, con quanto scrivo, questo “Lettere a Cioran”, avesse un ulteriore scopo quindi, sicuramente più modesto, oltre a quello già insito, straordinariamente potente e magistralmente impresso da Nicola Vacca. Voglio provare a convincere coloro che non leggerebbero mai Cioran o di Cioran, come in questo caso, a farlo. Dunque, ci provo.

La decostruzione, la “frammentazione”, lo smontaggio, la “polverizzazione” di ogni singola parola o frase, la semantica dell’insieme degli elementi di tutto quanto ci coinvolge in questa esistenza, non può che condurre inevitabilmente, a mio personale avviso, al nulla, ad una tragica desolazione che, correttamente utilizzata, però, stranamente  induce, o meglio, può condurre e paradossalmente, come a me accaduto, a grandi motivazioni esistenziali. Allora mi chiedo, chi è che mai, probabilmente o addirittura sicuramente, leggerebbe di Cioran o Cioran? Individuo quindi, l’uomo qualunque, colui che oggi, conduce una vita cosiddetta normale: la famiglia, i figli, il lavoro, le bollette da pagare, l’automobile da sostituire, la casa da acquistare o cambiare con una più grande, jogging la mattina, centro benessere la sera, e che corre, corre, corre, tutti i benedetti o maledetti giorni, per mantenere questa condizione inalterata. Parlo del comune, illuminato ma spento, consumatore medio, insomma. Perchè costui dovrebbe accostarsi a Cioran se mai disponesse di un pezzetto di tempo, ricavato da tante, magari dalle inutili cose da fare, da offrire alla lettura?

È questo un mondo dove il nulla, il vuoto, sono ormai un avvilente e orribile corpo solido, tremendamente, tragicamente divenuto una infrangibile, indistruttibile, pesante immanenza. Un luogo ove regna una convinzione opposta alla realtà, quest’ultima, opportunamente resa invisibile. Ove essere non è, “essere incastrati”, analisi pura e cosciente, ma il contrario, ossia, essere liberi dementi, che è purtroppo sempre pura, spesso indotta incoscienza. Ove ancora, finanche un Dio, al quale non vi è tempo da dedicare, diventa un “optional”. Una semplificata, residua garanzia di sopravvivere, in qualche modo alla morte, quest’ultima, ormai, quasi dimenticata o convertita in una egotistica immortalità, nel quotidiano, ipnotico delirio, dell’esercizio di onnipotenza. Chi distrugge tutto ciò che lo circonda per sempre, non distrugge solo se stesso, distrugge gli interrogativi, la fantasia, il pensiero; quest’ultimo, essenza della vita stessa, l’unico, percepibile dio terreno.

Oggi non abbiamo più bisogno di acquistare il vuoto, ne possediamo, se possedere è il termine giusto, a iosa; ne abbiamo prodotto e consumato troppo!  È necessario, adesso, acquisire, interiorizzare, il vuoto siderale, pur forse pieno di oscura energia, che ci circonda. Attraverso l’acquisizione del vuoto siderale, l’accettazione di esso come profonda, apparente, oscura energetica presenza, comprendere che nulla siamo e nulla mai saremo; né qui né altrove. Siamo solo polvere pensante. Non ci sono assicurazioni che tengano sulla morte e né sulla vita. Quelle economiche non ci interessano direttamente. Non c’è oro da portarsi nell’al di là, ammesso che esista. L’oro, non lo stupido metallo, è qui di certo! Potrebbe essere vivo e vegeto ed invece è lasciato moribondo e nel disinteresse quasi generale. L’oro è il pensiero libero trascendente che, correttamente esercitato, indirizzato, non può essere altro che produttore di sana immanenza, ovvero, scevre, verdi, sane praterie, ove i nostri ego si muovano senza confini. Noi, uomini del terzo millennio, perduti nei grandi magazzini piuttosto che in un grande schermo, magari, in una partita di calcio, sempre in compagnia ma terribilmente soli, sia nelle nostre case che tra la folla, di certo si ha un dovere, uno, importante, quello di far propria la coscienza che abbiamo un compito ineludibile ed ormai non più rinviabile: tentare di lasciarci il miglior futuro possibile alle spalle. Far sì che quelli che verranno, i posteri, potranno ancora aver modo di soffrire e godere, “deframmentare”, decostruire, magari come Cioran “polverizzare” i soliti, eterni interrogativi.

“Demolire per ricostruire è l’urgenza del nostro tempo, a richiederlo è il conformismo del nulla”.

Grazie ancora Nicola Vacca per questa meravigliosa opportunità di conoscenza che mi hai offerto in questa “durissima” ma purificante ed elevante lettura. Grazie a coloro che cogliendo il senso leggeranno “Lettere a Cioran” e magari, poi, i libri di Cioran. Essi potranno trovare grande aiuto, credo, nel raggiungimento di un giusto equilibrio tra: “essere, è essere incastrati” ed essere, è essere dementi.

Giuseppe Milite

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