Uno scrittore nell’isola della ribellione

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Guardando le fotografie che si trovano in rete, di Jurij Naghibin colpisce sempre lo sguardo. E non solo perché tutte lo ritraggano in primo piano ma perché, davvero c’è qualcosa che fuoriesce dall’immagine per impigliarsi nell’immaginazione. Uno sguardo da cui sfugge una sottile ironia anche quando si fa serio, anche quando sembra avere il profumo di un caldo samovar.

La letteratura è fatta di imponderabili dimenticanze e Jurij Naghibin, almeno in Italia, non gode certo non diciamo della fama ma, nemmeno, di quella conoscenza e di quella considerazione che meriterebbe. Molto, forse, dipende dal fatto che, a parte alcuni suoi libri pubblicati da Rizzoli come Contrappunto o Alzati e cammina (straordinaria testimonianza sui gulag che, certo, non potrebbe dirsi seconda alle opere di grandi come Gustav Herling, Vasilij Grossman o Sacharov solo per dirne alcuni) le sue opere siano state pubblicate dalla casa editrice Spirali, nome indissolubilmente legato alla discussa figura dello psicanalista Armando Verdiglione. Così, uno dei più grandi scrittori russi del ‘900, paga l’oblio e l’ostracismo che se Verdiglione potrebbe anche meritare come psicanalista, di certo non merita come editore.

Con Jurij Naghibin si parla davvero di un intellettuale, di uno scrittore tra le cui pagine risuona il lento scorrere della Neva, la selvaggia bellezza della natura russa e un lirismo che alcuni hanno avvicinato a quello di Tolstoj.

Nato nel 1920 a Mosca dopo aver tentato, in gioventù, di intraprendere la carriera calcistica, fu incoraggiato dal patrigno e cimentarsi nella scrittura, attività nella quale fin da ragazzo Naghibin dimostrava una certa maestria. Influenzato anche dalla frequentazione letteraria e non solo di un altro immenso scrittore quale Andrei Platonov, scrittore ingegnere, intellettuale osteggiato dal regime. La scrittura doveva essere davvero nel suo destino se il tentativo di frequentare la facoltà di medicina dura un solo semestre, approdando ad una scuola di cinema e sceneggiatura in cui il suo talento esplode divenendo il suo percorso di vita e lavoro. Anche perché lo scoppio della seconda guerra mondiale lo costringe ad interrompere anche quegli studi ma a diventare, dopo essere stato volontario al fronte, corrispondente di guerra. Esperienza che in non poche delle sue pagine, traspare come eco e suggestione, come denuncia sociale seppur soffusa da immagini letterarie di straordinaria potenza e poesia al contempo. Elementi che emergono già con una delle sue prime raccolte di racconti, in cui il titolo L’uomo al fronte restituisce sì la narrazione della forza e rettitudine dei soldati sovietici ma, soprattutto, ne mette in luce l’intima psicologia.

Anche alla fine della guerra, Naghibin continua la sua attività di giornalista in parallelo a quella di scrittore. Attività che negli anni ’50 e ’60 arriverà se non al suo apice, sicuramente ad un livello produttivo notevolissimo. Sono quelli gli anni in cui, nella sua poetica, alcuni critici letterari hanno intravisto echi di Turgenev con una particolare urgenza di esaltare la poesia della natura, della bellezza del paesaggio russo, della rude delicatezza della vita di cacciatori e pescatori ma, nello stesso tempo e mescolata con tutto ciò, una particolare attenzione alle storture e alle ipocrisie del regime sovietico.

C’è sempre, più o meno in tutte le opere di Jurij Naghibin, un’eco molto forte di ciascuna sua esperienza personale. Con diverse sfumature c’è sempre qualcosa che lo scrittore ha vissuto direttamente o per suggestione. In una sua intervista della fine degli anni ’50 rilasciata alla Literaturnaya Gazeta, Naghibin afferma infatti di avere scritto di guerra ma anche di infanzia, di pesca ma anche di sogni, soprattutto quelli legati alla sua fanciullezza.

Impossibile analizzare e parlare della sua intera produzione letteraria. Ci limitiamo qui a indicare uno dei suoi libri più belli, pubblicato proprio da Spirali e tradotto da Anna Pedetti, dal titolo L’isola della ribellione e L’altra vita. Solo in apparenza due testi separati ma che raccontano, da due punti di vista diversi, il dolore, l’attesa e l’impossibile accettazione della morte.

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Se suggeriamo la lettura di questo testo è perché nelle sue pagine è possibile ravvisare alcuni degli elementi principali della poetica di Naghibin come appunto e lo “scavo” nel dolore degli uomini e la critica al sistema sociale sovietico con le sue storture e le sue ipocrisie. Ma, soprattutto, quella profonda e inflessibile consapevolezza di come uno scrittore, soprattutto uno scrittore sovietico, abbia e non possa non avere la responsabilità di farsi testimone perché esso non vive per sé solo ma per tutti.

Nell’isola della ribellione uno scrittore ha raccontato e fatto conoscere l’isola di Bogojar sulle sponde del lago Ladoga non lontano da Leningrado. Qui, in questo luogo di desolazione gravida di vita (ed è proprio questo ossimoro uno degli elementi più forti del libro) sono confinati i mutilati reduci della Seconda Guerra Mondale, uomini senza gambe e senza braccia ma dalla forza selvaggia e irriducibile. Pavel, uno di loro diverrà il capo della rivolta quando le autorità sovietiche capiscono quanto possa essere pericoloso che si sappia cosa accade su quell’isola la cui “segretezza” viene di fatto confermata proprio dal non essere negata ma neanche confermata. Pavel non vuole lasciare quel luogo, non vuole essere “trasferito” perché, per quanto dura, per quanto isolata, quella è la sua vita. Ma ha anche un altro motivo per non voler lasciare l’isola ed è la speranza di poter rivivere il miracolo che, anni prima, aveva condotto da lui Anna, il suo amore, approdata del tutto casualmente a Bogojar trent’anni dopo il loro primo incontro e la loro separazione a causa della guerra. Nella seconda parte del libro L’altra vita, la storia di Anna ci viene ricostruita dalla figlia che, come Pavel, non ha mai voluto credere alla sua morte avvenuta nelle fredde acqua del lago Ladoga nel tentativo di raggiungere il suo amore. Così Tanja decide di tornare proprio su quell’isola per “rincontrare” la madre attraverso la conoscenza di Pavel, fino ad un epilogo potentissimo e disarmante.

Due testi straordinari in cui la crudeltà della vita e degli uomini, la falsità del regime con le sue menzogne si mescolano alla intoccabile dignità umana. E così l’isola diventa metafora e incarnazione di un intero paese in cui gli uomini, seppur ridotti a samovar umani, senza braccia e senza gambe, divengono testimoni del più potente dei nemici di qualunque sistema mortifero: la parola. Che è proprio ciò attraverso cui anche Tanja troverà il suo dispositivo, il suo percorso per iniziare l’altra vita e incontrare il mito della madre.

A mio avviso questo libro potrebbe essere, per chi non lo conoscesse ancora, il primo bellissimo incontro con questo scrittore, autore, tra le altre cose, della sceneggiatura premio Oscar del capolavoro cinematografico Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure del regista Akira Kurosawa

Geraldine Meyer

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