MATTEO GARRONE: DOGMAN

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Dopo Il racconto dei racconti, film-limite ed estremizzazione della sua poetica (oltre che opera giocoforza al margine per il cinema italiano contemporaneo, intrinsecamente debole nelle sue strutture) Matteo Garrone riparte da Dogman, storia criminale capace di saldare verismo e fiaba. Garrone e i suoi sceneggiatori Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, come sappiamo, si ispirano al delitto di Pietro De Negri, “er canaro”, che nel febbraio del 1988 sequestra e uccide nel suo negozio di toelettatura per cani in via della Magliana Giancarlo Ricci, delinquente locale. Pagato pegno al fatto di cronaca, rimproveratogli in modo più o meno acefalo da critici, detrattori, anonimi utenti della strada, Garrone si spinge su lidi di metafisico sgomento. Marcello, il suo protagonista, è una figura quasi fassbinderiana (impossibile per me non pensare al programmatico Voglio solo che mi amiate, altro abissale dramma della mancata accettazione), pura nel cuore e ostinata nella volontà. Che cos’è infatti Dogman se non un melodramma portato all’estremo? Smaccata è la volontà del cineasta napoletano di raccontare una storia di amore non corrisposto e in questo senso Garrone non conforta il pubblico fornendo back story e spiegazioni accomodanti. Dominato dal suo demone, Marcello mette a repentaglio la sua vita familiare e sociale e accetta di farsi un anno di prigione pur di coprire Simoncino, il bullo di quartiere che rappresenta l’altra polarità del film.

Opera di corpi e paesaggi, Dogman vive nel contrasto delle fisionomie di Marcello e Simoncino, il primo minuto e contorto, quasi un filo di ferro attorcigliato su se stesso, il secondo enorme e straripante, come dimostra il suo rapporto con l’ambiente circostante: gli spazi che occupa con la sua fisicità sgraziata e imponente, gli urti contro mobili e oggetti in ogni tentativo di muoversi e attraversare l’inquadratura. Questa tragedia dei corpi, il loro respingersi o relazionarsi per contrasto riannoda direttamente a L’imbalsamatore e Primo amore, altre due storie dove la carne dei protagonisti si stagliava in primo piano, fino a influenzare e guidare la materia narrativa. Attorniati da un coro di personaggi degno di una satira di Aristofane, Marcello e Simoncino ingaggiano la loro guerra di solitudini. La scenografia di Dimitri Capuani, vera e propria coprotagonista del film, sembra richiamare il Marco Ferreri apocalittico de Il seme dell’uomo e di Ciao maschio. Quello evocato da Garrone è uno squarcio su un paesaggio straniero, visivamente ostile che quasi colloca la pellicola in un’orbita fantascientifica. Come d’altra parte accadeva per Gomorra, il cui incipit richiamava illuminazioni bladerunneresche, anche qui Garrone forza la realtà fino a capovolgerla nel suo contrario. La via crucis finale, molto lontana da tentazioni torture porn ma nemmeno eufemisticamente tendente all’ellissi come inspiegabilmente si è notato da più parti, sembra quasi un happening di Hermann Nitzch. Garrone osserva con sguardo pacato un materiale incandescente, non aggiunge aggettivi al suo sostantivo e fa deflagrare nel modo più terribile una tragedia universale come questa, significativamente racchiusa tra le fauci spalancate di una bestia feroce e un panorama di abbandono e solitudine di irradiante immobilità.

Fabio Orrico

 

 

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