Falcone, un grande uomo lasciato solo

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Quel maledetto 23 maggio 1992 non lo dimenticherò mai. Nello stesso momento in cui a Capaci veniva trucidato  Giovanni Falcone io, laureando in Giurisprudenza, stavo consegnando la mia tesi di laurea. Ero con il mio professore quando appresi dell’attentato.

La mia prima reazione fu quella di mollare tutto. Se avevo scelto  la facoltà di Legge lo dovevo soprattutto all’eroismo in vita del giudice antimafia  Giovanni Falcone, al suo alto senso dello Stato , l’uomo di diritto senza macchia e senza paura che  ha trascorso gli anni migliori della sua vita  a fare la guerra a Cosa Nostra.

Ha ragione Marcelle Padovani, quando scrive nell’introduzione al libro Cose di cosa nostra, che Giovanni Falcone non avrebbe dovuto diventare un eroe. Perché era convinto che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine  organizzato facendo a meno  di tanti sacrifici individuali.

Falcone era un vero servitore dello Stato e con grande coraggio  ha sacrificato la sua vita. Piuttosto che vestire i panni comodi del cosiddetto «professionista dell’antimafia», il giudice  ha scelto di combattere a viso aperto la mafia  siciliana e i suoi protettori che  si annidano nel mondo degli affari, della politica, delle istituzioni più delicate dello Stato.

Ma il «Nemico numero 1 della mafia» non arretra di un millimetro  davanti alle minacce  alle intimidazioni e continua per la sua strada e blindato nell’aula bunker del Palazzo di Giustizia, insieme al suo grande amico Paolo  Borsellino, sferra colpi mortali contro Cosa Nostra.

Dobbiamo dirlo, nella sua battaglia Giovanni Falcone è stato lasciato solo dallo Stato che serviva e in cui credeva.  Indignato ha scritto nel settembre  1991:«Non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile».

Falcone era convinto che sarebbe stato assassinato prima dentro il Palazzo. «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato  non è riuscito a proteggere».

Sono queste le ultime parole di Giovanni Falcone, uomo e magistrato  fuori del comune,  lasciato solo a combattere la sua battaglia.

Nicola Vacca

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