La dialettica del non luogo

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Mi trascino, cantando uno stornello della mia terra. Non posso riportarvi tutte le parole, alcune sono intraducibili; questa, però, mi sembra la più comprensibile… scialare.

Scialare: sensazione di inesprimibile goduria; momento in cui l’anima e il corpo sono pervasi dal benessere. A sollecitarmi questa sensazione, l’attraversamento di un non-luogo, ossia, un centro commerciale in cui le identità si mischiano e gli incontri sono solo fatti di sguardi ansiosi e veloci.

Qui, ora, nessuno ha il tempo per conoscersi o per manifestarsi. Qui, ora, ogni trasfigurazione è bandita. Mostrare la propria matrice divina sarebbe uno schiaffo all’acquisto compulsivo. Siamo qui per comprare, per spendere, per desiderare abiti, gioielli, scarpe, occhiali da sole. Siamo qui per pregare. Le nostre carte di credito, i nostri contanti, i nostri spiccioli, vorrebbero moltiplicarsi; vorrebbero essere come quei pani e quei pesci che rallegrarono palati affamati di persone che hanno creduto solo dopo aver riempito la pancia.

Stronzate. Io mi scialo sempre, anche qui, anche ora. Apro un libro e il non luogo si trasforma in una cattedrale silenziosa. Sfoglio le pagine e torno in me. Mi disturba solo la visione dell’ultimo libro di Fabio Volo, che riposa nella vetrina di una simil-libreria, ma non fa niente… è uso comune dire che tutto ha il diritto di esistere. Condivido. D’altronde, io posso scegliere cosa voglio e cosa non voglio, e scegliere ci rende indifferenti verso ciò che non vogliamo. Amen.

Allora, scelgo di sedermi su una panchina; di attendere che i miei amici-familiari facciano tranquillamente i loro acquisti; di leggere le ultime venti pagine di Trilogia della città di K. di Agota Kristof, scrittrice di cui ultimamente mi sono innamorato, perché anche lei parla di drammi che si consumano in luoghi reali, ma che sembrano non esistere. Sono luoghi in cui avvengono abbandoni, dove i sentimenti sono sacrificati sull’altare dell’istinto di sopravvivenza. Sono luoghi dove c’è sempre una frontiera da superare; dove i muri separano anime e corpi; dove le identità si mischiano; dove tutti si perdono e tutti si cercano; dove tutti falliscono la loro missione.

Proprio per questi motivi, i luoghi della Kristof, che spesso si trovano nell’Ungheria soggiogata dal comunismo, sono così simili a questi spazi soggiogati dalla dittatura dell’avere che rende tutti bavosi, desiderosi, impazienti, ansiosi.

Nonostante tutto, ho finito di leggere il libro.

I miei amici-familiari hanno terminato i loro acquisti.

Uno di loro mi ha detto anche qui rompi i coglioni con i tuoi romanzi, rilassati!

Ho appreso la dialettica del non luogo.

Mi hanno regalato una t-shirt.

Mi sono scialato.

Amen.

Martino Ciano

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