JOHN FRANKENHEIMER: UN UOMO SENZA SCAMPO

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Tra i registi americani nati degli anni ’20 e affermatisi nel corso dei ’60, non di rado dopo un apprendistato in teatro o nella ancora giovane televisione, John Frankenheimer è forse il più sottovalutato. Non possiede il furore di Peckinpah o la causticità di Altman, probabilmente manca della lucidità di Penn e non sempre dimostra l’adattabilità al mestiere di Lumet, eppure il cineasta newyorkese ha dato una precisa e cupa visione del suo paese con la straordinaria accoppiata di gialli fantapolitici Va’ e uccidi, del ’62, e Operazione diabolica, del ’66. Il secondo in particolare si rivelava un film seminale, capace di influenzare tanta fantascienza a venire (uno per tutti, Face off di John Woo).

È da poco uscito in dvd quello che, personalmente, ritengo essere il capolavoro di questo regista, Un uomo senza scampo, girato nel 1970, esattamente all’inizio di un decennio ricchissimo per il cinema americano, un film poco celebrato, poco visto, e assolutamente da recuperare. Siamo lontani dalle atmosfere e dai temi delle pellicole sopra citate. Un uomo senza scampo è ambientato nell’America profonda, in una cittadina del Tennessee che sembra essere ferma al secolo scorso. Le prime inquadrature del film e, significativamente, anche le ultime, indugiano sui primi piani degli anziani del paese, immobili sotto le verande delle loro povere case. Sono un coro muto e, sembrerebbe, eterno e guardano quello che scorre sotto i loro occhi senza che nessuna scintilla di intelligenza gli illumini lo sguardo. Gregory Peck, qui alla sua prova migliore di sempre, sceriffo del paese, regolarmente sposato e con prole, perde la testa per la giovane e bellissima Tuesday Weld, una sorta di sorella minore della Faye Dunaway del penniano Gangster story. Lei è figlia di un contrabbandiere d’alcool che, astutamente, non perde l’occasione di sfruttare a suo vantaggio la tresca. Potrebbe essere una variazione sul canovaccio noir dell’uomo irretito dalla dark lady di turno, ma la ragazza in questione non ha velleità omicide, né ambisce ad alcuna ricchezza. È perfettamente integrata al suo ambiente, tanto da reagire in modo ilare ai reiterati progetti di fuga dello sceriffo.

La descrizione dei contesti familiari è magistrale. I dialoghi dello sceriffo con il padre, uomo ormai al termine della vita che crede di avere accanto a sé le altre sue figlie, morte in un incidente stradale, sono lancinanti. Ma ancora più desolante è il personaggio della moglie tradita, una grande Estelle Parsons, il cui spettro di emozioni varia dalla sconforto all’accettazione e, paradossalmente, a una dolente comprensione per il tradimento del marito. Di stampo faulkneriano è poi la descrizione della famiglia della ragazza. Un nucleo costituito dal padre e tre figli. Un fratello già adulto e uno ancora bambino, di cui la ragazza è un po’ madre vicaria. Probabilmente, sembra suggerire il regista, il pater familias usa la figlia come rimedio alla sua vedovanza. Ma non c’è nulla di sottolineato e tutto viene mostrato con piccoli tocchi sapienti: una carezza che dura qualche secondo in più del dovuto, per esempio.

Quando la storia diventerà insostenibile e lo sceriffo arriverà addirittura a coprire un delitto per amore della ragazza, ogni personaggio tornerà al suo milieu. Lo sceriffo con riluttanza e dolore, la ragazza con pacifica fermezza, come fosse l’unica cosa da fare.

Frankenheimer racconta un’America immutabile e lo fa senza giudicare. Nel gesto finale della ragazza, di rifiuto violento del suo amante, leggiamo consapevolezza e non il capriccio e il calcolo precedentemente espressi. È la presa di posizione di una donna sfruttata sotto tutti i fronti che, probabilmente, nella sua limitata (dalla società o meglio dalla società degli uomini) capacità di scelta, ha voluto comunque salvaguardare la solidarietà di classe.

Stilisticamente parlando Un uomo senza scampo è un gioiello. Frankenheimer sceglie di scandire la narrazione con le canzoni di Johnny Cash (il titolo originale è I walk the line, i cui versi accompagnano i titoli di testa), suggerendo così l’atmosfera di una ballata western. Oltre ai brani del cantautore statunitense non c’è altra musica che non provenga da una fonte diegetica.

Raccontato con un ritmo lento e avvolgente, Un uomo senza scampo denuncia una vocazione quasi documentaristica nella composizione, credibilissima, dei volti che compongono il panorama umano. E poi, la straordinaria scena d’apertura, che andrà circolarmente a saldarsi con il finale. Gregory Peck guarda un lago, dando le spalle allo spettatore. Dietro di lui c’è l’auto della polizia la cui radio gracchia notizie e aggiornamenti. Peck ha uno scarto, si scuote dalla sua immobilità e corre verso l’auto. Tra il suo scatto e la corsa un bellissimo taglio di montaggio ci fa perdere qualche secondo dell’azione. È forse l’unico “errore” vistoso, fatto salvo l’impiego di soluzioni come lo zoom e la macchina a mano usati comunque all’interno di una progressione classica di racconto, che Frankenheimer si concede e ci ricorda che in quei pochi fotogrammi persi si è già sedimentata tutta la modernità che le nouvelles vagues europee hanno trasmesso ad Hollywood. Ci suggerisce che Gregory Peck, magnifico corpo attoriale per Henry King, Alfred Hitchcock, King Vidor e tanti altri si trova catapultato in un mondo che sta cambiando. È un cambiamento che ha il volto bellissimo di Tuesday Weld e ha la dolcezza malinconica di una passeggiata nella casa in rovina dell’infanzia, in quella che è la scena forse più bella e struggente del film, nel suo alternare gioia e brivido della trasgressione, dolore e consapevolezza dei propri limiti; un cambiamento che sembra alludere al tramonto glorioso  che chiude tanti western ma che qui, in questa storia inesorabile e tragica, si spegne con un uomo solo, incredulo e sanguinante, in ginocchio nel fango.

Fabio Orrico

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