Davide Montecchi: In a lonely place

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Sul cinema italiano ho le mie idee: per quanto mi riguarda, a dispetto delle reiterate rinascite rifioriture resurrezioni o come volete chiamarle, in genere una all’anno e per la precisione a ogni assegnazione di David di Donatello, dalle nostre parti non c’è nulla che debba rinascere. O meglio, dovrebbe magari rinascere l’industria, cioè quel sistema complesso e articolato per cui il cinema di ricerca viveva insieme alla commedia, al western, al softcore, al thriller e chi più ne ha più ne metta, spesso creando nutrienti cortocircuiti tra pratiche alte e basse, ma di autori validi, a volte eccellenti, ce ne sono ancora.

A differenza di prima girano ai margini dell’industria, spesso lontani da Roma e fanno film molto meno costosi. Gente come Rohrwacher, Maderna, Columbu, Pannone, Marcello, De Serio, Gaglianone, Alemà, Comodin, Bianchini, Marazzi, Minervini sono in attività in questi anni e fanno film belli o bellissimi, quindi c’è poco da piangere sul cinema nostrano, bisogna solo aver la pazienza di cercarlo, visto che la distribuzione non rende la vita facile agli autori e ancor meno a noi spettatori. Per esempio tra poco più di una settimana farà il suo debutto alla ventiseiesima edizione del torinese ToHorror fest un piccolo film che, benché partecipi a una rassegna nominalmente connotata, evade dai confini del genere puro e semplice. Detto questo aggiungo che a considerarlo thriller non si fa peccato. Il film in questione si intitola In a lonely place (il titolo evoca l’omonimo capolavoro di Nicholas Ray del ’50 ma è una coincidenza e non credo si tratti di omaggio) ed è diretto dal regista riminese Davide Montecchi (anche montatore e sceneggiatore in tandem con Elisa Giardini), già responsabile di un pugno di corti il cui valore oscilla tra il buono e l’ottimo.

Che cosa racconta In a lonely place? racconta l’incontro tra un uomo e una giovane donna in un albergo deserto e spettrale. I due sembrano già conoscersi, anche se il tipo di confidenza che attraversa i loro dialoghi è di volta in volta contraddistinto da cautela e sfacciataggine, alternate senza un senso propriamente logico. La ragione del loro appuntamento è uno shooting fotografico del quale lui sarà autore e lei modella. Scopriremo che l’uomo ha ben altre intenzioni e presto la situazione prenderà una piega parecchio angosciante in cui i fattori in campo donna- vittima e uomo- carnefice verranno più volte confermati per poi essere messi provocatoriamente in discussione. Potrebbe essere la trama di uno dei tanti torture porn nati sulla scia di Hostel e Martyrs ma Montecchi è così intelligente da prendere un (sotto)genere, utilizzarne la scorza e poi, per piccoli tocchi, tesserne la satira. In questo gli sono alleate le prove dei suoi attori, aderentissimi ai propri personaggi: Lucrezia Frenquellucci, bella come una venere tizianesca, sembra nata per ricevere l’oltraggio / omaggio del suo sacerdote- carceriere Luigi Busignani, fisionomia da Nosferatu e inquietante presenza scenica. La violenza mostrata nel film in realtà è poca: credo che a cronometrarla sarebbe racchiusa in pochi fotogrammi e in un minutaggio assai scarso ma è così disturbante e deflagrante che, a pellicola terminata, ci sembra di aver assistito a un bagno di sangue.

Brian De Palma ha detto che l’horror e il thriller sono i generi migliori per lavorare sul linguaggio, viste le loro potenzialità visive. Montecchi, complice il suo ispirato direttore della fotografia Fabrizio Pasqualetto, sembra essere dello stesso parere. Che lo stile sia la sua principale preoccupazione è abbastanza evidente e per rendersene conto bastano addirittura le foto di scena. Questo, per una critica principalmente e ostinatamente contenutista come sembra essere quella italiana potrebbe essere un problema, ma la forza del discorso di Montecchi sta soprattutto qui, nella superficie delle sue immagini, nel decor e in come quest’ultimo interagisce con gli attori. La continua presenza di specchi che riflettono i protagonisti replicandone la presenza, vero e proprio leit motiv visivo e l’uso esasperato della profondità di campo, oltre a disegnare il quadro in una insistita messa in abisso, sono già contenuto. La resa dei volti sulle superfici riflettenti non è poi necessariamente fedele. Non di rado i lineamenti sono deformati e la recitazione dello stesso Busignani va incontro a questa esigenza con le continue smorfie cui il suo personaggio si autocondanna, come fosse un cartoon folle.

In a lonely place è un film-cervello, un’opera- labirinto capace di smentire la polarità dentro- fuori. Se alla fine la ragazza riesce a fuggire (tranquilli, anche se sembra non sto spoilerando), uscendo fisicamente dal luogo della sua cattività basta un totale sulla tenebrosa struttura dell’albergo per capire che ogni possibile dialettica tra l’interno e l’esterno è esclusa perché, sostanzialmente, non si esce dal proprio cervello, non ci si libera dal proprio immaginario.

Ultima considerazione: la regola base di certo horror dal miliare Non aprite quella porta in poi, fa suo il topos dell’errore, della strada sbagliata, del sentiero imboccato erroneamente e senza prudenza che ci porta dritti dritti nelle fauci del lupo. Montecchi compie un ulteriore salto di qualità e chiede al suo Cappuccetto rosso di entrare spontaneamente nella tana dell’orco. D’altra parte, i registi horror degni di questo nome sono dei profanatori, empi e sacrileghi. E Montecchi fa orgogliosamente parte del mucchio (selvaggio).

Fabio Orrico

 

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