Nei disagi della letteratura

epepe-libro

A molti di noi sarà capitato quello che è forse il peggior incubo che un uomo possa avere, l’incubo in cui, spinti da una ragione o da un’altra, sentiamo la necessità di parlare, qualche volta di urlare, ma la voce ci viene meno, non sorregge il nostro pensiero, lasciandoci in balia dei nostri mostri; salvo poi svegliarci e accorgerci che è stato tutto, appunto, un incubo.

Pensate ora come sarebbe, invece, un passo oltre, trovarsi in un luogo in cui qualsiasi parola, qualsiasi espressione, qualsiasi lingua non vengano riconosciute da alcuno, come fossero incomprensibili vagiti di un essere incapace di parola, e dunque di pensiero.

E pensate, ancora, a come vi sentireste se foste un linguista, uno che con le parole lavora, che ne ha fatto oggetto di studio e di analisi, arrivando a conoscere praticamente tutte le lingue del mondo, o quanto meno a riconoscerle e ad orientarsi nel labirinto babelico di questa umanità; sicuramente la vostra frustrazione sarebbe decuplicata, perché messo in discussione sarebbe lo studio di una vita, la fatica che è ad un tempo passione e professione, ma che diventa improvvisamente inutile al cospetto di una realtà iperbolicamente caotica.

Se siete giunti fin qui potete forse capire il clima che aleggia attorno a Budai, protagonista del romanzo di Ferenc Karinthy “Epepe” (Adelphi), che trae il titolo dalla sola parola che il linguista protagonista della storia riesce (forse) ad intendere.

Perché è lo sfuggente’universo linguistico in cui Budai precipita quando, per errore, manca il suo aereo per Helsinki e ne prende uno per una destinazione che non conosceremo mai; una destinazione da cui tenterà in ogni modo di fuggire, trovando sempre un ostacolo insormontabile nell’incomunicabilità che aveva sempre pensato dovesse essergli aliena, tanto vasta è la sua conoscenza degli idiomi del mondo (e qui pensiamo, anche se solo per un momento, allo scacco subito da un altro accademico, il protagonista de “Il giocatore invisibile” di Pontiggia. Ma la nostra sinapsi letteraria si arresta qui).

Budai si perde, dunque, nell’anonima metropoli affollata ed inquinata, dove tutti stanno perennemente in fila; ma quando arriva il suo turno, ecco che improvvisamente la lingua diviene, da veicolo di comunicazione, ostacolo, ostacolo di fronte al quale Budai deve arrendersi ed accettare di non venir preso in considerazione e d’essere allontanato da un consesso civile che non lo comprende, e che quindi lo emargina.

Condannato all’afasia, egli sarà relegato ai margini della società, in un disperato silenzio, metafora di un’incomunicabilità tra gli esseri umani enfatizzata nella grande allegoria di Karinthy, sovraccaricata di senso dal devastato paesaggio urbano ed umano della città iperindustrializzata, dove pare non esserci neanche il tempo per comunicare; ma si tratta, in realtà, di un’incomunicabilità ontologica, endemica ad ogni uomo di ogni epoca che si sia sentito, almeno una volta nella vita, incompreso, come se le sue parole fossero chiare a sé solo.

La parte finale del romanzo, che pure si stacca dall’atmosfera plumbea, kafkiana del resto della vicenda, conducendoci attraverso una ribellione cittadina che potrebbe essere interpretata anche alla luce della tragica storia ungherese, in special modo degli eventi del ‘56 (il testo è edito nel 1970), e che pure pare la meno riuscita, non fa altro, in verità, che completare lo scenario distopico (soffocante) imbastito dallo scrittore, nella misura in cui l’insensatezza e l’inutilità della rivolta, cui pure il protagonista, senza ragione apparente, partecipa, si rispecchia nella mancanza di senso di una società nella quale pare non esserci, in ultima analisi, alcuna lingua da scoprire e da parlare, come se ciascuno ne avesse una diversa, e come se questa cambiasse continuamente.

Ecco allora che la storia di Budai diventa simbolo dei limiti intrinseci di ogni nostro linguaggio, di ogni nostro codice, di ogni nostro tentativo di mettere veramente il mondo nel sé e di ritradurlo al mondo in segni veramente intelligibili.

È la storia angosciante dell’inutilità della parola, ancor più terribile perché detta all’interno del tempio della parola stessa, ovvero la letteratura.

Sandro de Nobile

Sandro de Nobile è Dottore di ricerca persso lUniversità”G. d’Annunzio” di Chieti. Scrittore e saggista.I suoi studi vertono principalmente su autori del Novevento come Calvino e Cassola.

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