Lo scrittore, la letteratura e i nostri tempi bui

In questi giorni difficili ho riletto un libro molto interessante dello scrittore americano Jonathan Franzen. Mi riferisco a La fine della fine della terra, uscito da Einaudi nel 2019. Un viaggio ragionato nella nostra Apocalisse che ogni giorno diventa sempre più Apocalisse .Un libro davvero utile per questo tempo pandemico.

Uno dei misteri della letteratura è che la sostanza personale percepita dallo scrittore e dal lettore si trova fuori dal loro corpo, su qualche tipo di pagina.

Questo scrive Jonathan Franzen all’inizio del suo libro.

La fine della fine della terra è una splendida raccolta di saggi in cui il grande romanziere americano si addentra nei labirinti dell’attualità dei nostri tempi bui.

Il libro contiene sedici narrazioni dedicate alla contemporaneità: dai cambiamenti climatici, alla politica, alla critica intelligente al sistema capitalistico, passando anche dalle parti della letteratura come modo di testimoniare il proprio tempo, Franzen si getta nella mischia e da quel immenso scrittore impegnato che è dice la sua apertamente, schierandosi sempre con le sue idee.

Lo scrittore americano scrive pagine incandescenti con la convinzione che oggi l’intellettuale ha il dovere e il compito di urlare senza alcuna vergogna, di scavare nel torbido del mondo che si sta estinguendo e tirare fuori tutte le verità scomode in sua difesa.

Scrivere saggi in tempi bui è il titolo della prima riflessione in cui Franzoni da realista e pessimista depresso mostra tutto il suo disagio da «disadattato amante degli uccelli» che nell’atto di scrivere intorno alle questioni capitali del suo tempo vede l’impegno di mettersi in discussione per suonare l’allarme al mondo in pericolo.

Come nei suoi romanzi anche nei saggi Jonathan Franzoni mostra con una straordinaria carica partecipativa tutto il desiderio ostinato di essere nel suo tempo, soprattutto adesso che l’apocalisse lo avvolge.

Lo scrittore è sempre acuto e spietato nelle sue analisi. Non le manda a dire quando parla di Trump o critica l’avvento dei social network.

Quando commenta i noti drammatici avvenimenti del 11 settembre 2011 fa sanguinare le parole: scrive che il crollo delle Torri Gemelle rappresenta l’incubo ricorrente  che nella sua mente riguarda la fine del mondo.

Per Franzen lo scrittore è come il pompiere il cui compito è tuffarsi nel mezzo delle fiamme della vergogna mente tutti gli altri scappano.

L’autore de Le correzioni  in queste pagine parla della deriva dei nostri tempi. Lo fa senza sottrarsi al pessimismo della ragione e spingendosi con i suoi ragionamenti estremi ispirati da una sana rabbia portatrice di verità fino alla fine della fine della terra dove già, e non tanto in lontananza, si intravedono le macerie fumanti del nostro tempo.

Jonathan Franzen incarna la figura dello scrittore che si indigna davanti al mondo che sta morendo ed è capace di riflettere davvero sul proprio tempo, essendo capace di suonare l’allarme.

Scrivendo su Edith Warthon, Franzen sostiene che le opere di uno scrittore siano uno specchio del suo carattere.

I saggi de La fine della fine della terra sono lo specchio del carattere autentico dei questo grande scrittore americano, un pessimista depresso che nega al lettore una facile consolazione ma è convinto che dobbiamo tentare l’impossibile per salvare quello che amiamo perché « anche in un mondo dove si muore continuano a nascere nuovi amori.

Queste sono le ultime parole che scrive nel suo libro estremo Jonathan Franzen, di ritorno dal suo viaggio alla fine della fine della terra.

Nicola Vacca

(Jonathan Franzen, La fine della fine della terra, Einaudi, pagine 216, € 18,50, 2019)

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