Un altro logos

Sono pagine ricercate e difficili queste di Vladimir Jankélévitch, ma una bella ed elegante introduzione del filosofo Lucio Saviani ci fornisce le chiavi giuste per comprenderle e meditarle alla luce di un orizzonte più vasto di quello della filosofia, direi esistenziale.

Sono pagine ricercate e difficili perché quando si ha a che fare con una “cosa” come la metafisica bisogna per forza inventarsi un linguaggio inedito, che non parli dell’essere come si parla di oggetti, fatti, sostanze o cose appunto. Che lo lambisca, lo sfiori, lo tocchi senza adeguarvisi. Perché nessun adeguamento è possibile, ma solo una giusta e rispettosa distanza.

Ed è proprio questo il discrimine tra il fisico (chiamiamolo così per comodità) e il metafisico: la pensabilità e la dicibilità dell’uno e l’impensabilità e l’indicibilità dell’altro. Ma fin qui – si potrebbe dire – nulla di nuovo! Non è stato forse Platone a fissare questo paletto? E poi i mistici, Plotino, Heidegger e tanti altri? Una corrente minoritaria ma riconoscibile di pensiero negativo.

Ma Jankélèvitch compie uno scatto a mio parere decisivo, che è anche uno scarto dell’Occidente rispetto al suo passato: il fisico comprende e ingloba nella sua insufficienza non solo l’empirico ma anche il logico cui viene revocata la pretesa, che la nostra tradizione razionalistica gli ha sempre assegnato, di poter afferrare il mistero.

Il logos è solo una progressione dell’empirico, non un vero salto di qualità, di livello, una vera decoincidenza dal piano dei fatti. Non un cambio di sguardo, una conversione dal vedere all’intravedere.

Nonostante il suo potere di astrazione concettuale questo straordinario dispositivo di conoscenza che è la nostra ragione resta sempre al piano inferiore, al limite si alza al primo piano, ma non può elevarsi al piano alto o altissimo.

Sono spesso metafore, come si vede, quelle cui Jankèlévitch ricorre per affrontare un tema così sensibile, e metaforico, ma fortemente espressivo, è il seguente passo in cui, a mio parere, troviamo splendidamente sintetizzato il senso della filosofia prima di uno straordinario pensatore del Novecento di cui viene tradotto per la prima volta in italiano questo scritto del 1954:

“La serietà metafisica consiste nel prendere sul serio tutto quel che rappresenta l’avverbio di luogo indefinito Oltre, nel far onore al dislivello vertiginoso che separa il Quaggiù e l’ulteriore […] l’Al di là che sollecita lo spirito oltre ogni grandezza empirica, quest’Al di là dinamico è un mistero […] E’ un’illusione credere che ci si avvicini al mistero spingendosi verso i poli: chi pianta la bandiera agli estremi del globo non è più tangente al mistero di chi è nelle zone intermedie. No, a diecimila metri di altitudine non vi è più mistero che in pianura, e nel fondo dei mari più che sulla superficie del suolo in cui il nostro destino è vivere mediamente e superficialmente occupandoci delle nostre faccende”.

Parafrasando Pascal, nel chiuso di una stanza, senza spingersi troppo lontano da sé e tuttavia lontanissimi, possono avvenire cose straordinarie, molto dipende dalla nostra disposizione, dalla capacità di ascolto, dalla pazienza dell’attesa. Forse, dalla grazia.

Stefano Cazzato

(Vladimir Jankélévitch, Filosofia prima, a cura e con un saggio introduttivo di Lucio Saviani, Moretti&Vitali, Bergamo, 2020.)

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