Cees Nooteboom. L’inevitabile Addio della poesia

Un uomo in compagnia della sua ghigliottina. Un bambino senza bocca. Chi sono questi esseri? Chi sono queste teste disegnate insieme ai giardini d’inverno fioriti di piante mediterranee? O di fichi spogli e spinosi cactus. Le oche del vicino. E le nuvole dalle forme strazianti. O semplicemente nere, grigio piombo e pesanti per qualsiasi misura.

L’ineluttabilità del destino. Di una domanda: la fine della fine, che cosa poteva essere? Intanto anche tu sei arrivato in un altro paese, ma il virus misterioso che all’improvviso domina il mondo ha cambiato la vita anche qui, sarebbe strano se la poesia non se ne curasse, nella grande città in cui ti sei fermato per un breve tempo, le larghe strade sono improvvisamente deserte, e su un cartellone leggi: È qui che comincia l’aldilà? O è qui l’impellenza della poesia? Il silenzio. Ciò che è diventato inaccessibile e arbitrario. Quasi illegale. La voce che non è accento. La parola che non è senso né prosa. Né oltre né conoscenza ma limbo proibito e viaggio. Tante strade/ho percorso, sempre in cerca di qualcosa/che doveva trovarsi più lontano, che quando/infine scorgevo svaniva come un miraggio/o appariva come poesia. Un costante ritmo di tre quartine e un verso finale. Introverso. Sperduto. Inevitabile. Cees Nooteboom, Addio, Iperborea, pagg. 92. Poesie tradotte da Fulvio Ferrari e accompagnate da una postfazione di Andrea Baiani.

Una raccolta di versi magistrali e commoventi. Un insieme diviso in tre parti, ma incluse in un irreprensibile rigore metrico e semantico. Un’assonanza continua di nostalgia e di cerimonia. La commedia umana del paradiso e della guerra. Dei calpestii di molti piedi e delle mille teste. Cortei che si mescolano ai sogni di amanti e viaggiatori tra le stelle. L’airone solitario/ero io, e solo accanto all’acqua/annotavo quel che vedevo, che sentivo/testa dopo testa. Cees Nooteboom è narratore, autore di romanzi e saggi. E, ovviamente, poeta. Una delle voci più alte nel panorama degli autori contemporanei. Difficilmente paragonabile sebbene gli innumerevoli affiancamenti. La sua è una poesia dove non è possibile nessuna estensione ordinata. Chi è il creatore, in fondo, se non chi si lascia dietro l’oro, l’azzurro del cielo, l’amore del sole per raccogliere il morire in tutte le sue forme/il dolore, l’urlo, il malefico/abbraccio, il del tradimento/calcolato? Fino alla fine chi è uomo sopporta. Fino alla fine chi è poeta manovra l’artefice della trasparenza e del sogno creatore.

Chi è poeta si dà interamente alla parola alla quale non può imporre un nome ma solo la stessa domanda. Che rumore fa la terra? Così che la realtà stessa, appunta Nooteboom, voglia partecipare a scrivere poesia, a sostenerla, a evocarla, a far sì che essa possa finalmente ammutolire. Parola è ciò che tace il suo stesso silenzio. Voce è ciò che qui dice addio al proprio sé per diventare lentamente un nessuno.

Il silenzio è come un inno, così non ho/mai ascoltato il nulla, la contraddizione/mi avvolge, un organo,/niente tasti, un canto/il cui suono è sigillato. Eppure, il magma della parola non può che essere che l’animale che prova a pensare. Chi osserva i volti della storia nell’empietà dei suoi sviluppi. Chi dice addio alla fine. O chi si estende all’inesprimibile. Varco, dove la parola smette di avere una voce. Il dicibile è già avvenuto. Si va in acque aperte. Si torna, dove è la nostra origine. La mia specie è nata dall’acqua,/esseri acquatici, questo eravamo,/semente di stelle sparsa per/divenire la forma in cui/ci conosciamo. Forse, è questo l’addio più sicuro. Una divinazione a un ritorno. Un’inversione insidiosa come solo la grande poesia sa di dover compiere. Cees Nooteboom è il poeta di tutto questo. Potente e sobrio fino all’ultimo verso.

Salvatore Marrazzo

(Cees Nooteboom, Addio, Iperborea, pagg. 92 € 11,00)

Cees Nooteboom è nato all’Aia nel 1933. È autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio. È ritenuto “una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei” ( the New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di prestigiosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov.

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