L’ Infinito, una lettura anticanonica

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Due secoli fa Giacomo Leopardi componeva L’Infinito, una delle più profonde liriche della storia della poesia.                                                                                                                        E da allora, rileggendola, non si può non riprovare ogni volta quella vertigine sull’abisso che costituisce la cifra stessa dell’esperienza umana.

Il poeta di Recanati padroneggiava svariate lingue e, tra esse, anche l’ebraico, conoscendo indubbiamente i testi biblici della tradizione giudaico-cristiana.

E proprio alcuni dei topoi di quella cultura si possono individuare nella poesia leopardiana. Certamente la figura biblica del pastore insieme alla dimensione dell’erranza nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, il topos dello shabbat ebraico come sospensione del tempo ed intersezione, con il tempo ordinario del krònos, del tempo qualitativamente diverso del kairòs, tempo dell’attesa, ne Il sabato del villaggio.

Il topos che si manifesta nell’Infinito è, invece, il deserto.

Si potrebbe allora affermare che se Il sabato del villaggio è il canto del tempo e  l’Infinito il canto dello spazio, Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia è il perpetuo cammino tra queste due dimensioni.

Il celebre avvio dell’Infinito incardina immediatamente il poeta e l’uomo in uno spazio, quest’ermo colle e questa siepe, condizione e presupposto necessari per proiettarlo poi nell’Immensità.

In questa lirica l’ermo colle, il colle solitario e la siepe delimitano un luogo dove si fa deserto, si fa vuoto. Siepe come sbarramento, strada senza uscita, ma si tratta della stessa strada senza uscita, la medesima aporia in cui consiste proprio la poesia.  Quell’aporia della parola che non riesce a dire l’indicibile eppure è l’unico strumento che abbiamo per significarlo.

Anzi, quello sbarramento, quella strada senza uscita è addirittura necessaria per trovare un’altra strada, questa volta interiore, immaginale che permetta di figurarsi tutto, immaginare tutto e di poter dire che proprio Io nel pensier mi fingo; fingere, in latino, espressione verbale ricchissima di senso: immaginare, in primo luogo, ma anche ornare, plasmare.

Poiché ermo è quel colle, che rimanda all’etimo greco  eremon, il deserto, in ebraico: hamidbàr. Ma il termine hamidbar, come insegna il pensiero rabbinico, può essere scomposto in ha-mi-davàr ( il-dalla-parola ), oltre la parola. Il deserto è il luogo situato oltre la parola, dove la parola non può o non sa arrivare.

Il termine compare nell’episodio biblico di Mosè che riceve le tavole della legge, nel quale si racconta che porta a pascolare il gregge del suocero Ietro oltre il deserto ( achar hamidbàr ).
E si imbatte nel roveto ardente che brucia ma non si consuma, vanificando, così, il principio di non contraddizione e quindi catapultandoci, oltre la ragione, nel sacro. Nell’Infinito quella siepe sembra rievocare quel roveto.

Come questo è animato dal fuoco quella è animata dal vento, ma il vento non spazza via le sue foglie come il fuoco non consuma i suoi rami. Il deserto è il territorio del sacro che va oltre la parola, che eccede la parola, il luogo dell’indicibile ma anche l’unico che valga la pena “ essere detto “. Ed infatti proprio nel deserto biblico si manifesta il Tetragramma YHVH, il nome impronunciabile del sacro.

L’ermo colle, dunque, il colle solitario e la siepe delimitano tra loro un deserto. Ma è un deserto interiore e non nel senso di un vuoto sterile bensì di un vuoto che fa spazio, uno svuotamento, una kénosis, per utilizzare un altro termine biblico, questa volta di Paolo di Tarso.

Uno svuotamento che mira al riempimento, alla manifestazione.

Ma se il sacro  nel racconto biblico veniva all’uomo da un Altrove, nell’Infinito leopardiano esso è tutto interiore, distantissimo dal religioso, assolutamente “ laico “, e consiste nella complessità contraddittoria  dell’uomo.

Il sacro laico è la dimensione stessa della poesia, dell’arte in generale, del gioco, dell’amore, della follia che condividono lo statuto della contraddizione dell’umano, cioè la sua dimensione tragica di lacerazione.

Il vento che stormisce tra le piante, inoltre, ricorda mirabilmente quel suono di una brezza leggera, quel fonè auras leptès nel quale si era manifestato il divino al profeta Elia.

Quel vento non ha l’irruenza supponente di una tempesta ma la potenza, anche se assolutamente non l’essenza, dell’alito creatore, che dà voce, con lo stormire delle piante, all’ Infinito Silenzio. Lo plasma, gli dà forma e lo riempie del ricordo del passato, le morte stagioni, e del presente.

E’ la Memoria, dunque, che ha l’ultima ragione mentre la Ragione non può pretendere di avere l’ultima parola sulla memoria. La ragione è impotente ad approfondirsi in questo abisso comunque dolce. In questa dolcezza abissale, può solo essere consapevole della sua ineluttabilità, di quel naufragio del pensiero, ove per poco il cor non si spaura: è lo thàuma, che non è semplice meraviglia, ma lo sgomento, quella sensazione angosciante ma potente a cui Platone nel Teeteto attribuisce l’urgenza della domanda, l’urgenza della filosofia.

Il pensiero, la ragione, dopo aver fornito mirabilmente la consapevolezza delle illusioni si dissolve anch’essa, naufraga, appunto nel mare del non senso, irrazionalmente irriducibile ad una ratio.

E allora, infine, quelle tre poesie leopardiane sembrano richiamarsi circolarmente.

Lo spazio del deserto ne L’Infinito può, allora, prender forma nel tempo sospeso dello shabbat del Sabato del villaggio in cui sembra si possa in-seguire, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, quella parola esiliata, quell’esilio della parola, per rievocare il titolo del grande libro di Andrè Neher, e poter ascoltare, infine, il suo silenzio eloquente !

Paolo Fiore

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