La casa di Via Valadier, l’antifascismo e gli ideali socialisti

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Via Valadier, tra rione Prati e il Lungotevere Michelangelo. Siamo a Roma e qui è ambientato La casa di Via Valadier, una delle pochissime opere di Carlo Cassola che non abbiano per teatro la sua Toscana. Scritto tra il 1953 e il 1956, il libro ha una genesi composita. Il nucleo centrale, con il titolo di La casa sul Lungotevere, fu infatti pubblicato su Il Ponte, dando così vita a quello che poi, diviso in due parti, fu pubblicato da Einaudi nel 1956 con il titolo appunto di La casa di Via Valadier, comprendente il racconto omonimo e quello intitolato Esiliati.

“Non so chi, dopo Cassola, oserà frugare tra le macerie che la lenta fossilizzazione quotidiana depositava sulle coscienze degli antifascisti, mentre le loro illusioni cadevano ad una ad una”. Queste precise e lucide parole di Pietro Citati restituiscono, con forza, tutta la drammatica e amara poetica di questo La casa di Via Valadier.

Un percorso umano e letterario in cui la storia di alcuni operai socialisti, costretti a lasciare la nativa Toscana e “rifugiarsi a Roma” per fuggire al controllo e alle persecuzioni fasciste, si incrocia poi con quella della casa di Via Valadier e, in particolare, di Anita Turri, moglie e vedova di un esponente del Partito Socialista.

A fare da ideale unione tra i due racconti, la figura di Maggiorelli, marmista trasferitosi a Roma e sostanzialmente incapace di trovare nell’ambiente romano un terreno per lui fertile. La casa di Anita diviene così punto di incontro, lotta, dibattito. Isola di resistenza di quella Italia che voleva restare democratica mentre, tutto intorno, il fascismo tesse le sue nere e criminali trame.

Gli ideali, le battaglie, la resistenza, hanno qui la voce di chi le ha vissute, di chi a costo della propria vita ha fatto una scelta di campo senza compromessi. Ma non tutti. Questo libro assai notevole, ancora oggi, soprattutto oggi, resta tra i più importanti per comprendere non solo la nostra più recente storia ma, ancor più, lo sbandamento dei tempi presenti.

I due racconti di cui si compone il libro, restituiscono con potenza narrativa, la crisi e la lotta politica del dopoguerra. Periodo in cui emergono con forza contraddizioni, nascondimenti e vigliaccherie che appaiono come un velo nebbioso a “negare” gli slanci e gli ideali dell’antifascismo e delle sue eroiche battaglie. Il racconto di uno sbandamento, di un pericolo di “accettazione” senza elaborazione di ciò che il fascismo è stato. In questo senso, un libro profetico, pur non essendo la profezia ciò che Cassola aveva in animo quando lo scrisse. Ma, come accade sempre per la grande letteratura, anche qui la riflessione e l’osservazione attenta delle cose, porta con sé i germi di quanto accadrà in futuro. Cassola, nell’immediato dopoguerra, si interroga, con questo libro, sulle debolezze e i tradimenti che, alcuni, perpetrarono non solo verso un ideale altissimo, ma verso loro stessi.

Con stile quasi trattenuto, con cui le piccole cose raccontano le grandi cose, Cassola dipinge un ritratto amaro di quel solco che si apre tra la morale più alta (che per lui è l’antifascismo) e la crisi che segue constatandone la cancellazione (da parte di taluni) e della memoria e dell’importanza non solo politica.

Tra cambiamenti opportunistici di schieramento durante gli anni del fascismo, tentativi di ripulirsi negli anni successivi, epurazioni e “dimenticanze” Cassola ci racconta, con questo struggente (è il caso di dirlo) La casa di Via Valadier, un intero percorso politico e umano, in cui ogni personaggio diviene incarnazione delle diverse sfumature di cui si compose l’ideale socialista.

Un libro che andrebbe letto e riletto, ancora e soprattutto oggi.

Geraldine Meyer

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