I nomi e il nome. Alle radici della parola

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Quando ci si pone difronte al dolore, ci sono molti modi per affrontarlo; c’è chi lo nega a se stesso, c’è chi ne parla rivivendo l’episodio che l’ha causato, chi distraendosi da esso, chi lo congela cristallizzandolo in attesa che si frantumi, chi attribuendone ad altri la causa, chi rendendolo icona del fato, chi invece come ha fatto Nicola Vacca ponendolo al servizio della creatività artistica usandolo come demiurgo per un atto maieutico necessario alla vita, come solo un poeta di quelli veri, sa fare.

“…Ha ritmi forsennati il dolore/tra un istante e l’altro/grumi di insensatezza.” Nella sua ultima raccolta di poesie Tutti i Nomi di un Padre(Largolibro editore) Vacca affronta il dolore della scomparsa dei suoi genitori affondando in esso il bisturi delle parole “…il dolore affonda nella ferita/come un bisturi che non dà tregua.” da esperto chirurgo ed esegeta della sacralità della sofferenza “…Si deve per forza scavare/con una lucidità che è una condanna.” sezionandolo, ricercandone le ambivalenze che scatena  nei sentimenti e i movimenti che genera nell’animo.

Un figlio da adulto, è alla ricerca delle radici che lo riporti alla condizione della casualità della nascita “…Siamo venuti al mondo/ con un necrologio nel dna.”  quando nasciamo infatti, non abbiamo consapevolezza dell’atto se non nel ricordo dei nostri genitori e un ricordo degli altri si porta dietro il vissuto di chi ce lo offre e a noi resta la percezione al lordo dei vissuti, che vanno a sedimentarsi nel nostro come puri, dato certo, fondamento del nostro divenire “…Nessuno si ferma/ per aprire le finestre/qualche volta si rompono i vetri/guardare fuori non sempre è liberazione.”

Nicola Vacca si pone come figlio che guarda ai genitori e si chiede quanti genitori possono esistere in un figlio e quanti figli possono esistere in un genitore e ad ognuno di essi dà un nome, il nome indica la natura degli esseri e delle cose e in esso c’è il rinvio al significato e al significante. Padre ha nella radice il significato di colui che procura il cibo. Quante volte ci sediamo alla mensa del padre? “…Oggi non era con noi/al banchetto della condivisione./La tavola apparecchiata/tutto è pronto per spezzare il pane.”  Sempre, il cibo è il tutto, nutrimento, crescita, formazione, psicologia, cultura, benessere fisico, morale, politica, giustizia, amore, affetto, tenerezza ma anche odio, rancore, malessere, rivendicazioni, dolore fisico, sopportazione. “…Tutto dovrebbe avere l’odore del pane/da mangiare su una tavola imbandita/ di persone che coltivano/un reciproco volersi bene.” Un poeta sa cosa deve chiedere a se stesso quando si appresta a scrivere, non conosce le risposte ma conosce le domande, un poeta non ha paura, disprezza il pericolo della discesa nell’abisso, non conosce il limite perché sa che non esiste limite e lo testimonia scrivendo.

Vacca opera questa demiurgica epifania della sofferenza che è sofferenza del vivere e nel dolore dell’appello dei vivi, “…I morti non rispondono/perché i vivi non sanno parlare.” L’assenza di parola è la negazione di un dialogo possibile tra l’ignoto e l’appena conosciuto. Cosa potrà salvarci se non i nomi perché sono la sola cosa che ricorderemo, cosa potrà salvarci se non l’amore e la tenerezza “…teniamoci stretti perché la vita/è crudele nel toglierci la vita.”

In questo libro di Nicola Vacca la poiesis è frutto di un percorso d’amore intenso, coltivato nel quotidiano dell’animo, che ha monopolizzato i pensieri, che ha pervaso le azioni “…Bisogna essere folli d’amore/per diventare poeti.” e ha trovato conferma nel dolore ma nel dolore ha trovato la caducità della vita e delle cose che ci ancorano al nulla di cui ci circondiamo vivendo. “…Nulla è al sicuro/sui nostri passi dove/basta un istante perché il terreno frani.”

Gianluigi Pagliaro

 

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