“Tra demonio e santità” di Alberto Fortis: un capolavoro neppure sfiorato dal tempo

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Lecce, 1979. Frequentavo il Quinto Ennio, scuole medie, ambiente culturale poco stimolante per una ragazzina di 10 anni già desiderosa di formazione costante; ma bilanciato dalla fortuna di avere Ilaria Corsi come compagna di classe. Non so dove viva e cosa faccia adesso, ma la ringrazio ancora perché mi introdusse, nei pomeriggi invernali dopo la scuola, al primo album di Alberto Fortis facendomi ascoltare i suoi vinili dal giradischi di casa sua; si chiamava come lui, “Alberto Fortis”, ed era sardonico, irreverente, lirico al tempo stesso: La sedia di lillà, Milano e Vincenzo, Nuda e senza seno, Vi odio a voi Romani

La mia passione per lui cominciò a bruciare; l’anno dopo, ecco l’epifania del secondo, il concept album Tra demonio e santità. Comprai due album, per il timore di rovinarne uno, perché ascoltavo i brani in continuazione.

Oltre ai testi e alla musica, persino il progetto grafico si è rivelato ad oggi, decenni dopo, senza tempo, meravigliosamente attuale. Il viso scarno e interessante  di Alberto Fortis ripreso in penombra, racconta già del  ripiegamento dell’artista all’interno di sè.

Il color nero che prevale sia nella copertina che nella busta che contiene il vinile (con i testi stampati in carattere bianco) fa venire in mente un altro concept, The dark side of the moon dei Pink Floyd uscito nel 1973.  D’altronde, come Roger Waters utilizza i suoi appunti di diario di adolescente per scrivere i testi, anche Fortis, ventritreenne, ci confida le sue contraddizioni, i suoi arcani esistenziali legati a un evidente biografismo.

La musica e gli arrangiamenti di questo pop – rock progressive spettacolare, affidati a grandi artisti, quasi tutti componenti o ex componenti della PFM, sono di grande qualità.

Trionfa nelle performance il suo falsetto incalzante, l’affascinante voce androgina che in “Dialogo” si spinge a mimare la voce della donna che parla all’uomo, che nella “Sedia di lillà” del primo album esprimeva una straziante disperazione.

C’è da dire purtroppo che già a partire da alcuni brani di Fragole infinite del 1982, Fortis, inspiegabilmente, perde progressivamente la sua vena creativa profonda, pubblicando opere che mancano della genialità assoluta dei primi album.

Sprofondai, scoprendolo, in una delusione cocente; non me ne feci una ragione per anni.

Ma in fondo anche molti scrittori o poeti sono creatori di una o due opere sublimi.

E Fortis, anche solo per aver dato alla luce Tra demonio e santità, o per canzoni straordinarie come Settembre, Il duomo di notte” La sedia di lillà – e per molte altre – merita i primi posti del podio fra i cantautori italiani, posto che il mondo musicale italiano, connotato spesso da meccanismi produttivi e commerciali di basso profilo, poco attento, non gli ha assegnato; anche se persino oggi l’artista ha un considerevole numero di fans che lo segue.

Sono finiti ormai i tempi dell’amore e le piccole vie delle città di mare si restringeranno fino a quando i muri combaceranno l’uno contro l’altro e sarà un grande quadrato di pietra dall’alto del quale colerà un rigo di sangue, spremuto e vivo, che, una volta a terra, germoglierà i tempi dell’amore”.

Questa frase, stampata sulla copertina di Tra demonio e santità, è un’indicazione preziosa per cogliere il contenuto dell’opera che, per alcuni versi, è criptico.

Fortis non si lascia sempre decodificare, semina dubbi, rimane oscuro in alcune parti del discorso. Leggere e ascoltare Fortis richiede un impegno notevole ma soprattutto una visione del mondo aperta.

Il disco parla di un viaggio nel proprio mondo interiore, nel passato, nella parte oscura del proprio sè, che il cantante compie in prima persona senza temere di guardare le sue debolezze.  Un’indicazione è sempre chiara, già dalla frase stampigliata in copertina: il potere terapeutico e salvifico che l’artista affida all’amore.

Siamo lontani dall’accezione dell’amore delle canzoni pop tradizionali; l’amore, per Fortis, è una forza potente che riguarda tutti gli aspetti della vita umana, che permea le amicizie, le speranze, i rapporti genitori – figli;  riguarda anche la vita sentimentale in senso stretto ed è connessa al trascendente.

Infatti, in Dio volesse recita:

E così dopo tanto tempo son tornato a te

e viverti mi basta e credi è sufficiente

perché oramai uso come alibi l’amore

perché è davvero orribile accettare il niente.

 Anche in T’innamori un uomo si fa coinvolgere più volte da situazioni sbagliate, che prosciugano e mettono a rischio la sua esistenza, il suo equilibrio; ma in fondo alla strada, per lui, ci sono risoluzioni e speranze

T’innamori t’innamori finalmente t’innamori con la luce e con i fiori senza buio t’innamori

e a chi ti ha detto amore e a chi te lo dirà

dagli fiducia sempre la tua felicità

se parlerà di tempo non rifiutarle un sì.

 La parte principale del concept, che è anche l’incipit dell’opera (parte 1, 2 e 3) occupa ben 12 minuti e 40 secondi del lato A del disco, e narra una storia importante.

Si tratta della prima canzone scritta da Fortis quando aveva ventun anni, trascritta sullo spartito da un artista ormai dimenticato, Giorgio Santiano, a cui era legato.

La suite è caratterizzata da un linguaggio provocatorio, ironico fino al sarcasmo, che si tinge di surrealismo.

E nascondersi agitato in un sacchetto spazzatura

col proposito di morte fra le bucce e la verdura

ritrovarsi a pezzettini su una tavola imbandita

dove ci sarai anche tu

e tutti i tuoi invitati che mi mangeranno con le loro grandi grosse unte dita…

 

Il cantautore aspettò a registrarla e a pubblicarla, lo fece come secondo gesto poetico dopo il primo album, anche perché era cosciente della difficoltà dell’opera a essere recepita dal grande pubblico.

Un manifesto vero e proprio dell’artista Fortis, una dichiarazione d’intenti e al tempo stesso l’enunciazione del tema del concept, che è il confronto con la propria ombra, con la potenza di bene e male che sente dentro di sè; l’autore affida alla costellazione degli altri brani dell’album lo svolgimento e l’approfondimento delle questioni sollevate, che sono soprattutto domande aperte: occorre comportarsi correttamente esponendosi alla delusione di relazioni inaffidabili, o godersi la vita nella parte anche distruttiva e dionisiaca?

Perseguire il proprio successo di artista, a quanti compromessi espone?

Esiste il vero amore?

Nella suite sembra vincere la propensione alla soddisfazione sfrenata dei sensi, come risposta alle disillusioni; una figura diabolica dispensa consigli:

 come va, con questo caldo,
dopo quello che hai sentito!?”
per un attimo scottavo,
ma è passata, ho resistito
“sì è cosi’ che devi fare,
che morisse era destino”
ma dimmi un po’, papà demonio,
ma non sarà che è un po’ meschino
ho sprecato tempo e amori
con la scusa di pensare
“ma figliolo, vai a donne,
vai a bere, va a mangiare”

 Noi sappiamo che Fortis ha studiato e praticato (e non hai smesso di farlo) differenti filosofie perenni. La sua visione è mistica, in ogni sua opera si sforza di cogliere barlumi di conoscenza, di strappare significati, e di condividerli con l’ascoltatore.

Il mistico ha quasi sempre desiderio di spezzare il pane con gli altri e dialogare.

Pensiamo al 1980: scrivere e pubblicare un concept album di questo tipo in Italia è stato davvero coraggioso, un atto eversivo osteggiato sia dalla cultura di “destra” che da quella di “sinistra”. Franco Battiato, anche lui dedito a pratiche spiriituali, le cui suggestioni hanno sempre permeato i suoi brani, non aveva cominciato ancora a praticare la stessa operazione (“La voce del padrone” uscirà un anno dopo).

Nella bellissima Prendimi fratello viene celebrato il valore dell’amicizia. Le affinità elettive fanno progredire spiritualmente, portano alla realizzazione di un disegno sacro. Nel testo si accenna anche al tema delle “vite precedenti”, della ripetizione karmica delle esperienze che servono come apprendimento.

Credo nel destino, so che c’è un disegno
e ognuno può vederlo in fondo al blu (…)
Questa strada è un fuoco, caldo e non dipinto
e prete o laico l’attraverserà

dentro il labirinto noi cantiamo poco, e il tuo mosaico si completerà
mettimi con chi sa giocare insieme a me con le carte non inganna mai (…)
Prendimi fratello… portami con te!
Correremo insieme, se esiste un regno avremo un re
portami lontano lasciami sereno e piano piano il mondo si aprirà
Questa storia antica, io l’ho già vissuta e qualche cosa si ripeterà 

anche Al di là della porta di vetro è un’ode all’amicizia, un invito a incontrare l’altro. Torna il concetto tanto caro a Fortis della purezza di sentimenti alla base di un’amicizia (o di un amore).

 

e tu mi dicevi “ho paura, dimmi almeno se mi aspetterai…”
“corri felice, io non tradiro’ mai”
sempre, insieme, sicuri, perche’ uguali, perche’ puri…

 

L’idea di sacralità legata all’esistenza non è, in Fortis, intesa come pratica di ascetismo, ma connessa all’azione. Nella canzone “Bene, insomma”, c’è un grande incitamento a lottare, ad alzarsi in piedi, a restare incuranti di una società che tende a lasciarci nell’alienazione

 

ti dico solo non farti sentire

quando capisci e ritorni a lottare

abitualmente, se riesci a guarire

fai sempre invidia e quindi non gridare.

 Ora che sono trascorsi quasi quarant’anni dal mio incontro con questo bellissimo rompicapo, ancora mi arrovello nel cercare il senso del testo di Parlando ai grandi.

Ho la sensazione che l’artista, nel caso non si senta di dare un giudizio netto, resti volutamente poco decifrabile; come se volesse lasciare respiro fra i suoi stessi pensieri, lo spazio di una porta da aprire, per continuare il suo percorso di ricerca poetica e filosofica ab libitum.

Parlagliene tu chiedi per noi chi è che fa se sa
che siamo figli suoi tu che alla tua età mi
conosci già chi sei che fai almeno un figlio
non ce l’hai sai io ti mostrerò luce e libertà
ma poi chissà che tu non le conosca già
non ti ascolterò bravo sole ciao ti lascio
qui domani stesso partirò

tu che guardi e mi rimproveri tu che parli a grandi e poveri
prova ad avere un figlio alla tua età e
dargli caldo vento e verità

Invito chi non ha mai ascoltato Tra demonio e santità a farlo, a cercare i significati nascosti negli spazi fra le parole, fra i suoni che Fortis ci ha lasciato, per una lettura – ascolto esistenziale aperta, che potrebbe non finire mai.

Patrizia Caffiero

(Tra demonio e santità di Alberto Fortis, Philips Records, 1980)

6 pensieri su ““Tra demonio e santità” di Alberto Fortis: un capolavoro neppure sfiorato dal tempo

    1. L’ho comprato ieri in cd (introvabile) 39 anni di lp. Ai tempi mi piaceva T’innamori comprai il disco e fu vero amore. Possiedo più di 2000 album resta sempre nella top ten, lo vidi in concerto nell’81. Dopo La grande grotta la fine, nulla più di ascoltabile.
      Ma questo è uno dei dischi della mia vita.
      Piero

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