Storie in viaggio

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Un libro che raccoglie diciotto racconti, classificabili come narrativa di viaggio, scritti non con intento meramente divulgativo a fini turistici, ma a testimonianza di esperienze di viaggio. Ester Cecere ha già pubblicato cinque libri di poesie e una raccolta di racconti. Vive a Taranto, dove lavora come ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, occupandosi di biologia marina. In questo libro scrive storie autobiografiche, vissute in concreto in luoghi molto lontani dalla sua città, ma anche alcune storie virtuali, come quella relativa all’Isola di Lampedusa. La sua passione per il mare, per gli animali e in generale per la natura emerge con forza nei suoi racconti, così come il dolore lancinante nel dover constatare la mancanza di rispetto, se non il degrado o lo scempio, subiti dalla natura più fragile a causa dell’uomo.

I racconti sono scritti da un Io narrante impersonato da Alessandra, giovane donna in viaggio con il marito Michele. L’espediente narrativo rende più fluido e coerente l’insieme dei racconti, conferendogli l’apparenza di romanzo frammentario. Il compagno di viaggio è la normalità cui rapportarsi in un confronto serrato con lo sgretolamento delle certezze.

L’autrice nella sua Nota Introduttiva afferma di considerare il viaggio metafora della vita per eccellenza. “Cos’è, infatti, la vita se non un viaggio di cui conosciamo solo la località e la data di partenza?”. Più avanti definisce il viaggio scoperta, occasione di riflessione.

Infatti, se lo stile di Ester Cecere è chiaro e lineare, più complicato è il suo mondo interiore, ricco di osservazioni, domande, paragoni, deduzioni, critiche, sentimenti. Il viaggio di Alessandra non è indenne da sofferenza. La storia, in sintesi, ha trama, ambientazione e personaggi, ma soprattutto mezzo per fare opera di scavo interiore.

Diversi i luoghi: l’India di Nuova Dehli, di Agra nell’Uttar Pradesh con il Taj Mahal, del Rajasthan con il tempio di Amara Sagar e Amber Fort; l’Australia del Red Center e della Grande Barriera Corallina; la zona archeologica di Amgkor Wat in Cambogia; il Kenya di Nairobi con i villaggi Masai; l’Italia di Lampedusa con le tragedie dell’immigrazione, di Bologna con la vita da universitari, di Taranto con il meraviglioso Mar Piccolo. Nel corso delle escursioni e delle relative soste, durante il lungo viaggio, Alessandra (Alter Ego di Ester) coglie le occasioni di conoscenza che le si presentano: i luoghi, la cultura, la religione, le tradizioni, le feste, l’abbigliamento, l’educazione, i contesti familiari e personali. Tutto all’inizio sembra far parte di un bel gioco, ma gradualmente i forti contrasti operano una sorta di maturazione, di presa di coscienza nella protagonista.

Vedere con i propri occhi non è come leggere un giornale. La promiscuità con gli animali, la miseria vissuta come condizione impossibile da superare, la sporcizia, la malattia e la morte a un passo, la determinazione nella ricerca febbrile di pochi spiccioli per il cibo che è sopravvivenza, il considerare il turista come qualcuno al quale spillare soldi. Zone dove respirare è faticoso per l’odore nauseabondo. Territori dove la presenza massiccia delle mosche impedisce di respirare e di aprire gli occhi. Il caos di auto pedoni suk e di qualsiasi tipo di mezzo di trasporto, nelle grandi città asiatiche. Il frastuono umano. Il silenzio della natura. La pace dei mausolei. L’incontro-scontro fra mondi opposti che si toccano idealmente per pochi istanti scuote Alessandra.

Divisa tra l’istintiva paura di contravvenire alle consuete norme igieniche e la curiosità di avvicinarsi ai più poveri, la protagonista riesce a rimuovere il velo di indifferenza che il turista medio tende ad alzare visitando certi luoghi, mentre ammira estasiato le meraviglie della natura o le vestigia di una civiltà in decadenza o i grattacieli di una metropoli tragicamente immersa nelle sue contraddizioni. Lei vede oltre la bellezza dei luoghi. Abbandona la consueta idiosincrasia dei turisti danarosi verso l’imperfezione. Ma neanche osserva la miseria al solo scopo di fotografarlo e immortalarlo come un insetto da collezionare. Alessandra attraversa l’angoscia quotidiana degli ultimi, sorride mentre studia gli sforzi dei bambini per convincerla all’acquisto di monili senza valore, si fa toccare dal dolore, lo accoglie e lo trasforma in una scoperta di natura etica, facendo perno sulla sua sensibilità di donna e di madre.

In un racconto, mentre è in visita all’ostile territorio degli aborigeni australiani, che già rappresenta in sé l’emblema delle differenze interculturali tra i popoli del mondo, Alessandra assiste al gioco spontaneo tra due bimbi piccoli: una bimba inglese e un bambino aborigeno. Con grande naturalezza si instaura una comunicazione e uno scambio alla pari tra bambini sconosciuti, così diversi eppure assolutamente uguali. Alla fine del gioco i piccoli si spartiscono equamente il cibo a disposizione. Non è necessario insegnare loro niente in merito. I bambini sanno che deve essere così, che è così. (Racconto “Terra rossa”)

In un altro racconto Alessandra riceve sguardi di immensa riconoscenza da un mendicante per avergli dato duecento rupie, pari a meno di tre euro. “Con quel gesto non aveva forse solo tacitato la sua coscienza di benestante turista occidentale?” si chiede Alessandra. (“Tramonto al Taj Mahal”)

Generalmente ci sono due modi antitetici per orientare le nostre scelte di viaggio: scegliere una meta allo scopo di divertirsi, rilassarsi, abbronzarsi, fruire della bellezza e del lusso come un bene di consumo qualsiasi; oppure preferire mete culturali per approfondire la conoscenza geografica, storica, antropologica, andando a scoprire come vive la gente nel mondo. Ester ha scelto la seconda strada, quella più difficile, soprattutto dal punto di vista emotivo, ma penso sia stata l’unica che la sua sensibilità le permetteva di percorrere. Domenico Pisana, che firma l’approfondita Prefazione, molto opportunamente cita Marcel Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Ebbene, possiamo dire che Ester ha avuto occhi nuovi.

Il viaggio insegna a noi stessi chi siamo, attraverso le riflessioni e le modificazioni anche impercettibili che siamo disposti a concedere per andare incontro all’altro. Una delicata stimolazione delle corde più sensibili, questo compie l’autrice con il suo “Dall’India a Lampedusa. Soste di viaggio”, mentre ci avvaliamo della fortunata facoltà di viaggiare insieme a lei come invisibili compagni di viaggio, cosa che ci permette di sviluppare una visione globale, che vada oltre i pregiudizi e i luoghi comuni. L’uomo si interroghi e batta un colpo, in risposta all’implicita domanda mai pronunciata ma echeggiante in ogni pagina se tutto possa continuare ad andare avanti così, se si possa con tanta facilità rimanere indifferente all’esistenza e alla crescita esponenziale della sofferenza degli ultimi della terra. Si calcola, infatti, che una persona su dieci nel mondo viva in condizioni di povertà estrema. Per contro, metà della ricchezza mondiale è in mano a 26 ‘paperoni’. Molti gli argomenti affrontati o appena accennati, tra i quali il rispetto della natura e degli animali, lo schiavismo economico e lo sfruttamento minorile, l’accoglienza dei migranti.

Un libro sulla comprensione dell’altro, destinato agli occidentali, i più fortunati eppure perennemente scontenti, malati di consumismo, lontani dal percepire la gravità dei veri problemi che affliggono sia il pianeta sia le popolazioni più povere del mondo, incapaci di provare empatia e di essere utili al cambio di passo, sempre più urgente.

Un cambiamento che metta sul piedistallo la vita e non il dio denaro.

Luisa Bolleri

(Ester Cecere, DALL’INDIA A LAMPEDUSA. SOSTE DI VIAGGIO – WIP EDIZIONI – PAG.173 – E. 12,00)

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