Note su Heidegger. Novantuno anni dopo Essere e Tempo.

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Se nella prima parte del secolo scorso si considerava Heidegger come la figura di spicco dell’esistenzialismo, soltanto con la progressiva pubblicazione dei suoi scritti inediti, è apparso evidente che il problema centrale del pensatore di Meßkirch non era l’esistenza, bensì l’essere. Coerentemente con il programma ontologico di Essere e tempo – di cui quest’anno ricorre il novantunesimo anno della pubblicazione – lo stesso Heidegger, in una lettera al filosofo Jean Wahl, affermava che la questione che lo preoccupava maggiormente fosse «quella dell’essere nel suo insieme» e non certo quella dell’esistenza dell’uomo. Estraneità dall’esistenzialismo, rivendicata anche nella più celebre Lettera sull’umanismo del 1947, quando Heidegger in polemica con Jean-Paul Sartre negava il suo essere un “filosofo dell’esistenza”.

Se, dunque, oggi risulta scorretto parlare di Heidegger come un esistenzialista tout court, d’altro canto non va dimenticato che Sein und Zeit nasce come un’analitica esistenziale, seppur diretta verso il problema dell’essere. Leggere il “primo” Heidegger, soltanto in virtù della sua svolta rischia di appiattire quanto scritto precedentemente agli anni trenta. La cosiddetta Kehre, inoltre, non andrà considerata una ritrattazione di una vecchia filosofia per un passaggio a nuovo percorso di pensiero, ma come un cammino ascensivo che parte dell’approfondimento di alcune tematiche.

Lo scopo finale di Essere e tempo è quello di costituire un’ontologia che parta da una vaga comprensione dell’essere e che giunga alla formulazione, dopo aver posto la domanda fondamentale, alla determinazione piena e completa del senso dell’essere. Il primo scoglio da superare è quello di determinare quale sarà l’ente che dovrà essere interrogato. Di conseguenza, nel problema dell’essere vi sarà un cercato (l’essere), un ricercato (il senso dell’essere) e, infine, un ente interrogato, che non potrà che essere l’uomo, o meglio, l’Esserci. L’analisi del modo d’essere dell’Esserci, cioè l’esistenza, sarà un elemento preliminare per l’ontologia, che farà dell’analitica esistenziale l’unica strada per raggiungere il Sinn dell’essere. Heidegger allora stilerà le caratteristiche principali dell’esistenza, che in sintesi, possono essere riassunte: nella possibilità di comprendere l’essere e, in secondo luogo, nella possibilità di essere. L’esistenza per Heidegger non è una realtà predeterminata e fissa, ma un insieme di possibilità fra le quali l’uomo si trova obbligato a scegliere. A differenza degli oggetti che sono semplici presenze, l’uomo, scrive Heidegger, è ciò che «ha da essere»; ovvero in quanto possibilità egli è ciò che progetta di essere, è un ente permanentemente in gioco.

Tentare di rendere qui esaustiva una trattazione dell’opera – tra le più complesse della filosofia novecentesca – sarebbe tanto ingenuo quanto assurdo. Nonostante ciò, è possibile delineare alcuni punti generali che fanno da ponte dal primo al secondo Heidegger. Stabilito che il senso dell’Esserci è la temporalità e che il tempo rappresenta l’orizzonte «di ogni comprensione e di ogni interpretazione dell’essere», Heidegger avrebbe dovuto concentrarsi alla sezione intitolata Tempo ed essere, relativa al problema del senso dell’essere in generale. Tuttavia, tale sezione non fu mai scritta, nonostante le intenzioni dell’autore fossero chiare sin dall’introduzione (paragrafo 8). Tentare di rispondere a domande quali: “Perché Heidegger ha rinnegato le sue iniziali intenzioni?”, “quali sono le ragioni da lui fornite?”, potrà essere allora il punto di partenza per cimentarsi con le opere esoteriche del pensatore della Foresta nera, dove l’evento la sarà la nuova parola guida del suo filosofare e dove egli parlerà dell’esperienza moderna come un’epoca di angoscia, derivante dalla nostra concezione dell’essere priva di radici, nichilista e tecnologica. Infatti, è proprio nel mondo della scienza moderna che l’essere tende a nascondersi; universo questo nel quale la forza persuasiva della tecnica sembra capace di ridurre in proprio potere ogni cosa, trasformando, come ha scritto Vattimo, «tutto in oggetto di calcolo e di manipolazione».

Vincenzo Fiore

[In copertina: Max Ernst, La grande foresta, 1927]

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