Davanti alla legge

Venezia-Galleria-dellAccademia_Giustizia

La solitudine rapisce l’intero essere in una estraneazione del sé velenosa, tagliente, con pulsioni mortifere e di autoannullamento. Per Emil Cioran esistono almeno due modalità di avvertire la solitudine: sentire di essere soli al mondo in una dimensione dell’abbandono, dunque turbati dai propri limiti e dalle proprie insufficienze, consumati da problemi dell’anima, che nulla hanno a che vedere con il mondo esterno, nei confronti del quale restiamo indifferenti. Nella seconda modalità “avvertire la solitudine del mondo” significa, invece, coglierne il non-senso, la solitudine cosmica che pervade il nulla esteriore del mondo o di una società al tramonto. Questa seconda definizione di Cioran chiarisce la portata della solitudine umana davanti alla Legge che inestricabilmente si identifica con l’idea di Giustizia: essa è un macigno gettato sulle spalle di ognuno che piega la stessa volontà di esistere fino alla consunzione dell’esistenza, all’annichilimento della dignità e al disfacimento dell’onore costruito nel silenzio delle azioni dettate dal proprio senso del dovere.

La complessità di un sistema di legalità diventa incomprensibile qualora dovessimo venire chiamati a rispondere di colpe di cui non eravamo consapevoli e che ignoravamo di dover espiare. Nel Torquato Tasso di Goethe rinveniamo due significativi versi ove si afferma che: “anche la giustizia è bendata e chiude gli occhi davanti a ogni miraggio”. Goethe riassume perfettamente una tradizione ereditata da tutta la cultura occidentale. L’idea che la giustizia non veda, anzi che non debba vedere, trova le sue radici sia nella tradizione ebraico-cristiana che in quella greca. Negli Atti degli Apostoli (X, 34-35) Pietro confessa che Dio, nella sua somma giustizia, non fa preferenza di persone, “non est personarum acceptor Deus” ovvero Dio è giusto, perché non guarda in faccia a nessuno. La giustizia deve anche essere sorda: non può e non deve prestare orecchio a preghiere e a suppliche. Livio (Ab urbe condita, II.3), ci descrive la discussione a Roma in conseguenza del tramonto della monarchia e dell’instaurazione del consolato, cioè di un sistema che non costruisce le sue fondamenta sull’indulgenza umana di un sovrano, ma sulla fredda impersonalità della legge e della giustizia: la legge “rem surdam, inexorabilem esse…nihil laxamenti nec veniae habere, si modum excesseris”.

Osserva S. Tommaso: “compito proprio della giustizia, tra tutte le altre virtù, è di ordinare l’uomo nei rapporti verso gli altri […] Invece le altre virtù perfezionano l’uomo soltanto nelle sue qualità individuali che riguardano lui stesso” (Sum. Theol., II-II, q. 57, a. 1). Pertanto non può esistere vera giustizia senza carità, poiché la vera carità verso il prossimo è proprio quella di usargli giustizia, altrimenti sarebbe una menzogna, un travisamento dell’ingiustizia. Bisogna, quindi, dare a ciascuno ciò che gli spetta, cioè il suo; la mera definizione di legalità di cui si riempiono la bocca gli “Dei giudicanti” dall’alto dell’olimpo “de jure condendo” è pura mistificazione ideologica, applicata all’esercizio di un sistema di giustizia che presenta assurde patologie.

La lettura della parabola “Davanti alla legge” inserita nel capitolo nono del romanzo “Il processo” di Kafka è di stringente attualità: una porta aperta, sorvegliata da un custode, oltre la porta si trova la Legge. Quale legge?  Nessuno lo sa, nemmeno il custode. Ma tutti vogliono conoscere la legge. Anche un uomo, giunto dalla campagna chiede al guardiano di poter entrare, di poter avere accesso alla Legge. Ma questo non è possibile, l’uomo prova a convincere il custode, con mezzi leciti e illeciti. Questi lascia fare, ma non promette nulla né lo lascia entrare. Così l’uomo comincia anche a dimenticare il senso del suo stare davanti alla Legge. La porta davanti a lui è sempre aperta. Alla fine l’uomo venuto dalla campagna muore, ma prima di morire chiede perché nessun altro all’infuori di lui ha chiesto accesso e scopre che quell’ingresso era destinato a lui solo. Quando l’uomo muore, la porta viene definitivamente chiusa dal custode.

Kafka con la sua parabola ci descrive senza alcun infingimento la solitudine umana davanti alla Giustizia, l’uomo consuma se stesso nell’attesa, davanti a qualcosa che è completamente dischiuso davanti ai suoi occhi senza essere capace di vederlo perché è fin troppo visibile. La Legge non rimanda ad altro che a sé: essa include ontologicamente il rinvio all’infinito. La Legge è la Legge, nient’altro: la sua apertura è un’apertura che non permette l’accesso e l’uomo è solo nella sua disperazione di non poter mai avere una vera giustizia poiché essa è priva di carità.

Nell’urgenza dell’ora presente, nella realtà che ferisce la carne, è stata recentemente emessa una sentenza “storica” in terra di Sicilia che condanna i servitori dello Stato, mandando assolto proprio quello Stato che chiese ai propri fedeli servitori di impedire ulteriori stragi. Siamo al cospetto di una magistratura che ricorre a interpretazioni estensive delle norme incriminatrici, non tenendo conto di questioni di diritto “stricto sensu”, pur di arrivare alla repressione dei reati che in un dato momento storico ritiene necessari. Il problema è generale e prescinde dal processo relativo alla oramai nota “trattativa”. C’è una tendenza crescente, di alcuni magistrati, ad esercitare il proprio ruolo indossando la toga come un abito di scena a dispetto del garantismo individuale. È necessario affermare in tutte le sedi che non è possibile perseguire finalità estranee alla legge, prone ad opinioni personali, quando si fa uso dei poteri conferiti dallo Stato; ciò metterebbe a rischio la credibilità della funzione giudiziaria nella società democratica e nel disegno della nostra Costituzione.

Cosi muore l’uomo davanti alla Legge nell’attesa di una giustizia senza verità e senza carità: “No,” disse il sacerdote, “ma temo che finirà male. Sei ritenuto colpevole. Forse il tuo processo non andrà neppure oltre un tribunale di grado inferiore. Almeno per il momento, la tua colpevolezza si dà per dimostrata.” “Ma io non sono colpevole,” disse K., “è un errore. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri.” “È giusto” disse il sacerdote, “ma è proprio così che parlano i colpevoli.” (Il Processo, Franz Kafka)

Gianfrancesco Caputo

[In copertina: Giorgio Vasari, Allegoria della Giustizia, 1542 – Venezia, Gallerie dell’Accademia]

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