Il poeta sulla tomba di Cioran

lettereacioran cop

 

                                                                                                        * per Nicola Vacca

Infinito è lo sguardo del poeta sul futuro

Che apre le porte sullo squallore del presente .

           *Donato Di Poce da Poesismi Cosmoteandrici

Sono passati 3 anni da quando vidi un post su Facebook di Nicola Vacca seduto sulla tomba di Cioran, (una bellissima foto della sua compagna fotografa Giovanna Barone )e da allora aspetto questo libro: “ Lettere a Cioran, (che da subito dissi a Nicola che sarebbe stato il suo libro, anzi IL LIBRO) che gli avrebbe dato la definitiva consacrazione come Critico Letterario, perché quella di poeta se l’era guadagnata con una trilogia da far restare annichiliti(Mattanza dell’incanto, Luce nera, Commedia ubriaca) e con gli altri due libri di critica letteraria( Vite colme di versi e Sguardi dal ‘900), aveva messo subito in chiaro con che personaggio colto, autorevole, complesso  e provocatorio si avesse a che fare.

Il libro è formato da 100 pagine di grazia, illuminazioni, irriverenza, citazioni, frammenti di Cioran e il dialogo (che dura da 28 anni) di Nicola con il suo pensiero in forma di lettere tematiche. Ma il dialogo dell’autore con Cioran non è di tipo elegiaco/discorsivo, ma una lettura filosofica, poetica  e letteraria del corpus sterminato e frammentario di Cioran.

Diciamo subito che là dove la scrittura di Cioran apre varchi sullo squartamento Sociale ed esistenziale che la Storia e l’Uomo operano su loro stessi, Vacca scorge in essa, i semi di un nuovo(forse) vero e unico umanesimo (im)possibile, la ricerca di quella “tentazione di esistere” e del tempo futuro da inventare e costruire.

Il prefatore (Mattia Luigi Pozzi) spiega bene le ragioni del libro e le scelte linguistiche e tematiche che Nicola mette in evidenza come: lo scetticismo e la decadenza; L’immanenza del nulla; La scrittura Apolide; lo squartamento; La scrittura per paradossi; il senso del tragico etc… e Nicola mette in evidenza nel prologo le circostanze della nascita del libro e l’invito a fare un viaggio con lui dentro la scrittura di Cioran, come un commosso atto di devozione al maestro e un esercizio di ammirazione! Che ci svela con questi versi:

Sulla tomba di Cioran

Siamo l’abisso che nessuno racconta.

Di questa terra gli apostoli estremi

della distruzione e della rinascita.

Non smetteremo mai di squartare il tempo

 perché tu ci hai insegnato la vertigine

 degli uomini che non temono la paura.

emil

La forza di attrazione che Cioran opera sull’autore è evidente almeno per alcune ragioni di fondo:  E’ l’autore più paradossale, provocatorio  e tragico del ‘900; è un aforista nato che con l’essenzialità icastica della sua scrittura inchioda alle responsabilità umane; il suo pensiero sempre visitato dal demone dello scetticismo percorre in lungo e in largo le debolezze e nefandezze umane come solo Artaud e Carmelo Bene hanno saputo fare.

E Nicola Vacca, come Cioran, ama attraversare l’abisso della Storia, e del pensiero, toccarne i vertici, scorticare le contraddizioni, provocarne la follia linguistico-esistenziale.

Vacca nelle sue lettere(letture), non ricorre all’elegia, ma sodomizza il suo taccuino eretico, le sue pagine ridotte a cenere, e fa della scrittura per frammenti di Cioran, una preghiera di scrittura tragica, una bestemmia oracolare e metafisica…accade e si evidenzia un trasfert tra il pensatore disperato e il sismografo veggente che a tratti lo scrittore coscientemente diventa.

Ma leggiamo appunto un assaggio della scrittura di Vacca: “

*“Lo scrittore rumeno si interroga «sugli esseri, le cose e i fatti» con la sua prosa che non scinde mai il pensiero dalla vita e apre le ferite del reale nella decostruzione del linguaggio. Egli esplora la propria stessa ebbrezza di ferire, riconoscendo in essa il sentimento vertiginoso di chi esprime unicamente ciò che pensa e non ciò che ha deciso di pensare. I suoi aforismi sono schegge di verità che trovano nel bianco e nero del disincanto il tono giusto per rappresentare la vacuità e la caduta del tempo presente. Da un vacillamento all’altro, il suo pensiero diviene così luogo di interrogazione permanente.” *pag. 44.

Vacca raccoglie (e non nasconde), il testimone che la scrittura di Cioran gli pone e ci regala questo grande libro che è allo stesso tempo un libro di “Confessioni e Anatemi” e allo stesso tempo  “Esercizi di ammirazione” (Non a caso due titoli di Cioran) fino quasi a toccare in molti passaggi la vertigine del paradiso vista dall’inferno della vita e della scrittura.

Vacca è ad oggi e a mia conoscenza, il principe dell’irriverenza, ma ha la grazia spezzata del poeta, tracce d’incanto sopravvissute alla mattanza, la coscienza di un apolide metafisico, le stimmate di un pensiero immanente.

Leggiamo ad esempio a pag. 49 “…Della Francia, Cioran amerà in particolare un tratto distintivo che, a suo parere, rappresenta al tempo stesso un dono e un limite: la socievolezza. Le persone, in questa grande nazione che diventerà la sua casa, sembrano sempre in attesa di comunicare, incontrarsi, scambiarsi parole. Il bisogno di conversazione – non il monologo, né la meditazione – è ciò che anzitutto definisce il carattere di questa cultura. I francesi sono nati per parlare e si formano per discutere: lasciati da soli, sbadigliano. Ed è paradossale che a notarlo sia un pensatore radicalmente metafisico, incatenato a un destino fatale di solitudine e tuttavia incapace di sottrarsi a una prepotente «tentazione di vivere…».

E più avanti a pag. 54/55 Vacca ci da un saggio esemplare della sua scrittura/lettura critica di Cioran: “…Cioran accetta dunque la sfida che il demone della scrittura gli lancia. Ed è proprio l’orrore che ha delle parole a metterlo nella condizione di tentare l’azzardo di una lingua così diretta, a tratti aggressiva, quasi volesse picchiare duro contro una realtà dominata dall’esperienza della noia. Scrivere, per lui, non è davvero concepibile al di fuori di una dimensione singolare, di una immediata implicazione individuale. Si tratta, in altre parole, di un’operazione del pensiero che non può prescindere da 55 un profondo coinvolgimento esistenziale. Cioran era convinto che si cessa di essere scrittori quando non ci si interessa più alla propria vita, poiché il distacco da se stessi rovina il talento e, una volta distrutta la materia prima dell’ispirazione, non ci si abbasserà poi ad andare in cerca di surrogati. Tutti i frammenti del suo pensiero chiamano allora in causa la sua stessa esistenza, inchiodandola sempre alle proprie grandi e piccole miserie, in un contraddittorio procedere per paradossi attraverso il quale lo scrittore manifesta uno sprezzante distacco da tutto, tranne che dalla carne viva del proprio esistere…”

Vacca ad un certo punto (a pag. 69) ci rivela il suo innamoramento(folgorazione) per Cioran scaturito dal titolo in vetrina del libro “Squartamento”  (siamo nel 1981) e ne fa pretesto per rivelarci uno degli aforismi più profondi e toccanti del pensiero e della poetica di Cioran:

“…Come faccio sempre – sorta di rituale irrinunciabile – anche quel giorno la prima cosa che feci non appena ebbi il libro fra le mani fu sfogliarlo, scorrere a caso, con lo sguardo, le sue pagine. Il fato mi destinò un aforisma a pagina 113:

– Il vero scrittore scrive sugli esseri, le cose e gli avvenimenti, non scrive sullo scrivere, si serve di parole,

non ne fa l’oggetto delle proprie rimuginazioni. Egli sarà tutto, salvo che l’anatomista del Verbo.

La dissezione del linguaggio è la mania di quelli che, non avendo nulla da dire, si relegano nel dire.-

Parole che rappresentarono fin da subito per me – da aspirante scrittore quale ero – una preziosissima bussola. Mi accorsi subito che esse non avevano alcun timore di indicare le cose con il loro nome, che mi trovavo al cospetto di un pensiero dinamitardo e perciò da maneggiare con cura. Scrivendo contro il proprio tempo, sfidando a viso aperto tutte le contraddizioni dell’esistenza, Cioran sapeva che non sarebbe piaciuto a molti, ma non se ne è mai davvero curato, consapevole che proprio questo è il destino di opere concepite come lame che affondano per ferire. Ciò che gli interessa è anzitutto scuotere, svegliare…”

Non voglio tediarvi oltre in questa piccola presentazione del libro e vi invito invece a leggerlo prima come ama fare Nicola(tutto d’un fiato, assaggiare qua e là qualche pagina), ma poi di riprenderlo in mano con cura e leggerlo e rileggerlo con l’attenzione che meritano le ostie sconsacrate della scrittura, le ossa fragili delle parole, le nuvole essenziali del nulla e concludo questo mio intervento (che non vuole essere una critica letteraria, ma una testimonianza amichevole e solidale) a un amico scrittore e poeta che seguo e amo da tempo, con questi versi che gli ho dedicato:

UN POETA PIANGEVA SULLA TOMBA DI CIORAN

 

                          Per Nicola Vacca

Un giorno ho visto

Un vento gravido d’azzurro

Portare foglie accartocciate

Dentro il cimitero dei Grandi.

Mentre Parigi danzava nella notte

Tra luci e sogni degli innamorati

C’era una lucciola di vuoto

Accesa sopra una tomba

Con gli occhiali e il taccuino

Posati sopra il cuore.

Un poeta pregava e piangeva

E scriveva lettere segrete

E poesie fatte di dolore

Che nessuna quiete osava declamare.

Tracimava nel silenzio l’inquietudine dei vivi

Che osavano appena esistere

Nel riverbero di una tentazione.

Il maestro dalla tomba

Sussurrava appunti, clamori di vuoto

E di essenze impazzite

Sgocciolii di squartamento

Sommario di decomposizione

Vacillamenti e anatemi.

Il poeta al culmine della disperazione

Prendeva appunti e scriveva

Nel vento e nella notte

Gravido di Parigi.

Il poeta pregava e piangeva

Innamorato della vita e di luce nera

Nonostante la vita e le piazze del nulla.

Il poeta innamorato e folle scriveva e prendeva appunti

Folle, folle, folle d’amore per te Emil!

 

Donato Di Poce

 

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