Un filosofo nel cuore della scrittura

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Il sapere necessita di atti coraggiosi e controcorrente. Quando questi partono dal basso, da associazioni culturali o da piccole case editrici, il mio sostegno è totale. L’operazione de Lamantica Edizioni, poi, è stata straordinaria, perché raccoglie, in un unico volume, tre saggi del filosofo Aldo Giorgio Gargani riguardanti Thomas Bernhard, Ingeborg Bachmann e La cultura austriaca. Il titolo del libro è L’arte di esistere contro i fatti.

Il mio amore per Bernhard è sconfinato; leggere un saggio su di lui era da tempo un mio pensiero fisso, perché se è vero che per comprendere uno scrittore basta soffermarsi sulle sue opere, è anche vero che penetrare nello spirito dei propri pennaioli preferiti non fa mai male. Ebbene, la lettura di Gargani ha sanato alcune mie lacune, ma mi ha anche riportato alla mente interessanti intuizioni sul linguaggio usato da Bernhard.

La grandezza delle opere dello scrittore austriaco sta nella sua frase infinita. Un flusso di parole che si accavalla, che ti cattura e ti trascina nell’abisso, in cui tutto si contraddice, nel quale tutto si disintegra. Non esistono descrizioni in Bernhard, ma solo pensieri sui quali riflettere. Perché? Me lo sono sempre chiesto e proprio questa caratteristica mi ha spinto a leggere gran parte delle sue opere. La risposta sta in questo saggio. Bernhard, così come la Bachmann, ha seguito la tendenza di una frangia della cultura austriaca che, in ogni campo, ha cercato un nuovo linguaggio.

Affidarsi a un nuovo linguaggio vuol dire esistere contro i fatti, ossia, non descrivere il mondo così come l’ho trovato, seguendo quel percorso orizzontale in cui ogni cosa appare logica concatenazione di eventi, ma ponendosi al di sopra della realtà distanziandosi da essa. Attraverso questa operazione, la lingua genera un mondo nuovo, in cui anche la filosofia diventa poesia. Ma per fare questo bisogna scendere nel profondo della propria coscienza. Far coincidere l’etica con l’estetica.

Su questa importante lezione, Bernhard fonda le sue opere. La sua scrittura rifiuta la descrizione proprio perché nulla del vecchio mondo deve essere salvato. I suoi personaggi sproloquiano per dissolvere ogni immagine conosciuta, ma, nello stesso momento, scendono nel loro intimo e pongono in rilievo il contenuto di verità che è nella menzogna. Cosa vuol dire? Semplicemente questo: poiché la verità non esiste, ma ogni sistema è costruito sulla menzogna, si può smascherare solo la parte di verità che rende palese la menzogna. Chi va oltre questo limite, però, o impazzisce o si uccide.

La vita è menzogna, la morte è verità.

Gargani prende molto in considerazione il romanzo di Bernhard, Correzione. Non è un caso che il protagonista, Roithamer, sia un alter ego del filosofo Wittgenstein. In questo capolavoro il nuovo linguaggio prende forza. La nostra vita è una continua correzione, man mano che apprendiamo correggiamo ciò che pensavamo precedentemente, ma quando si arriva al limite, la correzione finale può essere solo il suicidio. Questo avviene perché sapere non ci aiuta a far luce in noi, ma ad innalzarci nell’abisso. Più conosciamo, più ci inoltriamo nella nebbia, perché aumentano le domande che non troveranno risposta. Di qui, la condanna di Bernhard nei riguardi del positivismo, che ha reso il linguaggio servo della realtà.

Cos’è quindi la scrittura? L’unico modo per difendersi dall’oblio, l’unica arma con cui poter scrutare in maniera critica il contenuto di verità della menzogna… a patto che si abbia il coraggio di cercare un linguaggio nuovo, che sia al servizio della nostra guerra contro i fatti, ossia, contro la realtà.

Di questo e altro parla il libro di Gargani, pubblicato da Lamantica Edizioni.

Penso che ci siano mille buoni motivi per leggerlo.

Martino Ciano

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