Un viaggio nelle allucinazioni della letteratura

Milan Kundera in Testamenti traditi scrive che le opere davvero grandi possono nascere solo dentro la storia della loro arte e partecipando a questa storia.

Lo scrittore boemo afferma questo partendo dalla convinzione che la Storia dell’umanità e la storia del romanzo sono due cose del tutto diverse. La prima non appartiene all’uomo, la seconda è una perenne ricerca di senso dell’umano. Il senso della storia del romanzo è appunto la ricerca di questo senso.

E poi leggo Oltrepassare, il  romanzo di Martino Ciano, e ci ritrovo tutte le considerazioni di Kundera sulla letteratura e il romanzo.

Dopo Zeig lo scrittore calabrese si avventura in un’altra originale e magnifica impresa letteraria inventando un’altra storia insolita e originale che affonda le radici proprio in quella ricerca letteraria complessa senza la quale non esiste il romanzo e nemmeno la letteratura.

La letteratura per Martino Ciano è il modo più efficace per comunicare il disagio. Anche il narratore senza nome e sempre più disperso scrive per questo motivo e vede nelle parole una sorta di epifania indecente in cui i deliri, le visioni e le allucinazioni lo riportano in un immenso buco nero in cui si vede perseguitato da mostri d’inchiostro dai volti inumani

A un anno dalla sua pubblicazione Martino Ciano ha accolto il mio invito a rispondere ad alcune domande.

Oltrepassare non è un romanzo qualunque. La tua scrittura è un metodo d’indagine che cerca indizi. Nel tuo libro le parole si frantumano per ricomporsi intorno a una trama assente che contiene storie infinite che tu racconti. Ci vuoi dire come hai avuto l’intuizione per scrivere questa storia?

R: All’inizio, questo romanzo era solo un insieme di appunti scritti a mano. I fogli erano contenuti in una cartellina, alcune riflessioni risalivano al 2015. Poi, rileggendo, ho notato che c’era un filo conduttore, un’inquietudine di fondo che aveva la forza di anticipare gli eventi. Mi è bastato unire i pezzi dando loro una coerenza, ed ecco Oltrepassare. Ogni frammento è parte di un io disgregato, caotico, incoerente, in cerca della sua sintesi. L’intuizione? Il simbolo come luogo in cui sopravvive l’ambivalenza dei significati, l’uomo-simbolo come lotta tra essere e non essere; la vita-simbolo come scontro tra pulsione erotica-creatrice e pulsione di annientamento.

Cosa ti aspetti dalla letteratura?

R: Nulla, perché nulla salva il mondo o rende la vita dell’uomo migliore. Ognuno fa un discorso personale con se stesso e si nutre delle proprie convinzioni quotidiane. Ognuno vuole il proprio benessere e poche volte esso coincide con quello degli altri. La letteratura mi ha solo confermato queste cose. I classici ti dimostrano come il particolare stia nell’universale. Il dolore di una persona contiene il dolore dell’umanità dall’alba dei tempi. Le nostre reazioni davanti alle gioie e alle sciagure quotidiane non sono differenti da quelle dei nostri avi. La nostra storia è fatta di ripetizioni. Diciamo di aver appreso la lezione, ma, dopotutto non cambia nulla. Basterebbe leggere il Qohèlet per mettersi l’anima in pace. Nonostante questo, ciò che mi ha spinto a leggere senza sosta è solo la voglia di indagare, ma non attribuisco nessun potere salvifico alla letteratura o all’arte in generale.

La tua scrittura è radicale, le parole sanguinano sulla pagina, non alludono mai, arrivano a noi lettori come schiaffi. Oltrepassare è un insieme di allucinazioni ma è anche un romanzo in cui il suo narratore si perde nei mondi che inventa senza perdere mai tutte le ragioni del sangue delle parole. «Sarò semplicemente il narratore, colui che sa più di tutti, più di quanto si possa immaginare. A volte mi stupisco della mia fantasia, della pulsione di morte che si agita in me, che mi fa ribollire il sangue». Queste sono le premesse con cui il narratore si accinge a raccontarci nel libro la sua storia.

Cosa c’è al di là di Oltrepassare? Che significa scrivere per te?

R: Oltrepassare è stato un gioco, così come scrivere è per me un gioco. Non ho pretese. Qualsiasi parola scriverò e tutti i pensieri che formulerò saranno inutili. Anzi, penso che se ne possa fare a meno a prescindere. Il momento più bello resta quando la sera posso dedicarmi a ciò che mi fa stare bene. Quando leggo e scrivo sto benissimo, ad esempio, perché posso calarmi in me stesso come non mai, senza veli e senza censure. Nella citazione che hai riportato sottolineo l’importanza dello stupore, non come autoesaltazione, ma come volontà di ricerca, perché stupirsi vuol dire scoprire qualcosa che implica una ricerca. È la base della filosofia, d’altronde. Per me, scrivere è cercare in se stessi, scavare. La frustrazione che ci agita è la voce delle nostre nevrosi. La nevrosi è un’oscura camera d’aria che separa il nostro io dai modelli sociali. È lì che siamo veri, è lì la nostra ribellione, è lì che avviene l’oltrepassamento, ma viviamo in una società salutista, nessuno può accettare di essere malato. Ogni mattina ci alziamo con il solo pensiero di essere socialmente utili e tutto ciò, a lungo andare, ci pesa. Anche se affranti, l’importante è il think-positive. Con ciò, tutti dobbiamo darci una motivazione per sopravvivere, la mia in molti casi è la spensieratezza.

Nicola Vacca

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