Il film dei film e il sogno americano

È  definitivamente tramontato il sogno americano ?                                                              

E se sì, di quale sogno, o meglio, di quali sogni stiamo parlando ?                  

Ma soprattutto, dovremmo chiederci: da quale sponda dell’Atlantico la stiamo osservando.                                                                                                                            

Il sogno dell’America di se stessa ad ovest dell’Atlantico o il sogno d’America  del resto del mondo ad est dell’Atlantico ?                                                                  

Quante Americhe!                                                                                                             

Perché se è indubbio che ogni persona che abbia messo piede negli USA  lo ha fatto inseguendo il suo personalissimo sogno, anche  “ gli altri “ nel resto del mondo sono vissuti, soprattutto nel secondo dopoguerra, con almeno un occhio che sbirciava verso di lei, ciascuno camminando a suo modo, “      tra la ( sua ) Via Emilia ed il West “ come direbbe Francesco Guccini, magari sulle note del Padrino o  di Apocalypse now, ma anche delle Situation comedy come Sex and the city odelle tanto vituperate soap fino a scivolare dal sogno all’incubo dei mutui subprime della Lehman Brothers che innescarono la grande crisi economica del 2008.                                                           

Persino gli stati dell’ex blocco del cosiddetto socialismo reale che volevano rappresentare l’esatta antitesi dell’Occidente capitalistico  hanno vissuto con l’ossessione d’America.                                                                                                               

Allora si fa strada il legittimo dubbio che ognuno si fosse ritagliato la sua idea di America, che al di là di una basilare libertà ed una griglia di opportunità inequivocabili, venisse pensata un po’ come un Eldorado  cucito su misura o all’opposto come l’Impero del male  con l’espressione con cui ancora oggi   parte del mondo arabo la definisce.                                                                                                                     

Perché, dunque, nonostante il perdurare delle diseguaglianze sociali, un welfare praticamente inesistente, una sanità pubblica cenerentola rispetto a quelle delle altre potenze occidentali,  milioni di homeless e disoccupati, un tasso di violenza e di criminalità elevato, la detenzione di armi da parte della popolazione e, last but not least, la persistenza di una realtà stridente con il diritto quale la pena di morte, il mito americano resiste anche a queste massicce proteste innescate dall’ ennesima uccisione da parte della polizia di un afroamericano?                                                                                                             

Forse perché spesso si sono scambiati e confusi la realtà e il folklore.                        

Si è messa in vetrina la modernità e la tolleranza se non l’apertura mentale delle grandi città della costa ( New York, Washington, Miami, San Francisco )  e si è ridotta a folklore la figura del cow-boy pistolero delle mandrie texane. Ma quegli uomini a cavallo non sono figure retrò di western hollywoodiani che si difendono dalla violenza di “ indiani “ malvagi ma costituiscono la falange compatta delle chilometriche terre di mezzo americane che continuano a credere strenuamente nell’uomo bianco padrone di tutto che, tuttalpiù, concede ai  “ colored “, di qualunque sfumatura, un recinto isolato nella forma delle “ riserve “ per i “ nativi “ nell’avanzata verso Ovest e quella dei vari “ bronx “ o ” ghetti ” successivamente per neri e ispanici delle moderne metropoli.                                                                                                                             

Una sanguinosa guerra civile della metà dell’800 ha messo un grosso bavaglio a parole innominabili come schiavitù, segregazione, violenza ma forse non ha mutato davvero il pensiero di coloro che le rivendicavano come un dato di fatto.                                                                                                                      

Non è allora solo il “ sogno borghese “ che si dissolve negli anni cinquanta del secolo breve nella Morte di un commesso viaggiatore  di A. Miller  interpretato da un magistrale Dustin Hoffman ma anche l’America “ On the road “ di Kerouac che decreta la polverizzazione dell’American way of life e  rubrica a rottame-cimelio da turismo anche la storica Route 66.                            

Forse il midollo coriaceo e indigesto dell’America risiede proprio nello spirito wasp ( white-Anglo-Saxon Protestant ) che permette all’arroganza elitaria da puritanesimo di compiere un gesto inimmaginabile fino a qualche anno fa nella pur cristiana Europa : brandire la bibbia come una clava.                       

L’immagine di Trump che in tale postura vuole domare la rivolta di migliaia di cittadini indignati per l’omicidio dell’afroamericano George Floyd risulta allo stesso tempo patetica ed inquietante.                                                                      

Tutto ciò, allora, cosa centra con il Guggenheim, il Metropolitan, il MoMa o con figure come Albert Einstein,  Enrico Fermi, T.W. Adorno, Hannah Arendt e moltissimi altri scienziati ed intellettuali europei che si trasferirono in America o con  emigrati di prima ( Woody Allen ) o di seconda generazione  ( Philip Roth ),  solo per fare alcuni esempi tra i numerosi possibili  ?                                                                                                                      

Sono costoro che hanno conferito pensiero ed originalità alla cultura americana in cambio dell’accoglienza.                                                                      

Paradossalmente se non si fosse verificato il secondo conflitto mondiale la cultura americana non sarebbe stata come la conosciamo, non sarebbe stata la stessa.                                                                                                                                     

E allora il melting pot americano forse sarà ancora pensabile se si lascia a ciascuno la possibilità di raccontare la sua America.                                                       

Le imponenti manifestazioni di questi mesi in molte città degli Stati Uniti testimoniano la necessità di questa diversa visione, condivisa, peraltro, anche da molti bianchi.                                                                                                                      

La favola americana mantiene il diritto di essere rappresentata anche fuori dai suoi confini per quella rete intricatissima che la lega al resto del mondo e proprio C’era una volta in America del nostro Sergio Leone ne è un esempio importante  tra stereotipi e realtà.                                                                                                                  

Un’ America, comunque, costantemente in cerca radici, di archetipi  cui ispirarsi ora più che mai nella perdita di smalto del ruolo di dominus mondiale ricoperto fino ad ora, che le parole crude di Kerouac colgono a pieno:  Nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio di diventar vecchi, allora penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo…”.

Paolo Fiore

3 pensieri su “Il film dei film e il sogno americano

  1. Chiedo preliminarmente scusa all’articolista per il ritardo con cui inoltro il commento relativo, non dipendente certamente dalla mia volontà. Il testo in questione presenta in comune con quelli precedentemente pubblicati una profonda conoscenza della realtà contemporanea, il rigore del pensiero e la serrata argomentazione. Tutto ciò rimanda alla cultura poliedrica dell’autore, particolarmente significativa in un’epoca in cui non di raro si deve parlare piuttosto di pseudocultura.

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    1. Aggiungo anche come si elenca in modo ordinato e consonante con il discorso tutta quella serie di film che hanno raccontato l’America. La relazione poi tra L’Europa e specialmente l’Italia e questa America è affettuosa. C’è un volersi bene nascosto. Quale sono le basi necessarie e quei essenziali valori di vita sociale e comunitaria di cui hanno bisogno gli Americani perché perduri nei secoli la civiltà dell’America. Sicuramente i loro intellettuali devono studiare bene questo magari guardando anche fuori dal loro paese. Non sarà necessario che continui ad essere il sogno ma è assolutamente necessario ed anche storicamente bello che continui ad essere Grande.

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