La fine della politica

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La politica sembra non avere più un ruolo definito, o meglio il ruolo della politica allo stato attuale assume contorni di separatezza dall’esercizio del potere, la dimensione politica appare legata molto di più a dinamiche di carattere locale e l’esercizio del potere si trasfigura diventando elemento essenziale della mobilitazione globale della tecnica e del mercato.

Diventa impellente pensare ad una nuova forma della politica che sia in grado di gestire l’integrazione tra mercato globale e potere, ciò al fine di indirizzare il fenomeno in senso più solidale e sociale, infatti è di tutta evidenza che il neoliberismo, divenuto nuova religione di stato, provoca enormi deficit di democrazia che impongono un rielaborazione del controllo democratico dell’economia.

Tuttavia i governi degli stati-nazione presentano un duplice limite al libero dispiegamento dell’esercizio del potere, da un lato le esigenze e le pressioni del corpo elettorale che devono necessariamente essere tenute nel dovuto conto per la preservazione del potere delegato dallo stesso corpo elettorale, dall’altro il capitale globale provvisto di una noncurante libertà assoluta che va oltre la possibilità di controllo dei governi, libertà assoluta di movimento che ferisce valori, tradizioni e leggi.

La contraddizione tra le esigenze del corpo elettorale e il vero potere esercitato dal capitale globale limita gravemente il campo delle decisioni che i governi degli stati-nazione possono assumere, rivelando tutta l’inadeguatezza di istituzioni che sono costrette a disattendere le aspettative del popolo vero ed unico soggetto politico.

L’ansia delle privatizzazioni e dei tagli lineari in ampi settori a gestione pubblica, fa emergere i veri motivi del vuoto di potere espresso dai governi degli stati-nazione che solo nominalmente possono definirsi sovrani, infatti la corsa frenetica a scorporare ed esternalizzare funzioni essenziali e strategiche, lasciandole ad un presunto ruolo sussidiario privato, hanno generato l’ingovernabilità delle emergenze sanitarie e non sanitarie.

È paradossale dover pensare che la forma più equilibrata di integrazione tra politica e potere risieda quasi esclusivamente nell’ambito degli enti territoriali ovvero regioni, città metropolitane, comuni. Senza alcun dubbio Aristotele individua nello spazio della “polis” la dimensione più autentica dell’uomo razionale e sociale che si esalta attraverso la vita attiva ovvero la politica, ma al cospetto di un mondo soggetto all’imperio della mobilitazione globale della tecnica e del mercato sorge l’interrogativo se è possibile considerare l’uomo ancora un animale razionale, sociale e quindi politico.

Il passaggio da una società di produttori ad una società di consumatori governata dal vero potere dell’economia globale è la chiave di lettura della probabile fine della natura politica dell’essere umano, ma noi non possiamo smettere di credere al valore della libertà intesa come giusta scelta solidale e comunitaria, abbiamo ancora bisogno di prendere le giuste decisioni per non perdere la nostra umanità, abbiamo ancora bisogno di credere al popolo quale vero soggetto politico.

Per fare questo abbiamo la necessità di superare l’attuale destrutturazione dell’integrazione tra le persone intesa quale identità politica, riedificando un “habitus” favorevole alla crescita del senso di solidarietà comunitaria, incoraggiando la percezione degli interessi comuni attraverso il dialogo, elemento essenziale della politica, scoraggiando invece la pletora di monologhi conflittuali che divide e rende deboli i legami inter-umani vanificando la validità di ogni azione collettiva.

Inoltre è necessario ridurre il vertiginoso aumento delle diseguaglianze sociali che portano all’intensificarsi delle divisioni e ricondurre le “élites”  economiche, politiche e culturali alla responsabilità verso il popolo in qualità di soggetti politici al fine di disinnescare la separatezza tra politica e potere.

Oggi non è la malattia che sta mietendo vittime in questi tempi di emergenza sanitaria, ci sta uccidendo il nulla, il nichilismo generato dalla mobilitazione globale della tecnica e dell’economia che sta decretando la fine della politica e di conseguenza dell’uomo animale razionale e politico, la cessione di sovranità individuale ad apparati non politici ma ormai tecnocratici che utilizzano l’alibi della necessità emergenziale, sta uccidendo la libertà di ognuno inoculando il “virus” ovvero il veleno del controllo sociale totalitario, questa sarà l’eredità di questi tempi di morte e di non-vita.

Gianfrancesco Caputo

(in copertina: Renato Guttuso)

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