L’AULA DEI MIRACOLI E LA SCUOLA DELLA REPUBBLICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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Indotta anche dalla lettura di un articolo sul “corpo del docente “  firmato da Alberto Melloni, ripenso all’aula, non virtuale, dove il sapere è cosa che viene messa in discussione ogni giorno da soggetti che è più difficile definire fruitori o utenti e mittenti e che proprio per questo riesce ad essere cosa viva, che va oltre ogni “riduzione wikipediana” o concezione trasmissiva di saperi strumentali: il limite dell’insegnamento digitale è proprio quello di precipitare i protagonisti di un confronto, che è fonte di crescita umana, in una sorta di abisso nullificante, in cui il soggetto è oscurato o relegato in un luogo chiuso a quella comunicazione che è anche corporea e il sapere è ridotto a conoscenza strumentale, mentre la motivazione, come domanda da cogliere sulla pelle e negli occhi o in un gesto del cosiddetto discente, scompare, cade di fronte all’oscurità di un dogma utilitario, che prescinde da ogni qualsivoglia domanda di senso. E non c’è domanda di senso che non sia iscritta nel corpo vivo di ognuno di noi: è per questo che la lezione di un docente in presenza vale “mille volte la conferenza di un divulgatore che parla a nessuno da mille schermi” o l’offerta anonima di file e materiali pluriutilizzati perché buoni per tutti e per nessuno, che è ciò che consentono di fare alcune piattaforme utilizzate oggi dalle scuole.

Tutto ciò che si può realizzare con la D.A.D. o con la F.A.D. è lontanissimo dalle potenzialità e dalla finalità della scuola della Repubblica ed è confinamento del sapere in un luogo asfittico e anonimo, che ne promuove una concezione negativa e fuorviante, peraltro pericolosissima. Non c’è sapere chiuso al confronto e distante dalle esperienze di vita reali e personali, che non riduca il soggetto di un’esperienza vitale a ingranaggio asettico e perfettamente sostituibile di un processo animato da finalità lontanissime ed estranee a quelle che sono le sottese ragioni umane e i relativi contesti.

Se la scuola della Repubblica è stata il luogo in cui molti miracoli potevano avvenire, la D.A.D. e la F.A.D. che già da tempo tante persone osannano è il non luogo di una formazione intesa come crescita umana e di una cultura capace di orientare il sapere acquisito, facendo in modo che esso non resti un cieco strumento di potere.

Mi chiedo del resto, aprendo una parentesi relativa ad uno dei tanti miracoli che solo, o in particolare, in un’aula della suddetta scuola potevano avvenire, come non definire un evento intriso di profonda magia quello per cui, da un lato, in una vecchia e lontana aula un docente si inoltra, trascinando con sé un’intera classe, nell’Infinito di Leopardi, come nel luogo di un altrove che rivive nella sua stessa carne, già avvezza a tali incredibili frequentazioni, e dall’altro, passati molti decenni da quel momento, e mentre siamo immersi fino al collo in un diverso tempo, che ogni giorno sembra ribadire il senso del limite e del confinamento in una sorta di irreale e inspiegabile prigione, all’improvviso nel pieno di un mattino che non sembra diverso dagli altri, quell’ “Infinito” inizia a risuonare in noi, senza che in alcun modo l’avessimo coscientemente rievocato, e si ripete in quegli stessi incredibili versi che ogni sostanza d’infinito riescono ancora e per sempre a sprigionare, facendoci in qualche modo andare oltre, più a fondo e più lontano dall’orizzonte incerto e rabbuiato che ogni giorno torna ad offrirsi ai nostri occhi.

Forse, oggi più che mai, rivendicare un tempo per riflettere anche sul ruolo della scuola, dovrebbe portarci a ribadire con forza che il saper distinguere gli strumenti dai fini, il saper valutare con consapevolezza i fini e interrogarsi sul senso delle cose e delle scelte, resta forse l’unico terreno su cui sarà possibile continuare a  coltivare la materia umana sul pianeta.

Patrizia Garofalo

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