Nella carne della parola

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C’è nell’uomo un punto oscuro che non si vuole indagare, perché a farlo il rischio che ne deriva potrebbe causarci spavento, dolori e pene insopportabili.

Le poesie di Nicola Vacca hanno questo dono, ogni componimento ci pone difronte a questo passaggio che diventa necessario per capire la nostra umanità e fare i conti con l’insondabile e il temuto smarrimento che ci procura.

In “Non dare la corda ai giocatoli” Marco Saya edizioni, nuova raccolta di  poesie del poeta e critico letterario N. Vacca, la potenza di parole infuocate e senso d’introspezione, va al di là delle domande e con grande coraggio, qualità che ha sempre contraddistinto il poeta, prende a picconate il nostro tranquillo e incosciente sopore del quotidiano, nel quale ci siamo per convenienza esistenziale, adagiati. “…Un controcanto di pretesti/ si mangia le ore di occasioni perse.”

In attesa di Godot, che non vedremo mai arrivare, consumiamo i giorni lasciandoci oltrepassare dallo spettro della nostra esistenza “…Tutti gli orari sono in ritardo/ ai viaggiatori non resta altro da fare:/aspettare i treni che non passeranno.” cercando riparo negli egoismi senza sapere se ci sarà salvezza. “ ..L’ultimo passante ha aperto l’ombrello/ non sa ancora se si metterà in salvo.”

Il sogno è rimedio improbabile al dramma “…Non diminuisce il numero degli impiccati/ alla corda del sogno.” e l’amore potrebbe determinare un possibile risveglio, ma per amare bisogna inabissare l’io che invece predomina dove  “…fuori è davvero tutto feroce/ e nessuno sembra interessare a nessuno/ esistenze si avvicendano per le strade/ che è la fretta di arrivare prima degli altri.”

Nicola Vacca sa bene  e ce lo dice con accorato sapere poietico che a nulla valgono i goffi tentativi di elevare ad ideologie il consumo e/o le tensioni verso l’alto, quasi come se attraverso queste pseudo-ascese ogni nostra gravità possa trovare dispense e assoluzioni.

Non c’è rimedio che può scaturire dal nulla, perché il nulla genera altro nulla “Non c’è una stella da seguire/nessun firmamento/per noi che non brilliamo mai./ Qui è davvero finito tutto/anche l’infinito è finito.”

La corsa a cercare scampo non ha traguardi e al fotofinish non c’è arbitro che certifichi il nostro tempo. Con il poeta vale la pena intraprendere questo viaggio e se alla fine vogliamo ancora resistere, rileggiamo ogni sua poesia “…perché  non tutto mette radici nel vero/ forse è per questo che un pensiero apre un pensiero.” E se “come Diogene cerchiamo l’uomo e la lanterna è spenta” non avvertiamo che “…Ci siamo persi per sempre/ perché non ci siamo mai ritrovati.”

La parola di Vacca in questo libro diventa carne pronta ad essere divorata, eucarestia laica di un rito che celebriamo sull’altare della nostra assenza.

Gianluigi Pagliaro

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