Il maudit Jean Genet. Brevi cenni su Querelle de Brest.

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“Ogni oggetto del vostro mondo per me ha un senso diverso che per voi. Io riconduco tutto al mio sistema, dove le cose hanno un significato infernale”.  Jean Genet, Il miracolo della rosa

“Voglio aggiungere alcune parole a titolo personale. Come Presidente della Giuria non sono riuscito a convincere i miei colleghi a premiare il film “Querelle” di Rainer Werner Fassbinder. Sono stato il solo a difenderlo. Tuttavia continuo a credere che l’ultima opera di Fassbinder, che lo si voglia o no, che la si deplori o no, avrà un giorno il suo posto nella storia del cinema.”
Marcel Carné, Presidente della Giuria del Festival di Venezia 1982

Chi desideri leggere Querelle di Brest di Jean Genet e creda di aver centrato il bersaglio tornando da una biblioteca con il bottino, il volumetto dal fascino vintage edito nel 1983 dalla Mondadori (dove l’opera è associata a “Pompe funebri”), o dopo averlo rintracciato su Amazon, potrebbe non rendersi conto immediatamente – come è accaduto a me –  che si tratta di un’edizione purgata e censurata in modo violento. Potrebbe consolarvi constatare che la bellissima traduzione è stata realizzata da Giorgio Caproni, ma questo non potrà bastarvi: al testo sono state tagliate braccia e gambe.

Per fortuna, ma solo dal 2000, Il Saggiatore pubblica finalmente l’edizione integrale del romanzo.
La nuova traduzione fa perdere notevolmente attrattiva al testo, ma almeno possediamo l’intera storia del marinaio assassino Querelle.

Il libro è un capolavoro di non facile accessibilità. Come il suo autore, non desidera essere amato a tutti i costi. Genet riusciva a guadagnare il pane con le commedie, che non necessitavano di censura, se la cavava così. I romanzi sono censurati persino adesso, in parte, in Francia dalla Gallimard. Sono opere “totali”, che restano tuttora urticanti per i più; che non regalano consolazioni, non scivolano in rassicuranti moralismi di convenienza.

Le scene sessuali non sono rassicuranti come quelle di un buon romanzo erotico della tradizione; sono una rappresentazione vitale, diretta, profonda delle pulsioni erotiche, della libido. Sono dettagliate, efficaci, trionfanti.

In generale, Genet mostra la “materia” così com’è, nera e cruda, nello stesso modo in cui si mostra Querelle al Tenente Seblon dopo il suo ultimo delitto: sporco di carbone, nel suo processo di nigredo, che non porta mai a una trasformazione. Si resta nella tenebra.
Ma una tenebra nobilitata, adorata dall’autore.

Oltre a dare una corposa sensazione di futilità ai delitti di Querelle, elemento che non ce lo può rendere amico, lo scrittore, brechtianamente spezza sovente il filo narrativo con osservazioni personali, con annotazioni.

Nel seguente brano coinvolge il lettore persino in possibili deviazioni dalla trama:

Tuttavia, per non infastidire troppo il lettore, e certi che egli completerà, col suo stesso disagio, il contraddittorio, il ritorto procedere dell’idea dell’omicidio in noi, molte son le cose che ci siamo negate. Facile è far visitare l’omicida dall’immagine del fratello. Farlo uccidere dal fratello. Fargli uccidere o condannare il fratello. Numerosi sono i temi sui quali poter ricamare stucchevoli abbellimenti. Neppure insisteremo sui desideri segreti e osceni di chi sta avviandosi verso la morte.

Sempre per ottenere un effetto straniante, mette in bocca ai personaggi dialoghi surreali e quasi arcani, come nella sequenza narrativa in cui i fratelli Querelle e Robert lottano, interrotti per fortuna dalla “madame”, da una pattuglia della polizia.

Ma la gente di quella via, così attenta dal balcone, non poteva udire un dialogo ben più commovente delle parole che i due si stavano scambiando:

“Sto attraversando un fiume coperto di trine. Aiutami! Sto approdando alla riva…”

  • “Sarà dura fratello mio: offri troppa resistenza…”
  • “Che dici? Sento appena appena”
  • “Salta sul mio riso. Agguàntati. Non far caso al tuo dolore. Salta.”

Insomma, Genet utilizza ogni mezzo per far sì che non si creino  transfert e proiezioni sui personaggi che, ieratici e formidabili, restano come icone su sfondo dorato, come statue di un tempio greco, ben staccate sul fondo di una Brest quasi di cartone.

Rainer Fassbinder, quando realizza il film Querelle lo gira in uno studio teatrale, lo illumina con luci innaturali, giallastre; i personaggi sono stilizzati anche grazie a costumi di scena enfatizzati, quasi grotteschi: realizza sapientemente l’atmosfera di sublime finzione a cui tiene Genet.

Un film splendido, montato e uscito nel 1982, appena dopo la morte precoce di Fassbinder, che come il libro da cui era tratto raccoglie censure e reprimende dai critici.

Vado per cenni, perché una recensione di “Querelle di Brest” dovrebbe avere la lunghezza di un saggio: il libro, certamente, tratta di uomini, di “maschi”, di omosessualità. In un periodo storico in cui non si potevano vivere sans doute serenamente le proprie preferenze sessuali, Jean Genet vuole gettare le basi di una nuova letteratura, che ha pochi o nessun precursore.

La poetica di Genet utilizza un linguaggio articolato e accuratissimo, includendo termini e descrizioni di atti sessuali in modo esplicito. Lo scrittore chiama le cose con il loro nome.

Il membro maschile è quasi un’ossessione, presente nei discorsi, nelle descrizioni di ripetute masturbazioni, di penetrazioni vissute o ricordate. Sono utilizzate spesso le parole di solito escluse dal registro linguistico medio-alto come “pompino”, cazzo”, “uccello”, “merda”, e così via.

Il membro maschile viene raffigurato furtivamente dal tenente Seblon nei pisciatoi. Le descrizioni di atti sessuali avvenuti o solo desiderati sono arricchite da metafore preziose, da riferimenti religiosi, mistici. Genet, come sempre, mescola sacro e profano, linguaggio basso e linguaggio alto. Proprio questo intreccio fra erotismo e sacralità che opera continuamente l’ha fatto tacciare di blasfemia, l’ha segnato come maudit.

Un giorno che gli aveva offerto un bicchiere di porto, Querelle aveva risposto che non poteva bere alcool a causa di uno scolo. (Mentiva: d’istinto, per attizzare ancor più il desiderio del tenente, si era inventata una malattia da maschio, da “scopatore” accanito). Nella sua ignoranza di questo male, Seblon immaginò sotto la tela azzurra il sesso ulcerato che sgocciolava come un cero pasquale in cui siano stati incastrati cinque grani d’incenso.

Il vero protagonista della storia non è, forse, il marinaio Querelle, il marinaio di tutti i marinai; ma   l’omicidio, visto come atto sacro, inevitabile, deciso dagli dei.

La narrazione si svolge fra l’imbarcazione Vengeur, il bordello Feria, e altre zone poco connotate (il bosco, i pisciatoi, il bagno penale, la baracca dei muratori); come d’altronde non realistici sono la nave e il casino di Brest. Il paesaggio, nel complesso, sembra arreso alla nebbia, che è talmente avvolgente da essere quasi un altro dei personaggi principali del libro.

Oltre al gruppo dei marinai, si può identificare il gruppo dei muratori: come a distinguere e a connotare “uomini di mare” e “uomini di terra”.
Uno dei muratori, Gil, compie un omicidio, ma di marca molto diversa da quelli di Querelle.
Lo stesso, Querelle prova grande interesse per l’uomo, perché in qualche modo intrattenere una relazione con lui può interrompere per un attimo la sua infinita solitudine d’assassino.

Contrappunto del mondo maschile, nella narrazione, l’unico personaggio femminile presente è di spicco.

Lysiane, regina del bordello La Feria, intreccia il suo destino con quello di alcuni dei protagonisti della storia.

Della perla, Lysiane aveva la dolcezza, uno splendore smorzato proveniente non tanto dalla sua carnagione lattea, quanto da una riserva, in lei, di felicità calma illuminata da una pace interiore. Le sue forme erano tornite, lisce e ricche.

Il suo corpo e il suo carattere sembrano disegnati per rimarcare ancora di più la prepotente  e dominante presenza del maschile nel testo.

In questo milieu letterario, Genet pone Lysiane in una posizione di anti-musa: è una sorta di icona rovesciata della “donna angelicata”, degna d’amore, vincente in ogni letteratura e in ogni tempo. Lysiane, infatti, con grande irritazione, si sente esclusa dall’amore che provano fra di loro Querelle e Robert, anche se riesce a possederli fisicamente entrambi. Suo marito Nono non fa caso alle infedeltà della moglie, e la usa come merce di scambio in un gioco di dadi che gli permette di vivere la sua parte omosessuale. Chi gioca con lui, e perde, diventa il suo amante.

Imperiosa, barocca, Lysiane ha comunque uno sguardo fine, che penetra la realtà; sembra tenere in mano le carte per comprendere aspetti dell’esistente che sfuggono agli altri (fa eccezione a questo il tenente Seblon, che ha qualche capacità di osservazione). Gli altri, persi e arresi in un’esistenza piatta, fatta di routine e di passività nei confronti di ciò che accade.

Era certa ora che i due fratelli si amavano a tal punto da aver sentito la necessità di una terza persona che li staccasse l’uno dall’altro, che operasse una diversione. Provava la vergogna di sapere – anche se non ci credeva – che quella persona era lei.

Chi leggerà Querelle di Brest si troverà catturato in un labirinto di suggestioni, dove i personaggi sembrano non esistere realmente, dove si possono rintracciare continuamente doppi di qualcosa o di qualcuno che è stato già evocato e descritto qualche pagina prima.
I fratelli appaiono uno la copia dell’altro, sono intimamene legati. Ci sono due omicidi; inoltre, il secondo assassino, Gil, assomiglia anche al fratello di Querelle. Gil desidera Paulette, che ricorda il fratello Roger come una goccia d’acqua. Il gioco dei dadi di Nono sdoppia le possibilità del caso.

Sappiamo solo, alla fine, che senza Querelle tutto ciò che si racconta, nebbioso, quasi indistinto, non ci sarebbe mai stato: Querelle, come il personaggio principale di Teorema di Pasolini, è il visitatore divinamente diabolico che dà senso a quello che incontra. Che trascina con sè i personaggi nel buio di una prigione o nella consapevolezza della loro inadeguatezza.

Un libro che resta un enigma, nella sua apparente e solida decifrabilità.

Uno scrittore troppo grande per la sua epoca, e ancora di più per la nostra.

Patrizia Caffiero

(Querelle di Brest, ed. Il Saggiatore, 2000, ristampato nel 2016)

3 pensieri su “Il maudit Jean Genet. Brevi cenni su Querelle de Brest.

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