SERGIO LEONE, TRENT’ANNI DOPO

leone

I trent’anni che ci separano dalla scomparsa di Sergio Leone non sono stati indolori per il cinema italiano. Commedia e Impegno civile recepiti come generi ineludibili e forzatamente popolari, autori e titoli realmente interessanti sempre più esclusi dai circuiti di ditribuzione tradizionali e, più in generale, l’estinzione di un’idea di cinema bigger than life che renderebbe impossibile, nella scena contemporanea, non solo l’esistenza dello stesso Leone ma anche di Fellini, Visconti, Bertolucci (che infatti negli anni 80 emigra). Ovvio che tagliamo un po’ le cose con l’accetta ma diciamo che questo è il panorama attuale, è la fotografia che ci fa percepire la siderale distanza che oggi proviamo guardando all’immaginario e alle immagini leoniane.

Mettendo da parte l’esordio peplum de Il colosso di Rodi, è giusto constatare che Per un pugno di dollari esce nello stesso anno, il 1964, di Sierra Charriba di Sam Peckinpah, sorta di prova generale del successivo Il mucchio selvaggio. Qualcuno ha detto che l’evoluzione del western in senso più realista e pessimista è mossa dalla sensibilità per la storia di Peckinpah e da quella per il denaro di Leone ma, fatto salvo il grado di consapevolezza e riflessione storica del cineasta americano, messo così il giudizio verso Leone risulta molto ingeneroso e anche tutto sommato poco intelligente.

Sei film, distribuiti nell’arco di un ventennio sono sufficienti a testimoniare la grandezza del regista romano. Frequentatore dei set della Hollywood sul tevere (il Nostro ha messo mano, per dire, alla corsa delle bighe nel Ben Hur di Wyler), Leone sembrerebbe uno dei tanti registi avviati a una feconda e creativa carriera nei piani bassi del cinema popolare. Ma ecco che, grazie al suo intuito e al suo sguardo rapace, finisce per trovarsi proiettato nel giro che conta. Inutile aggiungere notizie e aneddoti nonché specificare ulteriormente le caratteristiche, più che risapute, della via italiana al western. Più interessante rendersi conto di come Leone si sia preso qualche soddisfazione e di come abbia lasciato libertà di parola a una sua personale vena iconoclasta: Henry Fonda villain che appena entra in scena ammazza un bambino è l’equivalente western dei baffi sulla Gioconda di Duchamp e peraltro non si tratta di una provocazione fatta a mente fredda. Frank, il terribile sicario incarnato dall’attore americano, è l’estremizzazione dei personaggi fondiani più complessi, per ammissione stessa di Leone, il colonnello Turner de Il massacro di Fort Apache di Ford e il pistolero a noleggio Clay Blaisedell di Ultima notte a Warlock di Dmytrick. È geniale questa capacità di Leone di cogliere l’ambiguità di un interprete e restituirla in cinema. D’altra parte il casting leoniano è sempre raffinato ed efficace, si pensi al terzetto di desperados da actor’s studio incarnato da Eli Wallach, Jason Robards e Rod Steiger (e tutti e tre doppiati dal grande Carlo Romano), in fertile conflitto e dialogo con la rarefazione dei mezzi espressivi di Eastwood, Bronson e Coburn. O l’inserimento di teatranti come Aldo Giuffrè e Paolo Stoppa nei paesaggi western che, sottoposti al trattamento visivo di Leone, diventano deserti dechirichiani: la distesa arida de Il buono, il brutto, il cattivo illuminata dall’ombrellino viola di Tuco o ancora le rocce del messico con la poltrona Louis Vuitton su cui Coburn e Steiger conversano in Giù la testa.

L’elenco dei riferimenti leoniani è insieme coltissimo e pop. Si parla di Dashiell Hammett, Carlo Goldoni e naturalmente Akira Kurosawa per l’innesco del suo viaggio nel selvaggio West ma si arriva al fumetto e in particolare a Guido Crepax nella bellissima scena di apertura del già citato Giù la testa, dove il grande montaggio di Nino Baragli scompone e riassembla le bocche dei viaggiatori sulla carrozza di lì a poco rapinata dai peones (e parliamo di un fumettista che dal cinema ha preso tantissimo, perché nell’arte tutto si prende e tutto si restituisce).

Vero e proprio uomo-cinema Leone ha poi chiuso la carriera con C’era una volta in America, il film della vita per cui il poeta Franco Cordelli specificò che non si trattava di grande cinema ma di  Grandcinema, centrando il punto. È raro che un artista si prenda tanto tempo (quindici anni, ma vanno contate anche le disavventure produttive che inficiano l’inizio delle riprese in più di un’occasione) per costruire un monumento alla propria immaginazione. Vero e proprio concentrato dell’ideologia più profonda del cinema gangster, C’era una volta in America è anche un’elegia, un canto funebre e un delirante cullarsi nella propria malinconia. E proprio per questo film-summa diventa bellissimo e prezioso ripercorrere gli “e se” che lo sostanziano: e se la sceneggiatura fosse stata firmata da Norman Mailer e John Milius, entrambi convocati e entrambi licenziati? E se Noodles e Max si fossero rispettivamente sdoppiati in Richard Dreyfuss e James Cagney e Gerard Depardieu e Jean Gabin?

In ogni caso Leone ha chiuso la sua partita col cinema nel 1984. Il progetto su Leningrado ottiene finanziamenti sia sovietici che statunitensi, quasi un’allegoria del termine della guerra fredda in nome del cinema, senza che, effettivamente, venga scritta una sola riga di sceneggiatura (che, a quanto si dice, era stata affidata ad Alvin Sargent). La progettualità di Leone era lenta, pigra, pachidermica e si stagliava su un cinema che probabilmente ne temeva gli affondi. Oggi ci basta guardare i primi cinque minuti di C’era una volta il west per farci un’idea del potere della fotografia, del montaggio, della scenografia, della recitazione, di tutte queste discipline sintetizzate da una cosa che si chiama regia e che, se particolarmente ispirata, può dirsi stile quindi visione quindi mondo.

Fabio Orrico

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