Il segnale forte di Ratzinger

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Una rivista tedesca ha pubblicato un lungo articolo del Papa emerito Benedetto XVI, che egli ha  scritto analizzando con “ferocia teologica” la genesi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. È un’analisi sofferta relativa alla diffusione di questo vero e proprio crimine nel mondo ecclesiastico. Un crimine conseguenza di un “collasso morale” che il Papa emerito Benedetto XVI fa risalire alla “Rivoluzione del sessantotto” ma non fermandosi solo a quel particolare e dirompente periodo e proseguendo con il mezzo secolo di storia successiva.

Il punto centrale della riflessione Benedetto XVI, a mio modo di vedere, è l’assenza di Dio dal consorzio umano: “Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della “morte di Dio”. Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.”

  La “morte di Dio” ha la sua realizzazione ultima attraverso la rivoluzione dei costumi professata dalla “Rivoluzione del ’68”, è il completamento di un percorso già iniziato con Hobbes che nel Leviatano afferma che non c’è nulla che sia buono o cattivo semplicemente e assolutamente, si rivela cosi illusoria la speranza che nella natura umana si trovi qualcosa che possa essere un criterio universale per stabilire ciò che è giusto o buono. Non esiste un ordine naturalisticamente dato e finalisticamente orientato da qualche principio ultimo, il sommo bene è l’autoconservazione individuale. L’ultima rivoluzione borghese ha dispiegato i suoi effetti e li dispiega ancora, continuando in forme diverse ciò che fin dalle teorizzazioni di Hobbes risulta essere oggi il nichilismo materialista.

Nel corso di una celebre omelia del 1972, Papa Paolo VI, riferendosi alla situazione della Chiesa, affermava di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale […] per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce (Paolo VI, Omelia per il nono anniversario della incoronazione, 29 giugno 1972).” Gli anni successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II vedranno nella società una separazione tra la fede e la cultura intesa come l’insieme dei criteri di giudizio che orientano la vita quotidiana, ed è ancora Benedetto XVI che interverrà con la sua seconda enciclica dedicata alla speranza cristiana, la Spe salvi del 30 novembre 2007, dove s’invita il cristianesimo moderno a un’autocritica proprio per l’avere sottovalutato la dimensione comunitaria e pubblica della fede, concentrandosi in modo esclusivo sull’individuo.

Paolo VI che fu protagonista dell’audacia riformatrice della chiesa è stato, paradossalmente, uno dei bersagli preferiti da molti sessantottini laici e cattolici. E ciò è avvenuto quando il ‘68 ha gettato la maschera di falsa rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo, assumendo sfumature di fondamentalismo ideologico che tanti lutti ha generato negli anni di piombo. In quegli anni il processo di secolarizzazione investì la teologia, la Chiesa olandese giunse quasi sulla soglia della separazione. Altre crisi sono state sventate dalla lungimiranza di Paolo VI come la deriva della Teologia della Liberazione pregna di venature marxiste.

La Rivoluzione del ’68 ha spinto la secolarizzazione fino al limite con affermazioni di intellettuali come March Bloch per il quale «solo un ateo può essere un buon cristiano», ma io credo che rimanga valida l’analisi di Paolo VI fatta nel 1969 : “«l’uomo ha acquistato la coscienza sia delle deficienze in cui si svolge la sua vita, sia delle possibilità prodigiose con cui si possono produrre mezzi e forme nuove di esistenza, egli non sta più tranquillo: una frenesia lo prende, una vertigine lo esalta, e talora una follia lo invade per tutto rovesciare (ecco la contestazione globale) nella cieca fiducia che un ordine nuovo (parola vecchia), un mondo nuovo, una palingenesi ancora non prevedibile sta per sorgere fatalmente»

Gianfrancesco Caputo

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