Nicola Manicardi nella carne della parola

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L’anatomia del corpo inizia dalla consapevolezza della sua genera-zione: “ la merda è merda “ !

Bisogna rimanere ancorati alla carne, sembra suggerirci Nicola Mani-cardi perché il “ credo “ non sovrasti il “ respiro “, perché lo pneuma faccia tutt’uno col soma.

Non si tratta di uscire verso un iperuranico altrove ma scendere nelle viscere della terra della propria corporeità.

Quell’inestricabile grovi-glio tra “ fumi di chimica e aliti “, gas che si fa aria, miasma che diviene soffio, quel ruggito di dio che è uomo, quel ruach elohim che erutta dal vulcano che è in noi.E distinguere tra loro  Non so  ! “ quanto nervo avrà il giorno, quanto colesterolo avrà l’ira .

Siamo avvinghiati alla natura, agli elementi come cause ed effetti: per questo “ credo nel magnesio che calmi il vivere “ e “ credo nel potassio dopo un pianto “.

Siamo corpo, nient’altro che corpo, che ineluttabilmente ci chiederà di nuovo “ quanto nervo avrà il giorno “ ed ancora risposta “ Non so “.

Anche quella “ meccanica del male ha sempre gli ingranaggi unti”  quando c’è  “ il nostro herpes che si propaga nella violenza che trova vita “.

Come il soma è sema e quindi insieme segno e tomba così “ l’arto duole come l’arte che prende umidità. Non vi è differenza è solo questione d’incuria “ e “ Sui lavori in corso del tuo viso una ruga scende troppo “.

Una sintassi del quotidiano che forse cerca un nuovo ordine, una diversa siun-taxis per ridire il già noto ma ignoto, la poesia di Nicola Manicardi, proprio disarticolando quelle membra e lasciandole ricom-porre in un disegno inedito come “ la perfetta imperfezione dei muri a secco “ o la consapevolezza che “ quello che mi sorregge il capo non è un muscolo ma la ragione, o la follia ( il suo uguale in-verso )”  .

Un dialogo serrato e complice con la propria corporeità: “ Ho studiato la geografia del mio corpo. Tanto prima o poi gli anni mi interrogheran-no “. La risposta è un alibi o una giustificazione regalata dall’amico per cui “ Sarò pronto a fingere dando colpa alla cecità” .

Ma la ragione non riesce ad avere ragione: “ i numeri sono belli ma non concludono. Le teorie posticipano l’orgasmo ” .

L’ineffabile è una sfida pungente nel disincanto, “ Solo secchi aghi di pino pungolano il cerchio in onda “ cosicché “ Muoiono poeti nel gelido inespresso di un mondo senza verso ”.

Ancora la parola, pietra angolare o convitato di pietra, memoria di un’assenza o sudore del quotidiano si ritaglia un luogo e pianta la sua tenda che può essere solo indizio di una presenza come la cenere di un bivacco notturno poiché sempre per la “ Poesia “ “ Ho spazi di nudo fra linee rette” .

Paolo Fiore

(Nicola Manicardi, Non so, I Quaderni del Bardo  Edizioni)

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