L’incredibile intreccio di Vita e Letteratura

copertina

Musicaos, casa editrice con sede a Neviano, provincia di Lecce, è da sempre molto attenta alla promozione di talenti letterari nati e/o operanti sul territorio salentino (ma non solo). L’attività di Musicaos, e di altri meritevoli soggetti editoriali di piccole dimensioni, rivela quanto la cultura, ai tempi della standardizzazione globale del gusto estetico, possa nascere e vivere negli anfratti, alla periferia dell’Impero. Non si tratta di esaltare radici o identità, termini equivoci che trascinano con sé concetti altrettanto equivoci e pericolosi; è invece una questione di sensibilità, di riflessione maturata ai margini di un quadro, di angoli visuali inediti. E di scrittura che modella il vissuto quotidiano, il particolare, lo specifico, il qui-e-ora, facendo affiorare, nel marmo della trama, linee di frattura universali.

Patrizia Caffiero, vissuta a Lecce fino al 1996 ed ora emiliana d’adozione, laureata in Lettere e  Filosofia con una tesi su Pasolini, di professione bibliotecaria, ha pubblicato a fine 2017 Incredibili vite nascoste nei libri, una collezione di dodici racconti. Il titolo svela quanta volontà di potenza l’autrice assegni alla scrittura e alla parola: tra le pagine dei libri l’esistenza nasconde, e manifesta, le sue meraviglie, i suoi misteri, le sue tragedie. Il ‘saper leggere fra le righe’ è un’espressione metaforica, che qui ritrova il valore del suo significato di partenza, perché le righe sono la vita stessa. Finzione e realtà sono i due poli di un gioco ermeneutico di reciproca attrazione. Non si tratta di un’attestazione d’amore snobistica nei confronti della cultura “alta” ma, al contrario, di una rivendicazione d’attenzione e di cura verso le “vite minuscole”, per citare il capolavoro dello scrittore francese Pierre Michon. Cura, ovvero accoglimento, gestazione e restituzione al lettore di un puro distillato di umanità, gioiosa, nostalgica o sofferente. Nei racconti di Patrizia Caffiero la prosa è testimonianza del lato femminile degli eventi: ogni respiro attende una levatrice empatica, una narrazione all’altezza della missione. ‘Femminile’, nell’accezione propria di genere, ed estensivamente nel senso di abbraccio degli oppressi, dei sommersi.

L’incredibile del titolo è un’increspatura nel tessuto della realtà, un graffio, un microscopico rilievo o una lacrima nascosta, in attesa di un testimone per entrare in relazione dialogica con noi, e infine divenire storia. “Una sera, mentre Maddi faceva il giro delle finestre, chiudeva tutti gli scuri a doppia mandata e controllava la tenuta delle sbarre, accadde qualcosa di nuovo. Udì un rumore come di qualcosa che raschiava contro un altro oggetto, e si incamminò lentamente verso il laboratorio, facendosi strada verso la stanza piena di oggetti e di mobili. Ecco Raimondo, seduto su uno sgabellino a tre piedi in bilico sull’alta pila delle madie e degli armadi senza vacillare, che dipingeva una delle tele che aveva lasciato ancora intonse sul soppalco”. Nel primo racconto, La casa, davanti a Maddi appare il fantasma del marito morto anni prima, quando lei era incinta della figlia Luna. Una magia colta con naturalezza, un’epifania che si inserisce nel contesto familiare di un casale abitato da fantasmi, dove le donne sono il tramite sensibile tra i vivi e i morti.

Nel racconto Tre pomeriggi e due sere, un bambino, a passeggio con la baby sitter nelle strade del centro storico di Lecce, interpreta un fiore sul selciato come il segno della presenza del nonno, da poco venuto a mancare.“ Ad un tratto, lui si chinò e raccolse un oggetto da terra. Nel visetto si aprì un sorriso larghissimo: era una gerbera, caduta chissà da quale mazzo, ancora fresca. Me la mostrò trionfante. Me la manda il nonno”.  Ne La sposa rubata, Allegra gestisce Villa Glicine, un B&B, con un marito che, in privato, le vomita addosso disprezzo e rancore. La struttura ricettiva, “una famiglia di matrioske”, pare il fodero esterno  della condizione di disagio dominante nella coppia. “Molte donne sono derubate dello spirito vitale da un predatore, ma possiedono talmente tanta luce che con quella che resta mandano avanti un’attività, si prendono cura dei figli, degli ospiti e di altri ancora. Lo fanno con la luce che resta d’avanzo. La pianta s’inerpica nel terreno secco, ospita ragnatele e farfalle, ma non smette di fiorire – levandosi verso il cielo bruciato”. Brilla il ruolo delle donne, dei bambini, degli anziani, delle badanti, in altre parole di coloro che, loro malgrado, sono sottoposti ad abusi di potere, espliciti o subdoli. Persone straordinariamente comuni, nobilitate dagli atti che compiono, dal coraggio dimostrato nel resistere alle dolorose assurdità del tempo quotidiano.  La corrispondenza fra ambiente e persone, quasi una dialettica silenziosa, è un altro aspetto significativo di questi racconti, si veda, ad esempio, La libreria, ‘romanzo di formazione’ in miniatura e canto d’amore per la letteratura. Qui, incontriamo una ragazzina innamorata dei libri. Una grazia: Ilaria diventa bibliotecaria, dopo aver mancato, a causa di beghe familiari, un’importante eredità di antichi volumi da parte della nonna Marcella. Biblioteca come destino, scudo, nemesi, destinazione irresistibile di una traiettoria di vita.

Le donne dei racconti di Patrizia Caffiero soffrono regole sociali apparecchiate per loro, leggi incarnate da indolenti torturatori, spesso incoscienti della gravità dei propri atti. Così, la protagonista di Le strade di Laura introietta le violenze fisiche commesse su di lei dal padre, complice l’ignavia di una madre che “non ragionava sulla figlia sfortunata, quelli erano pensieri chiusi nella cassaforte di casa”. Laura vuole salvarsi, e mettere a frutto il suo talento artistico, così  si rifugia a Bologna da un’amica. Inizia a lavorare in libreria e cerca di utilizzare i ritagli di tempo per accrescere la sua cultura e, soprattutto, dipingere. È scoperta da un gallerista di Milano e nello stesso periodo si innamora di Ivan, un ragazzo “dagli occhi onesti, dove ci si specchia”, di una bellezza “da principino educato, jeans di marca, camicie ben stirate e maglioni Benetton”. Ivan è uno scrittore in erba, però la sue velleità letterarie si affievoliscono, fino a scivolare in secondo piano. Laura è contagiata da questo clima di agiata stanchezza: imbastardisce la sua tecnica, indebolisce il tratto, scadendo nel commerciale. Gli antichi furori dettati da un daimon interiore cedono il passo a un’esistenza borghese. La ferocia del padre è un ricordo lontano, eppure il passato si stende, sordo e cupo, come un livido sulla sua coscienza. “Era il naufrago che ha resistito per molte ore alla corrente di un fiume in piena che ha travolto la sua imbarcazione, che si è tenuto saldo lungamente e con sforzo a una roccia che l’ha salvato, ma che, esausto, si lascia andare giù, nell’acqua turbinosa, nel silenzio di una vallata deserta, finalmente in pace”.

In alcuni casi il luogo di ambientazione dei racconti è la provincia emiliana, limpida e sospesa come nelle fotografie di Luigi Ghirri, in particolare quelle che ritraggono interni consumati dal tempo e oggetti avvolti da un eternità fragile, stemperata in colori tenui. Cloe la parrucchiera svolge il suo mestiere ad Anzola, il paese alle porte di Bologna in cui la scrittrice vive e opera. Cloe è una vigile sentinella del territorio, una fonte di saggezza, un bodhisattva generoso nel dispensare illuminazioni. “Ha il dono di sapere ascoltare gli altri nei loro tumulti interiori, e possiede le parole giuste per aiutarli. Il suo negozio può rivelarsi una rete di farfalle per donne che hanno bisogno di liberarsi da pesi angosciosi, dalla presenza di fratelli egoisti, da lavori mal retribuiti, per cercarne altri”. Invece il Signor e la Signora Flick “hanno avuto un’infanzia priva di fuochi d’artificio, e genitori contadini di un’Anzola diversa da quella di adesso con mille fabbriche, opulenta, ricca di giardini con l’erba sempre tagliata alla perfezione. Sono figli dell’Anzola povera dove la terra comandava”. Lei, dipendente e fondatrice della biblioteca comunale, reagisce con spirito buddhistico all’incendio doloso che, una notte, ne devasta i locali. Non è forse vero che ogni difficoltà è un invito a fare meglio? “La signora Flick passò la giornata a lavorare come mai aveva fatto, spremendo le sue forze come il succo di limone dalla sua buccia”.

Anche il Salento, terra d’origine dell’autrice, trova spazio. La prozia Maria racconta della dipartita di un’anzianissima signora, in gioventù cantante di arie napoletane, sposata a un nobile leccese e dimenticata sia dalla famiglia del marito sia, per ragioni mai chiarite, dalla sua. Lia, l’unica pronipote affezionata a lei, in occasione del funerale torna da Bologna con Jacopo, un compagno irascibile, forse mentalmente instabile e dai segreti non confessati. Nei racconti compare spesso l’elemento del trauma, come colpa rimossa o fatto inenarrabile, a intralciare le vite, a rapirle da una condizione di armonia, comunque sempre precaria. “Nella sua vita Lia si comportò con chi incontrò lungo la strada come non era riuscita a fare con i suoi familiari, cercando instancabilmente di riparare un torto, un’ingiustizia, di rigenerare il profondo male causato dai silenzi cancrenosi”. Patrizia Caffiero rappresenta il Salento delle periferie urbane, dei viottoli polverosi, della terra riarsa, puntellata da radi steli d’erba e papaveri malaticci, delle stradicciole strette tra i muretti a secco e le case popolari della cinta esterna del capoluogo. Tra le Incredibili vite nascoste nei libri si segnala, per crudeltà, il piccolo gioiello Prima colazione, una storia di (apparente) mite convivenza domestica tra una madre e due figli piccoli, finché la narrazione non fa esplodere il dramma, introducendo una deviazione brusca verso il punto cieco della follia. “Vince si sedeva sulla terrazza accanto al fratello; lo ascoltava piangere, guardava il sangue che gli macchiava il pigiama e la pietra, poi sollevava lo sguardo verso il cielo buono e bianco di Erchie. Forse quelle cose succedevano anche nelle case gialle e basse che vedeva da lì”.

Vince, Kent, Rose, Sarah, Zoubida… La scrittrice gioca con i nomi dei protagonisti, mescolandone alcuni, italianissimi, ad altri più esotici, di marca soprattutto anglosassone, ad indicare una sprovincializzazione consapevole del discorso narrativo. Ammiratrice di Truman Capote e di Paul Auster, Patrizia Caffiero nei suoi racconti evoca con successo lo stile dei grandi maestri, con il risultato di creare minuscoli universi, che ricordano anche le divagazioni padane di Gianni Celati, senza dimenticare lo strazio meridiano del nostro Sud, amaro, tragico e meraviglioso.

Alessandro Vergari

(Patrizia Caffiero, Incredibili vite nascoste nei libri, Musicaos editore, 2017, € 14)

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