La poesia è una preghiera laica. Intervista a Vittorino Curci

Vittorino Curci è una delle voci più interessanti e consolidate della poesia italiana contemporanea. Non solo poeta, ma anche raffinato musicista, artista eclettico capace con geniale versatilità di esplorare la coscienza con una ricerca sempre personale e riconoscibile.

Nel 1999 ha vinto il premio Montale per la sezione inediti. Scrive poesie da più di vent’anni oggi cura per La Repubblica edizione di Bari  la Bottega della poesia.

Vittorino ha deciso di fare un bilancio della sua quasi trentennale attività poetica. Da La vita felice a marzo dello scorso anno  Poesie (2020 – 1997), un’autoantologia 8 finalista al Premio Viareggio) che ci permette di conoscere il mondo complesso e affascinante del poeta pugliese.

Milo De Angelis nella prefazione scrive: «Così il fascino di questa poesia è un soffio polifonico che raccoglie in sé diverse tonalità – dall’elegia alla riflessione sapiente, dall’invettiva alla supplica – per ricrearsi continuamente dalle sue ceneri, che sono le ceneri personali ma anche quelle della Storia: è una prospettiva vasta e generale, un’inquadratura in campo lungo, uno sguardo nitido e insieme visionario».

Vittorino Curci in questi lunghi anni al servizio della parola ha attraversato la poesia e la sua poetica come un laboratorio di ricerca sempre in cammino ha varie fasi, tutte salienti e rappresentative, che hanno disseminato tracce importanti. La poesia di Vittorino Curci è un paesaggio letterario in cui le idee e le intuizioni incontrano sempre l’esistenza con il suoi bagaglio di misteri e contraddizioni.

La sua poesia è sempre scritta nella verità dell’inchiostro e lui è sempre stato un poeta che con una fatica intelligente è entrato nella parola scegliendo sempre le vie più scomode.

Qual è il bilancio della tua attività di poeta?

Un bilancio in perdita, ovviamente, come lo è per tutti quelli che amano la poesia di un amore folle e sincero. Penso sempre che non ho ancora scritto le mie cose migliori e non essendo più giovane comincio un po’ a preoccuparmi. L’entusiasmo per fortuna c’è ancora, qualche idea arriva (“pochissime idee, in compenso fisse”, come diceva Fabrizio De Andrè) e non mi annoio mai quando dedico il mio tempo alla scrittura. Se dopo tre o quattro ore di lavoro viene fuori anche un solo verso che ritengo accettabile mi accontento.  

Da anni cui per La Repubblica  La bottega della poesia e hai a che fare quotidianamente con numerosi poeti che ti inviano i loro testi. Il tuo lavoro immagino sia faticoso soprattutto nella selezione dei testi da pubblicare nella tua rubrica.

Quali sono i poeti che catturano la tua attenzione tra quelli che leggi e che poi decidi di selezionare?

Mi piacciono molto i poeti che dimostrano di possedere un alto grado di artisticità: i poeti che rischiano, che cercano di sconfinare dal canone. Mi piacciono le poesie irregolari, insolite, rivelatrici, non parafrasabili, ma al tempo stesso cariche di senso e orientate verso quelle piccole e grandi verità che soltanto il linguaggio della poesia può toccare o soltanto sfiorare. Grazie all’esperienza della Bottega ho scoperto molti giovani poeti interessanti.

Alla luce della tua quarantennale attività di poeta e di questa importante esperienza giornalistica qual è lo stato di salute della poesia italiana contemporanea?

La poesia italiana di oggi è in ottima salute. La stessa cosa a mio avviso non si può dire, a parte qualche rara eccezione,  della nostra narrativa o del nostro cinema. Penso che la condizione di marginalità nel mercato editoriale abbia aperto alla poesia spazi inimmaginabili. Avere dei limiti, a volte, può essere un vantaggio, come accadde per esempio nel cinema con il neorealismo. Naturalmente bisogna avere le antenne sensibili per captare i giusti segnali. 

Che  cos’è la poesia per Vittorino Curci?

È continuare una metafora all’infinito. Una preghiera laica. Una droga. Un grido. Il solo modo che io conosca per esplorare, attraverso la parola, le terre incognite del silenzio o, semplicemente, per sopravvivere in un mondo che non crede più a nulla. Abbiamo perduto la nostra originaria innocenza (questo è fuori discussione, nessuno può negarlo), e tuttavia ogni giorno io mi chiedo: siamo ancora in grado, su questo pianeta, di esercitare la forza della nostra immaginazione, quel “pensiero del cuore” di cui parla Hillman? Per me, così come accadeva per i popoli antichi, la poesia è ancora il luogo in cui è possibile trovare una risposta a questa domanda.

Hai dei consigli da suggerire ai poeti , soprattutto  a quelli più giovani

Come sanno bene i lettori che da anni seguono la mia Bottega su Repubblica-Bari, i miei consigli sono gli stessi che in tutte le epoche i poeti più anziani e coscienziosi hanno dato ai giovani poeti: leggere molto, leggere tantissima poesia (poesia di ogni tempo e luogo) per trovare i propri maestri, affinare il gusto e imparare “il mestiere”; ingaggiare una lotta spietata contro l’io; coltivare pensieri lunghi (e anche larghi possibilmente) e non dimenticare mai che c’è “un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza”.  Sono parole di Deleuze, parole importanti secondo me, che ci fanno capire che l’arte è ciò che resiste non solo alla morte intesa in senso assoluto ma anche alla morte che investe un’intera civiltà.

Nicola Vacca

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