Malbasento: la voce della poesia vigile

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La poesia di Mimì Burzo canta le ferite della sua terra. La  Lucania che è stata di Rocco Scotellaro. La terra del Basento uccisa dalla mano avida e affarista dell’uomo. Versi taglienti e allo stesso tempo intimi che sanno scavare nella giusta direzione. Una poesia vigile che ha sempre gli occhi aperti. Per avere gli occhi aperti bisogna avere una coscienza. A questo servono i poeti, quando sono veri.

(Nicola Vacca)

Pianta. Pietra. Terra.

La luce irrora questa terra. E nessuno lo vede. Fuggono disperati in un silenzio disperato, in giù
verso un passato senza scampo, che sa a metà di sterco e meraviglia. Un’inutilità ostinata e obsoleta, chiusa in un’intercapedine scalza e muta. Parete liscia lungo la quale continuano a scivolare. La fissità qui, è qualcosa di molto diverso dall’ immobilità che sa muoversi.
Il nulla si dispone in sagome di carne, la tomba di Carlo Levi fredda, con le pietre sulla storia. Lesagome fisse, appoggiate a un Io scivoloso, privo di appigli.
La luce irrora questa terra. La inzuppa di luminosità tenue ed ordinata, che arriva all’occhio in un ardore di potenza da non lasciar parole di fronte a tanta preponderanza. Un’invasione alla quale converrebbe arrendersi. Abbassare il capo lasciarsi cospargere. E allora devo chiedermi osservando questa grossa frattura fra l’oggetto e l’umano perché nessuno si arrende.
La soluzione è Lì. Nella resa.
Abbassare il capo di fronte a questo cielo – Morire per saper morire.
Per tutte le volte in cui ho fatto un passo avanti sulla parete liscia
Verso un altrove, in mancanza d’altro, pianta pietra terra.

Senza titolo

Nella necessità il nulla
nel nulla un vuoto pieno
nel pieno il paradosso del vuoto
Nella necessità il nulla
e le zinnie un po’ più in là
nell’aiuola un po’ più in là
del sole un po’ più in là
Del nulla la necessità
un po’ più in là meglio adagiata sull’ombra
nella prospettiva ariosa del ramo più alto
nella leggerezza che non ho
nella bocca sempre più vuota

Fame

La fame si moltiplica
bocche fredde di crisalide dentro bocche fredde di crisalide nella bocca
Fuori tutto è desquamazione
per ogni morso d’ignavia
un’altra bocca
e ancora di più la fame

Malìa

Si fa complicato descrivere la luce di questo posto
è un qualcosa che sa dirsi da se
Sfugge agli attributi
e a ogni tentativo di una briglia semantica che possa catturarne figura e senso.
È un punto alto dell’empatia umana
algebra assiomatica e carica di malìa
un pi greco che rapisce e non si lascia carpire
Per le vie morte scioglie i muri
instancabile ogni mattina fino al culmine del tramonto in un rosa imbellettato
frammento anch’esso
alto, in un solo colore il peso quantico di un buco nero
imbavaglia allo stesso palo l’imperscrutabile ragione della Natura e la ragione pura
Dove più o meno tutto è morto
lavorano di domenica la polvere dei contadini e quella dei marmisti.
Sottraendo parole alle parole
mi lascio asciugare dal taglio di questa luce.

Malbasento

Domenica 21 gennaio.
Il peperoncino caccia ancora i suoi frutti. Uno nato rinsecchito su una pianta – sarà buono per farne semi – e l’altro piccolo e solido in un secondo vaso.
Il melograno si pota a febbraio, ma questo ha già i figli nuovi, il sole ciba tutto, riuscendo a disfarsi di tutto.
La jucca trovata per terra l’ho fasciata alla base. Si apre spampanata e reagisce male al freddo.
Tu, ieri ancora, hai calpestato una pianta.
Io ieri ancora me ne dispiacevo, guardando quel silenzio tenero.
La jucca l’ho trovata per strada, qualche mese fa. Prima ci sono passata davanti un paio di volte, poi l’ho raccolta, Lì sulla scala abbandonata.
Salvando il gesto, e rispondendo all’azione, di una mano anonima che pota una pianta e la butta giù dal balcone.
Per cambiare l’azione – nell’utopia di affiancare la terra che combatte da sola.

(https://mimiburzo.files.wordpress.com/2018/03/malbasento1.pdf)

2 pensieri su “Malbasento: la voce della poesia vigile

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