Lettera di Artaud a Picasso

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Antonin Artaud a Pablo Picasso

Venerdì 3 gennaio 1947

Pablo Picasso,

Io non sono un debuttante alla ricerca delle illustrazioni di un grande pittore per lanciare i suoi primi scritti.

Ho già cacato e sudato la mia vita in scritti che valgono quasi solo i tormenti da cui sono usciti, ma che bastano a se stessi, e non hanno bisogno del patrocinio o dell’accompagnamento di chicchessia per fare la loro breve strada.

Da tutte le opere che ho scritto dopo la mia uscita dal manicomio di Rodez, ho estratto cinque poesie che hanno attratto un editore, il quale ha desiderato che le poesie fossero illustrate da sei acqueforti eseguite da lei,

poiché, per quanto mi riguarda, non ci avrei mai pensato.

Sono capace anch’io di fare il mio ritratto e di illustrare i miei testi con figure che cessino di essere dei disegni per diventare dei corpi animati (3).

E proprio perché a Rodez ho continuato a fabbricare corpi animati, l’amministrazione poliziesca dei manicomi francesi non ha smesso di torturarmi.

Ho cinquant’anni.

Abito ad Ivry. Sono passato attraverso nove anni d’internamento, di sottoalimentazione e di fame, complicati da tre anni di segregazione, con sequestro, molestie, cella, camicia di forza, e cinque mesi di avvelenamento sistematico con l’acido prussico e il cianuro di potassio, ai quali, a Rodez, sono venuti ad aggiungersi due anni di elettroshock, punteggiati da cinquanta coma, ho sulla schiena le cicatrici di due coltellate, e le tremende conseguenze del colpo di sbarra di ferro che nel settembre 1937, a Dublino, mi ha diviso in due la colonna vertebrale, con ciò voglio dirle che in queste condizioni faccio fatica a trascinare il mio corpo, e che non è stato molto gentile avermi costretto a trasportarlo già per cinque volte da Ivry alla rue des Grands Augustins (4), e in pura perdita.

Può darsi che le mie poesie non la interessino e che secondo lei io non valga la pena di fare uno sforzo ma sarebbe stato quanto meno necessario dirmelo e concedermi l’onore di una risposta, quale che sia.

Il momento è grave, Pablo Picasso.

I libri, gli scritti, le tele, l’arte non sono nulla; un uomo lo si giudica in base alla vita e non all’opera, e cos’è quest’ultima se non il grido della sua vita?

La mia opera è quella di un uomo sofferente ma casto, io vivo da solo,e credo che, più di tutto, quel che le ha impedito di rispondermi sia il Demone che, nonostante l’età che lei ha raggiunto, la tiene ancora assoggettato a non so quale preoccupazione o ossessione, non so quale asservimento alla sessualità.

La coscienza odiosa che dirige tutto, dispone di parecchi mezzi per trattenere gli uomini che talora hanno creduto di volersi impegnare a far saltare in aria la bestialità: e fra quei mezzi, c’è la grazia di un erotismo che concede più di quanto promette (5).

dio è nato da un ritorno dell’io sulla clavicola sagomata del sesso ed è per questo che si è proclamato spirito e non corpo

e non spetta ai pochi e rari uomini che hanno pensato di essere nemici nati della malvagità fare, con la loro adesione alle astuzie [innominate?(6)] del sesso, il gioco del fascismo eterno di dio.

Antonin Artaud

(3) Infatti Artaud le Mômo sarà pubblicato nel 1947 (dall’editore parigino Bordas) accompagnato da otto disegni eseguiti dallo stesso Artaud.

(4) Ossia al domicilio di Picasso.

(5) La lettera è dattiloscritta, ma le righe che seguono sono state aggiunte a mano da Artaud.

(6) Parola quasi illeggibile nel manoscritto.

Questa lettera è conservata, insieme ad altre di Artaud a Picasso, negli archivi del Musée Picasso di Parigi. Le singolarità grafiche (ad esempio gli «a capo» nel corso della frase o la punteggiatura lacunosa) sono naturalmente presenti nel testo originale.

 

 

Commento di Donato Di Poce alla terza lettera di Artaud a Picasso (Appunti):

Quando Artaud scrive questa terza lettera (non avendo avuto risposta alle 2 precedenti), a Picasso aveva 50 anni, nel pieno del suo dolore/delirio e della sua coscienza onirico-critica.

Evidente e palese il fastidio di essere snobbato, dichiara esplicitamente di essersi rivolto a lui su richiesta dell’editore(che evidentemente con spirito commerciale voleva illustrazioni al libro di Picasso e no di Artaud stesso misconosciuto e “pazzo”).

Espone la sua situazione esistenziale e spara a zero su Picasso uomo povero di solidarietà, morale e attento alla sua immagine.

La lettera ha svelamenti e risvolti letterari e umani che affondano nella ferita esistenziale di ognuno di noi, ma colpisce come Artaud, nonostante quanto abbia subito, rimane lucido e cosciente del suo valore, innovazione, creattività e innovazione e si lancia in un rimprovero del troppo legame di Picasso alla sessualità(che era poi il tema delle poesie di Artaud le Momo inviate per essere illustrate).

Avevo letto queste poesie nel 2003 nel libro Einaudi, tradotto da Emilio e Antonia Tadini e mi aveva colpito l’identificazione che Artaud fa con la fica…fica del mondo, usata e stuprata dalla società, e rivendica la sua purezza morale e fisica, la sua integrità opposta al disordine e ossessione del mondo.

Il poema diventa pretesto per una supplica di redenzione dal sesso e dalla religione e qui scatta un’altra delle identificazioni di Artaud con (DIO-io) e sottolinea che lui è Dio, l’uomo è Dio creatore sottratto alle strumentalizzazioni e violenze dell’uomo sull’uomo. Il poema finisce con una’invettiva di rara violenza che sfocia nell’ecolalia senza senso, una sorta di coprolalia linguistica che lascia senza fiato!

Ovvio che Picasso ne rimane sconvolto, annientato nella sua costruzione cubista(spezzata e poliprospettica ma ancora razionale evidente anche in Guernica) della realtà. Picasso vede e sente ancora il mondo scomposto ma aggiustabile, Artaud ne intuisce e patisce la violenza inarrestabile , la follia suicida dell’uomo e ne denuncia l’oscenità morale e linguistica.

Artaud parla…(nell’incipit del secondo poema in questione dice:” Io parlo totem murato”, come un insulto all’incondizionato…alla denuncia dei manicomi, della medicina prezzolata  e della pratica  degli elettrochoc non solo come dolore psico-fisico, ma come svuotamento dell’IO personale e sociale dell’uomo.

Impressioni didascaliche

Andy Warhol Campbell's soup

L’uomo didascalico sfrutta la conoscenza in pillole per notificare il suo passaggio sulla Terra. Per secoli, il sapere, applicato alla quotidianità, è sempre stato considerato il frutto di un paziente lavoro di apprendimento, ripulito dalla “fretta”.

L’ansia di apprendere non è mai fretta, ma uno stato di grazia entro cui ognuno può liberamente ricercare. Non ci sono limiti temporali, non ci sono scadenze. Il sapere didascalico è la somma errata che scaturisce da addendi incolonnati male. Bisogna leggere tutte le pagine di un libro per capirne il tema. Nel caso di un buon romanzo, il “tema” viene prima della “trama”. Ma anche in questo caso, la cattiva letteratura, che non è arte, ma intrattenimento, antepone la trama al tema, ossia, il fatto particolare al messaggio universale. Purtroppo, una somma di fatti non spiega la realtà, ma è solo un riassunto privo di analisi in cui la dialettica dell’ora-qui ha sempre la meglio.

Siccome sono fermamente convinto che l’ente non è il suo essere, ossia, l’uomo non è la sua essenza, ovverosia, io non mi mostro per ciò che sono; colmo questo vuoto con un sapere che, o mi fa affogare nel dubbio, o mi spinge azione, o mi manda dritto in un manicomio, o mi invita a continuare la mia ricerca. In tutti i casi da me specificati, se riempio le mie lacune con risposte didascaliche, posso tranquillamente annegare nella retorica, ossia, in un imminente senza passato e senza futuro. Viceversa, se le riempio adagio, senza fretta, provo ad inseguire un “qui” che però abita nell’altrove. Pertanto, mi persuado ed inseguo un luogo utopico che so di non poter raggiungere, ma che certamente per me esiste. Ecco, la vita oltre la morte.

Il mondo ideale, insomma, non vive nel sapere didascalico.

I grandi ideali non nascono dal sapere didascalico.

La verità cocciuta è figlia del sapere didascalico.

Oggi tutto è un sapere didascalico.

Tra un’etichetta apposta su un barattolo di fagioli e una pagina web che prova a darmi delle informazioni non c’è alcuna differenza. Il sapere da supermarket, alla cieca e menzognera portata di tutti, capace di renderci più ignoranti e presuntuosi, serve al potere.

A chi, leggendo questo articolo, esclamerà ma che cavolo vuol dire, consiglio di partire da alcune parole chiave contenute nel testo. Sono sicuro che, ricercando, potrà comprendere meglio questa insulsa e breve riflessione, che, didascalicamente, ha l’obiettivo di incuriosire.

Firmato: un persuaso.

Martino Ciano

(in copertina: Andy Warhol – Campbell’s soup

 

 

La dialettica del non luogo

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Mi trascino, cantando uno stornello della mia terra. Non posso riportarvi tutte le parole, alcune sono intraducibili; questa, però, mi sembra la più comprensibile… scialare.

Scialare: sensazione di inesprimibile goduria; momento in cui l’anima e il corpo sono pervasi dal benessere. A sollecitarmi questa sensazione, l’attraversamento di un non-luogo, ossia, un centro commerciale in cui le identità si mischiano e gli incontri sono solo fatti di sguardi ansiosi e veloci.

Qui, ora, nessuno ha il tempo per conoscersi o per manifestarsi. Qui, ora, ogni trasfigurazione è bandita. Mostrare la propria matrice divina sarebbe uno schiaffo all’acquisto compulsivo. Siamo qui per comprare, per spendere, per desiderare abiti, gioielli, scarpe, occhiali da sole. Siamo qui per pregare. Le nostre carte di credito, i nostri contanti, i nostri spiccioli, vorrebbero moltiplicarsi; vorrebbero essere come quei pani e quei pesci che rallegrarono palati affamati di persone che hanno creduto solo dopo aver riempito la pancia.

Stronzate. Io mi scialo sempre, anche qui, anche ora. Apro un libro e il non luogo si trasforma in una cattedrale silenziosa. Sfoglio le pagine e torno in me. Mi disturba solo la visione dell’ultimo libro di Fabio Volo, che riposa nella vetrina di una simil-libreria, ma non fa niente… è uso comune dire che tutto ha il diritto di esistere. Condivido. D’altronde, io posso scegliere cosa voglio e cosa non voglio, e scegliere ci rende indifferenti verso ciò che non vogliamo. Amen.

Allora, scelgo di sedermi su una panchina; di attendere che i miei amici-familiari facciano tranquillamente i loro acquisti; di leggere le ultime venti pagine di Trilogia della città di K. di Agota Kristof, scrittrice di cui ultimamente mi sono innamorato, perché anche lei parla di drammi che si consumano in luoghi reali, ma che sembrano non esistere. Sono luoghi in cui avvengono abbandoni, dove i sentimenti sono sacrificati sull’altare dell’istinto di sopravvivenza. Sono luoghi dove c’è sempre una frontiera da superare; dove i muri separano anime e corpi; dove le identità si mischiano; dove tutti si perdono e tutti si cercano; dove tutti falliscono la loro missione.

Proprio per questi motivi, i luoghi della Kristof, che spesso si trovano nell’Ungheria soggiogata dal comunismo, sono così simili a questi spazi soggiogati dalla dittatura dell’avere che rende tutti bavosi, desiderosi, impazienti, ansiosi.

Nonostante tutto, ho finito di leggere il libro.

I miei amici-familiari hanno terminato i loro acquisti.

Uno di loro mi ha detto anche qui rompi i coglioni con i tuoi romanzi, rilassati!

Ho appreso la dialettica del non luogo.

Mi hanno regalato una t-shirt.

Mi sono scialato.

Amen.

Martino Ciano

Lettera disinteressata sull’arte

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Credo che l’improvvisazione stia creando ignavi professionisti della demenza.

Mancano il senso dell’eterno e la consapevolezza che ogni opera è soggetta al giudizio della storia. Non ci si preoccupa più dei posteri. Ciò che si crea si distrugge dopo poco. Tutto si degrada tra le mani, gli occhi e le parole degli addetti ai lavori.

C’è un altro pericolo che ormai aleggia su chi vuole dedicarsi all’arte, alla poesia o alla prosa: finire tra le grinfie di coloro che vogliono guidare il giudizio del pubblico. Sono gli amanti della statistica, ipnotizzati dalla “cifra tonda”da far coincidere con le leggi del mercato. Non pensano al fatto che la massa è per sua natura imprevedibile. Per questi professionisti la storia è lineare e piatta, senza scossoni. Eppure, le mani che hanno pregato, hanno dopo poco ucciso; le bocche dalle quali sono uscite sentenze buoniste, hanno proferito bestemmie e maledizioni.

In fondo, il bello e il tragico sono in noi. Le espressioni pure e intime che sgorgano dall’anima, siano esse rabbiose o dolci, sono perfette e rispecchiano la nostra essenza. Davanti a manifestazioni così preziose dobbiamo tacere. Non abbiamo il diritto di giudicare, così come nessun professionista deve intromettersi. L’individuo è tutto. È sintesi perfetta che si manifesta continuamente, senza interruzioni. Nel suo moto perpetuo, ogni espressione è frutto di un’impressione primordiale in evoluzione.

Ecco l’arte senza condizionamenti: espressione immortale, soggetta ai sussulti della storia, ma che se ne frega del giudizio dell’oggi, per il quale la novità è un ostacolo. Eppure, in tutto questo travaglio, l’individuo è profondamente solo, disarcionato dalla sua integrità, gettato nella frammentarietà.

Questa è forse la sfida da accettare: sopravvivere nella moltitudine delle forme, cui ognuno di noi viene sbattuto; sintetizzarsi, per diventare unica presenza. L’obiettivo è  apprendere l’arte di essere se stessi, sempre e ovunque.

M tu, arte, da che parte stai?

Martino Ciano

(In copertina : Il senso decrescente della bassezza – foto di Giovanna Barone)

Nostra Signora Efferatezza

Witches Sabbath Francisco Goya

Stavo leggendo un libro “maledetto” della letteratura sudamericana, Gli Innocenti di Oswaldo Reynoso, quando, sfogliando un po’ distrattamente l’agile volumetto (edito da Sur circa un anno fa, poco prima che lo scrittore peruviano morisse), mi sono imbattuto nell’esergo di Jean Genet, che inizialmente mi era sfuggito: «avevo sedici anni…, nel mio cuore non lasciavo nessun posto dove potesse trovare asilo il sentimento della mia innocenza».

Caso vuole che abbia visto di recente uno spettacolo teatrale ispirato al grande autore di Querelle de Brest, messo in scena al teatro Petruzzelli dalla prodigiosa Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, e sempre il caso vuole che tutte queste sollecitazioni siano arrivate in una delle settimane più feroci nella storia recente d’Italia. La notizia dello stupro, reiterato negli anni, di un tredicenne disabile a Giugliano da parte di un gruppo di coetanei; l’assassinio di due bambini a martellate perpetrato dal padre poi suicidatosi; donne uccise da uomini, spesso mogli scannate da mariti, ormai un grande classico delle nostre cronache nere; infine, in un parossisimo di crudeltà a suggello della mattanza, il pestaggio assassino di Alatri. Con un doppio corollario: il primo, il dibattito politico avvitato sul diritto di uccidere l’invasore della propria sfera privata ed il superamento del concetto di legittima difesa; il secondo, il ruolo pervasivo dei media e dei social network nella cronaca degli eventi, ovvero il passaggio dalla narrazione critica del giornalismo di un tempo alla propagazione e riproduzione algida dei fatti, riscaldata dal fuoco senza compassione degli haters. Complessivamente, si assiste allo spegnimento delle ultime scintille di empatia.

Ero immerso nei racconti di Reynoso, dove i protagonisti sono ragazzi di vita sudamericani, disperatamente sensuali, ebbri di una gioia incandescente, che scoppia tra le mani come lava che incenerisce e purifica l’esperienza della strada. Similmente, perchè loro “parenti” europei, i marinai e le puttane di Genet sono bestemmie viventi, lingue che squarciano come lame la doppia morale dei benpensanti (infatti alla “buona” borghesia barese, tutta pellicce e botox, lo spettacolo non è piaciuto). Gli umiliati di Santo Genet e de Gli Innocenti, oppressi e santificati nel proprio essere carne, sono l’agnello sacrificale delle nostre ipocrisie. Quanta distanza tra quel mondo di poetica delinquenza e Nostra Signora Efferatezza, onorata da tutte le mazze ferrate tricolori. Che differenza, antropologica e sociale, tra la vecchia malavita delle borgate e l’odio ferino dei non-luoghi postmoderni, la culla di veleno in cui sta affogando la provincia italiana, la periferia italiana, la casa italiana, e probabilmente il cuore stesso degli italiani.

Ero entusiasta della prosa di Reynoso, satura di colori, un trionfo di sinestesie. Si apre un solco tra questo caleidoscopio immaginifico, dolente, magico e il piatto nichilismo della nostra cronaca nera, schiacciata sull’evidenza biologica del corpo morto, sul lamento inutile dello psicologo modaiolo.

Il semaforo è una caramella alla menta… Il sole, violento e selvaggio, si rovescia sull’asfalto, in una pioggia dorata di polvere… Con quella camicia sarei ancora più pallido. Mi comprerei un paio di pantaloni neri. Mi comprerei degli occhiali scuri. Avrei l’aria da nottambulo «pronto alle estreme conseguenze di una vita intensa», come dice il Choro Plantado, l’ubriacone del mio isolato. E i miei diciassette anni, magari, diventano venti.

Matteo Nucci, nella prefazione, scrive che le storie di Reynoso “ci raccontano l’innocenza incomprensibile di qualsiasi adolescenza pronta a finire come fumo o sogno ma, mentre ce la raccontano, ci spingono ad aprire la bocca, gli occhi, le narici, i pori della pelle”. Faccia d’angelo, Rossetto, Carambola, Mani Alate sciamano per le vie di Lima e rischiano di avvilupparci con il canto delle sirene della loro esuberanza. Hanno nomi d’arte che nascono da un sostrato di furbizia e complicità tutta criminale, ma di una razza o specie ancora umana. Come nelle canzoni di Fabrizio De Andrè, il farabutto legge negli occhi dell’altro il limite tollerabile del reato e scopre una tara ereditaria di trasgressione identica alla sua, indispensabile per resistere alla violenza della vita e alla sopraffazione implicita nell’ordine costituito.

E tra un attimo spacco il culo a quel tipo che fa finta di guardare la vetrina e in realtà mi sta mangiando con gli occhi. È lì, guarda che ti guarda. Penserà: camicia rossa, inesperto a letto. Faccio finta di non vederlo. Ha lo sguardo che brucia. Di sicuro sono arrossito. Gli piace: innocenza e peccato. È nervoso. Non osa rivolgermi la parola. Gli pianto gli occhi addosso, quasi per gioco, così si vergogna. Distoglie lo sguardo. Guardo la camicia. Lui mi guarda. Io lo guardo. E lui guarda la camicia. Meglio se sorrido… Qualche giorno fa uno di quelli mi ha seguito per venti isolati… Poveretti! Sembrano cani affamati, bastonati, scacciati. Cazzo!, ma non puoi darti in pasto a quella gente.

Ero entusiasta della prosa. Poi, leggendo, mi è venuto in mente Pietro Maso, il patrono dell’Italia contemporanea costruita sugli sghei e sulla modernizzazione senza sviluppo di pasoliniana memoria. Pietro Maso,  il primo anello di una catena che conduce a Novi Ligure e oltre, nel buio pesto dell’orrore delle villette, dove la famiglia implode, Olindo e Rosa, Cogne… Un’Italia a cui letteralmente manca la parola per esprimere il disagio, per esorcizzarlo, per dare ad esso una forma oggettivamente comunicabile, sia pure nei termini di brutale rappresentazione. Una latitanza di espressione che veniva già colta da Pasolini nel suo celebre articolo intitolato Il genocidio e pubblicato negli Scritti corsari: «ad un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore, e non era un consumatore perfetto se non gli si concedeva un certo grado di permissività sessuale… O infine un terzo modello, che io chiamo dell’afasia, della perdita della capacità linguistica». Pasolini si riferisce in particolare alla «meravigliosa vitalità linguistica» delle regioni meridionali, andata irrimediabilmente perduta con l’incedere della civiltà dei consumi e con la conseguente standardizzazione del lessico.

Il procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco, che si sta occupando dell’omicidio di Alatri, ha dichiarato che “gli indagati sono riconducibili ad ambienti delinquenziali e non è da escludere che abbiano agito per affermare una propria capacità di controllo del territorio”. Gli undici minorenni colpevoli di ripetute violenze sul disabile di Giugliano si davano appuntamento via Whatsapp (ecco il virtuale che collassa sul reale, ecco la perdita di confini), pregustando il sapore della vittima con la stessa facilità con cui si può pregustare il caffè al bar la mattina, prima di andare in ufficio. L’uomo di Trento, che ha massacrato i propri figli, cito dalla Voce del Trentino, “aveva cominciato a giocare nel mondo della finanza dopo la vendita dell’appartamento di Mezzocorona facendo credere che il lavoro andava alla grande. Avrebbe anche confidato alla moglie di possedere grazie a speculazioni finanziarie e operazioni in borsa la cifra di 15 milioni di dollari, mostrati alla ignara moglie su conti correnti abilmente artefatti sulle schermate del computer di casa. Poi, finiti i soldi arrivati dalla vendita della casa di Mezzocorona, per lui deve essere cominciato il dramma interiore che lo ha portato all’efferato omicidio dei figli e al suo suicidio. L’uomo in poche parole non ha mai trovato il coraggio di dire la verità alla moglie. Non voleva che la sua famiglia cambiasse il bel tenore di vita. Non voleva prendere consapevolezza del suo fallimento che avrebbe cambiato per sempre lo stile agiato di vita della sua famiglia”.

Trentino, Ciociaria, Campania: i fatti di sadica violenza che hanno attraversato l’Italia negli ultimi tempi rimandano tutti allo spaesamento epocale prodotto dalla perdita di riferimenti “altri”, che non siano quelli premoderni del gruppo o dello status sociale. Dovremmo avere il coraggio di dire che il problema è politico, perché ci troviamo di fronte a soggetti incapaci di evolversi e di sentirsi inseriti in una comunità tra pari. Ed è anche la perdita del sentimento del mondo esterno, l’impossibilità di guardarsi con occhi diversi dai propri. Il “branco” è uno specchio opaco. Forse è questa la degenerazione ultima di quell’Italia delle appartenenze che Longanesi e Flaiano denunciavano nei loro scritti. Nessun legame “romantico” con il territorio, ma solo appropriazione di spazi e di corpi altrui. Ad Alatri, i balordi che hanno giustiziato Emanuele Morganti temevano che anche una banalissima precedenza (il cocktail servito prima al ragazzo inerme che a loro) potesse incrinare il dominio totale stabilito sua una piazza; a Giugliano, il gruppo aveva come unico collante, in un’infanzia distorta da mille sollecitazioni sbagliate, un rituale di umiliazione dell’indifeso; a Trento, la falsa unità della famiglia si sublimava nel lusso levigato di agi altoborghesi impossibili da sostenere. Tre casi di irreversibile perdita di innocenza, non più reperibile, quest’ultima, nemmeno nel più sperduto angolo del cuore. Per l’innocenza non più asilo, ma esilio permanente.

L’ultima frontiera del consumo è la violenza, perché anche la violenza si consuma come ogni merce che si rispetti. Stanley Kubrick in Arancia Meccanica profetizzava una violenza artefatta che stabilizzasse dall’alto l’ordine sociale. Ora non è più così, o almeno non solo. Oggi si produce violenza per scambiarla, dentro una comunicazione spesso orizzontale. Al netto di una Giustizia di Stato percepita nella sua distanza e insufficienza, riparare un tessuto sociale lacerato da un atto di pura denigrazione o da un omicidio “per futili motivi” è impresa che appare disperata, i conti non tornano e il cerchio non si chiude. Altra violenza, fisica o psicologica, quindi, entra in circolo. E se il mezzo per diffonderla è impersonale e universale come può esserlo un canale youtube, allora Nostra Signora Efferatezza si espande senza trovare ostacoli.

Incolpare la droga, sulla scia di molti commentatori, quasi che la cocaina abbia prodotto di per sé l’evento criminale di Alatri, è invece un comodo alibi, perché l’uso di stupefacenti riflette sempre la storia culturale dell’umanità. «Le dittature del futuro priveranno gli esseri umani della loro libertà, ma in cambio gli daranno una felicità che, come esperienza soggettiva, sarà nonostante tutto reale in quanto chimicamente indotta», scriveva Aldous Huxley ne Il mondo nuovo (1932!). Non evasione dall’ordine, non la sovversione creativa tentata nelle sperimentazioni della controcultura degli anni Cinquanta e Sessanta, ma inserimento ferreo nelle logiche di prestazione del sistema: questo, per fare un esempio, accade con il Ritalin, che da farmaco è diventato la sostanza dopante per eccellenza della cosiddetta “economia dell’attenzione”, per studenti e lavoratori che vogliono, anzi, devono massimizzare le performance nei rispettivi campi di impiego. Lo sballo è solo il modo più rapido per calarsi una maschera sugli occhi e ingoiare un essere-nel-mondo radicalmente inautentico. E in cambio di tutto questo, appunto, si immette sul mercato la violenza nelle sue molteplici forme, il bene che non è bene, estremo paradosso di tutte le teorie economiche sul valore.

Ciambella, magari tu non ci credi, ma io ti conosco benissimo… Se hai sbagliato è per via della tua famiglia, povera e rovinata; per la tua “quinta”, caotica e degradata; per il tuo quartiere, che è un vero inferno; e per la tua Lima. Perchè ovunque a Lima la tentazione ti divora: biliardi, cinema, scommesse, bar. E i soldi. Soprattutto i soldi, bisogna trovarli a tutti i costi. Ma io so che sei bravo e che un giorno troverai un cuore all’altezza della tua innocenza.

Nostra Signora Efferatezza, che non sei nei cieli ma qui in mezzo a noi, dacci oggi una vittima da sbattere in prima pagina. È questo un amen che ci mozza il fiato prima ancora di pronunciarlo.

Alessandro Vergari

(In copertina: Witches Sabbath di Fransisco Goya)

Percezione emotiva

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La primavera. Nient’altro che un’alternanza di nubi e di sole, in cui il caldo fa a pugni con il freddo, mentre un narratore abbarbicatosi tra cuore e cervello si risveglia da un lungo letargo e mi sussurra i suoi pensieri.

Pensieri. È una gioia immorale credere che tutto si possa raccontare così come è stato vissuto, sarebbe troppo semplice. Solo la notte dà alla memoria la possibilità di rilassarsi e di rilasciare la forma pura delle nostre percezioni. Nel corso del giorno, ogni cosa viene manipolata, edulcorata, addolcita, avvelenata dal bisogno di trovare un amico-nemico quotidiano.

D’altronde, la percezione visiva non è oggettiva, ma diventa preda del costante conflitto tra dubbio e fiducia in ciò che si vede. Vediamo in base a ciò che  sentiamo. Le forme ci emozionano solo quando coincidono con i diversi stati del nostro animo. Ogni volta che spalanchiamo gli occhi sul mondo siamo chiamati a comporre un puzzle. Se niente ci emoziona, vuol dire che nessuna immagine riesce a trovare il giusto posto nella nostra anima.

Così la memoria disintegra il superfluo e immagazzina solo le tessere che possono esserci utili per completare il mosaico. Che ciò avvenga nei nostri sogni più belli o in quelli più tormentati, un capolavoro si manifesta davanti ai nostri occhi. Significati e immagini si sovrappongono. Eccoci vivi, soli, amorali, liberi da condizionamenti.

Poi, il sole sorge e risveglia in noi la vergogna. Neghiamo le sensazioni lasciateci dai sogni mentre facciamo colazione, mentre laviamo i denti, mentre ci prepariamo per andare al lavoro. Anche quando i nostri miraggi notturni ci donano un sorriso da miracolati, cancelliamo ogni traccia di felicità. Questo meccanismo è ripugnante e inspiegabile… come tutte le cose umane.

Così in questa prima domenica di primavera 2017, primo giorno di ora legale che ci dona sessanta minuti in più di luce, di veglia e di percezione falsata, inizio la mia lettura de Il funesto demiurgo di Emil Cioran. Incido questo momento nella memoria come un epitaffio su una lapide, affinché io non dimentichi da dove nasce questa riflessione; affinché ogni percezione futura si incastri alla perfezione in un puzzle di conoscenza.

…di percezione pura dopo una notte senza sogni.

Martino Ciano

 

 

Questo mondo non esiste

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Non esiste questa retorica che ci promette la vita eterna e che mai ci educa al fallimento. Non esiste questa gaiezza immortalata in sorrisi di pietra, in pose plastiche, in pornografiche diapositive che ci ritraggono sempreverdi.

La felicità è falsa. Il pessimismo è una trappola. Lasciamoci trasportare solo dal grottesco, questo satiro dagli abiti onesti, mai confuso, sempre lucido nei suoi giudizi. Solo affidandoci alle battute di un demone allegro ci sarà data la possibilità di capire che questo mondo non esiste.

Falso è il tempo, falsa è la gioia che viene dopo ogni umana vittoria, falsa è ogni nuova creazione, inutile è ogni sentimento di indignazione. Ci vogliono parole forti per dire al mondo che tutto sta morendo sotto il peso della ricerca della felicità. Proprio lei non può manifestarsi a noi se la cerchiamo secondo le regole di questo sistema. Infatti, non siamo figli della tecnica e dell’eruditismo, ma della contemplazione, della ricerca, del paradosso e della perplessità che si spiega solo attraverso l’intuizione.

Proprio l’intuizione è un atto di ribellione che la nostra essenza ci suggerisce. È un piano di sabotaggio che la nostra anima tira fuori ogni qualvolta vogliamo dire basta!

Pertanto, cosa rimane di questo mondo?

Un cimitero di ricordi in cui nessuno metterà piede.

Allora, così mi appare la vita: eterna ricerca e trionfo della contemplazione.

Non giudicateci male se dalle pagine di questo blog vogliamo raccontare solo ciò che ci rende felici, perché per noi il giorno è una pagina bianca sulla quale scrivere una prosa da leggere al cuore. Se ci fermassimo all’ingannevole sofferenza di un mondo che si avvita su se stesso, trascinando tutti nel fondo dell’abisso, saremmo costretti a scegliere tra il cappio della rassegnazione o la crudeltà della mia sola felicità.

Non è forse la fede in qualcosa di inspiegabile che attira le nostre attenzioni? Non è forse quell’invocare Dio, che si incarna nell’arte, nella musica, nella prosa e nella poesia, che ci libera da ogni male?

Allora, esiste davvero questo mondo di tecnica ed erudizione?

Martino Ciano

(In copertina: Herbert  Bayer, La solitudine del cittadino, 1932)

Perifrasi del nulla

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Quanti giri di parole per non dire, ma solo per proferire profezie che non si compiono e muoiono dopo pochi secondi. Sentimenti ansimanti si mescolano in questo bisogno di blaterare, mentre il mormorio del silenzio appaga i cuori miti.

Il nichilismo è una religione stuzzicante. L’ho scritto pochi giorni fa sulle pagine della Bibbia social denominata Facebook, strumento astruso dove la contemplazione dell’ego e la volontà di potenza si manifestano in noiosi orgasmi. Infatti, ci sono Mi piace simili a lacrime insipide, come quelle versate durante le cerimonie di commemorazione dedicate ai caduti in guerra. Battaglie le cui date si studiano a memoria per essere ripetute durante un’interrogazione.

E dopo il nulla.

Tutto ciò che è reale è razionale. Lo dice Hegel. Ho letto questa citazione in Tutto scorre di Vasilij Grossman. Mi ha fatto riflettere, perché anch’essa è una perifrasi del nulla. La realtà è frutto della fredda razionalità, o si accetta, o si muore… o ci si ammazza e si fotta il mondo. Così non è, però. Questo è solo materialismo.

Penso che una notte insonne sia una vita nella vita. La lucida confusione che si crea nella mente di chi si sveglia nel cuore delle tenebre rappresenta cos’è l’esistenza: un’incontrollabile e anarchica manifestazione della nostra essenza. Un corpo che non ha la possibilità di orientarsi, che è avvolto nel buio, che scruta uno spazio senza luce, ha come unico appiglio la mente. Ma in quella mente c’è il caos… frammenti di sogni, conversazioni tra neuroni, pensieri che si accavallano.

La notte ci dona il seme della libertà, ma nessuno osa piantarlo.

 La notte ispira nefandezze e gesta romantiche. Ci rende sentimentali e crudeli, ci dà sollievo e tormento, ci fa sperare e ci fa architettare il nostro fallimento, ci dona l’immaginazione e ci toglie la felicità di tutte le attese. Ogni notte scegliamo se vivere o morire; ogni notte siamo preda o della paura o della felicità; ogni notte siamo noi, disillusi e felicemente illusi di essere uomini.

Poi arriva il giorno e con esso la luce, la razionalità e la perifrasi del nulla.

Martino Ciano

(in copertina; Georg Baselitz, The bridge Ghost’s Supper)

La necessità e la vocazione

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La vocazione è necessaria, sfugge al controllo della razionalità. È l’unica cosa che riesce a dare un senso alla vita. Spesso non capiamo il perché dei nostri gesti, di alcune scelte, di molti errori commessi volontariamente, di tanti “no” e di pochi “sì” pronunciati con convinzione.

Ci affascina tutto quello che releghiamo nei territori inospitali dell’irrazionale. Ciò che non riusciamo a controllare lo affidiamo al cielo, al fato, alle nostre paure; eppure, cerchiamo risposte esaustive affinché quell’avvenimento inspiegabile ed improvviso lasci le lande desolate e caotiche del non senso e trovi casa qui, nella razionalità, nella logicità e nella meccanicità dell’esistenza palpabile e sensibile.

A volte, darsi una risposta è come firmare un passaporto a quegli accidenti che si palesano nella vita quotidiana e nella mente.

Ecco. Io non so perché scrivo, perché leggo, perché voglio sapere. So solo che una voce mi comanda, mi incita a prendere una penna, ad aprire un libro, a cercare una risposta. Sono richiami, a volte tristi, altre volte allegri. Mi ipnotizzano e il mondo sparisce, i doveri verso la società non mi importano più. Rotti i legami con gli altri, si ricuciono quelli con l’anima.

Forse è questo il vero Volto di Dio. Lo vediamo quando lo scopo sfuggente della vita riappare davanti ai nostri occhi e capiamo che la vocazione è figlia della necessità. Infatti, c’è qualcosa di necessario che il nostro cuore reclama e al quale non riusciamo a dire “no”.

Amo passeggiare a qualche metro di distanza dal mare perché mi ispira ogni pensiero. Le onde sono come le pagine dei libri che leggo o le note della chitarra che quotidianamente imbraccio.

Proprio in riva al mare ho iniziato a sfogliare Il codice dell’anima di James Hillman, psicanalista, morto nel 2011, che aveva poco a che fare con la razionalità. Infatti, lui detesta la psicologia canonica perché distrugge l’eccentricità, chiude entro limiti ristretti la sfera umana e imbottisce di farmaci chi è fuori dagli schemi.

Hillman preferisce rifarsi al mito di Er di Platone; al genio tutelare, il daimon, che sorveglia su di noi affinché il destino scelto dall’anima venga rispettato. Tutte cose su cui nessuno si sofferma più, ma che ci chiamano e ci spaventano. Torniamo a pensarci solo quando qualcosa si avvera e sfugge dal controllo della nostra razionalità…

… e io avevo un irrazionale bisogno di raccontarvi queste cose.

Martino Ciano

 

PONT MIRABEAU

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Parigi, e tu sai tutto. Parigi e l’amore se ne va barcollando sulle rare increspature che la luna azzanna. La Senna sorniona finge di non sapere, ma è figlia di una città: i dolori, in famiglia, non sono mai un segreto.

Parigi, e tu sai tutto. Ti sporgi oltre le braccia tese di due amanti in pietra, il fiume scorre sotto un arco perfetto ma, pur volendo, senti che niente ti appartiene più, nemmeno quella malinconia nei versi di Apollinaire, Vienne la nuit sonne l’heure. Les jours s’en vont je demeure, che da quel ponte scrisse di un suo naufragio.

Non sporgerti troppo, Paul. Sii attento, viene la notte, suona l’ora, i giorni se ne vanno, tu resta ancora. Perché solo una cosa ti appartiene, tuttavia, e si chiama memoria, ma cosa si fa? La si fugge o la si artiglia? Cos’è più salvifico?

Vale la pena, forse, ingannare questo tempo difettoso, come si conviene agli ultimi frangenti di una qualsiasi vita, specie la tua. Sia l’apoteosi del nichilismo, dunque, sia adesso, tra le nutrie e le stelle. Siano i ricordi più affilati a scorrerti dentro. Sia “La sabbia delle urne”.

Troppe deportazioni hai visto, troppe ne hai vissute, ti schizzano da una tempia all’altra, maledetti nazisti, e questo padre che non sa andarsene malgrado il tifo. Dittature pubbliche e private che ti squarciano l’identità. Ma tu sei Celan, tu sei un poeta, e hai un compito che si comprime tutto nell’autodemolizione. Verdemuffa è la casa dell’oblio, scrivi, fratturando la dimenticanza, innalzando un altro te ascoltatore a cui consegnare l’epilogo. Ricordi e non ricordi per precauzione, imbastisci un tango sulla lingua del ponte. Tango, tangere, tangere, tangere questo passato che si pianta davanti come un tir a cui prima o poi qualcuno toglierà il freno.

Non ti sporgere, Paul, aspetta ancora, la Senna impazza, la Venere liquida non è ancora pronta. Giocammo a carte, io persi le pupille; mi prestasti i tuoi capelli, li persi, ci stese. Uscì per la porta, la pioggia lo segue. Eravamo morti e potevamo respirare. Componi i tuoi ultimi fiati e manda a cagare Guillaume, non pensare a niente, raccogli tutto il tuo tragitto. Sanguinò via da me l’autunno, madre, mi scottò la neve: cercai il mio cuore perché piangesse, trovai il fiato ahi l’estate, era come te. Mi venne la lacrima. Tessei quel telo.

Dimmi, com’è la brezza francese quando cade la sera? No no, dimmi. Lo so quanto i treni e tutte quelle persone affastellate nei vagoni come sarmenti da focolare ti facciano male, ma per quanto gli scenari da dopoguerra implichino una resurrezione ignorante, con te non funziona. La nuova società, sentenziano, deve nascere dal travalicare l’orrore, come se non fosse accaduto, come se non ci fosse mai stato il male, e questo sì, ti uccide un’altra volta. Conosco tutte le tue morti da vivo, mentre fai l’equilibrista sul ciglio di due amanti di pietra che non vogliono farti cadere nell’acqua. Io lo so che non avresti mai voluto pubblicare le tue bozze adolescenziali che sputasti e baciasti, su cui vomitasti salvo poi ripulire per l’editore.

Sono qui ora, e il tuo ciglio non differisce dal mio. Sai, ci sono mille definizioni che vorrebbero abbracciare la poesia, ci sono torme di soldati disarmati pronti a spogliarsi della divisa per far mostra dei capezzoli in rima. Ma tu, Paul, sei Celan, e dopo Auschwitz, dicesti che non ci sarebbe più stata assonanza, spaccasti tutto, come un randagio capitato per sbaglio in un simposio borghese. Io questo me lo pigliai a manifesto.

Facciamo un bagno?

Va bene, una bella barca è la bara, intagliata nel legno dei sentimenti… va bene, ci siamo capiti. La vedi quella schiuma improvvisa nella quiete del fiume? Adesso ti affacci oltremodo, la tua mandibola glabra si bagna già, sei bello anche senza poesia, tra le frecce lunari. Non abbiamo bisogno di niente, davvero, se non di alcuni tasti del pianoforte. Le vedi azzoppate le vele della memoria, eppure sfidano la corrente, ti senti gemello finalmente, gemello di un qualcosa che sempre ti è stato accanto, tuo malgrado. Puttana memoria, vergine senza collant, il vento si alza e tu non sai fare altro che seguirla. Le urne sono un collier galleggiante. Adesso puoi, adesso puoi perdere aderenza con tutto l’infame che ti ha seviziato.

Sei un poeta, Paul, sei Celan, e ti è concesso un navigare a tuo modo. Vai, un mare ti avrà, un mare che solo tu sceglierai. Senti sabbia? È un concerto di secche che non vogliono accettare la tua scelta. Come si può spiegare agli altri che un poeta, quando decide di morire, sa di essere in costante combutta con l’eterno? Lasciali stare. Non meritano. Non merito.

Giuseppe Cristaldi