Clandestino d’amore

Ero un clandestino d’amore. Quante parole spese per la prima ragazza conosciuta, la musa adolescenziale. Era il 1990. Fine luglio. Estate salentina. Claudia aveva sedici anni. Io, venticinque. Fino al maggio 2001, corse e rincorse, brezze ed ebbrezze, cadute e risalite. Fino al 2001, il sole anche di notte, raddrizzavamo le stelle storte, cantavamo assieme madrigali al cielo notturno. Poi venne il tempo della noncuranza, della separazione, della lontananza. L’assenza dapprima mi straziò, mi annullò. E divenni un clandestino d’amore.

Nella agognata segretezza, scrissi di lei, scrissi per lei. Parole al vento. Dopo quel maggio 2001, quando Claudia decise di andare via per salvarsi la vita, per salvarmi la vita, vissi anni di pensamenti. Traversavo estati di rimpianti. Di consapevolezza. Pensavo: che belle le sortite al mare, le spiaggette di sole, le ragazze in costume. Ma qualcosa, negli anni, sempre mi mancava. Mi mancava lei. Vedevo le altre ragazze, le osservavo, notavo i comportamenti. Era piacevole correre al mare, ammirare le belle ragazze. E lei, Claudia, donna d’immenso marino, nei rosei mattutini aveva giocato coi nostri corpi, protesi verso le occidue ragioni dell’essere: l’esistere. Claudia donò al mio spirito scisso la dolcezza equilibrata dei bei sentimenti. Quante corse con lei verso i mari della giovinezza, persa su chine di sconquassamenti, i lidi bagnati e speranzosi e coperti delle fini sabbie dell’attesa.

Quante lunghe passeggiate con lei. Con lei mi smarrii e mi ritrovai, assassino del tempo e dei menagrami di sventura. Claudia, la trovai che era bambina. Non la cercai, arrivò da sola, piccola, da inondare con i suoi occhi verdi, coi suoi bei pensieri, la mediocrità del pensiero dominante e del buon senso comune. Claudia, la trovai per caso, che era bambina, coi suoi occhi d’un verde bottiglia. Ricordo ancora una passeggiata a Santa Caterina. A un certo punto, lei disse: “Attento, stai attento, l’amore passa e non torna”. Sono volati gli anni, le incerte stagioni, ho mutuato il pianto, gli umori. Da quel maggio 2001, ho incontrato qualche altra musa (pochissime), che ha lumeggiato la notte, che ha fatto fiorire le aurore. Ma ancora lievemente ti ricordo, Claudia, seduta di fronte al mare su quel muretto di crosta annerita. E la voce: “Attento, stai attento, l’amore passa e non torna”. Stretta al mio petto, venivamo catturati dall’incedere oscuro della sera. Quante parole ti ho rivolto, Claudia, nei miei anni clandestini, parole a vuoto, sommese e stranite…

E sulle torri assolate

bagnate di cielo di mare

il pennone arcobaleno

tornerà a sventolare le vane speranze.

Le speranza attesa profonde

come un sogno

sospeso a mezz’aria

eternamente rincorso

su selciati sterrati.

Speranze come giovani chimere

pallide imprendibili,

come coloratissimi lepidotteri

che volano volano via

lontano da noi.

Le speranze deluse frustrate

come un desiderio perso soffocato

nella notte dei vecchi giochi d’amore

quando tu eri dolce e di fuoco

e sapevi di sale,

sapevi di sangue.

La speranza di oggi,

saperti felice,

è la stessa di ieri

in questo mondo che opprime

e vanifica tutto.

Per tanto tempo, dopo la separazione, ho ammirato il cielo di stelle che s’arrendeva inevitabilmente ai primi fulgori d’un’alba compagna. L’alba dei bagliori di rosso, delle lacrime di rugiada, della gente che dormiva e sognava. L’alba dei lavoratori che stazionavano infreddoliti nei bar e si raccontavano le storie di ieri. L’alba di chi era sveglio da sempre, eternamente insonne, a meditare ricordi. L’alba nel nuovo giorno che sorgeva e assassinava la notte. Per anni, Claudia l’ho vista come un fantasma della mia quotidianità. Ma spesso ero stanco di dormire ad occhi aperti e di sognare le improponibili ed estenuate chimere. In momenti di resipiscenza mi dicevo: insensato è la ricordanza che incupisce anche l’aria. Tu tacevi. Come sempre. Anche il giorno dolorava e taceva. Gli anni sono volati. L’adolescenza ha lasciato il posto alla giovinezza.

Ora è il tempo dell’età di mezzo. Anzi, mi viene da dire che l’età ultima ormai s’avanza. Non è più l’ora della cupa reminiscenza. La ricordanza ormai giace in scantinati d’oblio. Dopo Claudia, qualche altra donna di venustà ha brillato nel mio cielo. In fondo, l’amore va condiviso e vissuto con sangue, con nervi, con corpo, con ragionevolezza. Le muse ci svegliano dal torpore, ci allontanano dal solipsismo, ci fanno desiderare l’amore, quello vero, bordeggiato ai margini delle strade. Le muse ci insegnano la misura dell’istante finito, sitibondo di stupore. La meraviglia, il dono, la gioia, la poesia.

                                               
Marcello Buttazzo 
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