Il coraggio di un uomo solo

Se le parole arrivano all’essenza delle cose, le azioni che compiamo vanno ancora più a fondo, perché cambiano la realtà, rendendola migliore o peggiore, a seconda della nostra etica. È questo, in nuce, ciò che emerge dal nuovo libro del celebre scrittore Roberto Saviano, Solo è il coraggio, dedicato al magistrato Giovanni Falcone, un uomo prima che un giudice che con l’impegno profuso nella lotta alla criminalità organizzata ha reso il nostro Paese un luogo più vivibile, se non più giusto. La figura di Roberto Saviano, dopo l’uscita del suo bestseller Gomorra, è stata oggetto delle più disparate riflessioni e accesi dibattiti.

Saviano, a mio avviso, riprendendo una citazione del filosofo francese Bergson, può essere inteso come un intellettuale che “pensa da uomo d’azione e agisce da uomo di pensiero”, poiché usa la sua penna, e naturalmente il suo pensiero, verso la lotta alla criminalità organizzata, passando per questo all’azione. I primi capitoli del romanzo di Saviano, formato da oltre cinquecento pagine, descrivono la nascita del fenomeno mafioso a partire dalle sue origini, da quando Riina scampò all’esplosione di una bomba. L’attenzione si sposta successivamente sulla lotta fra le due fazioni, quella dello Stato,  e quella dell’anti-Stato.

Non c’è dubbio di quale delle due porti alla vita e di chi porti al Nulla. Successivamente, prima di parlare più dettagliatamente dell’operato di Falcone, Saviano si sofferma sulle vicende di diversi uomini dello Stato, come Boris Giuliano, Costa e Cassarà, con l’intento di far comprendere che Falcone fosse qualcosa in più di una sacra “vox clamantis in deserto”. Altra affermazione biblica che forse rende ancora più onore a Falcone e Borsellino è  nemo propheta in patria, nessuno è un profeta nelle propria terra d’origine, cosa che toccò anche ad un noto intellettuale come Piero Gobetti, esule in Francia durante il fascismo e vittima della stessa dittatura che affermò che noi italiani dobbiamo vivere da esuli in patria. Sia le Sacre Scritture che il più laico intellettuale piemontese Gobetti, definito da Montanelli molti anni dopo come il più intelligente degli antifascisti, ci avevano visto giusto sulle vicende di molti italiani, fra cui Falcone e Borsellino, che misero l’amore della propria terra al primo posto ( “Hold on, if love is the answer, you’re home”/”Coraggio, se l’amore è la risposta tu sei a casa”, sostengono in una loro canzone un gruppo musicale di fama mondiale come i Daft Punk).  

Saviano, tuttavia, non intende fare di Falcone un culto, affermando che questa è la storia di un uomo che resiste, che prova a fare la differenza, che non voleva essere un martire né un eroe. In queste considerazioni, noto molte affinità con quanto detto da Elena Fava, figlia di Giuseppe Fava, giornalista assassinato dalla mafia negli anni ’80, che giustamente ha evidenziato come non bisogna vedere coloro che combattono il crimine in un’ottica eroica, ma più semplice, alla mano, tenendo conto anche degli umani difetti e debolezze, anche se ai nostri occhi i grandi difetti appaiono piccole cose e ogni minimo segnale di virtus, per dirlo alla latina, sono obiettivi a noi irraggiungibili. Ma è anche questo, che in fondo, li ha resi davvero grandi. Concludo questa mia riflessione, aggiungendo che Saviano stesso, inoltre, non va per me considerato un eroe, ma un giornalista vero a cui tutti dovrebbero prestare ascolto, anche senza condividere le sue scelte o prese di posizione.

Solo è il coraggio è tutt’altro che un elogio ad una certa antimafia, quella che dice di combattere il crimine solo nell’apparenza, più che nella sostanza. Se Sciascia, uno dei giornalisti che meglio ha trattato questo tema nel secondo Novecento, utilizzò l’espressione “professionisti dell’antimafia”, non gli si poteva che dare ragione, sebbene gli atteggiamenti del crimine li combattesse più con la penna (“penna come spada contro l’ingiustizia”, dice il grandissimo Salman Rushdie) che con il diritto, come hanno fatto Falcone e Borsellino. Non mi sembra il caso di riaccendere la querelle sull’uso dell’espressione “professionisti dell’antimafia”, perché già l’anatema che lanciò Riina nei suoi ultimi anni di vita dal carcere verso Sciascia e tale sua considerazione mi sembra parli da sé, perché Falcone non era un professionista dell’antimafia (infatti Sciascia si chiarì con Borsellino) ma un professionista del senso del dovere e dell’onestà morale.  La legge dei magistrati Falcone e Borsellino, infatti, ha qualcosa in comune secondo me con quella rigorosa del celebre filosofo tedesco Immanuel Kant, nonché del suo imperativo categorico. Struggente, oltre agli interi capitoli dedicati a Falcone e alla sua lotta contro il crimine, sono quelli che riguardano la sua sfera personale ed il rapporto con la moglie Francesca Morvillo, all’insegna del rispetto ma anche di un sano affetto di cui il grandissimo uomo, prima che celeberrimo magistrato, aveva assolutamente bisogno nella sua avversione ad un sistema corrotto, che ha fatto di tutto per screditarlo. Saviano infatti ricorda anche in “Solo è il coraggio” che hanno tentato di togliere ogni dignità a Falcone durante la sua vita, ma con il suo elevatissimo senso di giustizia l’ha riguadagnata fino a quella che le Sacre Scritture definirebbero giorno del giudizio.

Non mi voglio dilungare ulteriormente sul contenuto del libro, voglio che chi lo legga possa formarsi delle opinioni prive di ogni condizionamento: dopotutto, lo stesso autore di Gomorra in più occasioni ha ribadito che a fare paura al crimine non è lui, ma i suoi lettori, che, aggiungo, dovrebbero essere delle piccole sentinelle, coloro che diano l’allarme (parafrasando Camus). Sulle ultime delicatissime pagine de “Solo è il coraggio”, riguardante l’attentato a Falcone, non ho  la forza di aggiungere altro. Sebbene sia troppo giovane per avere un ricordo personale di quanto avvenuto, credo che certe tragedie della nostra Italia debbano essere osservate solo con il dovuto silenzio, profondamente diverso da quell’omertà di chi si è reso complice di quel crimine atroce. Saviano, comunque, credo sia un grande giornalista, perché con i suoi libri ha avuto il coraggio di dire la verità, a suo rischio e pericolo. Concludo questa mia recensione con un’ultima riflessione: bisogna avere il coraggio di dire la verità, quando possibile, perché la verità fa male al potere più delle armi, e le leggi della democrazia si basano sull’arma più forte della nostra civiltà: la parola.

E l’ultima parola con cui l’Italia deve rivolgersi a Falcone, Borsellino e chi ha perso la vita in questa battaglia atavica contro la mafia e le sue più subdole tentazioni è questa: grazie.

Leonardo Donvito

(Roberto Saviano, Solo è il coraggio, Bompiani, pagine 512, € 24,00)

Un pensiero su “Il coraggio di un uomo solo

  1. Sono d’accordo su tutto. Ma definire Sciascia un giornalista mi sembra poco aderente alla realtà. Sciascia era principalmente uno scrittore ed un intellettuale. Certo ha anche scritto degli editoriali ma non per questo lo si può definire sic et simpliciter un giornalista. Cordiali saluti

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