VIAGGI E DI-STANZE

                           

Se Viaggio è sinonimo di passaggio e Meta sinonimo di arrivo, dal punto di vista umano, non si pongono come alternative escludenti ma come proiezioni simmetriche del desiderio.                                          

Perché se proprio oltre un passaggio a livello sfugge appunto ogni treno chiamato desiderio dietro i finestrini di quello stesso treno sfilano i fotogrammi di immagini che sono già passato.                                                 

Se una notte d’inverno… un viaggiatore salirà sull’Orient express, quella successiva potrà rimanere insonne in una carrozza di un Treno di notte per Lisbona.                                                                                              

Per entrambi, il tempo sospeso del delitto o della notte farà da contrappasso alla velocità del vento che sibila tra le sciarpe e i capelli.                                                                                                                            

La piccola oasi tranquillizzante di quel microcosmo del viaggiatore verrà sballottata sulle traversine cigolanti delle rotaie.                                   

Un attimo prima l’aria apparentemente statica della carrozza dove il tempo sembra fermo e un attimo dopo il vento veloce che accelera il tempo sui binari.                                                                                                      

Come un montaggio perfetto i due fotogrammi colgono realtà alternative e profondamente diverse, ma indissolubilmente legate come due facce di un Giano bifronte.                                                                  

Non è un caso che il popolo che ha fondato la sua narrazione mitica  sull’orizzonte della terra promessa (il popolo ebraico), la meta per eccellenza,  il raggiungimento della quale giustificava qualsiasi faticoso esodo, sia stato condannato dalla storia  ad una diaspora apparentemente infinita attraverso tutta l’Europa dove ogni sosta temporanea aveva l’amaro sapore carcerario del ghetto.                                                                                

 E’, in fondo, il fascino, a tratti inquietante, di ogni carovana in cui l’inizio e la fine sono evanescenti come le tende dei beduini nel deserto, i convogli degli zingari lungo gli antichi tracciati dei Carpazi, i carri dei pionieri americani verso la nuova frontiera o le tende-cattedrali dei circhi fino ai camion spompati dei nostri giostrai nella puzza di gasolio tra macchine da scontro e ruote panoramiche.                                                                                                          

Ora visibili come una striscia mobile in fondo alla nostra visione, ora scomparsi nel passato del tempo o della nostra immaginazione che poi sono la stessa cosa, un sogno ad occhi aperti, una dreams-road di due moto soltanto, magari sull’asfalto con le erbacce di una vecchia  route-66 o un over-land dei più recenti camion attrezzatissimi all’esplorazione di mondi già conosciuti ma necessariamente da ri-scoprire.                                                                                                                

Tutti pronti, però, nel momento del pericolo a richiudersi a riccio, in tondo, unendo insieme l’inizio e la fine, trasformando quella linea (di marcia) in un cerchio (di sosta) rinunciando per un attimo alla sfida del viaggio per la sicurezza della stanzialità della difesa. D’altronde l’ostentazione più radicale e pacchiana del possesso di beni immobili accomuna realtà che hanno fatto della mobilità, del nomadismo e del nascondimento la loro tradizione.                                                                            

Tra gli zingari i Casamonica rappresentano la dimostrazione plastica di questo paradosso.                                                                                 Ma anche le organizzazioni criminali che vedono i loro esponenti unire al nomadismo della loro latitanza l’ostentazione di beni di cui non usufruiranno mai alla luce del sole.                                                                       

Ma forse c’è qualcosa di più profondo ed inquietante che agita l’umano di fronte al passaggio del nomade.                                                             E’ la metafora del passaggio estremo, della morte, del trapasso che fa schizzare queste realtà come quella dell’essere umano nel trapassato che inquieta di fronte alle piccole e alle grandi migrazioni.                                                                                                                  

 I barbari, infatti, che passano di tanto in tanto nella nostra vita,  come ci ha insegnato Konstantinos Kavafis nella sua splendida poesia, sono certamente fonte di pericolo ma sono anche un alibi che ci inchioda al nostro quotidiano e che non ci fa cambiare.                                                            

 Un uomo apparentemente, perennemente in viaggio ma in realtà fermo rispetto al resto del mondo come il pianista della famosa leggenda sull’oceano che nasce su una nave che non si fermerà mai solcando i mari ma dalla quale non vorrà mai scendere.                                                           

Come la realtà paradossale degli infiniti pendolari della storia per i quali il treno corre incessantemente solo per tornare nello stesso luogo, magari addirittura nella stessa giornata.                                                               

Un’eterna ripetizione che è quasi una condanna ma che magari garantisce un lavoro sicuro fino alla fine dei giorni lavorativi che spesso è anche il preannuncio della fine tout-court.                                                          

Ma si sa, nella vita reale, i nostri ritmi, come quello dei nostri ormoni, non sono mai perfetti, non durano un giorno intero, ma al massimo gli si avvicinano, approssimano, sono, come si dice in gergo, circa-diani.                                                                                          

 C’è sempre un resto, un fattore di correzione da aggiungere per far tornare apparentemente i conti, così che qualcosa di veramente umano si insinua soltanto in quel che resta del giorno, per citare l’incredibile interpretazione di Anthony Hopkins.                                    

Scriviamo calendari diversi seguendo i capricci delle lunazioni fino a divenire lunatici, intersechiamo tempi sacri e tempi profani come i complessi calendari Maya per decretare infine una fine dei tempi, ovviamente sbagliata, perché sfugge a qualsiasi conto umano, a confermare il monito biblico che non è dato sapere né il giorno né   l’ora.                                                                                                                

 D’altronde il luogo fisico ed immutabile del potere si arrocca e si difende dietro mura invalicabili ma paga pegno nell’ignoranza di un viaggio che non sperimenterà mai.                                                                          

 Kublai Khan, infatti, nel racconto di Italo Calvino, viaggerà solo con i piedi e con gli occhi di Marco Polo.                                                                     

E’ ormai lontano e dimenticato il tempo della sua vita in cui ha attraversato a cavallo l’ignoto, a capo delle schiere dei tartari che sarebbe solo un deserto se il mercante veneziano non lo popolasse con i suoi racconti.                                                                                                   

Sull’alto mare aperto… Itaca è lontana, soltanto un miraggio, l’Odissea è una passione, in quanto dolore, ma anche in quanto gioia perché anche viaggio, ogni Ulisse sull’acqua come ogni Cristo sul Golgota è incatenato al suo legno, sia esso una nave o una croce, o entrambe.                                                                                                             

Viaggio malinconico, quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria della canzone di Guccini, fratelli minori della ginestra leopardiana, viaggio scoppiettante e gioioso delle compagnie girovaghe di avanspettacolo dell’Italia del secondo dopoguerra, viaggio inquietante come Un viaggio al termine della notte e al tempo stesso esilarante come uno dei Viaggi di Gulliver da leggere nella sosta pensosa (e anche comoda) di una stanza annullando con le parole gli infiniti chilometri di ogni di-stanza.

Paolo Fiore

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