SALVARE LA LINGUA E SE STESSI

Custode della storia e della verità della storia, la lingua consente non solo di vincere l’oblio, ma anche di consegnare alla memoria il senso profondo di un’esistenza fin dai suoi esordi in questo mondo.

Usando una scrittura tersa e vibrante, Elias Canetti scala la montagna più alta e impervia di tutte, quella plasmata di ricordi, di voci, di ore vissute ad annodare i giorni e i pensieri, i mesi e i sogni, gli anni e le incertezze circa tutto quello che, accadendo, è diventato poi oggetto di scrittura.

‘LA LINGUA SALVATA’ (Adelphi editore) è un romanzo autobiografico, di formazione, narrando l’infanzia e l’adolescenza dell’autore le cui origini ebraiche sono tanto importanti quanto quelle che si sono estese in Bulgaria, in Inghilterra, in Austria e in Svizzera.

Le ben otto sette o otto lingue che l’autore, all’epoca della sua infanzia, poteva sentire, nutrono la sua anima desiderosa di ampi spazi e ingorda di tempi infiniti come la conoscenza: la mescolanza di genti e di lingue diventa il fiume in piena su cui l’immaginazione di Canetti viaggerà poi a ritroso, ritrovando il modo di arginare l’oblio e di affondare con tutto se stesso.

C’è il grande magazzino in cui il nonno vendeva coloniali all’ingrosso, intriso di un fortissimo odore d’Oriente; c’è il padre che muore improvvisamente giovanissimo e che gli fa conoscere il buon odore della carta stampata; quindi c’è Vienna e lo scoppio della prima guerra mondiale; infine ecco Zurigo da cui un Canetti adolescente sarà cacciato proprio alle ultime battute del libro.

Sopra ogni altra immagine si erge la figura materna con la quale Canetti bambino e poi ragazzo intreccia un rapporto intenso, strettissimo, dolce, viscerale e a tratti violento. Madre e figlio sono legati da sentimenti che vanno dalla tenerezza alla gelosia, dal conflitto più amaro alla dedizione più assoluta. È lei che gli trasmette l’amore per i libri che li conducono dove pochi possono raggiungerli: né i fratelli minori dello scrittore né i nonni né gli amici hanno accesso ad un legame fatto di letture, discussioni e confronti. Entrambi leggono con passione vorace, con amore spasmodico, con urgenza vitale.

La lingua privata, intima, familiare, consumata nelle comunicazioni quotidiane, si arricchisce e si affianca a quella della letteratura che non serve loro per far sfoggio di cultura, ma per scendere negli abissi delle vicende umane che sono anche le loro, che sono anche le nostre.

Nasce così nel giovane Canetti la vocazione per il linguaggio scritto che lo porterà a decidere senza mezzi termini di diventare scrittore.

Salvando la lingua, egli salva se stesso, la vita, la storia e la memoria dalla consunzione del tempo, degli anni: sulla pagina stampata l’inchiostrò lascia fili che si annodano gli uni agli altri, creando una tela grandissima in cui custodire gli zampilli di eternità che per un breve frangente hanno infiammato l’esistenza.

La lingua è per Elias Canetti la possibilità di viaggiare, di infrangere barriere, di scavalcare il muro e trovarsi al di là dei limiti imposti dal tramandarsi di usi e tradizioni che non scaldano, ma bruciano, fino a farli scomparire, gli orizzonti più belli e luminosi.

Le aspirazioni alla cultura dei genitori dello scrittore devono sgomitare in un contesto familiare in cui la pratica del commercio è sovrana; nulla però può fermare l’avanzata convinta verso Vienna, verso l’occidente che rappresenta la libertà da tutte le convenzioni, linguistiche e artistiche, vigenti fino a quel momento. Questo fattore sarà causa di rottura profonda e insanabile all’interno della famiglia e avrà conseguenze tali da non poter più neppure ipotizzare un ritorno verso l’antico, il desueto.

In questi tempi di recrudescenze razziste leggere o rileggere ‘LA LINGUA SALVATA’ di Elias Canetti ci riconduce alla meraviglia di un mondo in cui alla molteplicità di lingue (nel libro si parla di una festosa compresenza di bulgaro, turco, greco, albanese, armeno, circasso e rumeno, oltre allo spagnolo, al tedesco e all’inglese) corrisponde un’altrettanta straordinaria scoperta di quanto noi apparteniamo a tutta questa indescrivibile varietà perché ne siamo frutto, perché ne portiamo nel sangue i semi, perché ne saremo per sempre gli eredi e i trasmettitori.

Questa lucida coscienza delle parole è l’unica in grado di difendere l’anima dalla tentazione di cedere all’ignoranza e alla brutalità.

Anche quando una lingua è fonte di contraddizioni e incomprensioni essa resta sempre il modo più affascinante e più sicuro per ancorarsi alle incessanti fluttuazioni della vita.

Una delle frasi più illuminanti del libro è quella in cui lo scrittore ci mette a parte del balzo in avanti, doloroso e necessario, verso la piena consapevolezza di sé e di se stessi nel mondo.

Così egli scrive: ‘Forse se lei non mi avesse strappato dal paradiso zurighese avrei continuato ad essere felice. Ma è anche vero che venni a conoscenza di altre cose, diverse da quelle che sapevo … È vero che io, come il primo uomo, nacqui veramente alla vita con la cacciata dal paradiso’. 

Luciana De Palma

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