La lingua perduta dell’amore

«Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo».

È uno dei passaggi de La Lingua perduta delle gru, romanzo del 1987 di David Leavitt, scrittore statunitense che ha vissuto a lungo in Italia, paese in cui le sue opere hanno avuto maggior successo, tanto che il suo libro Eguali amori (Equal Affections) è uscito prima da noi e poi negli Stati Uniti. Non a caso, nei suoi romanzi Leavitt ha spesso inserito ambienti e personaggi italiani (soprattutto toscani). Se merita una menzione speciale la postfazione di Fernanda Pivano, una nota di demerito va invece a quella traduzione mai cambiata nel corso delle diverse edizioni: «Nel primo pomeriggio di una piovosa domenica» (l’incipit), «cosa ci faceva lui in mezzo a una strada in una fredda mattina domenicale» (solo 20 righe dopo).

Ciò detto, il romanzo restituisce scenari a volte scintillanti e colorati, altre, umidi, come le giornate piovose di Manhattan dei primi anni ‘80. Passeggiate lungo le strade della Grande Mela, di giorno e di notte, a respirare la puzza dei liquami, dei gas di scarico dei palazzi e l’aroma dolciastro delle panetterie, a incrociare lo sguardo dei passanti frettolosi e intirizziti dal freddo, ognuno con i pugni in tasca e i pensieri incondivisibili per la testa, ad entrare di nascosto nei pornoshop e nei gay bar.

La vita dei protagonisti corre lungi i binari di una quotidianità non priva di momenti straordinari, amplessi infuocati, passioni respinte, dolore e sconforto, ma pure sensi di colpa e incredulità attonita.

Un romanzo importante per i temi che affronta senza tagliare minimamente la propria lingua narrativa, fra le ineguagliabili atmosfere di una New York che pare uscita da una canzone di Lou Reed.

Pino Casamassima

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