Fine vita, libertà di scelta e il bavaglio di un Paese clerico – fascista

Sulle questioni eticamente sensibili, la politica istituzionale è in ritardo di decenni. Sovente, negli anni, abbiamo assistito a dibattiti sterili e improduttivi, condizionati da coriacee incrostazioni confessionali. Ricordiamo tutti, nel 2009, lo scontro acceso che ci fu sulla vicenda di Eluana Englaro, una donna da 19 anni in coma vegetativo permanente, il cui padre Beppino chiedeva insistentemente che le venisse staccato il sondino dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. I movimenti pro-life diedero il peggio del peggio. Intervennero i tribunali, che spensero i furori integralistici e strumentali dei vari Giovanardi, Binetti, Quagliariello, Salvini, Berlusconi.

Da allora, qualcosina è cambiata. Nei palazzi del potere, si è riusciti quantomeno a legiferare sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci rendiamo conto, tuttavia, che in Paese laico e liberale dovrebbero essere garantiti più ampi gradi di liberta, e non solo l’accesso al testamento biologico. In un Paese moderno dovrebbero esserci altri strumenti (il suicidio assistito e l’eutanasia), capaci di regolamentare e disciplinare una dolente terra di confine, come il “fine vita”. A volte, l’esistenza, per innumerevoli motivi e contingenze, può diventare insopportabile, una prigione di dolore, un tormento continuo e diffuso.

E non serve speculare filosoficamente sulla supposta “sacralità della vita umana”, tanto cara agli spiriti cattolici. Ci sono uomini e donne che non credono alle enunciazioni di principio, e, se provate tragicamente, vogliono decidere della propria esistenza. E uno Stato davvero laico e liberale deve sempre saper garantire la libertà di scelta, l’autodeterminazione, l’autonomia morale. Per intanto, Fabio Ridolfi, pesarese di 46 anni, immobilizzato da 18 anni a causa d’una tetraparesi, aveva deciso di farsi addormentare per lasciarsi morire.

Dal 2005, Fabio era inchiodato nel suo letto di dolore, totalmente paralizzato, riuscendo in qualche modo a comunicare solo con gli occhi grazie a un puntatore oculare. I suoi occhi parlavano, dettavano sensazioni, pensieri, sentimenti profondi. Sperava nel suicidio assistito, Fabio, ma il nostro Parlamento, per intestine lotte ideologiche, non è riuscito ancora a discutere e ad approvare una praticabile normativa, che sia espressione d’un vero Paese laico e liberale.

Soffriva infinitamente, Fabio, e non ce la faceva più ad aspettare. Ai politici e alla sua Asl di riferimento delle Marche aveva mandato a dire: “Grazie al vostro menefreghismo sono costretto a scegliere la strada della sedazione profonda. È atroce non poter decidere della propria vita”. A Fabio, in questi giorni, un medico avrebbe dovuto staccare il tubicino che lo alimentava e lo idratava, sarebbe stato sedato e portato in un hospice di Fossombrone, dove si sarebbe addormentato per sempre. Si sapeva che sarebbero potuti passare giorni, prima che il suo cuore si spegnesse. Ma lunedì 13 giugno di mattina, Fabio s’è fatto sedare nella sua casa.

Sei ore dopo il suo cuore ha smesso di battere. Il suo fisico era così debilitato che il decesso è avvenuto in poche ore. La travagliosa vicenda di Fabio Ridolfi dovrebbe interrogare intimamente le coscienze, soprattutto quelle dei nostri politici istituzionali. È impensabile che, in Italia, non ci sia ancora una rigorosa legge sull’eutanasia e sul suicidio assistito.

Siamo stanchi delle superficialità, delle perdite di tempo, delle meline parlamentari, delle rozze strumentalizzazioni. La dignità della persona è un concetto paradigmatico, che dovrebbe andare oltre le disquisizioni filosofiche, ontologiche e antropologiche di cattolici e laici. “La vita umana è sempre sacra e inviolabile”, “prima d’ogni cosa è necessaria una vita che sia degna di essere vissuta”, sono assunti che hanno, senz’altro, valore. Purtuttavia, dopo le asserzioni, ci sono le esistenze delle singole persone, che vanno ascoltate e onorate.

Nella fattispecie, il 46enne Fabio Ridolfi era un essere umano provato e distrutto da 18 anni di non-vita. Il suo tormento fisico e interiore, il suo desiderio di abbandonare questo mondo (“non vedo l’ora”), è, tra l’altro, uno schiaffo e una sollecitazione a quei politici incapaci di formulare leggi adeguate e moderne sui nuovi diritti, svincolate da complicanze confessionali. Il professor Giovanni Berlinguer, uno dei padri della Bioetica italiana, in un suo volume storico “Bioetica quotidiana”, scriveva relativamente a eutanasia e a suicidio assistito: “A proposito dell’autonomia personale, fra le decisioni sulla propria sorte deve essere laicamente inclusa anche quella di poter scegliere se continuare o no a essere curato, se vivere o morire”.

Marcello Buttazzo

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