Postfazione a Visioni d’abbandono, Giuseppina Sciortino (Transeuropa, 2022)

Di Giusi Sciortino conoscevo già il bel romanzo d’esordio L’obiettore di coscienza (Eretica edizioni, 2019), sorta di basso continuo bernhardiano che in sé conteneva già la tentazione poematica, almeno tanto quanto questo Visioni d’abbandono, prima raccolta poetica dell’autrice, conserva nelle sue pagine una riconoscibile tensione alla prosa. Può risultare forse strumentale mettere in dialogo opere appartenenti a generi diversi come sono queste ma, forse, le possibilità di lettura di entrambe ne escono arricchite. Se il romanzo era una storia di reclusione e solitudine, diciamo allora che le poesie qui racchiuse compiono un cammino contrario di emancipazione e fuga. Ma emancipazione da cosa? Da una storia d’amore e dal portato di dolore che la sostanzia, verrebbe da rispondere. Questa sembra essere la principale chiave di lettura, diciamo pure la colla che tiene insieme le liriche (ma è poi giuste definirle così? Ci torneremo sopra tra poco).

Visioni d’abbandono è un romanzo in versi prima ancora che un poema (perché una struttura poematica, fortemente organica, mi sembra evidente che appartenga al testo e lo connoti), del romanzo ha i rimandi e le stazioni, la suspense e la catarsi. Ne ha ciò che sta a valle ma rinuncia giustamente al dettato di una trama che qui non serve. Eppure, la Via crucis di un amore è perfettamente tracciabile. Proprio per questo viene spontaneo usare un po’ di cautela nel maneggiare un termine come lirismo. Sciortino non mira scientemente all’assoluto dell’ispirazione (poi magari lo raggiunge, ma questo è un altro discorso): la sua cifra sta nell’essere nelle cose della realtà, nella sequenza quotidiana dei gesti e degli umori. Qui sta la scatola nera nonché il motore primo della sua poesia. La lingua la segue precisa, con le sue oscillazioni e le sue incertezze. Il registro sfoggiato in Visioni d’abbandono è ricchissimo e mobile, quasi imprendibile. Passiamo dai toni alti suggeriti da parole desuete a piccoli quadri minimalisti, consapevolmente approssimati verso il basso (“Il tuo sguardo si è posato triste / – almeno così ho voluto credere – / sul misero regno di scope e palette”). D’altra parte, il mondo messo in scena dal libro è proprio il nostro mondo – impossibile sbagliare. Se vogliamo essere più precisi, allora diciamo pure che davanti ai nostri occhi si snoda una serie di scenari connotati anche e soprattutto generazionalmente, ne è prova Posi e Nega, un testo che, come titolo, reca il nome di due personaggi di un famoso anime.

Non ha reverenze verso nessuna accademia, Sciortino. Se c’è un’aderenza a qualche tradizione, forse dobbiamo uscire dall’Italia e pensare a certi prosimetri statunitensi, i versi lunghi di Bukowski, forse Carver. Insomma, quanto di più antiaccademico offre la casa. Poi, e questa suggestione la lascio per ultima proprio perché centrale, c’è quella parola, Abbandono, e la scrivo con la maiuscola, perché maiuscolo è il concetto indagato da Sciortino. Qui si tratta di Abbandono, forse la più terribile delle dimensioni, così terribile da richiedere la comicità o la tragedia, niente mezze misure (e mezze misure in queste pagine non ce ne sono, per fortuna). Ma dell’Abbandono ci vengono mostrate le visioni, il che ci rivela tutta la spietata concretezza di una poetessa come Giusi Sciortino, evidentemente un’autrice per cui le parole hanno la consistenza della carne e nella carne vengono inevitabilmente incise.

Fabio Orrico

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